Archivio per autore: » edmondo rho

Lo schema non è quello dei voli low cost, ma poco ci manca: la Lufthansa fa viaggiare a 49 euro i passeggeri sulle rotte europee e vorrebbe applicare la stessa tariffa sul collegamento Linate-Fiumicino, rompendo il monopolio dell’Alitalia. Ma la partita è solo all’inizio:
Continua
Stanno per partire le mille miglia dei cellulari.
Saranno tessere rilasciate ai clienti della 3 Italia per andare al cinema gratis. Con una novità assoluta: la possibilità di utilizzare la tessera quando si vuole, non in un solo giorno alla settimana come avviene in analoghe iniziative all’estero. Per esempio, in Gran Bretagna la Orange offre ai clienti la possibilità di andare al cinema ma solo di mercoledì, e registrandosi di volta in volta.
Continua

Persona anziana al bar (foto flickr/luiginter)
Una rendita pensionistica in più, oltre a quella di base, e non per vivere meglio, solo per vivere bene. Il problema riguarda migliaia di persone tra i 50 e i 65 anni: ci si ritrova prepensionati, spesso ancora giovani e con la necessità di ridurre le spese con una rendita Inps che, mediamente, fa calare di oltre un quarto le entrate mensili rispetto allo stipendio.
Ma il problema in futuro sarà ancora più forte. Dopo il 2015 chi andrà in pensione subirà infatti un doppio effetto negativo.
Continua

La prossima bolla finanziaria? Occhio al mercato obbligazionario. I maggiori pericoli, secondo molti esperti, si corrono con le obbligazioni societarie (corporate bond). Ma anche i titoli di stato non sono immuni da rischi. Perché? Con i tassi ai minimi storici, i prezzi di quelli già emessi sono saliti alle stelle: per esempio i Btp con cedola al 9 per cento e scadenza 2023 quotano circa 140 punti, mentre saranno rimborsati a 100. Questi titoli, in caso di rialzo atteso dell’1 per cento dei rendimenti, perderebbero oltre 10 punti di valore.
Al di là dei rischi che si corrono con i titoli a lungo termine, c’è un’incognita più in generale investendo sul debito pubblico? In Italia non emergono, per adesso, particolari problemi. Il ministero del Tesoro è da sempre un grosso emittente, dato che il debito pubblico italiano è molto alto e rinnovato a getto continuo, con in media oltre 12 nuove aste ogni mese. Finora la domanda è sempre stata superiore all’offerta, tanto che i titoli più redditizi, i Btp, danno poco più del 4 per cento lordo sulla durata decennale e circa il 5 per cento lordo sulla scadenza di 30 anni.
A inizio anno in Germania c’è stata qualche difficoltà di assorbimento per un’emissione con tassi troppo bassi, ora i titoli tedeschi a breve offrono meno dell’1 per cento lordo mentre i Bund a 10 anni danno intorno al 3,5 per cento lordo. Qualche preoccupazione sul mercato c’è per l’imponente debito pubblico del Regno Unito, che però mantiene per ora la tripla A: il voto dato ai debitori più affidabili dalle agenzie di rating. Mentre l’Irlanda ha avuto due tagli di rating nell’ultimo mese ed è stata più colpita di Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno perso un solo gradino di affidabilità.
In fin dei conti, dal punto di vista dei risparmiatori, aumenta il rischio perché i governi sono sempre più indebitati, dato che per uscire dalla recessione devono sostenere i salvataggi delle aziende con soldi pubblici. Tanto è vero che nei prossimi mesi ci saranno emissioni a valanga di titoli di stato. Per gli esperti il problema si potrà presentare soprattutto negli Usa per le difficoltà che sta incontrando Barack Obama a uscire dalla crisi. “Oggi chi compra i bond governativi cerca sicurezza e si ritrova a guadagnare meno dell’inflazione” osserva Raimondo Marcialis, direttore generale della Mc gestioni. “Se la crisi dovesse essere scaricata sui titoli di stato, sarebbe un dramma, anche se i rischi sono soprattutto sui corporate bond”.
Dunque cosa conviene fare? “Se il petrolio continuasse ad apprezzarsi, nei prossimi mesi l’inflazione potrebbe tornare a crescere e i tassi dovrebbero aumentare di conseguenza” avverte Angelo Drusiani, esperto obbligazionario della Banca Albertini Syz. “Quindi in questo momento meglio evitare i titoli a lungo termine, conviene aspettare l’autunno per comprarli”.

Gli avvocati genovesi Eugenio Picedi Benettini, Emanuela Faedi e Federica Marchese di Assorisp
Sono il terrore delle banche. Un manipolo di otto studi legali specializzati ha recuperato nell’ultimo decennio 637,5 milioni di euro: una bella somma, che le banche italiane sono state costrette a restituire ai risparmiatori. Questi avvocati, che hanno raccontato a Panorama le loro storie di giustizia resa ai clienti tosati, sono riusciti a ottenere quasi 800 sentenze favorevoli: 794, per l’esattezza. E in altri 20.462 casi si è arrivati a una transazione con la banca che ha preferito accordarsi con l’investitore.
A conti fatti, la cifra recuperata mediamente sfiora i 30 mila euro a testa (29.991 euro). E ce n’è per tutti: con le transazioni sugli investimenti finanziari, ha incassato in media 13.582 euro a testa chi è stato indotto a comprare strumenti finanziari rischiosi, magari spacciati per piani previdenziali. «Per quanto mi riguarda, circa metà delle transazioni sono relative ai prodotti For You e My Way del gruppo Montepaschi» racconta l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef (difesa dei consumatori).
Ci sono anche imprenditori che hanno incassato mediamente 495 mila euro ciascuno con le transazioni sui derivati, i complicati prodotti finanziari che secondo le norme dovevano essere proposti solo a «operatori qualificati» e che invece le banche, in testa l’Unicredit, hanno offerto ad altre categorie.
Le ragioni per ottenere un rimborso da parte della banca sono svariate, come si vede nello schema in basso, che suddivide i rimborsi ottenuti tra investimenti finanziari (in particolare bond dell’Argentina, Cirio, Parmalat e così via), interessi eccessivi applicati dalle banche e, appunto, i derivati: il fenomeno più recente e dove si giocano cifre più alte.
Ma per promuovere una causa il gioco, appunto, deve valere la candela. Ovviamente, più la somma da recuperare è ingente, più conviene rivolgersi a un legale. «Certo, è rarissimo che la banca si accolli spontaneamente la perdita» constata il legale mantovano Roberto Vassalle, il primo a ottenere negli anni 90 sentenze favorevoli in Cassazione sull’anatocismo (ovvero il calcolo, da parte della banca, di interessi sugli interessi) e sull’uso di piazza (altro sistema con cui le banche applicavano tassi più alti alla clientela). Da allora la giurisprudenza è costante: sugli interessi eccessivi applicati dalle banche ci sono 409 sentenze favorevoli ai clienti censite dall’inchiesta di Panorama, con un risarcimento medio di 292.327 euro.
Sul fronte degli investimenti lo stesso Vassalle ha ottenuto la prima condanna di una banca, nel 2004, a rimborsare i tango bond argentini. E ora si occupa anche di truffe finanziarie: «Dopo l’iniziativa di un avvocato, secondo la mia esperienza, capita che si chiuda con una transazione. Però se si arriva a sentenza, ed è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre» sostiene Vassalle.
Quanto costa mediamente un avvocato antibanca? Invocando ragioni di deontologia professionale gli studi legali non forniscono questi dati, né quelli delle somme recuperate. Lo schema sotto è infatti la somma di quanto ottenuto cumulativamente dagli otto avvocati. Per quanto riguarda le parcelle, Panorama stima un costo medio tra 6 mila e 20 mila euro se la causa arriva a sentenza, circa la metà se viene chiusa con una transazione. «La parcella però la paga la banca, perché perde. Io mi faccio versare solo un piccolo anticipo dal cliente» dice Tanza. Il quale mette anche in guardia dai consulenti che a volte chiedono cifre spropositate per le perizie: «Ho visto un conto di 111 mila euro su una causa che ne valeva 126 mila».
Sulla convenienza di andare fino in fondo o tentare un accordo la valutazione è del singolo risparmiatore. Le banche, dovendo affrontare tanti contenziosi, si rivolgono sovente a studi legali esterni, i quali in genere hanno tutto l’interesse a fare la causa fino in fondo, perché in questo modo l’avvocato guadagna di più. Spesso sono invece i legali dei risparmiatori che propongono le transazioni: «Dove avevamo maggiore sicurezza di vincere siamo arrivati alla sentenza, in molti altri casi abbiamo preferito accordarci» sintetizza l’avvocato Federica Marchese di Genova, uno dei legali dell’associazione Assorisp Protection. «In gran parte i nostri clienti sono risparmiatori che avevano investito tra 20 e 100 mila euro: in tutto, a fronte di 15 sentenze, sono state raggiunte circa 120 transazioni».
Per valutare se andare avanti con la causa o chiudere un accordo, bisogna anche tenere conto di come si evolvono gli orientamenti dei magistrati. Per esempio, è interessante la recente sentenza di Cassazione ottenuta dagli avvocati torinesi Michele Curatella e Gino Cavalli (riquadro sotto) che fa seguito a un’altra del 2007, sempre vinta in Cassazione da Cavalli, in cui si ribadisce il principio della responsabilità contrattuale dell’intermediario. In sostanza, secondo i giudici, la banca deve fare di tutto per garantire il cliente; se non lo fa, commette quantomeno un errore, quindi paga.
Perlopiù le cause sono state impostate contro le banche per avere violato le norme del Testo unico finanziario (Tuf, ovvero la legge 58 del 24 febbraio 1998) e dei regolamenti Consob. «In primo luogo la banca deve informarsi su quali sono le caratteristiche e le intenzioni del cliente» spiega l’avvocato Eugenio Picedi Benettini di Genova «e lo stesso cliente va sempre correttamente informato sulla tipologia degli investimenti».
Se il risparmiatore è in grado di dimostrare che la banca non ha fatto correttamente il suo dovere, la causa è quasi sempre vinta. «Le transazioni nei casi sicuri non convengono» precisa l’avvocato Stefano Zacchetti, collega nello studio di Picedi Benettini.
«In alcuni casi i risparmiatori riescono persino a guadagnare su investimenti come i tango bond» aggiunge l’avvocato, che racconta il caso di un suo cliente, ex dipendente della Banca agricola mantovana. Una storia emblematica: il bancario, dopo essere andato in pensione, ha fatto causa alla banca di cui era dipendente per averlo indotto nel 1998 a comprare 26 mila euro di titoli argentini. Risultato? La sentenza gli ha dato ragione, l’ex bancario ha ottenuto la restituzione del capitale più gli interessi che avrebbe ottenuto investendo in Bot in tutto il periodo.
«Alla fine ha preso 50 mila euro comprese le spese legali, e gli sono rimaste comunque le cedole incassate all’epoca perché gli interessi, quando il risparmiatore è in buona fede, vengono mantenuti» spiega l’avvocato Zacchetti. A conti fatti, su un investimento di 26 mila euro, aveva già incassato 7.500 euro di cedole e oggi ha ancora in mano i titoli che valgono il 15 per cento del capitale, circa 4 mila euro. E così, con il rimborso deciso dal giudice, ha più che raddoppiato l’investimento iniziale in dieci anni, al netto delle spese legali. Non male come interesse su titoli che parevano «da buttare» quali i tango bond.

Un crollo degli iscritti negli ultimi 10 anni. Una rappresentanza scarsissima fra i precari e i contrattisti a termine. Ma anche una considerazione positiva da parte della maggioranza degli occupati, visto che il sindacato svolge un ruolo utile per lo sviluppo dell’Italia secondo il 51,7 per cento degli intervistati.
È questa la fotografia dell’orientamento dei lavoratori verso le organizzazioni sindacali che emerge dalla ricerca condotta a dicembre dalla Fondazione Nord Est su un campione di 1.009 intervistati su scala nazionale. Il risultato più significativo?
Complessivamente gli iscritti al sindacato nel 2008 sono il 26,2 per cento del totale dei lavoratori, contro il 41,9 per cento registrato in un’analoga ricerca svolta dalla Fondazione Corazzin nel 1998 su un campione di 1.200 lavoratori. Di più: rispetto a 10 anni fa c’è un 11,6 per cento di persone che ora non è più iscritto, ma in passato lo era.
Sintetizza Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est e docente all’Università di Padova: “Per la prima volta abbiamo dei dati che fotografano i cambiamenti avvenuti sul mercato del lavoro, visto che nel campione sono compresi gli atipici, gli irregolari, i senza contratto”. Proprio tra i meno garantiti gli iscritti al sindacato sono pochissimi: il 6,7 per cento del totale nel precariato globalmente inteso (compresi i cosiddetti collaboratori e i lavoratori in nero), poco di più tra quanti hanno un contratto a termine, dove la sindacalizzazione arriva al 13,8 per cento.
Decisamente più alti i livelli di adesione considerando i lavoratori stabili: fra quanti hanno un contratto a tempo indeterminato gli iscritti al sindacato sono il 32,1 per cento e nel settore pubblico arrivano al 43. E per quanto riguarda le fasce d’età? Largo agli anziani: oltre i 55 anni è iscritto il 51 per cento dei lavoratori, mentre tra i 25 e i 34 anni si scende al 13,9 per cento e sotto i 25 anni si crolla al 5,9 per cento d’iscrizioni.
“I sindacalizzati sono per lo più maschi, sopra i 50 anni e impiegati nella pubblica amministrazione” fa notare Marini. Nonostante la crisi di adesione, la maggioranza assoluta del campione (51,7 per cento) pensa che “se i sindacati non ci fossero, le cose in questo Paese andrebbero peggio”.
E il 57,5 per cento ritiene che il governo debba trovare l’accordo con imprenditori e sindacati per le riforme in tema di lavoro, previdenza e stato sociale. Come si spiegano questi risultati, apparentemente contraddittori? Spiega Marini: “Il sindacato non riesce a intercettare le nuove figure del mercato del lavoro, ma nell’immaginario collettivo degli occupati resta sostanzialmente inalterato il ruolo delle confederazioni nel nostro Paese”. Una contraddizione che fa il paio con il giudizio sull’azione del governo sui temi del lavoro: è ritenuta poco adeguata dal 51,4 per cento degli intervistati, per nulla adeguata dal 22,2 per cento.
I NUMERI
Alcuni risultati della ricerca condotta dalla Fondazione Nord Est: 26,2% gli iscritti al sindacato sui 1.009 intervistati. Dieci anni fa in un’analoga indagine gli iscritti erano risultati il 41,9%.
51,7% la quota di lavoratori secondo i quali i sindacati svolgono un ruolo positivo. 43,7% i lavoratori che valutano inutile l’azione di tutela del sindacato; erano al 26,3% nel 1998.
Primo consiglio per evitare le truffe finanziarie: essere sempre guardinghi. “In molti casi alla base del raggiro c’è l’amicizia. E, sempre, c’è un rapporto di fiducia tra la vittima e il truffatore” racconta l’avvocato Roberto Vassalle di Mantova, uno dei legali più noti in Italia nel campo della difesa del risparmio. “A volte i promotori e i funzionari di banca infedeli sono addirittura parenti dei truffati. A Reggio Emilia mi sto occupando di tre clienti che hanno perso un totale di 1,5 milioni di euro fidandosi di un funzionario di banca che era un loro vicino di casa. Alla base della truffa c’era un rapporto di fiducia andato avanti per anni”. Proprio come nel caso Madoff? “Sì. Spesso vengono prodotti estratti conto falsi, mentre quelli veri sono domiciliati presso la banca e occultati al cliente” avverte Vassalle.
Seconda avvertenza: non prendere per garantiti nemmeno i consigli, mai disinteressati, delle banche. Agli sportelli in molti casi vengono proposte forme di investimento complicate e rischiose, prodotti finanziari che di sua iniziativa il cliente non comprerebbe mai. Per esempio le obbligazioni strutturate, le polizze unit e index linked o i derivati per le imprese. Tutti strumenti che servono anzitutto a far guadagnare chi li vende.
Terzo punto: occorre avere un’idea chiara di quello che si compra. “Attenzione agli ingredienti, bisogna sempre sapere quali titoli contiene il fondo o la polizza in cui s’investe” interviene l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef, associazione di difesa degli utenti bancari. “Altrimenti si scopre magari che i prodotti sono titoli di stato travestiti. Per esempio, è composta per l’84 per cento da titoli di stato la polizza Scudo 42, offerta per risarcire i clienti che avevano titoli Lehman Brothers da parte dell’Unicredit Banca di Roma”.
E quali sono le dimensioni delle truffe vere e proprie? Gli importi sono molto variabili, da 100 mila euro fino a 5 milioni. In molti casi si tratta di ammanchi provocati da promotori finanziari. Nel 2008 la Consob, la commissione che controlla le società e la borsa, ha radiato 45 promotori dall’albo, mentre per altri 43 ha adottato una sospensione sanzionatoria (da un minimo di un mese a un massimo di quattro). Inoltre in 31 casi la Consob ha segnalato all’autorità giudiziaria un’attività illecita da parte dei promotori.
Comunque nel 2008 le truffe finanziarie sembrano leggermente diminuite dato che nel 2007 le radiazioni di promotori decise dalla Consob erano state 64, le sospensioni cautelari 25 e le sospensioni sanzionatorie 44. Tanza in questo senso consiglia di “accertarsi che si abbia a che fare effettivamente con un promotore, facendogli esibire il tesserino, e poi controllare sui siti della Banca d’Italia e della Consob che non sia stato sospeso o radiato”.
Va aggiunto che, per fortuna, la legge italiana tutela i risparmiatori truffati: la banca risponde in solido del comportamento fraudolento di promotori finanziari e funzionari infedeli.
“Certo, è rarissimo che la banca si faccia carico spontaneamente della perdita. In genere paga dopo l’iniziativa di un legale” avverte Vassalle, che ha ottenuto centinaia di sentenze favorevoli in cause per investimenti finanziari: è stato il primo avvocato in Italia a vincere in Cassazione sul caso dell’anatocismo (cioè gli interessi sugli interessi, giudicati illegittimi) e sull’uso di piazza (un altro sistema con cui le banche tosavano i clienti applicando tassi più alti). Ha pure ottenuto, nel 2004, la prima condanna di un istituto di credito costretto a rimborsare i tango bond argentini.
Per quanto riguarda le truffe orchestrate da promotori e funzionari, secondo Vassalle “metà delle cause si risolve con transazioni, mentre nel 50 per cento dei casi si deve arrivare a sentenza. E se è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre”.
Attenzione, però, a quelle che Tanza definisce “le truffe più pericolose, perché organizzate con la complicità dei direttori delle filiali bancarie che presentano promotori esterni, spesso proponendo prodotti completamente inadeguati”.
Ma quali sono i tipi di truffa orchestrati dai piccoli Madoff all’italiana? I metodi sono due: il primo è il più semplice, con il promotore che si appropria il denaro versato dal risparmiatore facendosi dare contanti o assegni intestati a lui anziché alla banca. Il secondo sistema, ed è il più ricorrente, è quello in cui il promotore per occultare le perdite architetta nuove operazioni sempre più a rischio, in genere dando ai clienti estratti conto falsi.
Non sono solo i promotori a truffare gli investitori. Racconta Vassalle: “Ho avuto un caso a Firenze in cui l’infedeltà era da parte dei funzionari della banca e ho già ottenuto tre sentenze favorevoli, per diversi clienti, con obbligo della banca a restituire complessivamente oltre 1 milione di euro. Per la stessa vicenda ci sono ulteriori cause in corso”.
In definitiva, quali sono i consigli per evitare brutte sorprese? Tanza raccomanda: “Non bisogna mai firmare subito il contratto, ma farsi consegnare il prospetto e studiarselo con calma a casa. E poi, nel modulo che si compila per verificare che il rischio sia adeguato, un trucco per evitare fregature è indicare sempre un profilo molto cautelativo. In questo modo sarà lo stesso computer della banca a evitare i prodotti più rischiosi”.
Vassalle consiglia di “rivolgersi a consulenti indipendenti che non eseguono direttamente gli investimenti”. Insomma, per non cadere in trappola meglio distinguere i ruoli di chi consiglia e di chi opera sul mercato.
- Tags: Bank-Medici, Borsa, catena, Consob, custodian, euro, fondi-tossici, hedge-funds, investimenti, Madoff, sicav, Thema, truffa, Unicredit
-

Nella truffa Madoff (nella quale dovrebbero essere rimaste coinvolte - secondo la stampa americana - circa 4.000 famiglie che, direttamente o indirettamente, avrebbero investito nelle società del finanziere) non sono stati utilizzati solo hedge fund. Spuntano, un po’ a sorpresa, anche alcuni fondi armonizzati alle norme europee e autorizzati al collocamento in Italia.
In particolare due di questi prodotti, la sicav (società d’investimento a capitale variabile) lussemburghese Herald e la sicav irlandese Thema, sono stati entrambi promossi dall’austriaca Bank Medici, di cui è azionista con il 25% l’Unicredit (l’istituto è stato recentemente salvato dal governo di Vienna). Le due sicav hanno sospeso nel dicembre scorso le loro quotazioni ammettendo “che la sospensione ha origine dal subcostudian del fondo a New York, la Madoff securities”, spiegano fonti della Consob a Panorama.it.
E forse non è finita qui: “Stiamo facendo ulteriori verifiche a 360 gradi”, dicono alla Consob. Anche la Banca d’Italia sta effettuando controlli. Il problema è capire quanta parte di risparmio delle società di gestione e delle banche italiane è stato investito in questi “fondi tossici”: in particolare, per quanto riguarda le gestioni patrimoniali. Comunque, non è compito delle autorità italiane l’intervento nei confronti di soggetti esteri. Anche se la normativa comunitaria dovrebbe favorire il recupero dei soldi affidati a fondi regolamentati. Infatti, le sicav sottoposte alla disciplina europea, in quanto tali, dovrebbero essere più “sicure” rispetto agli hedge funds.
Quindi saranno le autorità di controllo irlandesi e lussemburghesi a doversi muovere nei confronti, in particolare, della banca depositaria di Herald e Thema. In entrambi casi, si tratta di una delle principali banche del mondo: la Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation) le cui filiali di Lussemburgo e di Dublino hanno rispettivamente la responsabilità di “custodian” delle due sicav. E secondo il prospetto informativo di Herald e Thema (qui e qui i prospetti informativi delle due sicietà) il “custodian” è responsabile delle somme che gli vengono affidate, anche se poi vengono girate a un “subcustodian” di nome Madoff. Che le fa sparire.
Quali sono le cifre in ballo in questa truffa, per quanto riguarda i fondi armonizzati europei che lambiscono l’Italia? Secondo operatori interpellati da Panorama.it, la sicav irlandese Thema aveva in gestione complessivamente 1,2 miliardi di dollari. Invece l’Herald lussemburghese, partito solo all’inizio del 2008, aveva circa 200 milioni di euro. Le masse più importanti della Bank Medici erano invece nel fondo hedge Herald basato alla Isole Cayman, con patrimonio di 1,5 miliardi di euro. E sempre con la Hsbc custode.
Le fonti Consob precisano che “la sicav Herald lussemburghese è autorizzata dal giugno 2008 a commercializzare in Italia un solo comparto, chiamato US absolute return, che non è destinato al pubblico retail ma solo agli operatori qualificati”. Quindi, di fatto, solo gli intermediari e gli operatori: ma quante banche e società di gestione del risparmio hanno inserito nei loro portafogli questi fondi? A questa domanda non c’è ancora una risposta precisa: le autorità italiane stanno indagando.
La Consob afferma che “il 15 dicembre scorso la sicav Herald ha comunicato la sospensione del calcolo del nav” (il net asset value, cioè il valore del fondo che è indicato dalla quotazione, ndr). Secondo quanto risulta a Panorama.it, anche la sicav irlandese Thema (a sua volta autorizzata in Italia solo agli operatori qualificati) ha scritto il 15 dicembre 2008 agli investitori istituzionali italiani che avevano comprato il prodotto: anche in questo caso la quotazione è sospesa. In pratica i soldi investiti sono bloccati e il problema è ancora una volta il subcostudian a New York, la Madoff securities.
In pratica cosa è successo? Alcuni fondi armonizzati europei, venduti con l’ok delle autorità di controllo italiane, erano in realtà “fondi tossici” di Madoff. E ora si stanno facendo ulteriori verifiche in particolare sulle gestioni patrimoniali. Bisogna distinguere tra hedge funds e prodotti autorizzati al collocamento in Italia. Per esempio la sicav Luxalpha, gestita dall’Ubs e coinvolta nella truffa Madoff, non sarebbe armonizzata alle normative europee.
Ma in definitiva, secondo quanto risulta a Panorama.it, i segreti della truffa Madoff ancora non emersi sono custoditi proprio nelle banche depositarie. La Hsbc sicuramente. Ma anche altre grandi banche. E sopratutto, negli Stati Uniti, la JP Morgan.

Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.
Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.
Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.
Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.
Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.
Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.
Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.
La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.
Non c’è in Europa continentale un “rischio bolla” per le carte di credito. E il contagio, in questo caso, non dovrebbe estendersi dall’America al resto del mondo: ne è convinto Massimo Quarra, 53 anni, amministratore delegato di American Express services Europe. Anzi, l’uso della moneta di plastica può favorire l’economia, specie in Italia dove solo il 3 per cento dei consumi delle famiglie è pagato con le carte di credito. Spiega Quarra: “Negli Stati Uniti è vero che le insolvenze dei clienti delle carte di credito sono passate nell’ultimo anno dal 2,5 per cento al 5 per cento in media. Una tendenza che probabilmente continuerà durante tutta la recessione, che secondo la maggior parte degli economisti durerà per tutto il 2009 e forse anche oltre, e inciderà anche sugli utili delle aziende del settore della moneta di plastica. Ma è un problema che, per quanto riguarda le carte di credito, non si estende al resto del mondo”.
Il fatto è che in Italia il 90 per cento dei consumi avviene tramite i contanti, il 7 per cento con bonifici e assegni e, appunto, solo il 3 per cento con le carte di credito. “Per gli inglesi invece l’uso della moneta di plastica rappresenta il 17 per cento dei consumi”, nota Quarra. “E in generale l’utilizzo della carta di credito è molto più vasto nei paesi anglosassoni: si va dal 16 al 18 per cento anche negli Stati Uniti, in Canada e Australia mentre la media dell’Europa occidentale è il 10 per cento. Anche Francia e Spagna sono tra i paesi più avanzati, oltre il 16 per cento, mentre la Germania è sotto il 5 per cento e l’Italia è il fanalino di coda”.
Il rischio bolla per le carte di credito, insomma, sembra lontano dall’Italia e limitato alle insolvenze delle famiglie che si sono indebitate troppo. “Nei paesi anglosassoni forse hanno un po’ esagerato”, ammette Quarra. Che aggiunge: in Italia solo il 20 per cento di queste tesserine di plastica hanno la formula ‘revolving’, cioè la dilazione del pagamento. La maggioranza obbliga invece la restituzione del credito entro un mese. “In America invece le carte sono quasi tutte revolving: quindi sono simili al credito al consumo”, argomenta Quarra. Queste carte spingono ad indebitarsi perché consentono di dilazionare i pagamenti in più rate. Per capire meglio il fenomeno, va aggiunto che su 47 miliardi spesi in Italia con le carte di credito l’anno scorso, solo 12,6 miliardi erano revolving, ovvero credito al consumo erogato tramite le carte: “In Inghilterra sono stati circa 87 miliardi, sette volte tanto”, nota Quarra.
Gli italiani sono i meno indebitati d’Europa. “Il punto cruciale è che in Italia la maggior parte delle persone adopera la carta di credito in maniera estremamente responsabile: la maggior parte infatti salda il conto il mese dopo”, afferma Quarra. E comunque, l’uso della moneta di plastica non è molto elevato: la media di utilizzo, per le 17 milioni di carte di credito circolanti in Italia, è intorno ai 2.800 euro l’anno con sole 23 transazioni, meno di 2 al mese, contro una media europea di 50 e l’Inghilterra che arriva a 112 transazioni all’anno. Sta di fatto che “l’indebitamento delle famiglie italiane è il più basso di tutto il mondo occidentale, siamo al 47 per cento del reddito disponibile. In Inghilterra siamo invece al 140 per cento, al 135 per cento negli Usa, e in Germania al 95 per cento”, aggiunge Quarra.
E se in Italia il rischio della “bolla” non c’è, in che modo l’utilizzo delle carte di credito può diventare un’opportunità? “L’uso della moneta di plastica stimola l’economia e risolve il nostro problema principale, che è il sommerso” sostiene il manager dell’American Express. Che aggiunge: “In Italia l’uso della carta di credito è basso anche perché non si può utilizzare nell’economia sommersa, e si stima che il nero sia tra il 15 e il 20 per cento del pil”.
Bancomat e carta di credito. Ma c’è anche un altro punto. Secondo Quarra, “il basso indebitamento degli italiani è un dato positivo ma anche negativo al tempo stesso: in questo modo il pil da cinque anni non aumenta. Mentre il governo s’indebita, le famiglie non hanno accesso al credito: così non c’è la speranza per il futuro, in Italia non viene erogato il credito ai giovani che ne avrebbero più bisogno”. Un’altra particolarità dell’Italia è la forte presenza del bancomat, che svolge un ruolo “antagonista” rispetto alle carte di credito (fenomeno che non avviene negli altri paesi, almeno in queste dimensioni): “In Italia ci sono 53 milioni di carte in circolazione, quasi una ogni abitante. Di queste, 36 milioni sono carte bancomat e 17 milioni carte di credito”, spiega Quarra. E nel 2007, “su 95 miliardi di euro di pagamenti attraverso la plastica, ben 48 miliardi hanno utilizzato il bancomat contro 47 miliardi nella carte di credito e di pagamento”.
Su questo punto, occorre chiarire che la carta di pagamento non ha un limite prefissato: è un settore in cui di fatto operano solo l’American Express e la Diners, ed è un prodotto utilizzato dai clienti della fascia più alta del mercato. Mentre le carte di credito vere e proprie hanno un limite di spesa massimo. Ma in che modo, concretamente, le carte di credito possono contribuire al rilancio dei consumi? “Per esempio, grazie a una nostra recente convenzione, La Rinascente di Milano fa uno sconto del 20 per cento su tutti gli acquisti, fino al 25 dicembre, ai titolari American Express”, dice Quarra. Che ha appena lanciato anche altre iniziative per stimolare i consumi in tempo di recessione. Come quella di far realizzare a tre chef internazionali, alla vigilia di Natale, nuove ricette economiche, soprattutto come risparmio di tempo: e ora i grandi cuochi sono disponibili con i loro consigli su un sito dedicato dell’Amex.
Gli ultimi commenti