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Perché andare sulla Luna e su Marte in cerca di quelle risorse naturali che ormai scarseggiano sulla Terra? Basta aspettare che si sciolgano i ghiacci del Polo Nord e si apriranno i tesori nascosti nei fondali marini dell’Artico.
La (provocatoria) tesi viene dall’America. Secondo le stime dell’americano Geological Survey, si tratta di un quarto dei giacimenti di idrocarburi nel mondo, sino ad oggi completamente inaccessibili a causa delle enormi masse di ghiaccio che ne impediscono l’estrazione. Non solo gas e petrolio. I cambiamenti climatici potrebbero aprire anche nuove rotte di trasporti merce via mare, riducendo di migliaia di chilometri il passagio dal Giappone all’ Europa.
Ci vorranno ancora anni, ma per evitare una “Guerra del Freddo”, i 5 paesi confinanti con il Polo Nord, - Usa, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca (per via della Groenlandia, sua provincia autonoma) - si sono riuniti la settimana scorsa a Ilulissat, piccolo villaggio della Groenlandia, per discutere la futura spartizione dell’ Artico.
È stata la Danimarca a proporre il summit, preoccupata del successo di una spedizione guidata dal vice presidente della Duma (la Camera russa), Artur Chilingarov, che l’anno scorso con un sommergibile della Marina russa ha piantato sul fondale del Polo Nord una bandiera russa di metallo.
“La corsa al Polo Nord è cancellata” ha detto il ministro degli Esteri danese Per Stig Møller. “Abbiamo confermato la nostra volontà di risolvere ogni possibile pretesa territoriale”, conferma il vice di Condoleezza Rice, John Negroponte. Ma per il quotidiano economico russo Kommersant, che dedica all’ argomento un articolo, i risultati del vertice dicono che le parti non hanno trovato un accordo.
Il documento principale è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982, che consente ai paesi con uno sbocco sul mare di estendere i loro diritti per lo sfruttamento delle risorse naturali, minerarie, energetiche e biologiche, dalle attuali 200 a 350 miglia, se è scientificamente provato che le 150 miglia aggiuntive rappresentino effettivamente “il prolungamento naturale della piattaforma continentale”.
Russia e Norvegia hanno già presentato la domanda all’Onu per l’estensione, il Canada si era autoproclamato proprietario dell’Artico sin dagli anni Settanta, gli scenziati della Danimarca sono sicuri che il Polo Nord appartenga al loro paese.
Gli Usa non hanno ancora ratificato la Convenzione Onu, e “teoricamente il Senato potrebbe dichiarare tutto l’Artico come proprio territorio sovrano”, dice Mikhail Kazantsev, esperto di legge internazionali.
I diplomatici cercano toni cauti. Ma lo stesso Artur Chilingarov ha già dichiarato che “noi concentreremo tutte le nostre forze e prenderemo il Polo Nord, sensa aspettare che arrivino altri paesi”.
Dura la critica ai partecipanti del summit da parte di Greenpeace. “È chiaro cosa sta succedendo. Loro manipolano il diritto per prendersi le risorse naturali, ignorando la legge della natura. Cosi aumentano i cambiamenti climatici”, ha dichiarato il portavoce di Greenpeace International Mike Townsley.

E ora sì che le rotte per Alitalia ci sono. Air France da una parte e, da qualche giorno, riecco in pista l’ipotesi Aeroflot. Alimentata dall’incontro di due amici, Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, in Sardegna, a villa Certosa: “Con Putin abbiamo parlato anche di Alitalia e della possibilità” di creare “un tavolo a cui sederci con Aeroflot”, ha affermato il premier in pectore, durante la conferenza stampa al termine del dibattito con il presidente russo.
Certo, il Cavaliere precisa di non avere “nulla contro la soluzione Air France (al centro di un incontro tra Gianni ed Enrico Letta nella serata di giovedì 17, ndr), ma ci piacerebbe che desse vita a un gruppo internazionale con pari dignità. I contatti, comunque, restano aperti. Ci piacerebbe” prosegue Berlusconi “che si desse vita, come era previsto in un primo momento, a un grande gruppo in cui Alitalia possa partecipare con pari dignità con Air France e Klm. Quando la trattativa si chiuderà con Air France, noi siamo disponibili ad allargare la possibilità di partecipazione ad altre compagnie straniere. Con Putin abbiamo pensato che potrà esserci un tavolo per vedere se si potrà procedere a un rafforzamento di entrambe le compagnie, Alitalia e Aeroflot, per dare vita a un gruppo internazionale di prestigio”.
Il nodo da risolvere ruota intorno alla dichiarazione rilasciata stamattina da Valery Okulov, numero uno di Aeroflot, in una sua intervista al canale televisivo Russia Today. “Noi abbiamo avuto una esperienza positiva dalla gara di privatizzazione Alitalia, ma serve un po’ più di ottimismo per partecipare al progetto una seconda volta” ha dichiarato il manager.
Avendo parlato “anche di Alitalia”, vuol dire che sono stati altri gli argomenti del colloquio tra il Cavaliere e lo “zar” russo. Come spiega lo stesso leader del Pdl: “Sono tanti i temi, li conoscete: dalle forniture di gas alla possibilità di incrementare le nostre relazioni con la federazione russa. Ci piacerebbe aumentarle visti anche gli ultimi dati. Abbiamo passato in rassegna tutti i punti critici della situazione internazionale e per ultimo ho voluto raccontargli il programma di governo che realizzerò come primo ministro”.
Insomma, per ora anche senza ali, i rapporti bilaterali Italia-Russia volano molto alti. Eni ed Enel lo scorso anno hanno acquisito asset importanti (giacimenti di gas e petrolio) in Siberia. In particolare, Enel ha preso il controllo della compagnia di generazione elettica OGK-5, confermandosi come uno dei maggiori investitori in Russia e accreditandosi in vista di possibili collaborazioni sul nucleare. Eni e Gazprom stanno invece realizzando il gasdotto South Stream. Come confermato ieri dall’ad Alexey Miller, Gazprom intende partecipare al raddoppio del gasdotto che dalla Libia porta gas all’Italia, potenziandone la capacità: da 8 a 16 miliardi di metri cubi all’anno al Italia.
Ma non c’è solo l’energia, sul tavolo italo-russo. Basti ricordare il progetto di Finmeccanica e Sukhoi per la realizzazione dell’aereo regionale SuperJet-100 e gli accordi di Fiat con Severstal.
Infine i piani di Autostrade. Il presidente Gian Maria Gros-Pietro vuole entrare nel fiorente business russo. E i contatti sono, dice, ben avviati: “Abbiamo già partner validi nella Federazione Russa. Abbiamo un progetto e a fianco di un grosso consorzio lo presenteremo al governo russo” ha dichiarato al agenzia russa Ria Novosti. Mosca ha in progetto di investire circa 100 miliardi di dollari nelle infrastrutture, e “know how, la competenza e progetti che Autostrade realizzano in altri paesi” potrebbero essere utili, ha sottolineato Gros-Pietro.
Il VIDEO servizio:

Alle 18 in punto, ora di Mosca, Gazprom avrebbe dovuto tagliare le forniture di gas all’Ucraina, lasciando solo quelle europee. Ma esattamente a quell’ora, Vladimir Putin e Viktor Yushchenko hanno dichiarato, che tutti problemi sono stati risolti. L’Ucraina pagherà tutti i debiti, ma a prezzi dell’anno scors: 179 dollari per mille metri cubi e senza more per il ritardato pagamento.
Dovevano parlare di altro, Putin e Yushchenko, in visita ufficiale a Mosca. Ma una buona parte di 4 ore di colloqui era dedicata proprio agli accordi sull’energia.
Il rischio di una guerra del gas era apparso alto sin dall’inizio dell’ anno, quando il premier ucraino Yulia Timoshenko aveva dichiarato che gli accordi energetici con la Russia “vanno rivisti”. Gazprom ha fatto i suoi calcoli e ha notato che il debito con la Russia per il gas nel 2007 ammontava a circa un miliardo di dollari. dall’inizio dell’anno si è aggiunto un altro mezzo miliardo. Venerdì scorso il portavoce di Gazprom Sergey Kupriyanov aveva chiesto in forma ultimativa all’Ucraina di pagare i debiti entro lunedì, altrimenti i rubinetti sarebbero stati chiusi. Per tutto il fine settimana i vertici di Gazprom e Naftogaz hanno tenuto incontri estemporanei, ma non sono arrivati a una conclusione. Solo la telefonata del presidente ucraino Viktor Yushchenko al numero uno di Gazprom, Alexey Miller, ha calmato un po’ le acque. Anche Timoshenko ha confermato ieri che “il debito ucraino in data 1 gennaio 2008 è di 1.072 milliardi di dollari, ma” ha aggiunto “è tutta colpa dell’ ex premier Yanukovich”. E così la decisione è stata rinviata a un momento successivo all’incontro tra i due capi di Stato.
I portatori di pace (e di gas) oggi sono stati Vladimir Putin e Viktor Yushchenko: i due presidenti hanno capito che non conviene la linea dura. Il compromesso sarà definito da Yulia Timoshenko con il collega russo Viktor Zubkov il 21 febbraio.
La guerra del gas non puo lasciare indifferenti i consumatori europei. Sul territorio ucraino passa la maggior parte del gas russo diretto in Europa. Alcuni paesi dell’Unione dipendono completamente dalle forniture russe. L’Italia comunque corre rischi relativamente modesti. Gazprom non è l’unico fornitore, ma anzi il secondo; la maggior parte del gas arriva dal Nord Africa. Ma la mancanza di rigassificatori e stoccaggi sotterranei, se la guerra durasse a lungo e sopravvenisse un freddo gelido, fa rischiare al Bel Paese di battere i denti.
Eurostat ha pubblicato i risultati preliminari dell’inflazione in gennaio in 15 paesi europei.
Calcolata su base annua sarebbe stata del 3.2 per cento, mai così alta da 11 anni, o meglio da quando Eurostat ha iniziato a pubblicare dati armonizzati sull’andamento dell’inflazione. Decisivo è stato l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari.
Ancora più pesante potrebbe essere l’inflazione negli Stati Uniti, che toccherebbe il 4.6 per cento, causata dal massiccio taglio dei tassi di interesse in soli 8 giorni di 1.25 punti, il più consistente dal tempo degli shock petroliferi degli anni ‘70.
La crisi finanziaria internazionale ha tagliato le previsioni di crescita economica in tutte le principali aree del mondo, gli Stati Uniti ed Europa in testa. La crescita globale 2008, stimata al 4.1 per cento, è la più bassa degli ultimi cinque anni. La crescita americana è stimata al 1.5, contro l’1.9 % ipotizzato in ottobre e il 2.2 % del 2007. Eurolandia dovrebbe crescere dell’1.6 %, mezzo punto in percentuale in meno rispetto all’outlook di ottobre e un punto intero in meno dell’anno scorso.
Dopo tanti anni gli Usa crescono così poco, e per evitare la recessione, la Federal Reserve ha abbassato i tassi d’interesse di 2.25 punti in 4 mesi, arrivando al 3 per cento. BCE invece ha preferito lottare contro l’inflazione, mantenendo il tasso costante al 4 per cento dallo scorso 2 giugno.
Ma questi problemi sembrano irrisori se si guarda allo Zimbabwe. Il presidente della Banca centrale del paese ha riferito i dati riguardo all’inflazione negli ultimi 12 mesi (fino a novembre): 26.000 per cento. Avete letto bene: ventiseimila per cento. Il paese sotto il regime di Robert Gabriel Mugabe, stretto tra recessione e sanzioni, sta attraversando una crisi economica (ed umanitaria) senza precedenti. Il Governo aveva smesso di fornire i dati della propria inflazione dal giugno 2007. In mancanza di dati statistici, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un aumento approssimativo dei prezzi nel corso del 2007 del 150.000 per cento, un record assoluto.

Due anni dopo, mentre in tutta Europa rimbalza l’allarme prezzi agganciato alle quotazioni da record del petrolio, il vento di una possibile guerra del gas spira da Est.
Mentre in Bulgaria si firma l’accordo con la Russia per il gasdotto Sout Stream, Yulia Timoshenko, appena insediata sulla poltrona di premier dell’Ucraina, ha fatto capire di non essere contenta dei vecchi accordi conclusi in campo energetico dal suo avversario Viktor Yanukovich, affermando che “bisogna rivederli”. Una settimana prima della sua visita ufficiale a Mosca, dal premier russo Viktor Zubkov, è iniziata già la battaglia.
Il primo vice-premier ucraino Alexander Turchinov ha dichiarato che il presidente di Naftogaz Ukrain , Oleg Dubina dovrebbe discutere con Gazprom riguardo ai prezzi di transito del gas. Il quotidiano economico russo Kommersant ha scritto che le negoziazioni potrebbero iniziare già oggi: si parla di un aumento del costo dei transiti del 550%, dagli attuali 1.7 dollari per 1000 metri cubi di gas ogni 100 km, a 9.32 dollari. Inoltre l’ Ucraina vorrebbe eliminare Rosukrenergo, società che trasporta gas russo e di altri repubbliche asiatiche in Ucraina, per trattare direttamente con Gazprom.
Il Presidente di Gazprom Dimitry Medvedev aveva ammesso nello scorso ottobre: “Probabilmente cambieremo il modello dei nostri rapporti con l’ Ucraina abolendo le strutture intermediarie” (Rosukrenergo, ndr). Dunque, almeno su questo le due parti sono d’accordo, ma il prezzo di transito è considerato da Mosca troppo alto.
Passando al contrattacco, Gazprom ha sostenuto invece che sta portando in Ucraina il più costoso gas russo (l’Asia Centrale ha ridotto le forniture per l’Ucraina di 40 milioni di metri cubi al giorno) pretendendendo dunque che Kiev paghi un debito di 830 milioni di dollari.
Si ha l’impressione di assistere a una discussione non meramente economica. Il direttore dell’Institute of Global Strategies di Kyev, Vadim Karasev, pensa che Timoshenko “consapevolmente dichiari guerra per il gas alla Russia. Perché ha bisogno di creare lo spauracchio di un nemico politico per combatterlo”.
E poco l’importa che i consumatori europei si trovino alla canna del gas.
LEGGI ANCHE: Russia e Bulgaria siglano l’accordo per SouthStream

Nel fine settimana il maggior produttore di automobili in Russia, Autovaz, ha scelto un partner strategico. Dopo due anni di negoziazioni, contro tutte le previsioni degli analisti, ha deciso di vendere un pacchetto di blocco (25 % piu un’azione) alla Renault. Lasciando a bocca asciutta Fiat, considerata la favorita da tempo.
Il contratto di vendita deve essere firmato entro il 26 febbraio 2008 (a pochi giorni dalle Presidenziali in Russia), e il colosso automobilistico creato, Renault-Nissan-Autovaz, dovrebbe conquistare il primo posto in Russia e il terzo posto al mondo dopo General Motor e Toyota.
Autovaz aveva trattato con Renault, Fiat, GM e Magna. Magna era considerata outsider da tempo. Ma ancora pochi giorni fa il gruppo favorito era quello torinese, con cui Autovaz aveva firmato anche un’intesa (ma per la verità, abbastanza vaga). I top manager di Autovaz recentemente avevano dichiarato che “con Fiat le negoziazioni vanno meglio che con altri”. Ma all’ inizio di dicembre il Financial Times ha riportato le parole di Warren Brown, director di GM Russia (“Noi saremo gli unici ai quali i russi si rivolgeranno”) e che le chance degli altri due favoriti, Fiat e Renault, erano misere.
Ma improvvisamente il numero 1 di Renault, Carlos Ghosn (nella foto), sabato è volato a Togliattigrad e ha firmato un Memorandum d’intesa: il governo controllerà tramite Russian Technologies il 25 % più una azione, un altro pacchetto di blocco andrà a Renault, altra porzione di simile peso andrà a qualche gruppo siderurgico russo, come scrive il settimanale russo Expert, riportando le parole del presidente di Autovaz e Russian Technologies, Sergey Chemezov. Il resto andrà sul mercato.
La decisione sembra conseguenza dell’appoggio di Nicolas Sarkozy alle elezioni parlamentari russe del 2 dicembre (è stato il primo a chiamare Putin per congratularsi del risultato, mentre anche gli Usa esprimevano perplessità sulla regolarità de voto). Solo business, sottolineano da Mosca. Eppure lo stesso Carlos Ghosn sembrava colto di sorpresa. “Abbiamo tempo fino a fine febbraio per preparare il contratto” ha detto. E non sarà facile raggiungere l’accordo. Al momento ci sono divergenze nelle vedute delle due società. Carlos Ghosn vorrebbe vendere la sua piattaforma e la tecnologia, Sergey Chemezov dice che il partner dovrebbe passarle gratis. Basteranno 2 mesi per risolvere tutti i nodi?
Alla domanda posta a Boris Aleshin, Ceo di Autovaz, se sarà possibile rompere l’accordo preliminare appena diglato, lui ha osservato che “Il mondo del business è pieno di partner che si sono stretti le mani, e poi sono andati ognuno per la sua strada. Ma penso che questo non è il nostro caso”.

Alexander Medvedev, il numero due del colosso russo Gazprom, ha annunciato l’aumento del prezzo delle forniture di gas agli europei di circa 17% nel 2008. Ovvero 300-350 dollari per 1000 metri cubi di gas.
Un prezzo che dipende direttamente da quello del petrolio, più precisamente, dal prezzo misto del paniere di tre prodotti energetici: petrolio, gasolio, carbone. Quindi, con il primo a quasi 100 dollari a barile, l’annuncio era atteso e non dovrebbe causare troppi malumori.
Infatti, lo stesso Medvedev ha sottolineato che non cambierà i contratti. E questa è solo la conseguenza della formula per calcolare i prezzi. Già adesso l’Europa paga 300 dollari invece dei previsti 263-265 dollari per 1000 metri cubi.
Gli analisti russi considerano il prezzo di Gazprom molto conservativo e danno previsioni per il 2008 ancora più alte. Natalia Milchakova di Otkritie Financial Corporation parla di 350-355 dollari, Konstantin Reilly del Finam prevede che il prezzo arrivi a 360 dollari.
D’altra parte, anche il Turkmenistan ha annunciato pochi giorni fa l’aumento del prezzo del gas dal 2008 per Gazprom (secondo il contratto il prezzo era fissato a 100 dollari per tutto il 2008). Adesso il prezzo sarà di 130 dollari per i primi sei mesi del 2008, poi salirà a 150 dollari, e dal 2009 sarà calcolato con una formula simile (quella che Gazprom adotta con gli europei). Ma di questo aumento dovrebbe risentire soprattutto l’Ucraina, visto che quasi tutto il gas venduto alla Russia va direttamente lì.
L’Uzbekistan ha annunciato ieri che vorrebbe aumentare il prezzo del gas venduto alla Russia eguagliandolo a quello del gas turkmeno (per il 2007 la Russia ha paga 100 dollari per 1000 metri cubi di gas).
La stessa Milchakova dice che “In Europa c’è gas a sufficienza, e il processo non dovrebbe essere doloroso. Ad esempio, la Francia ha comprato il gas ancora a prezzi bassi e ha scorte sufficienti per tutto l’inverno”. E Italia?
Meno male che la formula del prezzo del gas va calcolata in dollari, e non in euro. Con l’ euro forte il prezzo del gas non sembra così astronomico: paghiamo 200 euro con un possibile aumento fino a 240 euro per il 2008.