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La magia dell’infanzia firmata Thun sbarca nella penisola iberica

Il mondo Thun, fatto di piccoli oggetti dai colori tenui, statuette di fiori e animali dalle forme arrotondate, con il loro carico di sogni e gioia dell’infanzia, si prepara a sbarcare nella penisola iberica, pianificando l’apertura di dieci negozi in franchising in Spagna e due in Portogallo. In cinque anni, secondo le previsioni aziendali, i negozi Thun al di là dei Pirenei dovrebbero salire a 44, per un investimento complessivo di 20 milioni, che dovrebbe portare in cassa un tornaconto di 57 milioni di euro.
Fino al 1985 il fatturato del gruppo di Bolzano derivava principalmente dalle vendite in Austria, Germania e Svizzera; solo in seguito il marchio ha cominciato ad espandersi in Italia fino a raggiungere l’80 per cento delle vendite su un giro d’affari complessivo di 195milioni di euro (dati 2007). “Ci siamo accorti che il valore intangibile dei nostri prodotti”, spiega Peter Thun, presidente del gruppo e figlio dei fondatori, “è più vicino alla sensibilità latina che non a quella tedesca. Basti pensare all’impennata di vendite che registriamo in Italia a Natale o a San Valentino. Così è scaturita la decisione di entrare in Spagna e al Portogallo”. Ma nei piani Thun non ci sono soli i Paesi latini: entro il 2012 l’azienda punterebbe a raddoppiare il fatturato entrando anche in Grecia, Regno Unito, Paesi Bassi e Scandinavi.

Sigarette: il prezzo “minimo” potrebbe essere illegale per la Ue

Salute in cenere
Forse i fumatori non lo sanno ma i Governi non potrebbero fissare un prezzo minimo per la vendita delle sigarette. E l’Italia per non aver rispettato la normativa comunitaria è stata appena rinviata dopo a giudizio di fronte alla Corte di Giustizia europea e si attende per il prossimo anno il procedimento in aula. Nel 2005 il legislatore, forse in nome della salute pubblica, ha inserito in finanziaria il prezzo minimo per le “bionde” passato progressivamente dai 3 ai 3,50 euro per il pacchetto da 20, e la metà per quelli da dieci. Lo stesso anno la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per incompatibilità con la disciplina comunitaria, per sospetta distorsione del libero mercato.
Nel 2007 a questa procedura si è innestata la denuncia a Bruxelles firmata Yesmoke, un nuovo marchio di sigarette made in Settimo Torinese, che per promuoversi tra i brand più noti sarebbe disposto a vendere un pacco da venti a 3,20 euro. “Le direttive 92/79/CE e 59/95/CE”, spiega l’avvocato torinese Aldo Frignani che in questo procedimento sta assistendo Yesmoke, “fissano al 57% alzandola nel 2002 al 58,5%, l’accisa sui tabacchi lavorati ma ricorda a tutti gli Stati membri che il prezzo minimo deve essere stabilito liberamente dal mercato. A questa percentuale, per quanto riguarda l’Italia va aggiunto il 20% di Iva e un 10% di diritti ai tabaccai”. In altre parole Yesmoke sarebbe disposto a ricavare un margine di 36 centesimi a pacchetto. “Il rinvio a giudizio dell’Italia”, conclude, “segue procedimenti analoghi intrapresi anche contro Francia, Austria e Irlanda”. Quindi, con l’inflazione alle stelle e la benzina a livelli record, i fumatori potranno sperare di vedere ridotta almeno la spesa del fumo. C’è solo da sperare che nessuno decida di cominciare per il prezzo.

Energia eolica: ci sono i progetti, mancano le autorizzazioni

Impianto eolico
Se la regione Molise approverà la legge 38 e la revisione sul procedimento autorizzativo degli impianti alimentati con fonti rinnovabili, verranno di fatto bloccati 420 milioni di euro di investimenti eolici, già ammessi, dal Gestore servizi elettrici, agli incentivi statali.
I due articolati renderanno vita difficile ai mulini a vento, non solo perché pongono un tetto massimo di mille Megawatt di potenza installata in tutta la superficie regionale, ma anche perché fissando a 1.800 Megawatt/ora la produzione massima di energia annua per ogni MW di potenza, rendono gli investimenti antieconomici.
Un altro passo che ci allontana dai traguardi di Kyoto (taglio delle emissioni di Co2 del 20% entro il 2002) e ci avvicina alla maximulta - stimata sui 12,5 miliardi di euro - che aziende e pubbliche amministrazioni italiane dovranno pagare alla comunità internazionale se non verrà rispettato il protocollo.

L’eolico oggi è la fonte di energia rinnovabile che grazie alla maturità tecnologica e ai certificati verdi, attrae i capitali più importanti: si stima che grandi e piccoli operatori del settore siano disposti a mettere sul piatto qualcosa come 15 miliardi di euro e 30 mila nuovi posti di lavoro nei prossimi cinque anni, risorse finalizzate a costruire pale eoliche in grado di produrre complessivamente 8 mila Megawatt all’anno (ogni MW costa all’incirca 1,8 milioni di euro e, secondo la European wind energy association, dà lavoro a quattro persone). Un’opportunità, manco a farlo apposta, destinata alle aree più depresse d’Italia, e cioè le due grandi isole e la criniera appenninica dall’Umbria in giù.
“Il governo”, ricorda Cristian Lanfranconi, referente dell’eolico per l’Aper, l’associazione di categoria dei produttori di energie rinnovabili che raggruppa 400 operatori, “ha stabilito che per raggiungere gli obiettivi imposti dall’Europa, la capacità eolica complessiva del Paese dovrà toccare nel 2020, i 12 mila MW. Ad oggi poiché 2.700 MW sono già stati installati, resta scoperta una quota di 9 mila MW . I produttori hanno già presentato centinaia di progetti eolici per un valore complessivo di 8 mila MW al Gestore dei servizi elettrici (Gse), il quale sta valutando se concedere la certificazione necessaria per accedere agli incentivi statali che coprirebbero metà dei costi per 15 anni dall’entrata in funzione dell’impianto”.

In pratica i progetti ci sono, i certificati stanno per arrivare, ma le autorizzazioni a costruire i progetti approvati, restano bloccate nell’intricata burocrazia degli enti locali. In Sicilia l’Assessorato al territorio ha decretato che le pale eoliche debbono essere installate a più di cinque chilometri di distanza da un centro abitato. Visto che in tutta l’isola non esistono aree adeguatamente ventose e così poco antropizzate, tre società, Asja.biz, Edison e Solarwind, hanno chiesto e ottenuto dal Tar la sospensione del decreto che però è stato recentemente rafforzato da ulteriori limiti tecnici alla produzione eolica. La Puglia invece delegando ai Sindaci l’individuazione delle aree dei parchi eolici, si è vista recapitare migliaia di domande di installazione di turbine - pari a quattro volte il numero che il territorio potrebbe sostenere - che hanno paralizzato il meccanismo delle autorizzazioni. Gli amministratori della Basilicata il problema neppure se lo sono posto: con una
moratoria hanno rimandato ogni decisione fino alla pubblicazione del prossimo Piano Energetico, nonostante una sentenza della Corte costituzionale del 2006 avesse già dichiarato incostituzionale una decisione analoga adottata dalla Puglia. Nella provincia di Cuneo, il Consiglio comunale di Garessio - uno dei tre Comuni dove era destinato un parco eolico da 19 turbine - si è opposto al progetto di un’altra società (Le Fattorie del Vento srl) perchè l’impianto avrebbe deturpato lo scenario naturale della festa patronale di San Rocco. Mentre La Regione Sardegna dopo aver ridotto la capacità eolica regionale da 2000 a 550 MW (che risultano per il 60% già installata), ha affidato due terzi della quota rimanente all’Enel che in cambio fornirà energia a prezzo agevolato alle imprese locali.
“Nella pantomima delle misure anti-eolico”, dice esterrefatta Simona Viola, avvocato dello studio Bucello Croci Piscitelli Viola che si occupa di energie rinnovabili “l’operazione Enel-Soru è stata quella più eclatante. Per questo dietro incarico di Asja.biz e Italian Green Power ho fatto ricorso al Tar Lazio contro l’Ente regionale perché l’accordo a mio avviso va a scapito sia degli operatori che avrebbero potuto partecipare alla gara per la assegnazione del potenziale eolico, sia delle imprese energivore non sarde, che si troveranno a sopportare un bilancio energetico più gravoso rispetto alle concorrenti isolane”. Secondo il presidente della Regione Sardegna Renato Soru però siccome “l’eolico è un business estremamente semplice dove non bisogna cercarsi il cliente visto che il gestore è obbligato a comprare energia”, gli investitori dovrebbero porsi innanzitutto al servizio dell’industria energivora.
Qualche Regione che dà il buon esempio comunque c’è. La scorsa estate ad esempio sono partiti i lavori di realizzazione del secondo parco eolico dell’Emilia Romagna: 16 turbine per tredici MW di potenza che saranno installate su iniziativa della municipalizzata di Verona, Agsm, a Casoni di Romagna in provincia di Bologna.

A Bassano Bresciano nasce il primo eco-capannone


E se gli enormi e grigi capannoni che incontriamo ai margini delle autostrade destinati allo smistamento delle merci in mezza Italia, d’ora in avanti diventassero tutti colorati e soprattutto ecologici?
L’idea è di Fausto Ferrari presidente del Cda di Fap Investiments, una società che produce e affitta piastre logistiche (quelle enormi colate di cemento su cui sorgono prefabbricati dove in genere convergono gli autoarticolati che si occupano di grande distribuzione) che ha deciso, stimolato anche da un suo consueto partner e amico che è Gianfranco Sgro di Ceva logistics, prima di colorare i capannoni e poi di applicare sui loro tetti pannelli fotovoltaici, in modo da rendere la struttura autonoma sotto il profilo energetico e di re-immettere il suplus prodotto nella rete. Una soluzione non solo ecologica ma anche conveniente, resa possibile grazie al know-how messo in campo da Enerray, una società specializzata nella progettazione di impianti di grandi dimensioni .
Il primo esperimento è già cominciato. A Bassano Bresciano in provincia di Brescia infatti Fap dopo aver costruito un’infrastruttura logistica da 25mila metriquadri che verrà affittata a un marchio di rubinetteria e ceramiche, sta cominciando ad installare i pannelli fotovoltaici sulle coperture dei capannoni per una capacità di 830 kilowatt. “Il centro sarà completato a settembre”, spiega Ferrari, “ma abbiamo in cantiere sette piastre distribuite nelle aree di Novara, Bergamo, Roma e Bologna per un totale di 230mila metri quadri, che verranno dotate ciascuna di quasi un Megawatt di potenza”.
Un centro logistico semplice costa in media 500 euro a metro quadro, potenziato con il fotovoltaico arriva a mille euro al metro quadro. Ma, a quanto pare, il gioco vale la candela. “Il duo Fap-Enerray”, spiega Sara Miglioli l’avvocato che ha predisposto l’operazione, “si ripaga l’investimento con i canoni di locazione dalle società che prendono in affitto la struttura che a loro volta possono ricevere gratuitamente l’energia di cui hanno bisogno”. Se poi la produzione sorpassa il consumo, la differenza viene rivenduta al gestore della rete che ripaga il produttore con il prezzo maggiorato previsto dagli incentivi verdi. Un bel giro di soldi, quindi, logistico ma anche ecologico.

Tra le polemiche si costruirà vicino Modena una mega struttura per lo stoccaggio del gas

Un gasdotto russo
Il primo passo verso quello che è destinato a diventare il secondo sito di stoccaggio di gas naturale di tutta Europa, salvando l’Italia dal deficit cronico di risorse, è stato fatto. Una buona notizia se si torna con la mente al freddo inverno del 2005, quando a causa delle tensioni tra Russia e Ucraina, l’Italia ha rischiato di bruciare tutte le sue poche scorte di gas.
Entro il 2012 a Rivara in provincia di Modena, verrà realizzato su iniziativa di una società petrolifera inglese, la Independent Resources (Irg) una sorta di mega magazzino sotterraneo in grado di incapsulare 3,2 miliardi di metri cubi di gas e che inietterà quotidianamente nella rete nazionale qualcosa come 32 milioni di metricubi. Costo: all’incirca 250 milioni di euro. Attualmente la società inglese sta creando una newco (new company) che verrà partecipata al 15 per cento dall’italiana Erg, dove conferiranno tutti gli assets relativi al progetto.
“Il gas”, spiega Simone Egidi, avvocato dello studio legale Ashurst che ha seguito Irg nell’accordo con Erg, “verrà letteralmente iniettato tra quelle rocce della valle del Po che, avendo la caratteristica di essere molto dure e parecchio fessurizzate, saranno in grado di contenere la risorsa senza disperderla nell’ambiente”. Affinché il sito di stoccaggio veda la luce però, il progetto dovrà superare il lungo percorso a ostacoli della burocrazia italiana fatta di Valutazioni d’impatto ambientale e autorizzazioni degli enti locali. E nonostante il parere positivo espresso dall’Assindustria modenese, enti locali, comitati cittadini e i blog del no, sono già sul piede di guerra.

Libero Lego in libero stato. In Italia finisce il monopolio danese dei mattoncini

Una immagine di archivio mostra una bambina che gioca con delle costruzioni fatte con il Lego | Ansa
Ancora una volta le dispute internazionali sulla tutela delle invenzioni trovano in Italia, uno dei Paesi europei con la normativa in questione meno chiara, un campo di battaglia privilegiato. È successo infatti che la canadese Mega Block e lo storico marchio danese Lego sono arrivati a percorrere addirittura tre gradi di giudizio sull’esclusiva di produzione dei famosissimi mattoncini a incastro che si agganciano grazie a un meccanismo bottoncino-tubicino (”stud and tube”) ideato nel 1958 e considerato il miglior giocattolo in plastica mai inventato.
La Cassazione con la sentenza n. 5437 ha respinto l’ipotesi di concorrenza sleale ipotizzata dalla Corte d’Appello di Milano nella disposizione di secondo grado risalente al 2003.
Lego contestava a Megablock non tanto la produzione dei mattoncini in sé (l’invenzione risale a 50 anni fa quando ancora non esisteva una tutela pan-europea, e quella italiana che è arrivata negli anni ‘70 copriva solo un periodo di 25 anni), quanto la possibilità di mettere sul mercato un prodotto che fosse compatibile con gli autentici Lego. Ora però la Suprema Corte ha sostenuto che trovare sul mercato un maggior numero di mattoncini compatibili, addirittura porterebbe vantaggi aggiuntivi al consumatore. Finisce così l’era del monopolio Lego.

Airport 2008: basta micro-scali, l’Enac investe su Malpensa e Fiumicino

L'aeroporto di Malpensa che avrebbe dovuto diventare l'hub del Nord
Il direttore dell’Enac, Silvano Manera, non ha dubbi: gli investimenti aeroportuali 2008 dovrebbero essere concentrati su Fiumicino e Malpensa (qualunque cosa accada ad Alitalia), gli unici due scali italiani che hanno le carte per essere competitivi a livello internazionale. Gli interventi dovrebbero permettere alle due strutture di accogliere il transito di altri 20 milioni di passeggeri. “La domanda non manca”, dice il comandante, “ma per raggiungere questi numeri sono necessari investimenti strutturali per 4-5 miliardi di euro per ogni scalo”.
Manera quindi dice no agli investimenti a pioggia sugli aeroporti italiani con bassi traffici, ad eccezione di Viterbo, lo scalo destinato a sostituire Ciampino, che a sua volta dovrebbe ritornare alla sua vocazione originaria di aeroporto militare. “Viterbo diventerà il secondo scalo del Lazio”, dice, “perché Campino non è più in grado di sostenere, per ragioni ambientali, un traffico così sostenuto. Senza contare che la distanza di volo da Fiumicino è di appena due minuti”.
Ma a prescindere dagli orientamenti dell’Enac, amministratori e industriali di ogni latitudine sono convinti che potenziando gli aeroporti provinciali, riusciranno - è proprio il caso di dirlo - a far decollare le loro stagnanti economie. Dopo l’annuncio su Viterbo, hanno alzato la testa gli amministratori di Frosinone sostenendo che pure il loro scalo aveva il diritto di crescere. Di recente poi, dopo che Monte dei Paschi di Siena ha elevato la sua presenza nel capitale sociale dell’aeroporto di Siena, è partito un piano di sviluppo di 100 milioni di euro, che non solo è contestato da un agguerrito un comitato cittadino, ma andrebbe anche a sovrapporsi con le prospettive dello scalo di Pisa.
Da diversi anni anche a Sicilia spera di allungare le sue piste. Da Catania, passando per Enna, Agrigento e Trapani, tutti sognano traffici aerei con milioni di passeggeri.
Nel frattempo è partita la privatizzazione dello scalo di Reggio Calabria, nella speranza di poter replicare il successo della vicina Lamezia Terme, dove, a soli due anni dall’apertura della tratta con Londra, stanno arrivando migliaia di inglesi e irlandesi, intenzionati a comprarsi la casa al mare.
D’altronde una volta allungata la pista, e adeguato le strutture di sicurezza, “la compagnia” spiega Laura Pierallini, legale esperto di aviazione “deve solo accertarsi che ci sia lo slot libero per ottenere l’autorizzazione alla nuova tratta”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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