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Se gli aeroporti sono i biglietti da visita di un paese, l’Italia non si presenta proprio al meglio. Qualche mese fa si è lamentato anche un ministro, Claudio Scajola, responsabile dello Sviluppo economico.
Giunto in Vietnam mentre imperversava un mezzo nubifragio, dopo la visita a una fabbrica tirata a lucido come uno specchio, gli era venuto spontaneo un paragone un po’ ruvido con ciò che aveva lasciato: “A Fiumicino è bastata una pioggia un po’ sostenuta perché dentro l’aeroporto piovesse da tutte le parti”.
Il fatto è che gli aeroporti non sfuggono alla regola tutt’altro che aurea delle infrastrutture italiane, dalle autostrade ai porti, dai binari ai valichi, un tempo modello per l’Europa e ormai spesso logori e insufficienti. In particolare gli scali negli ultimi anni sono caduti in un circolo vizioso: basse tariffe e bassi investimenti.
In Italia una “toccata” aerea (ossia un atterraggio) costa in media 1.482 euro contro 2.366 del resto d’Europa, cioè circa un terzo in meno. Però gli investimenti languono: nel 2007 a Fiumicino hanno impiegato 2,2 euro per passeggero, che salgono a Milano a 2,3, contro una media europea di 7,6 euro, mentre a Francoforte hanno addirittura speso 13 volte la cifra di Roma e a Parigi il quadruplo (come mostra la tabella a fondo pagina).
Ora l’Enac, l’ente per l’aviazione civile, tenta di allentare la morsa di basse tariffe e bassi investimenti con una proposta che in gergo è detta contratto di programma. Alle società di gestione viene concessa la possibilità di aumentare le tariffe, ferme da un decennio, se si impegnano a rispettare una serie di parametri concordati, a cominciare da piani quadriennali di investimento, progetti certi, più flessibili e verificabili rispetto ai voluminosi contratti di concessione spesso fissati per legge e con una durata lunghissima, dai 25 ai 40 anni.
All’operazione finora hanno aderito quattro aeroporti medi, Bari, Brindisi, Napoli e Pisa, mentre per Cagliari, Bologna e Palermo sono aperte le istruttorie e con Malpensa e Linate l’Enac ha avviato un confronto positivo.
Il rischio è che Fiumicino, il più grande scalo italiano con 38 milioni di passeggeri l’anno, decida di non aderire e che l’intera operazione nasca non solo monca, ma risulti l’occasione per rinfocolare le polemiche aeroportuali Roma-Milano. Contrasti che rischiano di ripercuotersi anche sul vertice dell’Assaeroporti, l’associazione di categoria, dove presidente e vice sono stati nominati proprio gli amministratori degli scali romani e milanesi, Fabrizio Palenzona e Giuseppe Bonomi.
L’idea di base del contratto caldeggiato dall’ente dell’aviazione è che gli investimenti siano finanziati con un contributo pagato dai passeggeri. Già oggi ogni volta che un viaggiatore acquista un biglietto, di qualsiasi compagnia, una quota di ciò che paga va alla società di gestione dello scalo in cui si imbarca. Per esempio, su un Alitalia Roma-Milano che costa 301,34 euro 64,79 sono di diritti vari, da quello di imbarco alle spese per i controlli di sicurezza e sui bagagli a mano. Secondo l’Enac la quota dei diritti dovrebbe essere aumentata, anche se non di molto. Con i contratti già concordati, per esempio, il rincaro va da un minimo di 1 euro a biglietto a Brindisi e Bari a un massimo di 2 euro a Napoli.
Le società di gestione aeroportuale in cambio accelerano gli investimenti: circa 432 milioni di euro dal 2009 al 2012 nei quattro aeroporti che hanno aderito al progetto. Napoli impiegherà 133 milioni soprattutto per costruire il nuovo terminal passeggeri; Pisa 106 milioni per rifare l’aerostazione; Bari 97 milioni per l’ampliamento dei locali e il prolungamento della pista; Brindisi 95 milioni per allargare lo scalo.
Agli Aeroporti di Roma (Adr), invece, i contratti di programma non piacciono per niente, almeno nella forma attuale. Non perché escludano di investire, avendo già speso negli ultimi 2 anni circa 250 milioni a Fiumicino e prevedendo di impiegare un altro miliardo fino al 2017 per consolidare il ruolo di scalo di riferimento Alitalia e portare la capacità aeroportuale a 50 milioni di passeggeri. All’Adr i contratti non piacciono perché li considerano non sufficientemente remunerativi proprio in vista degli investimenti programmati.
Insomma, senza dirlo apertamente e ufficialmente i Benetton, azionisti di riferimento dell’azienda, vorrebbero tariffe più pesanti. Quindi l’Adr si appresta a ingaggiare una partita a poker con l’Enac puntando al massimo. Sapendo però che, senza un accordo, rischia di non avere niente.


Vista dall’osservatorio privilegiato dell’Inps la crisi sembra un po’ meno brutta di come spesso la dipingono. Ovviamente c’è, fa male e lascia i segni anche in Italia: nel primo trimestre dell’anno le domande di disoccupazione e mobilità sono state 750 mila, più 46 per cento sul 2008, mentre la Relazione unificata sull’economia del ministero del Tesoro prevede per il 2009 un arretramento del prodotto interno lordo (pil) di oltre il 4 per cento e una ripresa timida solo nel 2010. Eppure, non ci sono solo segnali negativi, in mezzo a tanto buio appare anche qualche spunto confortante. Un elemento più di altri autorizza a sperare che i contraccolpi sull’economia e la società italiana alla fine possano essere meno devastanti di quanto preventivato. I dirigenti dell’istituto di previdenza lo chiamano il “tiraggio della cassa integrazione”. Il tiraggio indica quanta cassa ordinaria, straordinaria e in deroga le imprese utilizzano davvero rispetto a quella autorizzata, cioè richiesta e negoziata. La differenza tra i due valori è veramente notevole: considerata tutta la cassa integrazione autorizzata, quella effettivamente utilizzata finora, cioè materialmente erogata dall’Inps, è circa un terzo. Uno scostamento clamoroso. Gli importi autorizzati a marzo per la cassa ordinaria sono stati cospicui, addirittura più 925 per cento in totale rispetto allo stesso mese del 2008. Nelle imprese metallurgiche l’incremento è di oltre il 7 mila per mille, in quelle dell’elettricità e del gas il 5.600, nei trasporti e comunicazioni 2 mila, nel legno 1.728, nel settore chimico del 1.345 per cento. Impennate vistose, anche se parecchio distanti in termini assoluti dai valori catastrofici registrati nelle fasi acute di crisi degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Allora in un solo anno, il 1984, le ore autorizzate di cassa integrazione furono oltre 800 milioni, nel 1993 circa 549 milioni. L’anno passato sono state 223 milioni ed è su quella cifra che vengono calcolati gli aumenti di questi ultimi mesi. Ma se in termini monetari la cassa autorizzata dall’Inps è pari a 1 miliardo 180 milioni di euro, quella effettivamente utilizzata dalle imprese scende a 344 milioni. L’impressione è che nel giro di poco tempo si sia verificata nelle imprese una specie di testacoda psicologico: dalla paura economica diffusa a un ripensamento improntato a realismo. Da gennaio a marzo, gli ultimi mesi per i quali sono disponibili rilevazioni, molti imprenditori grandi, medi e piccoli, sottoposti allo stress di notizie negative provenienti da tutto il mondo, sentendo gridare al lupo da ogni parte e temendo il peggio hanno agito in contropiede facendosi autorizzare quantità ingenti di cassa integrazione di tutti i tipi. Salvo, poi, riflettere e frenare. Spesso, ragionando insieme ai sindacati, molti si sono resi conto sul campo, negli uffici e nei capannoni, che per il momento i timori in alcuni casi erano eccessivi e meno nere le difficoltà per l’andamento dei consumi interni, le esportazioni e in generale le prospettive di mercato. Di fronte a questa constatazione hanno preferito continuare a lavorare come al solito, spesso per soddisfare i nuovi ordinativi e in altri casi per ricostituire le scorte di magazzino, piuttosto che limitare la produzione succhiando cassa integrazione dalla mammella dello Stato. Il tiraggio relativamente basso di cassa non può dipendere da ritardi degli uffici Inps perché le erogazioni avvengono a conguaglio. Per sua natura la cassa integrazione non consente dilazioni burocratiche, sono soldi pagati in prima battuta dalle imprese che vanno in busta paga a fine mese: se non vengono elargiti nei tempi e con gli importi giusti, la faccenda non passa inosservata. Le cifre relativamente modeste spese finora lasciano allo Stato, agli imprenditori, ai sindacati e ai lavoratori margini notevoli di manovra per il futuro. Dei 32 miliardi messi a disposizione per i tre tipi di cassa dal governo per il biennio, finora è stato effettivamente utilizzato poco più di un centesimo. Questo significa che se la crisi dovesse peggiorare nella cascina degli ammortizzatori sociali ci sarebbe ancora fieno a sufficienza per scongiurare macellerie di massa. Il primo ad accorgersi del fenomeno del basso tiraggio della cassa è stato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, studiando i dati sull’erogato. Con quelle cifre sulla scrivania ora dice a Panorama: “L’incremento della cassa integrazione autorizzata è reale e notevole, ma anche i dati sul tiraggio sono un fatto e dimostrano che gli imprenditori continuano a credere nelle loro aziende nonostante le difficoltà temute. Questo vuol dire molto, perché proprio gli imprenditori, al di là di ogni previsione o di ogni polemica, hanno il polso del mercato più di altri e si comportano di conseguenza”. Se il tempo volgesse al peggio e i colpi della crisi dovessero diventare improvvisamente più duri anche in Italia, gli stessi imprenditori avrebbero 12 mesi di tempo per ripensarci attuando una nuova inversione di marcia e impiegando in fretta quanto fino a oggi hanno ritenuto superfluo utilizzare. Ma non è affatto detto che ciò succeda. Nessuno può dire con certezza come si evolverà la crisi: parecchi focolai restano accesi in molte parti del mondo, molti sono i lati oscuri e gli aspetti imprevedibili, soprattutto per quanto riguarda il dato finanziario. Però negli ultimi giorni, e in particolare in Italia, sulle prospettive si sono moltiplicate voci autorevoli, se non proprio ottimistiche, quantomeno non del tutto pessimistiche. Con accenti e toni diversi, tre personaggi di solito non allineati, come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, hanno lasciato intendere che in mezzo a tanta persistente nuvolaglia si intravede anche qualche timida schiarita. E che gli sprazzi di sereno appaiono più nitidi in Italia che altrove.
I NUMERI
La crisi vista dall’Inps sulla base delle ore autorizzate di Cig ed effettivamente utilizzate dalle imprese
1.180milioni di euro: il valore della cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga autorizzata dall’Inps nel primo trimestre 2009.
344milioni di euro: il valore della cassa ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata dalle imprese nel primo trimestre del 2009.
+925%: la cassa ordinaria autorizzata nel marzo 2009 sul marzo 2008.
816milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1984.
549milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1993.
223milioni di ore: la cassa autorizzata nel 2008.

Dopo il periodo di vacche grasse, il montepremi a 100 milioni di euro e il boom delle giocate, con la primavera è arrivato il momento del riflusso per il Superenalotto. Per la prima volta la Sisal, azienda concessionaria del concorso, è stata costretta a ridimensionare il numero di vincite istantanee del Superstar, una modalità di gioco collegata al Superenalotto. Da ora e fino a tutto giugno per ogni milione di giocate Superstar le vincite istantanee programmate saranno una ogni 1.000 e non più una ogni 250.
La riduzione riguarderà le vincite minime dell’importo di 5 euro. La decisione è stata imposta a Sisal dal direttore dei Monopoli, Raffaele Ferrara, dopo che per 2 mesi di fila il fondo di riserva costituito per pagare le vincite del Superstar è andato progressivamente prosciugandosi. Il fenomeno è cominciato a dicembre ed è arrivato a procurare uno scostamento massimo di 11,7 milioni di euro rispetto alla soglia minima di garanzia pari a 6 milioni. In pratica il fondo ha accumulato un saldo negativo di 5,7 milioni di euro, un buco preoccupante che non accennava a diminuire.
I motivi dell’improvviso tonfo non sono ancora del tutto chiari, probabilmente ha influito molto l’aumento del numero delle giocate Superstar indotto dalla pubblicità e dal lancio del nuovo sistema Gioca facile.

Nata da appena 4 mesi, è già la più grande. Uscita a dicembre da una costola dell’Enel, la società Green Power è la prima al mondo nel settore delle energie rinnovabili con 17 miliardi di chilowattora prodotti ogni anno. Primato ottenuto grazie soprattutto alla doppia dote della geotermia (700 megawatt installati) e dell’idroelettrico (1.500 megawatt) ricevuta dalla casa madre. Ma grazie non solo a quella.
Prima di diventare una società a tutti gli effetti, la Green Power si è irrobustita come divisione dell’Enel puntando anche sulle altre fonti pulite, come eolico e solare, in tempi in cui l’elettricità verde non andava di moda, il settore delle rinnovabili veniva guardato dagli addetti ai lavori con sufficienza e la rivoluzione ambientalista di Barack Obama era di là da venire. Grazie alla scelta anticipatrice dell’azienda guidata da Fulvio Conti, ora l’Enel Green Power è presente in mezzo mondo, dagli Stati Uniti al Canada, e poi in Messico, Guatemala, Costa Rica, Salvador, Panama, Cile e Brasile. In Europa: Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria, Romania.
Nel complesso la neonata società guidata da Francesco Starace gestisce 4.500 megawatt installati, di cui 2.500 in Italia, livelli di potenza di tutto rispetto relativamente alle energie rinnovabili, e ha un programma per la costruzione di impianti per altri 16 mila megawatt. Tutto ciò la rende assai robusta: per il 30 per cento del capitale messo in vendita chiede agli investitori istituzionali 3 miliardi di euro.
Secondo Starace, l’Enel Green Power ha i numeri per conservare non solo la leadership, ma per accentuarla. Prima di tutto perché opera in un mercato in forte crescita. Secondo le previsioni più accreditate, la capacità di energia elettrica installata con energie pulite passerà a livello mondiale da 1.054 gigawatt del 2006 a 2.400 del 2030, con incrementi più accentuati nel solare e nell’eolico. E poi l’Enel Green Power è destinata a primeggiare perché, a differenza di molte altre società del ramo, come quelle tedesche, che sono tante ma di dimensioni modeste, è collegata a una grande azienda elettrica e quindi in condizione di mettere nel piatto le risorse necessarie per investimenti di rilievo.
Il progetto più ravvicinato a cui sta lavorando in questo momento riguarda la Calabria. Un parco eolico sulla Sila con circa 150 pale per una capacità installata totale nel giro di 3 anni di circa 300 megawatt. Sempre che i piani vadano avanti spediti e nessuno si metta di traverso.
Per evitare lungaggini e incidenti di percorso l’Enel Green Power ha già concordato con molti enti locali della zona una serie di compensazioni, sorta di canoni e royalty sull’elettricità prodotta.
Nella regione meridionale la società dell’Enel opera d’intesa con un altro gigante energetico, i giapponesi dell’Eurus, una joint- venture che mette insieme due realtà di primo piano a livello mondiale: la Toyota, azienda famosa per le auto, e la Tepco, la massima società elettrica del Giappone e tra le più grandi del mondo che serve, tra l’altro, la città di Tokyo.
Da un anno i giapponesi stanno studiando il territorio della Sila per verificare se è adatto per la produzione su larga scala di elettricità con il vento. Fugato ogni dubbio, si sono rivolti all’Enel Green Power e insieme investiranno 400 milioni di euro.
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Gigante, pensaci tu. Come in uno spot di successo di anni fa, l’aeroporto di Malpensa si affida alla forza della Lufthansa per cercare di diventare ciò che doveva essere e non è mai stato: un grande hub europeo, lo scalo di riferimento della parte più ricca d’Italia. La compagnia tedesca non resta insensibile e risponde alla richiesta di aiuto di Giuseppe Bonomi, presidente della Sea, la società dello scalo varesino e di Linate, intensificando gli sforzi verso l’Italia.
Passo dopo passo, la Lufthansa sta entrando nel mercato italiano con l’obiettivo di farsi trovare pronta nel momento in cui il traffico aereo riprenderà a tirare, convinta di dover combattere proprio da noi buona parte della partita contro l’Air France per la leadership continentale. I francesi sono in evidente vantaggio avendo acquisito il 25 per cento del capitale dell’Alitalia ed essendo entrati con tre consiglieri nel consiglio della compagnia, con l’intenzione malcelata di controllare prima o poi l’azienda ora in mano a Roberto Colaninno e Rocco Sabelli. Ma i tedeschi non mollano.
La collaborazione tra la Sea e la Lufthansa è stata tutta un crescendo dopo i primi timidi contatti dell’ottobre 2007, in seguito al precipitoso abbandono da parte dell’Alitalia dello scalo varesino. Oggi i tedeschi sono in pratica impegnati su tutto il fronte dei voli con tre società distinte, dal trasporto passeggeri al cargo, alle manutenzioni. Come dice a Panorama Karl Ulrich Garnadt, membro del board della compagnia tedesca, i collegamenti per Bruxelles da due diventano tre mentre per Londra Heathrow i voli sono già passati dai quattro iniziali a sei. Da aprile, inoltre, vengono aperte tre nuove rotte interne da Malpensa per Roma, due collegamenti per Napoli e uno per Bari.
Per coprire queste tratte saranno aggiunti due aerei A 319 ai sei che già hanno base nello scalo lombardo. Anche l’organico della Lufthansa Italia sarà aumentato in tempi brevi assumendo circa 200 persone tra piloti e personale di bordo che si aggiungono ai circa 2 mila dipendenti attuali.
Per quanto riguarda le merci, un mese fa sono partiti i primi due voli bisettimanali della Lufthansa Cargo da Malpensa per New York e Chicago.
Nel settore della manutenzione, infine, i tedeschi hanno fondato una terza società, la Lufthansa Technik, che dopo avere affittato dalla Sea l’hangar un tempo occupato dall’Alitalia ora lavora sui propri aerei e anche per conto terzi.
Il progetto della Lufthansa è di italianizzarsi, trasformando la società dei voli costituita a fine novembre 2008 in una compagnia nazionale a tutti gli effetti attraverso l’acquisizione del certificato di volo italiano (Aoc). Con l’obiettivo di accrescere la presenza sui collegamenti interni, compreso il Milano-Roma, e incrementare la già fitta collaborazione con la Star Alliance (Singapore Airlines, Thai, Air China, Us Airways) per il “feederaggio” italiano, con l’uso di Malpensa come scalo per passeggeri in transito verso altre destinazioni intercontinentali.

La crisi? E chi l’ha vista? Se le banche soffrono, le fabbriche traballano e la cassa integrazione aumenta, per il settore dei giochi è sempre primavera. Quarantasette miliardi e mezzo di euro di giocate nel 2008, più 12,7 per cento, 50 miliardi a fine 2009 secondo le previsioni degli esperti confermate dall’andamento dei primi mesi dell’anno. Nel primo bimestre sono stati complessivamente giocati altri 8,6 miliardi, più 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
Non sono fiammate o bolle destinate a rapido sgonfiamento. è una tendenza stabile, il fenomeno di massa più vistoso degli ultimi anni. “La crescita non sembra destinata a fermarsi, almeno in tempi brevi” sintetizza Paolo Franci, direttore dell’Agipronews, agenzia di stampa specializzata in giochi e scommesse. Nel 2008 sono stati venduti 2 miliardi e mezzo di tagliandi del Gratta e vinci, i giocatori sono stati 17 milioni, un italiano su tre compresi bambini e lattanti. Le “new slot”, le macchinette di bar e tabaccherie, hanno incassato da sole quasi 22 miliardi di euro (più 15,2 per cento). Le scommesse sportive sono cresciute del 51 per cento rispetto all’anno precedente e il Superenalotto, che sembrava destinato a una tranquilla maturità, è tornato a correre grazie al montepremi da 100 milioni dell’inizio d’autunno, e tuttora fila spedito sfruttando l’onda lunga di quel fortunato successo.
A ottobre 2008 è stato lanciato in rete il poker e l’impatto è stato così travolgente, a colpi di decine di milioni di giocate di euro in più da un mese all’altro, da lasciare esterrefatti i più ottimisti. Anche le donne sono entrate in partita, protagoniste di tornei seguitissimi, tanto che ora sta nascendo una specie di Facebook del poker in rosa, un luogo dove le giocatrici si scambiano esperienze e consigli.
Secondo Fabio Felici, direttore dell’Agicos, l’altra agenzia specializzata nei giochi, la crescita è così tumultuosa che a fine 2009 il fatturato del poker online sarà di almeno 2 miliardi di euro. Sono anni che il settore va avanti così, un record dopo l’altro, con incrementi impressionanti: 19 miliardi e mezzo giocati nel 2004, 27 l’anno successivo, 34 nel 2006, 40 nel 2007, 47 nel 2008 (vedere la tabella nella pagina accanto).
Sembra che le aziende del settore, le tre storiche, Lottomatica, Sisal e Snai, le straniere, come la greca Intralot, e le ultime arrivate, tipo la Gioco digitale, si divertano un mondo a sfatare una teoria consolidata, e cioè che il “gambling” per sua natura sia anelastico e quindi raggiunto un certo livello si fermi. Invece, i giochi sembrano senza fondo, come il pozzo di San Patrizio.
Ci sono almeno tre modi di interpretare il fenomeno, non necessariamente in contrasto. Prima spiegazione: il boom è frutto di un gigantesco effetto di sostituzione. Al posto di quel mare torbido costituito dall’azzardo, in mano da decenni alla camorra e alla delinquenza organizzata, si sono imposti giochi regolari e puliti. Solo per quanto riguarda le macchinette da bar, per esempio, in un quinquennio sono stati sequestrati 700 mila videopoker illegali e la loro eliminazione ha aperto le porte a una generazione di 300 mila new slot legali, poi in parte di nuovo inquinate dall’illegalità e ora in via di sostituzione con impianti presentati come a prova di truffa. Idem le scommesse sportive, soprattutto quelle online, lanciate da siti improbabili a Malta o nell’Isola di Man e via via sostituite da un’offerta trasparente affidata a 130 concessionari riconosciuti dai Monopoli di Stato.
L’emersione dal sottoscala del gioco nero, però, da sola non basta a spiegare il boom. Neppure gli effetti psicologici prodotti dalla congiuntura economica sfavorevole aiutano a capire fino in fondo il fenomeno. Economisti e sociologi sostengono che proprio nei momenti di crisi come questo, quando le prospettive di crescita e le aspettative di benessere diventano incerte, la gente si tuffa sulla fortuna non rinunciando almeno al sogno, magari sottraendo quattrini alle spese impegnative, ai beni durevoli come l’automobile o i grandi elettrodomestici, oppure alle uscite voluttuarie, ma costose, come i viaggi verso mete esotiche. è insomma lo stesso meccanismo che gli esperti di marketing notano a proposito dei prodotti alimentari: quando le cose non girano per il verso giusto, i consumatori si gratificano con la tavola. Però la crisi è roba recente, mentre i giochi crescono ininterrottamente da anni.
Il boom ha una terza spiegazione, più profonda e in parte collegata alle due precedenti. Fino alla fine degli anni Novanta l’Italia era un paese sostanzialmente disinteressato al gioco, fenomeno considerato moralmente poco raccomandabile e osteggiato dalla Chiesa. L’idea che si potesse giocare alla luce del sole, sotto la sorveglianza dello Stato, che oltretutto ci guadagna riscuotendo le tasse, si è fatta strada piano piano e alla lunga è stata dirompente perché non solo ha dato un’alternativa pulita a molti clandestini assatanati, ma ha sdoganato il gioco avvicinandolo a chi ne era lontano.
Oggi il giocatore non è più considerato un reietto, anzi la figura del maniaco incallito è stata sostituita da un identikit più sfumato, meno preciso e marcato. Giocatori possono essere tutti e nessuno; giocare non è più ritenuto per forza un vizio, l’inevitabile anticamera di ludopatie devastanti, ma un’attività come un’altra per chi è appassionato, un passatempo, di tipo particolare quanto si vuole, da regolamentare con oculatezza e da tenere sotto controllo tramite un’agenzia statale, ma non da ostacolare o sabotare. Il gioco, in sostanza, è diventato una componente della quotidianità di molti italiani, che lo hanno accettato così come 20 anni prima avevano scoperto che comprare azioni in borsa o quote di fondi di investimento non era un tabù o una faccenda di pochi, ma una scelta e un’opportunità.
Nessuno poteva prevedere che finisse così quando, una decina di anni fa, pronubo Massimo D’Alema, il governo di centrosinistra si fece promotore del lancio del Bingo, che con il Superenalotto irruppe su una scena polverosa dominata dai vecchi concorsi a pronostico, tipo Totocalcio e Totip. Senza saperlo avevano scoperto un filone d’oro. Che come tutti i filoni ha bisogno di cure e di uno sfruttamento razionale per essere coltivato al meglio.
Non tutti i giochi sono uguali e non tutti sono destinati ad avere fortuna; proprio la vicenda del Bingo, che vivacchia senza infamia e senza lode con appena poche centinaia di sale aperte rispetto alle 1.000 e passa dell’inizio, sta a dimostrarlo.
Ci sono giochi che, mentre il settore galoppava, sono stati praticamente spazzati via, come il Totocalcio e il Totogol. Altri che stanno cercando un livello di stabilità dopo aver raggiunto la maturità, come il Lotto. E altri, infine, che stentano dopo avere vissuto giorni di gloria, tipo le scommesse ippiche. Gli esperti dicono che ora è il tempo dei giochi veloci e comodi, perché i giocatori non hanno tanta voglia di aspettare per sapere se hanno vinto o perso, magari puntano pochi euro alla volta, ma vogliono il responso immediato. Oppure si siedono sul divano di casa davanti al computer e dedicano al gioco il tempo che ci vuole, anche lunghe sedute se si tratta di “skill game” (giochi di abilità) come il poker.
Ogni grande concessionario ha la sua strategia di mercato, partendo dal presupposto che i giocatori si conquistano e si perdono come qualsiasi altro tipo di cliente, tutto dipende dalla qualità e dalla specificità dell’offerta.
Per esempio alla Sisal guidata da Emilio Petrone, per non disperdere il boom innescato dal jackpot da 100 milioni, a metà gennaio hanno lanciato un nuovo modo di puntare, il Gioca facile, con tagliandi molto simili a quelli del Gratta e vinci della rivale Lottomatica. E ora aspettano di capire se la trovata funziona o meno.
Per le scommesse sportive Snai e Lottomatica si contendono il mercato con strategie quasi opposte. Alla Snai il patron Maurizio Ughi sta elaborando una formula battezzata Fai con me per consolidare la posizione di leadership detenuta in questo settore ormai da anni. L’idea si basa sulla convinzione che il cliente vada coccolato in un luogo tutto dedicato a lui. In pratica il giocatore entra in un’agenzia, si trova davanti a un monitor da 32 pollici e può effettuare le sue scelte e la sua puntata che poi viene convalidata dal personale di sala con giubbotto e cappellino con il marchio.
Alla Lottomatica, invece, le agenzie dedicate non piacciono: “Ci sembrano borderline e rischiano di allontanare il cliente normale a cui puntiamo. Preferiamo gli spazi aperti dentro bar e tabaccherie” spiega Renato Ascoli, direttore del servizio giochi. Dopo nemmeno 2 anni di attività la Lottomatica ha conquistato una quota di mercato di quasi il 20 per cento, mentre la Snai conserva nelle scommesse il suo punto di forza con il 35.
I giochi sono aperti.

Le centrali a biomasse sono tra gli impianti più innocui sulla Terra. Per produrre elettricità bruciano pezzi di alberi a crescita rapida, come i pioppi, e scarti di potature: tutta roba pulita e rinnovabile. Per i contadini sarebbero un affare, perché trasformano in guadagno il costo dello smaltimento dei residui. Anche per gli abitanti dei comuni interessati potrebbero essere un’opportunità, visto che significano posti di lavoro e spesso sconti sulla bolletta della luce. Eppure, in Italia perfino le piccole e inoffensive centrali a legna sono combattute come il diavolo. Da Atena Lucana, in provincia di Salerno, a Zinasco, nel Pavese, sono 52 gli impianti elettrici di quel tipo contestati.
È un fenomeno nuovo e sconcertante perché le centrali a biomasse, così come le altre a energia rinnovabile (idroelettriche, solari, geotermiche ed eoliche), fino a non molto tempo fa erano considerate virtuose e non solo accettabili ma addirittura richieste, quindi fornite di uno speciale lasciapassare ecologistico, una specie di bollino verde.
Da qualche tempo, invece, gruppi di talebani della «difesa del territorio», spesso minuscoli ma bellicosi, hanno cominciato a trattare da nemiche perfino le energie rinnovabili. Riuscendo a bloccarle, spesso trovando alleati tra politici e amministratori locali, sovente agendo anche a dispetto di questi ultimi, oltre che contro gli ambientalisti più ragionevoli e la maggioranza della popolazione, in genere estranea alle proteste o proprio contraria.
Il cambiamento di approccio è stato colto e censito dal Nimby Forum (”Not in my backyard” significa: non nel mio cortile), organizzazione che da anni tiene sotto osservazione il delicato rapporto tra le comunità da una parte e dall’altra le istituzioni, le aziende e gli enti che promuovono la costruzione delle infrastrutture. Nel rapporto 2008, che viene presentato ufficialmente giovedì 12 marzo e che Panorama ha letto in anteprima, il Nimby Forum ha individuato 67 impianti a energie rinnovabili contestati in Italia, un grosso numero. E una tendenza preoccupante, proprio nel momento in cui si torna a parlare di energia atomica: “L’Italia si avvia verso il più grande caso Nimby mai osservato, quello sul nucleare” prevede Alessandro Beulcke, presidente del Forum.
Fra le strutture combattute ci sono anche nove centrali idroelettriche, quelle con le turbine mosse dalla forza dell’acqua, cinque parchi eolici (energia del vento) e un’installazione geotermica, alimentata con il vapore del sottosuolo. In pratica fra tutte le centrali elettriche osteggiate, circa 100 in totale, con un aumento di oltre 5 punti percentuali in un anno, due su tre sono alimentate con le rinnovabili.
Secondo il rapporto Nimby, proprio l’energia, in particolare quella detta pulita, è diventata il nuovo bersaglio del fronte del no, più dei sistemi di smaltimento dei rifiuti, che hanno tenuto banco in passato. Per la verità le proteste contro discariche e inceneritori sono ancora in cima alla lista, ma non di molto e appaiono in flessione. L’anno passato sul versante dell’immondizia s’è concentrato il 46,2 per cento delle 264 proteste censite, sull’energia il 44,3, ma mentre per i rifiuti le contestazioni dal 2005 a oggi sono calate di 32 punti percentuali, per l’elettricità sono cresciute di una misura analoga.
Il resto delle battaglie del fronte del no (il 10 per cento circa) ha riguardato il variegato universo delle infrastrutture: autostrade, alta velocità, aeroporti, metropolitane, tranvie e trafori.
La guerra totale all’energia è sorprendente per diversi motivi. Prima di tutto per i tempi: le ostilità crescono proprio mentre aumenta la dipendenza italiana dall’estero, ormai arrivata all’85 per cento, con rischi di blackout ricorrenti legati soprattutto all’endemica crisi russo-ucraina per il gas.
Poi c’è l’aspetto economico: le contestazioni proliferano come se l’insufficienza di strutture energetiche non avesse costi per la collettività, circa 21 miliardi di euro in 12 anni, in base a un calcolo dell’organizzazione I costi del non fare, mentre secondo il Nimby Forum le contestazioni interessano la produzione di circa 18 mila megawatt, di cui 1.400 da rinnovabili: in totale circa un quarto della produzione nazionale. Infine è sorprendente constatare come si stia radicando una nuova leva di contestatori fondamentalisti contrari a tutto, senza eccezioni, che vogliono tenere in scacco qualsiasi progetto costringendo l’Italia a procedere a passo lento.
Qualche esempio. Due comitati, l’Amiata Est e l’Amiata Ovest, una quarantina di militanti in tutto, si sono messi in testa di bloccare lo sfruttamento del vapore proveniente dal sottosuolo della montagna grossetana, una risorsa pulita che non costa nulla e con disponibilità illimitata, che si trova sul posto e che per la Toscana è una ricchezza non da poco, perché consente la produzione di oltre un quinto dell’energia elettrica consumata. A pochi chilometri di distanza, a Larderello, i soffioni sono sfruttati da almeno un secolo e sulle stesse pendici dell’Amiata, a Santa Fiora, da più di 40 anni con il vapore si riscaldano serre di fiori che danno lavoro a più di 200 persone e nei salumifici si stagiona la rinomata cinta senese.
La regione, il Comune di Santa Fiora e quelli vicini di Arcidosso e Piancastagnaio 2 anni fa firmarono con l’Enel un atto impegnativo, un protocollo per lo sfruttamento massiccio delle risorse geotermiche, e si aspettavano l’applauso. Invece sono arrivati i fischi dei comitati che stanno bloccando tutto.
A Poggi Alti di Scansano in Maremma, zona di produzione del Morellino, il parco eolico da 20 megawatt installato dalla tedesca Eon ha funzionato per qualche settimana, poi è stato bloccato da un solo viticoltore che si è rivolto al tar sostenendo che le pale degli impianti disturbano gli uccelli e le lepri. Tra ricorsi al Consiglio di Stato, autorizzazioni in sanatoria della regione e carte bollate, l’impianto è fermo da mesi.
L’argomento delle noie alla selvaggina è tra i più usati dagli antieolico. È stato invocato, per esempio, anche a Montebello Ionico, in provincia di Reggio Calabria, dove un progetto di centrale elettrica da 12 megawatt alimentata dal vento è in discussione da 5 anni fra tar e Consiglio di Stato che si sono dovuti pronunciare più volte sulla concessione della Via (valutazione di impatto ambientale). Proprio quando il contenzioso sembrava finalmente risolto, è intervenuta la Lipu (Lega per la protezione degli uccelli) e il progetto è tornato in alto mare.
Sugli Appennini, a Fiastra (Macerata), l’Enel avrebbe voluto installare un impianto da 16 megawatt per sfruttare l’energia del vento, ma i comitati locali tanto hanno fatto che la Regione Marche li ha accontentati usando uno stratagemma: allargando l’area del Parco naturale dei Sibillini fino a comprendere la zona dove dovevano essere installati gli impianti che così sono diventati fuori legge.
A Castellana Sicula e Polizza Generosa, in provincia di Palermo, i comitati del no hanno messo i bastoni tra le ruote perfino a un progetto eolico da 31 megawatt che doveva sorgere accanto a una discarica di rifiuti. La costruzione dell’impianto è stata bloccata dalla soprintendenza con una motivazione esilarante: la struttura non deve essere realizzata perché produce un impatto negativo sul paesaggio circostante, cioè deturpa i cumuli di immondizia.
Di fronte a queste contestazioni assurde e paralizzanti, qualche azienda comincia a rispondere a muso duro. Succede per esempio ad Aprilia, in provincia di Latina, dove la società Sorgenia del gruppo Cir (famiglia De Benedetti) vorrebbe impiantare una centrale da 750 megawatt (400 milioni di euro di investimento), alimentata a gas, combustibile un tempo considerato buono dagli ambientalisti. Contro l’impianto si è scatenato il finimondo e le proteste dei “no turbogas” sono state sposate dal sindaco, Calogero Santangelo, udc, sostituito di recente da un commissario. Dopo anni di tira e molla, i dirigenti della Sorgenia, esasperati, hanno chiesto i danni all’ex primo cittadino e al dirigente dell’ufficio comunale di urbanistica.

CENTRALI VERDI MA NON AMATE
Ecco l’elenco degli impianti a fonti rinnovabili contestati nel corso della quarta edizione del Nimby Forum:
CENTRALI A BIOMASSE
Atena Lucana (Sa)
Bando (Fe)
Borgo a Mozzano (Lu)
Borsea (Ro)
Bugnara (Aq)
Cairate (Va)
Calimera (Le)
Campi Salentina (Le)
Campiglia (Li)
Caresana (Vc)
Casarano (Le)
Castellanza (Va)
Castiglion Fiorentino (Ar)
Conselice (Ra)
Conselve (Pd)
Fasano (Br)
Fermo (Ap)
Ferriere (Pc)
Fusine (So)
Gradisca (Go)
Guarcino (Fr)
Jesi (An)
Laveno Mombello (Va)
Lomello (Pv)
Lusurasco (Pc)
Martignana di Po (Cr)
Matera
Mercure (Pz)
Molfetta (Ba)
Nogara (Vr)
Orvieto (Tr)
Ospital Monacale (Fe)
Pieve di Teco (Im)
Poggetti Nuovi (Gr)
Pontecorvo (Fr)
Romanengo (Cr)
Russi (Ra)
San Benedetto Po (Mn)
San Salvatore Telesino (Bn)
San Vito dei Normanni (Br)
Santa Sofia (Fc)
Schieppe di Orciano (Pu)
Solarolo (Cr)
Sommatino (Cl)
Staranzano (Go)
Teana (Pz)
Torri a Mezzano (Ra)
Tortona (Al)
Trivento (Cb)
Vigevano (Pv)
Voltaggio (Al)
Zinasco (Pv)
GEOTERMICHE
Monte Amiata (Gr)
Rivolta d’Adda (Cr)
San Lorenzo di Sebato (Bz)
PARCHI EOLICI
Marianopoli (Cl)
Salice Salentino (Le)
Scansano (Gr)
Termoli off-shore (Cb)
Valli Idice Sillaro (Bo)
CENTRALI IDROELETTRICHE
Confiente (Pc)
Feltre (Bl)
Ferriere (Pc)
Fiume Veneto (Pn)
Fivizzano (Ms)
Galatro Giffone (Rc)
Mules (Bz)