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C’è crisi, si taglia: adesso tocca ai colletti bianchissimi

sciopero bancari
Piazza degli Affari non è Wall Street e a Milano non si sono visti manager in giacca e cravatta con gli scatoloni in mano. A differenza, per esempio, dei dipendenti della banca d’affari Lehman Brothers, che uscivano con gli effetti personali dopo il crac della banca, i bancari licenziati sono scesi in piazza, il 5 marzo, protestando davanti alla sede dell’Abi (Associazione bancaria italiana). Erano un centinaio di colletti bianchi, alcuni detti per le loro alte retribuzioni “bianchissimi”, di Dresdner Bank e Ge Money Bank che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza lavoro. Ma i dipendenti delle filiali italiane di banche straniere che rischiano la disoccupazione sono altri 200. E non è che l’inizio.
La Dresdner Bank ha annunciato 9 mila licenziamenti che colpiranno tutte le filiali mondiali tranne la casa madre tedesca. La sede di piazza degli Affari verrà chiusa e tutti gli 87 dipendenti cacciati. “Non parliamo di lehmaniani superpagati” polemizza Pierpaolo Merlini, segretario della Fiba Cisl di Milano, “ma di lavoratori con stipendi normali. Il problema è che il 90 per cento dei contratti a termine del settore non verrà rinnovato”.
A Milano c’è incertezza per svariate migliaia di persone, senza considerare i dipendenti delle sgr. “È la prima volta che affrontiamo una crisi di settore così grave” precisa Sergio Girgenti, segretario nazionale della Fiba Cisl.
Quelli che hanno perso il lavoro finora sono dirigenti e impiegati dell’area professionale, che guadagnano in media tra i 2 e i 3 mila euro mensili. Non semplici impiegati tute blu, quindi, ma anche per loro la disoccupazione è dura. Per di più questo tipo particolare di bancari non ha diritto agli ammortizzatori sociali: niente cassa integrazione né altre garanzie. La maggior parte di loro è troppo giovane per godere dei cosiddetti fondi di solidarietà o di forme di prepensionamento. Le speranze di essere ricollocati sono in questo momento modeste e l’unico salvagente, temporaneo, è la liquidazione, più una buonuscita: tra le sei e le 12 mensilità.
Per i bancari della Dresdner Merlini vede nero. «La trattativa è complessa» spiega «quella che per la società tedesca è la chiusura di una sede, la più piccola, secondo noi è un licenziamento collettivo. La controparte che tratta con noi poi non prende alcuna decisione, chi le prende sta altrove». Ma i colletti bianchi licenziati non si danno per vinti. Dopo la manifestazione all’Abi programmano incontri con il console tedesco, il sindaco di Milano e il presidente della Provincia di Milano.
L’americana Ge Money, specializzata in mutui, sta smantellando la filiale milanese: in 43 perdono il lavoro e rimangono solo 11 “becchini”, con il compito di seguire i clienti fino al pagamento dell’ultima rata. La controllante General Electric ha recentemente comprato la Interbanca e ai sindacati ha presentato un piano di riduzione del personale pari a un terzo dei dipendenti: 100 persone in meno. L’olandese Ing Group ha annunciato 55 esuberi in Italia e ha già avviato la procedura per i licenziamenti.
Secondo Merlini “anche Merrill Lynch e Citigroup dovranno ridurre i costi e tagliare una decina di posti”.
Poi c’è la Deutsche Bank: 300 dipendenti hanno aderito al recente piano di incentivi all’esodo, mentre per qualche dirigente il futuro potrebbe riservare misure più drastiche. Si salvano invece i lavoratori della Meliorbanca. I 120 licenziamenti annunciati sono stati ritirati grazie a un accordo sindacale di fine febbraio e all’intervento della Banca popolare dell’Emilia-Romagna.

Le grandi esposizioni come antidoto alla crisi

Fiera-ansa

“Lo spirito rimane quello del Medioevo: creare una piazza dove far incontrare venditore e compratore. Ma oggi una fiera è soprattutto l’insieme degli eventi paralleli, il ‘fuorisalone’, che dà vivacità culturale all’esposizione e interpreta le nuove tendenze. È quello che io chiamo una ‘fiera pensante”. Pergiacomo Ferrari, decano del nostro sistema fieristico, ha presieduto Emeca e Aefi, le associazioni di settore in Europa e Italia. È stato ai vertici di Fiera Milano, da un anno è presidente di Expo Venice spa.
Quali sono state le innovazioni del sistema fieristico italiano negli ultimi anni?

C’è stato prima di tutto un forte potenziamento delle fiere internazionali nel nostro Paese. Oggi sono circa mille, numero che ci ha portato al livello della Germania, il leader europeo. Inoltre intorno alle rassegne si è sviluppata una serie di attività collaterali, che coinvolgono il grande pubblico e non solo gli addetti ai lavori. In questo abbiamo superato i nostri concorrenti.

Piergiacomo FerrariQuali sono invece gli sviluppi futuri?
Credo che in futuro in Europa rimarranno poche fiere mondiali. Emergono nuovi poli d’attrazione, come Brasile, Russia, India, Cina ed Emirati Arabi. Occorrerà quindi puntare su due aspetti: Internet, che non può essere concorrente dell’esposizione fisica ma deve diventare un modo per farla vivere tra una scadenza e l’altra. E le fiere “di nicchia”, molto specializzate e di alto livello. In generale a mio parere in Italia ci dovrebbe essere più coraggio nel lanciare nuove manifestazioni.
Forse è colpa della crisi

Al contrario, la fiera è un antidoto alla crisi economica. Il sistema fieristico rimane dinamico e rappresenta il trampolino migliore per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese. Le aziende italiane dovrebbero partecipare più massicciamente alle esposizioni, oggi sono solo 200 mila. D’altra parte gli enti fieristici dovrebbero fare uno sforzo maggiore per intercettare gli espositori mondiali. L’audience di una fiera è potenzialmente infinita.
Che consiglio darebbe a chi sta organizzando Expo Milano?
Il modello delle esposizioni universali, nato nella seconda metà dell’‘800, è ormai stanco. Per superare la prova, la prima Expo del Terzo millennio dovrebbe concentrarsi sull’innovazione, mi riferisco in particolare a Internet, e su investimenti che abbiano effetti economici duraturi. Strutture alberghiere, strade, aeroporti: un sistema complessivo per la cui organizzazione dovremmo imparare da Germania e Francia.

Il G7: sarà crisi severa per tutto il 2009

Il G7 a Roma

Il “grave” rallentamento dell’economia durerà per buona parte del 2009, ma i Paesi del G7 utilizzeranno tutti gli strumenti per sostenere la crescita e l’occupazione. È quanto dichiarato dai ministri dell’economia e delle finanze dei Sette Grandi nelle conclusioni del vertice di Roma, in cui si ribadisce anche l’impegno ad evitare il protezionismo. I Sette Grandi si sono impegnati a contrastare la crisi, anche se non hanno precisato i prossima passi che intendono fare in proposito. La priorità massima è comunque la stabilizzazione dei mercati e dell’economia insieme alla necessità di evitare l’”eccessiva volatilità” delle valute.

Tra i rischi della crisi c’è anche quello alimentare oltre che un incremento del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo. Due aspetti su cui i Sette Grandi hanno concentrato l’attenzione. “C’è in giro per il mondo un deficit di fiducia e anche un deficit di regole che forse è una delle principali cause della crisi”, ha affermato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nella conferenza stampa della presidenza italiana al termine del vertice.

Al consueto meeting sulle condizioni dell’economia mondiale hanno partecipato il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner e il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, il ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa, il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet e il ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbruck.

L’Italia preme perché si arrivi quanto prima alla definizione di standard comuni, sia in ambito dei mercati finanziari sia per le politiche fiscali e del commercio internazionale, coinvolgendo i diversi bracci operativi rappresentati dagli organismi internazionali, dal Fsf (Financial Stability Forum), per quanto riguarda vigilanza e requisiti patrimoniali delle banche, al Wto, all’Ocse. I numeri uno di queste agenzie internazionali, insieme con i rappresentanti di Fmi, Banca Mondiale, Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), sono stati invitati alla cena di venerdì e saranno consultati durante i lavori.

Fare acquisti in tempo di crisi? Si risparmiano oltre 3mila euro

Spese a Milano sotto Natale

Un “tesoretto” di oltre 3.500 euro. Se lo sarebbe ritrovato in tasca, rispetto a un anno fa, un consumatore con un po’ di soldi a disposizione e deciso a fare una serie di acquisti impegnativi nel periodo natalizio appena trascorso. Approfittando del calo dei prezzi, causa crisi economica, e prima che cominciassero i saldi. Panorama ha fatto un giro per i negozi del centro di Milano e ha messo a confronto la spesa di fine 2008 con quella di un anno prima, trovando il modo di risparmiare un bel gruzzolo. I commercianti infatti, forse per la paura di ritrovarsi i magazzini pieni a fine stagione nonostante i saldi alle porte, hanno messo in campo tutte le promozioni possibili. Niente sconti solo da un affollatissimo Louis Vuitton e da Burberry.

Spesso è lo stesso negoziante, al moneto di pagare, a offrire lo sconto. “Sa, in tempi di difficoltà per tutti abbiamo deciso di venire incontro ai clienti” e scatta la riduzione del 20 per cento. Ma se chi compra insiste appena un pochino, il risparmio può diventare davvero importante. Partiamo da una Fiat Bravo 1.400 benzina con airbag e condizionatore di serie. Il preventivo segna a fondo pagina 16.500 euro. Il prezzo base sarebbe 18.450, “ma”, spiega il rivenditore, “questo mese c’è uno sconto del 13 per cento, il più alto da un anno a questa parte”. A dicembre 2007 infatti era solo del 2 per cento, il risparmio 2008-2007 quindi arriva a 1.920 euro.

Meno 200 euro rispetto a un anno fa invece se si acquista un televisore lcd Samsung 42 pollici o un frigorifero combinato Whirlpool. Quello degli elettrodomestici e della tecnologia è infatti il settore che più ha risentito dei cali di prezzo nell’ultimo anno. Sia la tv sia il frigorifero infatti costano 799 euro, dodici mesi fa ne costavano 999. E per un navigatore Tom Tom con mappe dell’Italia prima dell’inizio dei saldi si spendevano 149 euro, 50 in meno di un anno fa.

Anche nell’arredamento la crisi fa risparmiare. Da Divani&Divani un modello “Savoy” in pelle vale 2.800 euro, con una riduzione del 30 per cento circa rispetto a fine 2007. Il risparmio è di 900 euro. Mentre sulla più classica delle vacanze, una settimana per due persone a Sharm El Sheik con Alpitour, si arriva a strappare uno sconto di 205 euro: 660 euro il prezzo attuale, 865 quello dello scorso anno. I listini dell’abbigliamento sono rimasti invariati rispetto a un anno fa e per l’acquisto di un pullover in cachemire 100 per cento (208 euro) è possibile anche risparmiare 52 euro.

In questa prova sul campo solo le griffe del lusso sembrano immuni alla crisi. E irremovibili su promozioni e sconti. Forse anche perché da Louis Vuitton, in Galleria Vittorio Emanuele II, c’è folla e un’attesa di venti minuti per essere ascoltati da un commesso. Che spiega: “Non facciamo sconti, neppure nel periodo dei saldi”. Nessun risparmio quindi sulla borsa a bauletto “Speedy”, che vale 465 euro. Da Burberry tira la stessa aria, l’impermeabile da uomo costa 695 euro, proprio come a Natale 2007.

Crisi economica, ecco il piano del governo

Tremonti e Berluscon

Il pacchetto anti-crisi messo a punto dal governo conterrà un bonus per i pensionati e per i figli a carico, oltre alla “social card” già prevista dalla manovra. Lo ha annunciato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti durante l’incontro a Palazzo Chigi tra governo-parti sociali sul piano anti-crisi. “Il decreto legge con le misure anti-crisi sarà varato venerdì prossimo” dopo la diffusione del documento europeo, ha anche aggiunto Tremonti. “Non siamo in ritardo”, ha precisato, “nessun Paese europeo ha ancora deciso interventi di rilancio dei consumi”. Per la realizzaione del pacchetto, ha aggiunto Silvio Berlusconi, molto dipenderà dalla “collaborazione” di tutti. Siamo pronti a accettare “i consigli di tutti”, ha detto il premier aprendo l’incontro.

Sul tavolo, stando a quanto riferito da Tremonti, ci sono anche le ipotesi di un intervento legislativo sui mutui e di un blocco delle tariffe. “Stiamo lavorando sui mutui per arrivare ad una rata fissa attraverso un intervento legislativo” ha spiegato il ministro a Palazzo Chigi. E sono in arrivo per l’inizio dell’anno anche interventi di blocco delle tariffe autostradali e ferroviarie oltre che delle bollette di luce e gas.

Cifre il ministro dell’Economia non ne ha fatte, si aspetta che mercoledì l’Europa presenti il piano anti crisi da 130 miliardi con le linee guida di azione per i governi nazionali. Ma una cosa Tremonti l’ha detta: “Il problema dell’Italia resta il debito”. I sindacati convocati a Palazzo Chigi hanno preferito non dare un giudizio sul piano: “Prima vogliamo conoscere i numeri» hanno spiegato. Meno cauto il leeader della Cgil Epifani che ha apostrofa come «generica e insufficiente” l’esposizione delle misure anti-crisi illustrate, invitando il premier Berlusconi a “dare segnali di speranza ma senza esagerare”.

La carta prepagata per gli acquisti di prodotti alimentari partirà a dicembre e avrà un valore di 120 euro mensili. La “social card” è una sorta di tessera bancomat che il ministro Tremonti ha mostrato a quanti hanno preso parte alla riunione a Palazzo Chigi. In mattinata si sarebbero svolti alcuni incontri tecnici tra rappresentati del governo e delle associazioni del commercio e della grande distribuzione nel corso dei quali sono stati forniti alcuni dettagli sulla social card. Secondo quanto si è appreso, la carta prepagata per gli acquisti sarà alimentata ogni due mesi con 80 euro, 40 mensili, mentre a dicembre riceverà le risorse di tre mesi, cioè 120 euro. A poterne beneficiare sarebbero le famiglie con un reddito pari a 6.000 euro per componente familiare. La procedura prevede che partano le lettere per i destinatari. Sarebbe poi in corso una trattativa tra governo e categorie del commercio per firmare una convenzione che alle risorse messe dall’esecutivo aggiunga anche degli sconti ad hoc garantiti dalle imprese. Le associazioni avrebbero per ora garantito uno sconto del 5% sugli acquisti effettuati con la social card, ma il confronto non è finito e non è escluso che la percentuale possa variare.

Un accenno da parte di Tremonti anche ai fondi per gli ammortizzatori sociali, che sono già stati incrementati dal parlamento e che verranno ulteriormente integrati: l’ipotesi che si sta valutando, ha spiegato il ministro, è se si possono utilizzare le risorse del Fondo Sociale Europeo. All’incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali hanno preso parte per l’esecutivo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta e i ministri Tremonti, Sacconi, Scajola, Maroni, Matteoli, Brunetta Calderoli, Fitto e Prestigiacomo.

Per le parti sociali hanno partecipato i leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Renata Polverini. Per il mondo delle imprese siede al tavolo il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, il vicepresidente, Alberto Bombassei e il direttore generale, Maurizio Beretta.

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Discutine sul FORUM: “40 euro al mese per i più poveri: un’elemosina?”

L’Italia del doppio lavoro: il sommerso vale 550 miliardi l’anno

Lavoro nero

L’inflazione monta e si mangia il potere d’acquisto dei salari degli italiani. Come se non bastasse, gli stipendi nel nostro Paese sono tra i più bassi d’Europa. Se sull’altro piatto della bilancia si caricano le rate del mutuo, le spese e le bollette, i conti non tornano. Come fanno le famiglie a cavarsela? Non bastano i sempre più numerosi prestiti e il cosiddetto “credito al consumo”, ormai diffusissimo.

Secondo una ricerca di Eurispes, fatti tutti i calcoli statistici, a una famiglia tipo mancherebbero in media 1.330 euro al mese per non collassare nella crisi. Un gap troppo grande per essere colmato con l’ “aiutino” dei nonni. La linfa che permette agli italiani di tirare avanti sarebbe piuttosto un reddito non ufficiale, parallelo a quello alla luce del sole: una vera economia sommersa.

I dati dell’istituto di ricerca parlano di un sommerso che nel 2007 ha generato guadagni per 549 miliardi di euro, pari al 35 per cento del Pil ufficiale del nostro Paese. E che si otterrebbero, per dare un’idea, sommando il Pil di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria. Si tratta di un’altra economia, che integra i redditi delle famiglie, ma che lo scorso anno ha sottratto allo Stato 274 miliardi di euro in tasse evase. Il sommerso riguarda diversi settori, dall’agricoltura, all’edilizia, ai servizi, all’industria e assume forme varie: lavoro nero continuativo, saltuario, doppio lavoro. Coinvolge inoltre un po’ tutte le fasce di lavoratori.

Non si parla infatti solo di immigrati clandestini o stranieri regolari che comunque lavorano una certa quota di ore in nero. Ma il doppio lavoro è diffusissimo anche tra gli italiani. Almeno il 35 per cento dei lavoratori dipendenti avrebbe una seconda attività accanto a quella ufficiale. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Il dipendente del vivaio che la sera sistema i terrazzi dei clienti, l’operaio delle ferrovie che nel fine settimana ripara i motorini, l’infermiera che fa privatamente iniezioni a domicilio…

A questi si aggiungono i pensionati che hanno un lavoro non dichiarato (sarebbero 2 milioni e 320 mila sul totale di 16,5 milioni), le casalinghe che fuori casa arrotondano con piccoli compiti come baby sitter, lavori domestici o di cura (sarebbero il 18,8%) e i lavoratori autonomi, tra cui imprenditori, liberi professionisti e artigiani che esercitano in parte irregolarmente. Per arrivare ai 549 miliardi totali di sommerso, al guadagno prodotto dal mercato del lavoro vanno sommati gli introiti che le imprese non dichiarano e quelli derivanti dagli affitti clandestini.

L’ultimo capitolo dell’indagine riguarda un’altra fetta di economia sotto traccia, quella criminale. Il giro d’affari delle mafie, dei traffici illeciti, dell’usura, della prostituzione e della contraffazione si aggirerebbe intorno ai 175,6 miliardi di euro annui pari all’11,3 per cento del Pil.

L’industria del falso fa più utili del traffico di droga


Un programma per computer falsificato costa al produttore 20 centesimi e viene venduto sul mercato anche a 45 euro. Il guadagno è otto volte superiore a quello che deriva dallo spaccio di un grammo di cannabis, il cui costo di produzione è intorno all’1,52 euro e quello al dettaglio è di circa 12 euro. C’è di più: per un’organizzazione criminale i rischi, a livello giudiziario, legati all’importazione di 100 chili di droga non sono neppure paragonabili a quelli per il traffico di dieci scatoloni pieni di jeans con un falso marchio.

Le organizzazioni criminali più impegnate nel mercato della contraffazione sono le Triadi cinesi, la Yakuza giapponese, la mafia russa e la camorra napoletana. In Italia la camorra e i trafficanti cinesi sono spesso alleati in questo settore, che rappresenta una delle fonti di guadagno insieme al commercio di droga, di armi e di immigrati clandestini. Ma il mercato del falso offre a volte proventi anche superiori a quello degli stupefacenti, da reinvestire poi nelle altre attività criminali. E, come spiega il Rapporto Onu sulla contraffazione presentato oggi, le pene sono notevolmente più basse così come le risorse impiegate dagli Stati per il contrasto.

“Gli strumenti a nostra disposizione per prevenire e reprimere questo fenomeno sono carenti”, spiega Fausto Zuccarelli, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “I cosiddetti ‘reati di falso’ sono considerati ‘contro la fede pubblica’ e prevedono pene non superiori ai tre anni. Questo, tra l’altro, non ci permette di utilizzare metodi di indagine impiegati ad esempio nel caso del traffico di droga. Parlo di intercettazioni telefoniche, consegne controllate, operazioni sotto copertura. Inoltre spesso ci si limita ad arrestare il singolo venditore abusivo o a chiudere il laboratorio clandestino, senza risalire all’origine dell’attività illecita”.

Ma secondo il procuratore Zuccarelli il nodo non è solo l’inasprimento delle pene. “Per il cittadino comprare una borsa con una griffe falsa non è certo grave come acquistare una dose di droga”, dice, “e la contraffazione non è avvertita dall’opinione pubblica come un’emergenza sociale. Questo comporta una scarsa volontà politica nel contrastarla e il fatto che le forze dell’ordine e la magistratura si concentrino su reati considerati più gravi”. Non solo si tratta di un reato comunemente giustificato, ma è dallo stesso cittadino che spesso parte la domanda di merce “taroccata”. Occorre un passo avanti prima di tutto culturale, quindi. “Se il commercio di oggetti falsificati sarà definito come reato ‘contro l’economia’, in questo senso si sta muovendo il legislatore, la gente comincerà a pensare almeno ai posti di lavoro legali che vengono persi”. Senza contare che nel caso della falsificazione di medicinali, cibi, giocattoli, pezzi di ricambio di automobili e di aerei sono la salute e la sicurezza delle persone a essere in pericolo.

C’è moltissimo da fare anche secondo Sandro Calvani, direttore dell’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (Unicri), che ha elaborato il rapporto. “Da noi l’Agenzia delle dogane è molto attiva, basti pensare al volume dei sequestri, con 18 milioni di oggetti confiscati nel 2006″, sottolinea, “tuttavia i controlli non sono ancora sufficienti. E la lista degli interventi urgenti è lunga. Prima di tutto proponiamo un osservatorio permanente sulla contraffazione che aumenti la capacità d’intervento attraverso la cooperazione legislativa e giudiziaria tra i diversi Paesi coinvolti. Compresi quegli Stati in cui il controllo del mercato e la legislazione contro il mercato del falso praticamente non esistono. Occorre inoltre concentrare l’attenzione su Internet, che è il canale utilizzato per vendere gran parte dei prodotti falsificati”. Anche le aziende e le società di trasporto merci dovrebbero autoregolamentarsi e impegnarsi per trovare l’anello debole della catena cui si appigliano le organizzazioni criminali, suggerisce Calvani.

L’Europa e l’Italia in particolare non sono solo il crocevia di questo mercato. Spesso i prodotti contraffatti sono fabbricati o assemblati da noi, magari negli stessi stabilimenti da cui esce la merce legale. Nel nostro Paese al primo posto c’è la produzione di capi di abbigliamento e di ricambi di auto e la camorra detiene il monopolio per quanto riguarda la giacche di pelle con finti marchi e i trapani elettrici simil-Bosch. Le organizzazioni di stampo mafioso costringono poi i negozianti a fornirsi da loro con metodi violenti simili a quelli usati per il pizzo. In questo modo gli oggetti riprodotti entrano nel circuito di vendita lecito, arrivando anche a clienti inconsapevoli.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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