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Il Consiglio nazionale forense, vertice supremo dell’avvocatura italiana, nonché guardiano e strenuo difensore della deontologia professionale della classe forense italiana, è l’unico organo di categoria europeo a non avere neppure una donna tra i suoi rappresentanti.
La denuncia arriva dall’Anpa (l’associazione che raggruppa i praticanti e i giovani avvocati italiani), che ha messo in luce come in 32 Paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere neppure una donna nel Consiglio forense, nonostante la media di donne iscritte agli albi (il 36 per cento) sia in linea con la media europea. “Persino la Turchia”, sottolinea Gaetano Romano presidente di Anpa, “vanta una donna all’interno dell’Executive Board of The Turkish Bar Association“. La media delle donne presenti nei Consigli nazionali europei presi in esame è del 20 per cento. La rappresentanza più alta del sesso femminile si trova nel consiglio forense tedesco che conta sette donne contro quattro uomini, mentre la Finlandia, più equa, ha un vertice paritario con una donna e un uomo. In Finlandia però la donna è pure il presidente del consiglio.
Quote rose scarse si registrano in Latvia, Liechtenstein, Romania e in Slovacchia. In quei Paesi però almeno un rappresentante donna c’è, pure se è schiacciato da un maggioranza maschile.
Gli orologi e i gioielli di Breil e Dolce & Gabbana stanno attraversando la Manica alla conquista del mercato anglosassone. I prodotti dei due marchi italiani erano già conosciuti nel Regno Unito (soprattutto grazie al traino di D&G moda), ma venivano distribuiti saltuariamente e solo in via sperimentale.
Ora la distribuzione diverrà sistematica dopo che l’italiana Binda, che è proprietaria del marchio Breil e distribuisce la divisione gioielli per D&G, e la giapponese Seiko hanno dato vita ad una joint venture di diritto inglese che si occuperà della rete di vendita locale. Ma questo non è il primo accordo tra Seiko e Binda. Le due società già collaborano in Italia dove grazie ai canali di Binda da anni vengono distribuiti pure gli orologi Seiko. “In questo modo”, spiega Girolamo Abbatescianni capo dello studio legale che ha seguito l’operazione, “Binda potrà utilizzare la rete di vendita inglese di Seiko che nel Regno Unito opera già da tanti anni. Così, dopo la Germania, la Francia e gli Stati Uniti, le firme italiane più amate del comparto gioielli e orologi, arrivano anche nel Regno Unito”.

Metti da un lato il più grande distributore al mondo di bevande in monoconfezioni, e dall’altro un caffè italiano di prima scelta. Il risultato è un espresso freddo della Illy che potrà chiamasi “pure black”, “cappuccino” o semplicemente “macchiato”, distribuito in ogni angolo del mondo nelle lattine o nelle bottigliette Coca Cola.
“Illy guarda con entusiasmo all’alleanza con Coca Cola” dice Giuseppe Cambareri, il consulente che sta assistendo lo storico marchio triestino in questa delicata contrattazione, “ed è la prima volta che accetta di negoziare una partnership paritetica per incrementare il mercato delle vendite. Ma accetterà che il suo marchio venga apposto su questo nuovo prodotto solo se verranno rispettati tutti gli standard qualitativi di un buon caffè “Illy”: su questo il mio cliente è stato molto chiaro”.
Illy e Coca Cola stanno infatti mettendo a punto la joint venture (che dovrebbe avere sede in Italia) che andrà a produrre il caffé in piccole monoconfezioni. Il primo offrirà il know how del caffé, il secondo quello dell’imbottigliamento (o dell’inscatolamento), e della distribuzione su larga scala. Il legale fa sapere che con ogni probabilità non troveremo il caffé Illy nei McDonald’s anche perché Coca Cola con questa mossa ha voluto mostrare la sua attenzione alla fascia “preminum” del mercato e non al cosiddetto mass-market che invece ha contraddistinto la sua strategia passata. Il caffè freddo dovrebbe arrivare nei bar e nelle macchinette automatiche già dal primo semestre del 2008. Si partirà dai Paesi dove la cultura del caffè è più sviluppata (quindi la vecchia Europa, anche se in alcuni Paesi, tipo Germania e Olanda, già si pensa a una miscela di latte e caffè), poi si punterà agli Stati Uniti, fino ad arrivare all’Asia che sta scoprendo questa bevanda negli ultimi anni.
Immaginate un cielo senza Alitalia. O più verosimilmente, che la compagnia passi a un concorrente internazionale più “profit oriented”, il quale dice: “Va bene, compriamo l’Alitalia, ma la ristrutturiamo come diciamo noi”. Che ne sarebbe delle rotte di servizio, quelle “socialmente utili”, ovvero quelle tratte poco profittevoli che consentono a molte città di provincia di uscire dall’isolamento e collegarsi agli scali internazionali per poi decollare in tutto il mondo? È il caso di voli come Trieste-Roma o Milano-Perugia.
“Potrebbero non essere più garantite le rotte sugli aeroporti minori”, sostiene Laura Pierallini, un avvocato d’affari esperto di aviazione. “Io da Roma ho innumerevoli possibilità per arrivare a Parigi o a Londra, ma fatico ad arrivare a Trieste o a Reggio Calabria. E se poi devo raggiungere Milano? La tratta resta mediamente cara, e chi viaggia per affari - che sarebbe disposto a spendere cifre più elevate per ottenere una trasferta più efficiente e veloce - non ha grandi possibilità di scelta”.
Silvano Manera, direttore generale dell’Ente nazionale aviazione civile (Enac) è meno pessimista: l’uscita di scena di Alitalia non comporterebbe un’erosione di alcune fasce di servizio. Anzi. “Il libero mercato ha permesso l’apertura di rotte fino a dieci anni fa impensabili (vedi gli scali provinciali della Ryanair, ndr)”, dice il comandante.
Senza contare che il futuro è tutto da ancora disegnare. “I collegamenti nazionali socialmente utili saranno in parte sostenuti dalle amministrazioni locali, in parte superati con le tratte Tav”. A suo avviso infatti la ricetta giusta è il trasporto integrato, dove tratte socialmente utili (Milano-Trieste), vanno a integrarsi a quelle profittevoli (Milano-Londra), all’alta velocità e ai collegamenti con aerotaxi che tanto piacciono agli americani. Si tratta di piccoli aeroveivoli che potranno essere noleggiati da qualsiasi aeroporto al prezzo di un biglietto di business class.
Il dossier ALITALIA

Sta per arrivare in giudizio in commissione tributaria il caso simbolo di evasione fiscale da presunte false residenze all’estero. Il caso è analogo a quello tanto chiacchierato che ha coinvolto il Valentino Rossi nazionale, con la differenza che ora la presunta residenza falsa non riguarda una persona fisica, ma giuridica. Per la precisione una società lussemburghese, Bell, che tra il 2001 e il 2002 acquistò le azioni di Olivetti per ottenere il controllo di Telecom, per poi rivenderle a Pirelli. Una vera e propria società veicolo istituita per cambiare la testa del colosso italiano delle telecomunicazioni.
L’Agenzia delle Entrate, dietro segnalazione della procura milanese, nel luglio scorso ha fatto scattare un accertamento fiscale ipotizzando che Bell, nonostante l’etichetta lussembughese, fosse di fatto una società di diritto italiano, con soci italiani (fra cui Emilio Gnutti e Roberto Collaninno) che hanno operato in Italia. Per questo sarebbe in debito col Fisco, tra tasse eluse e una multa pesante, di un miliardo e 800 mila euro.
Una somma tutt’altro che simbolica che mostra come il ministero delle Finanze stia adottando una linea dura e non sia più disposto a tollerare le finte residenze all’estero. Il legali dei soci Bell (tra i quali compaiono l’ex Ministro Giulio Tremonti, e Francesco Tesauro che in passato ha seguito la vicenda della residenza di Pavarotti a Montecarlo) stanno decidendo in questi giorni come portare avanti l’azione difensiva.

Jerry Tommolini, amministratore delegato nonché ideatore delle creazioni Pin Up Stars, uno dei primi marchi italiani nel settore dei costumi da bagno e dell’abbigliamento da spiaggia, deve aver tirato un sospiro di sollievo quando si è accorto che sarebbe riuscito ad arrivare alla settimana della moda milanese con in mano un’ordinanza del giudice che rafforzava ancora di più il suo marchio. IA guardare Elisabetta Gregoraci in costume da bagno, testimonial per la collezione 2007/2008 di Tommolini, sembrava quasi che stesse lì anche lei ad affermare con orgoglio l’unicità del marchio, a prova di imitazione.
L’azienda di recente infatti, è risultata vittima di contraffazione da parte di un’omologa umbra specializzata nel casual che ha scelto di chiamarsi Up Stars (qui un suo prodotto su ebay). Il giudice però, quando cominciavano a vedersi in internet e sui cartelloni stradali, le prime pubblicità del nuovo marchio, ha immediatamente ordinato all’azienda di darsi un altro nome e un altro logo. “In questo caso il giudice non ha parlato di confondibilità tra i due marchi, ma di agganciamento” ha detto il legale di Pin Up, Cesare Galli. “In pratica siccome i nomi si presentavano simili nella sostanza, era possibile che il consumatore proiettasse sui prodotti del contraffattore un po’ dell’apprezzamento che riservava ai costumi Pin Up Stars. Oggi inoltre, l’abbigliamento casual e quello da spiaggia non sono più così distinti: è facile indossare un pareo sopra un jeans, o un bikini con un top. I mercati delle due aziende sono tutt’altro che diversi”.
I due marchi a confronto:


L’Italia fanalino di coda nel fotovoltaico? Vero fino a un certo punto. Per ora siamo il quinto Paese in Europa nella produzione di energia solare, dopo Germania, Austria, Grecia e Francia. Una posizione ancora troppo bassa considerata l’esposizione solare a cui siamo soggetti; ma qualcosa sta cambiando.
Se nel 2006 la capacità produttiva era di 36 Megawatt, per il 2007 è atteso un risultato compreso tra gli 80 e i 100 Megawatt, per un volume d’affari stimato sul miliardo e mezzo. Se i tassi di crescita attesi per il 2010 venissero confermati potremmo addirittura raggiungere i mille Megawat. Un risultato che ci metterebbe al passo con la Germania e che aprirebbe la porta a spazi di mercato enormi. L’impennata del 2007 nel solare è un effetto del conto energia, l’incentivo statale previsto in Finanziaria che offre a chi intende investire nel fotrovoltaico (privato o azienda) un prezzo di favore sull’energia prodotta in eccesso.
Il conto energia si basa su due premesse: chi compra un pannello solare non ha più bisogno di acquistare l’energia elettrica (e quindi risparmia in bollette); in certi momenti dell’anno, tipo in estate, l’energia generata da un pannello supera il fabbisogno di una famiglia media. Questo surplus, che si aggira sui 3,5 Kilowatt annui, può essere introdotto nella rete e venduto a 0,45 centesimi per watt, prezzo decisamente più elevato di quello di mercato che si aggira sui 0,17 cent.
Il costo maggiorato viene coperto nella sua interezza dal contributo statale che sostiene la vendita di energia in eccesso per 20 anni. In un anno i contributi governativi di una famiglia media dovrebbero raggiungere a 1.500 euro. Siccome l’impianto “formato famiglia” costa sui 20 mila euro (circa 15 pannelli fotovoltaici su una superficie di 22 metriquadrati), la vendita del surplus di energia a prezzo agevolato, dovrebbe garantire l’ammortamento in poco più di dieci anni.
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