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Oggi Silvio Berlusconi va a Sochi per incontrare il premier russo Vladimir Putin e discutere con lui di diversi temi, ma soprattutto di energia. Alla presenza dei due premier Paolo Scaroni, Ad di Eni e Alexej Miller, alla guida di Gazprom, dovrebbero firmare l’accordo finale su South Stream.
In realtà l’accordo avrebbe dovuto essere già firmato il 7 aprile, al Forum economico italo-russo a Mosca, ma è slittato per l’assenza di Berlusconi che era in Abruzzo sui luoghi del terremoto. Nonostante sia passato del tempo, ci sono ancora divergenze tra due partner del progetto. Eni vorrebbe avere più poteri sul territorio di passaggio, sul marketing e la distribuzione, e vorrebbe dividere i profitti di 10 miliardi di metri cubi di gas al anno. Gazprom ha disposto condividere una fetta di soli 6 miliardi e di limitare la comune distribuzione solo all’Italia.
Le trattative andranno avanti fino all’ultim’ora, le parti vogliano arrivare ad un accordo non facile. Che, in ogni caso, ci sarà, e si potrebbe iniziare subito la realizzazione del progetto, faccendo un passo avanti rispetto ad un altro gasdotto, Nabucco, che evita il territorio della Russia.
Il Summit energetico “South corridor - new silk way” tenutosi a Praga il 8 maggio ha rianimato il progetto Nabucco. L’accordo è stato firmato da Egitto, Azerbaijan e Georgia, con si formale della Turchia e la firma probabilmente il 25 giugno da Ankara. Ma non hanno siglato l’accordo i principali produttori di gas, Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, ha minimizzato, spiegando che - pur senza firma - l’interesse a negoziare da parte dei paesi in questione esiste. Ma dietro le parole c’é la preoccupazione, visto che Turkmenistan e Kazakistan da tempo stanno negoziando con la Russia, che mira ad acquisire tutto il gas della regione del Caspio per poi esportarlo a sua volta in Europa. Infatti per gli osservatori e la stampa russa, i risultati di questo summit mostrano che “Nabucco è ancora sensa gas, con i tubi vuoti”.
Come scrive il quotidiano economico russo Kommersant, una fonte di Gazprom sottolinea che l’Eni “non ha apprezzato”come doveva che Gazprom senza grandi discussioni ha comprato il 20 per cento di GazpromNeft per 4,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del prezzo di mercato) e “chiede ancora di più”. Infatti, come cita Kommersant, in Gazprom stanno “seriamente pensando, se comprare la quota di maggioranza in Severenergia da Enel pel 1,2 miliardi di dollari o lasciare questo business agli italiani e vedere come loro riusciranno farele estrazioni in Siberia” (con meno 60 gradi sotto zero). Anche questo accordo doveva essere firmato il 7 aprile scorso ma è slittato in data da definirsi.
Eni e Gazprom hanno firmato l’accordo per la realizzazione del South Stream, un sistema di gasdotti che collegheranno Russia ed Europa attraverso il Mar Nero il 23 giugno del 2007. Il 18 gennaio 2008 hanno costituito la società South Stream AG (50% Eni, 50% Gazprom), operatore del progetto. Adesso Gazprom ha firmato accordi con Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia per la realizzazione sul loro territori i gasdotti, per partire da 2015 con capacità 30 miliardi di metri cubi di gas al anno. Ma per Mikhail Korchemkin, presidente di East European Gas Analysis, “adesso il progetto South Stream economicamente non conviene a Gazprom”.

Ad aprile sulla stampa tedesca è apparsa la notizia che insieme con l’azienda austro canadese Magna, la russa Gaz fosse interessata all’acquisto di Opel . Il gruppo automobistico russo (concorrente di Autovaz) ha smentito seccamente il suo convolgimento. Ma lunedì il ministro dell’economia dellaTuringia, Jürgen Reinholz, ha dichiarato che la banca russa Sberbank, Gaz e Magna stanno preparando l’offerta per Opel.
Da indiscrezioni della stampa, questo consorzio prevederebbe il 31 per cento ai russi e il 19,1 ai canadesi.
Il produttore di componenti d’auto Magna ha confermato i colloqui per un eventuale ingresso nel capitale della Opel. Sono in corso colloqui con “la Opel, la General Motors e le autorità in Germania”, ha reso noto il gruppo in un comunicato. L’obiettivo è di trovare “potenziali alternative per il futuro della Opel, inclusa una possibile acquisizione di una quota di minoranza da parte della Magna”, spiega la nota, sensa alcun riferimento ai russi.
Il colosso di credito russo, il primo in assoluto in Russia e in tutta la zona Csi, non commenta i rumors.
Non commenta ufficialmente (ma non smentisce questa volta) neanche Gaz. Ma sul sito del settimanale russo Expert si parla della possibile fonte nella società automobilistica russa: “Probabilmente si tratta del nostro azionista di maggioranza, il miliardario Oleg Deripaska”. La “fonte” invece è scettica sul coinvolgimento della banca russa. “Noi abbiamo appena concluso accordi con Sberbank per il finanziamento del nostro debito. Abbiamo tante altre cose alle quali pensare.”
Il gruppo Gaz ha un grosso debito, quasi 45 miliardi di rubli (circa 1 miliardo di euro), e non ha liquidi. Le vendite nel primo trimestre sono scese del 60 per cento a 12.870 auto (Opel ha segnato un meno 49 per cento, con 11.945 auto). Al momento il governo ha deciso solo aiutare Autovaz, e sta negoziando ancora con Gaz. Quindi se Gaz parteciperà con la sua offerta, sarà senza dubbio con la benedizione del governo russo, e di Vladimir Putin.
Armin Schild, membro del board del Opel, ha detto “per opinione dei sindacati della compagnia la proposta dei russi è più convincente”. Ma per gli analisti russi, un’operazione del genere sarebbe “una pazzia” per Gaz. Per Elena Sakhnova del VTB Capital, “Gaz ha già fallito in due progetti internazionali, con i modelli Volga Siber e Maxus. Quindi dovrebbe scordare la sua ambizione per le auto, e concentrarsi sul suo business principale, i furgoni”.
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Il VIDEO servizio:

“Sì, sempre”: ha risposto la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a chi le chiedeva se il governo potesse fare di più per contrastare gli effetti della crisi. “Noi” ha detto la Marcegaglia a margine dell’inaugurazione della Bit a Fiera Milano “abbiamo fatto alcune proposte specifiche sulle infrastrutture, sul tfr, sul credito. Sugli ammortizzatori sociali abbiamo riconosciuto che un risultato positivo è stato fatto”. “Pensiamo quindi” ha concluso “che in un momento come questo in cui il tema del debito è essenziale serva su alcuni temi specifici fare di più, come stanno facendo gli altri paesi europei”. Insomma, risponde la numero uno di viale dell’Astronomia: “Non penso di essere un corvo ma anzi una delle poche che ancora crede che a fine 2009 si possa vedere un po’ di miglioramento in questo Paese”: dice infine la presidente di Confindustria, riferendosi al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che aveva accusato il Centro studi di Confindustria di previsioni troppo pessimistiche sull’andamento dell’economia.
Fare di più. Ma cosa? Un’idea viene proprio dall’azienda di famiglia. Visto che, nonostante la crisi che ha colpito tutta l’industria, papà Steno Marcegaglia non ha licenziato nessuno e non ha messo in cassa integrazione neanche un dipendente. E pare aver messo a punto una ricetta: ha deciso di ridurre l’orario di lavoro fino a 30 ore, in alcuni casi scendendo fino a 28, pagando il 100 per cento dello stipendio, ma chiedendo ai dipendenti un recupero delle ore stornate oggi nei prossimi tre anni.
Una decisione coraggiosa e ottimistica (il gruppo ha anche deciso di aprire un nuovo stabilimento in Russia, vicino a Vladimir), che dimostra come, al pari della figlia a capo degli industriali, lui creda fortemente che la crisi finirà presto e presto il Paese riuscirà a invertire la rotta.
Una soluzione, quella del colosso dell’acciaio italiano, diversa da quella messa in atto in Germania (e presto anche in Inghilterra) da alcune aziende che, a fronte di una riduzione dell’orario di lavoro, hanno corrispettivamente tagliato gli stipendi dei lavoratori (in media al 90 per cento), con la maggior parte rimborsato dallo stato.
Ora, il modello Steno se dovesse funzionare, potrebbe essere proposto anche per altre aziende dal presidente di Confindustria. Che proprio in queste ore ha buttato lì la sua opinione: “Il Tfr resti in azienda almeno per un anno, oppure serva a creare un fondo di garanzia per le imprese”. “Una volta, parlando di lei, dicevano, figlia di Steno Marcegaglia, adesso parlando di me, chiamandomi il padre di Emma”, scherza il fondatore della compagnia siderurgica.

Sembrava che, dopo la firma di un accordo sugli osservatori europei una parte della crisi sarebbe stata risolta. Rimaneva l’infinita disputa russo-ucraina sul prezzo di gas. Invece la crisi si sta allargando.
Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha alzato i toni e minacciato che, se l’accordo fra Russia e Ucraina non verrà messo in pratica “con urgenza”, la Commissione darà via libera per procedere per vie legali ad un’azione concertata. “È una questione incredibile e inaccettabile. Ci sono cittadini di alcuni Stati Ue che dopo una settimana sono ancora senza gas”, ha affermato Barroso. “Russia e Ucraina stanno mostrando di non essere in grado di fare fronte ai propri impegni e potrebbero non essere più considerate partner affidabili per la fornitura energetica”. E stanno partendo le prime querele. L’ente di Stato energetico serbo ha ricevuto dal governo via libera per un’azione legale contro l’Ucraina. Invece la Greek Public Gas Corporation (DEPA) annuncia azioni legali con richiesta di danni per un miliardo di euro contro Gazprom. “Gazprom ha perso 1,1 miliardi di dollari dall’inizio della crisi, non possiamo perdere di più”, ha detto ieri il presidente russo Dmitry Medvedev. I sostenitori dell’una o dell’altra parte stanno crescendo.
Yulia Timoshenko ha dichiarato ieri che le negoziazioni sono saltate per colpa di alcuni politici ucraini: “Le trattative procedevano con successo dal 2 ottobre, per il prezzo di gas a 235 dollari e di transito a 1,7-1,8, ma sono state bloccate da alcuni politici ucraini, che vorrebbero conservare ruolo della RosUcrEnergo“.
Su ruolo di questo misteriosio trader ha parlato fine settimana scorsa, al incontro con stampa estera, anche Vladimir Putin. ” Il 50 % di RosUcrEnergo è di Gazprom, l’ altro 50 %, è la parte ucraina, appartiene a un gruppo di persone fisiche, con signor Firtesh, che non ho mai incontrato e mai visto. Noi possiamo concludere il contratto direttamente con Naftogaz, ma non ce lo fanno fare”. Putin ha cercato di essere molto chiaro anche su prezzi di gas. “Non so se svelo un segreto, ma noi compriamo gas dal Asia Centrale a prezzo medio di 340 dollari per mille metri cubi. Se aggiungere il costo di trasporto, sulla frontiera russa-ucraina questo gas arriva ad un prezzo di 375 dollari. E malgrado di questo, Gazprom ha fatto un’ offerta da 250 dollari il 31 dicembre. Che non è stata accettato”. Poi ha parlato anche di un prezzo medio per l’ Europa, che sta adesso intorno a 418 dollari. Ma i paesi confinanti con l’Ucraina pagano un prezzo medio di 470 dollari (cifra a cui lo rivendeva l’ Ucraina, sfruttando il gas economico russo).
Putin ha cercato di sciogliere nodi anche sul contratto di transito. “Ho qui la copia di contratto, potete vedere tutti. Valido fino al 31 dicembre 2010…” E’ chiaro, dice, che il gas tecnologico (necessario per funzionamento del sistema gasdotti, circa 21 milione di metri cubi al giorno) “l’Ucraina deve prenderlo dalle sue risorse”. “Il prezzo di mercato di transito in Europa è di 3,4 dollari per 1000 metri cubi per 100 km. Noi siamo pronti a pagare il prezzo di mercato su transito, se i partner ucraini pagano il prezzo di mercato per il gas”.
Ma a parte la disputa economica, si scopre l’elemento politico. Alexander Medvedev, vice presidente di Gazprom (nessuna parentela con Dmitry Medvedev) azzarda: “sembra che questo Musical, che si sta svolgendo in Ucraina, sia stato diretto da un altro paese”. I danni d’ immagine per i due paesi sono infatti enormi. A chi conviene?
Il quartier generale di Gazprom a Mosca
Ci sarà un organismo internazionale come l’Opec del petrolio anche per il metano? Iran, Qatar e Russia (i principali Stati produttori di gas) hanno mosso i primi passi in questa direzione ieri in un summit a tre a Mosca. Alexei Miller, numero uno di Gazprom, ha dichiarato: “Abbiamo convenuto che la fluttuazione dei prezzi del petrolio non mette in discussione la tesi fondamentale: l’era degli idrocarburi a basso costo è finita. E le parti devono iniziare da questo per lavorare”. Dopo i colloqui con il ministro dell’Energia di Doha, Abdallah ben Hamad al-Attiyah, e con Alexei Miller, il ministro del Petrolio iraniano Gholam Hossein Nozari ha parlato di “un punto di svolta” nella loro cooperazione e ha annunciato: “Abbiamo preso decisioni importanti. C’è una richiesta di dare vita a questa Opec del gas e c’è il consenso per formarla”.
Invece la Russia cerca di non usare il termine “Opec”. Anche se Miller sottolinea “la necessità di una rapida trasformazione” del forum in un “organismo permanente che serva a garantire affidabili e stabili forniture energetiche in tutto il mondo”, non si parla di una struttura rigida come il cartello creato dai principali esportatori di greggio. Si parla di trasformazione di Gas Exporting Countries Forum (GECF), che comprende 14 principali paesi esportatori di gas, di fatto un circolo di discussioni senza decisioni in una piattaforma internazionale per definire le formule universali del prezzo del gas (adesso collegato al prezzo del greggio) e decisioni su futuri gasdotti.
Di una “Opec del gas” si parlava da anni. Ma proprio le visioni diverse dei due maggiori possessori di gas, Russia e Iran, non permettevano di arrivare a un accordo. Teheran voleva una struttura rigida, che dettasse le leggi (e prezzi) ai suoi membri. Mosca, che non è membro dell’ Opec, voleva più flessibilità. Inoltre tutti i paesi membri volevano vedere le loro capitali come la sede principale della nuova organizzazione. Anche adesso i tre paesi (che controllano insieme quasi due terzi delle riserve del gas mondiale) hanno proposto le loro città: Mosca, Doha e Teheran ( si dice che la Russia come compromesso, abbia proposto una sede in Svizzera).
La firma di un accordo comune (anche con altri paesi) probabilmente sarà a Mosca, il 18 novembre al prossimo incontro del GECF. Se si risolveranno tutte le contraddizioni, che sono poche di fronte alla paura di una rapida discesa del prezzi del gas.
Secondo quanto commenta Mikhail Korchemkin, capo del East European Gas Analysis, “La dichiarazione di creazione dell’ “Opec del gas” è un segno di reazione da panico di Gazprom sulla caduta di prezzi di greggio”.
Mosca è più cauta in termini e definizione della nuova organizzazione anche per altri motivi. Già ha irritato gli europei con il conflitto in Caucaso. Dopo lo scontro Russia-Georgia l’ Europa ha dato più priorità alle vie energetiche che non passano per la Russia, in particolare al progetto Nabucco.
Questo ha messo in difficoltà il progetto comune Eni-Gazprom South Stream, che potrebbe slittare dal 2012-2013 a oltre 2015. La Russia adesso sta cercando addirittura di cambiare la rotta sostituendo la Bulgaria con la Romania. Costa meno, ed evita discussioni calde con Sofia. Il termine “cartello” avrebbe innervosito e fatto preoccupare ancora di più i paesi importatori. E’ proprio questo che vuole evitare la Russia, che ha grossi interessi (e appoggi) in Europa.
Mentre Google sfida Wikipedia, ufficializzando Knol, la nuova enciclopedia che non permette l’anonimato ma offre ai collaboratori volontari la possibilità di realizzare entrate personali inserendo annunci pubblicitari, gli ex-dipendenti di Google hanno lanciato il nuovo motore di ricerca Cuil (http://www.cuil.com, si pronuncia come l’inglese “cool”).
Tra i fondatori, ci sono infatti Anna Patterson, una delle donne più note nell’ambiente delle ricerche online, e suo marito Tom Costello. Anna, dopo aver per anni collaborato con Google di Brin e Page, alcuni anni fa ha creato il più grande database mai realizzato per indicizzare la rete con oltre 12 miliardi di pagine. Nell’ultimo periodo di permanenza a Mountain View, l’esperta informatica si è occupata del progetto TeraGoogle e della progettazione di nuove architetture per gli algoritmi del motore di ricerca, implementando alcune nuove soluzioni per il famoso algoritmo PageRank utilizzato da Google.
Ora, chiamando intorno a sé altri esperti ex-Googliani, ha lanciato un search engine da 120 miliardi di pagine, il triplo rispetto al Re Google. Obbiettivo: superare il motore di ricerca di Mountain View per la qualità e la rilevanza dei risultati forniti agli utenti. Il nuovo motore di ricerca non assegna rilevanza in base al link (caratteristica cruciale di PageRank, l’algoritmo su cui si fonda Google), bensì in base al contenuto delle pagine rispetto alla richiesta lanciata dall’internauta. L’aspirante rivale del motore più famoso della rete tiene quindi in considerazione più i concetti alla base delle ricerche di ciascun utente.
Al di là della grafica più accattivante, è però tutta da dimostrare la supposta superiorità in termini di indicizzazione di Cuil rispetto a Google. Per farsene un’idea basta provare. Se, per esempio, si cerca “Panorama” su Cuil, si visualizzano 3.600.000 risultati mentre Google ne propone 101.000.000. La stessa cosa con termini molto popolari sul web, come “Harry Potter”: circa 113 milioni di risposte su Google, mentre il nuovo motore ne offre più o meno 30 milioni.
Ma la sfida del team che ha creato Cuil.com può dire di essere già a buon punto, avendo raccolto 33 milioni di dollari dalle venture capital. Certo, scacciare Google dal trono dei motori di ricerca non sarà un’impresa facile. Per la società comScore, Google controlla più del 60% del search engine negli Usa, Yahoo il 20,9%, Microsoft il 9,2 %. La prima ambizione di Cuil sarebbe quindi quella di salire almeno sul podio. Magari sfruttando la caratteristica che lo fa diverso da Google: non registrare traccia dei movimenti dell’internauta, ossia non conservare gli indirizzi Ip né altri dati che permettano di ricostruire i percorsi di navigazione degli utenti, garantendo così una maggiore tutela della privacy. Lo slogan di Cuil.com è infatti “lo storico delle vostre ricerche è il vostro business, non il nostro”.
Il VIDEO servizio:
Il prezzo del gas, collegato al petrolio, fa schizzare la società russa Gazprom ai vertici delle compagnie piu care del mondo. Qualche settimana fa al forum economico di San Pietroburgo l’amministratore delegato di Gazprom, Alexey Miller ha dichiarato che Gazprom in 10 anni sarà la prima compagnia del mondo.
Anche oggi all’assemblea degli azionisti ha sottolineato che, anche se la capitalizzazione dell’azienda è cresciuta 44 volte dal 2000, la compagnia è “ancora sottovalutata”.
Attaccando il bioetanolo, ha lanciato una nuova idea: “Valutare insieme ai partner europei la possibilità di creare una vasta rete di stazioni di rifornimento di metano” (ovvero, targati Gazprom).
“Il tentativo di sostituire il combustile tradizionale con il bioetanolo ha condotto alla minaccia di una crisi globale dei prodotti alimentari. Mentre invece il gas, come alternativa alla benzina e al diesel, è reale”. Già adesso il costo di un tratto percorso da un’automobile a benzina in Germania è superiore al costo del gas dell’1,7 per cento.
Miller ha dichiarato che “il trasporto di gas è una priorità nel nostro programma di investimenti”, anche perché spesso “portare il gas agli utenti costa di più che produrlo”. E per questo sono prioritari i due mega progetti Sud Stream e Nord Stream. Al primo partecipa Eni, per il secondo Saipem ha vinto un contratto miliardario per la posa di tubi sottomarini.
Ma il mercato russo rimane comunque prioritario per Gazprom E qui, “la crescita dei consumi in Russia in 3 anni è di 25,5 miliardi di metri cubi di gas, superiore alle nostre vendite in Italia” ha sottolineato Miller.
Questo è stato anche il suo ultimo giorno da presidente di Gazprom: dopo le dimissioni di Dmitry Medvedev, diventato Presidente russo, Miller aveva un doppio incarico (presidente e Ad). Oggi alla assemblea è stato eletto il nuovo Presidente della società: Viktor Zubkov, ex Premier russo e primo vice Premier in carica.
E intanto continua la corsa agli acquisti russi in Italia. Pochi giorni fa la compagnia petrolifera russa Lukoil ha acquisito da ERG il 49% di Erg Raffinerie Mediterranee per 1,35 miliardi di euro, il più grande investimento diretto russo in Italia fino ad oggi.