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Nella travagliata storia di Alitalia questa non si era mai vista: i piloti, soprattutto, ma anche altri lavoratori e la gente comune, lanciano una petizione online per chiedere che la politica faccia un passo indietro.
Non solo. Chi della compagnia aerea è la vera ossatura (piloti, assistenti di volo, lavoratori dei servizi di terra) dimostrano di pensarla diversamente anche da alcuni sindacati che hanno espresso più o meno chiaramente il loro appoggio ad Air One nella corsa alla conquista della Magliana, se non altro per una presunta salvaguardia dell’italianità del vettore.
Appello per la vendita di Alitalia ad AirFrance-Klm è il titolo della petizione apparsa poche ore fa. Dopo che i consigli di amministrazione sono passati da un rinvio all’altro (fino all’ennesimo annunciato per venerdì mattina alle dieci che secondo molte fonti dovrebbe suggerire al governo il via libera ad Air France), mentre i componenti del governo si sono contraddetti in un balletto di dichiarazioni che hanno scatenato anche una pericolosa altalena (al ribasso) del titolo in Borsa, in breve il sito ha raccolto oltre 300 firme e continua ad alimentarsi in una inedita forma di “mobile activism” all’italiana. La mobilitazione dal basso sta contagiando molti attori sulla scena: Uil piloti ha lanciato un sondaggio per “dare la giusta voce ed evidenza al pensiero di chi lavora per Alitalia”. Come? “Inviando una mail con nome, cognome, matricola a votaAF_klm at yahoo.it se siete favorevoli ad Air France o a votaairone at yahoo.it se siete favorevoli ad Air One”.
Dai commenti alla petizione sembrerebbe che il colosso europeo raccoglie molti più consensi del vettore made in Pescara: “Giù le mani da Alitalia”. “Per tornare ad essere una compagnia seria”. “Solo Air France per assicurare un futuro certo alla propria famiglia”. “Forza AirFrance/KLM fatevi sentire!”. “Per non essere da capo tra due anni…”. Nel testo della petizione si legge che c’è “viva preoccupazione per il sostegno dei sindacati confederali, di Confindustria e di alcune parti politiche all’ipotesi AirOne, che dal nostro punto di vista sarebbe solo un rimedio temporaneo che si risolverebbe in una crisi ancora più profonda in breve tempo”. Alla base dell’appello sembra esserci l’idea che solo il più grande gruppo mondiale di trasporto aereo sia “garanzia di futuro sviluppo e sicurezza del posto di lavoro” contrapposta all’ipotesi che venga “ceduta ad un privato privo di mezzi finanziari propri e con un bilancio non proprio solido e rassicurante”. Posizione che certo Carlo Toto non condivide.
“Come italiani, chiediamo di avere una compagnia aerea che sia integrata in un grande gruppo mondiale, con quel che ne consegue in termini di disponibilità di collegamenti con il resto del mondo e principalmente con quelle aree economicamente più dinamiche oggi abbandonate da Alitalia alla concorrenza” aggiunge la petizione. “Come cittadini, chiediamo che la politica faccia un passo indietro, lasciando la decisione alla valutazione dei meri parametri economici e tecnici, e che non si ripetano errori come quelli di Telecom Italia, la cui privatizzazione pagata dalle banche si è rivelata un fiasco colossale”.
La partita è aperta. Ma la cassa è sempre più vuota.
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Sarà che la fotografia è realistica e che bisognava avere il coraggio di prendere finalmente delle decisioni. Sarà che Maurizio Prato ha avuto solo un mese per elaborare il suo piano industriale per Alitalia che perde ormai da un decennio e che ha visto fallire pure la gara per la privatizzazione voluta dal Governo. Ma fa effetto notare come le linee guida per la sopravvivenza rese note nel consiglio di amministrazione di ieri e che di fatto sganciano drasticamente i destini di Alitalia e Malpensa, ricalchino con impressionante fedeltà i piani di un altro manager ben addentro al settore del trasporto aereo, con un passato di direttore pianificazione e controllo strategico della compagnia e qualche ambizione di scalata in via della Magliana. Di chi si tratta? Maurizio Basile, 58 anni, attualmente amministratore delegato di Adr, la società di gestione insomma dello scalo di Fiumicino (oltre che Ciampino) in evidente concorrenza con la milanese Sea.
Panorama lo aveva rivelato in un articolo dell’ottobre 2006: Proprio Basile era l’ispiratore di un piano riservato per il rilancio di Alitalia che era finito sulla scrivania di Romano Prodi. Si intitolava L’industria del trasporto aereo in Italia: criticità (ormai strutturali) e possibili evoluzioni ed era articolato in più paragrafi, a partire dall’analisi del contesto che aveva portato il nostro paese a perdere punti nel settore rispetto al resto d’Europa. Anche la sintesi ufficiale del piano proposto da Prato e disponibile sul sito Alitalia (qui in .pdf) parte da un paragrafo dedicato al Contesto esterno. Non è l’unica coincidenza: si prosegue in entrambi i documenti parlando nell’ordine di scenari industriali possibili e posizionamento della compagnia. Si usa più volte il termine inglese gap, per segnalare il grave ritardo accumulato e ormai incolmabile rispetto ai competitor stranieri. Ci si lamenta (nel documento Alitalia) della frammentazione del sistema aeroportuale nazionale, così come nel documento Basile si ricordava che in Italia si incontra mediamente un aeroporto ogni 58 chilometri, per poi segnalare l’ulteriore anomalia milanese: “la co-presenza di Linate e Malpensa sullo stesso bacino di traffico” nella versione comunicato ufficiale di ieri, il “cannibalismo tra Linate e Malpensa” nel documento del 2006. Alitalia sottolinea “l’impossibilità di alimentare in modo efficiente e produttivo due hub”, Basile ha sempre sostenuto che “Alitalia non sia in grado strutturalmente di operare di operare su due scali intercontinentali”.
Dopo due analisi tanto simili, le tesi conclusive non possono che coincidere. Nel piano riservato recapitato al Governo da Basile il capitale chiave si intitolava “Salviamo il salvabile”. Prato definisce il suo un “piano di sopravvivenza”.
La ricetta di Basile (che, non va dimenticato, è al vertice di Adr),: rifocalizzare Alitalia su Fiumicino, concnetrando sullo scalo romano tutti i voli itnercontinentali che la compagnia è in grado di operare. Individuare un altro operatore per Malpensa, che in partnership con Alitalia favorisca lo sviluppo dell’aeroporto del Nord in una logica point to point.
Detto con le parole di Maurizio Prato: “Principali azioni di piano: 1-Riposizionamento delle attività sull’aeroporto di Milano Malpensa con focalizzazione su specifici segmenti di business, con lancio di attività punto-punto, sviluppo di attività low cost tramite Volare Web, sviluppo dell’attività charter tramite Air Europe”. Per arrivare a: “2- Incremento delle attività sull’aeroporto di Roma Fiumicino”.
Con la benedizione dell’Adr guidata da Basile, naturalmente.
IL DOSSIER ALITALIA
Il VIDEO servizio sul piano approvato dal cda:
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Si gioca oggi una giornata cruciale per Alitalia. Nel consiglio di amministrazione previsto per il pomeriggio, che il nuovo amministratore delegato Maurizio Prato aveva posticipato di un mese per conoscere meglio il vero stato della compagnia, saranno poche gioie e molti dolori: il piano industriale che sarà presentato prevederà esuberi (fino a 1500 secondo le indiscrezioni), taglio di rotte intercontinentali per la Cina e l’India e soprattutto ridimensionamento dell’aeroporto di Malpensa.
L’unica gioia sarebbe vedere un amministratore di Alitalia capace di non guardare in faccia nessuno e puntare solo al salvataggio, senza troppe pretese. Con la fiducia che possa palesarsi anche un “salvatore”, costretto innanzitutto a “un consistente aumento di capitale, da attuarsi nei prossimi mesi in connessione con il progetto di cessione del controllo della Compagnia” (come diceva ieri sera un comunicato dell’azienda): le indiscrezioni parlano di circa 1,5 miliardi necessari per fronteggiare l’andamento dei conti che continuano a viaggiare in rosso e che in occasione della semestrale (che verrà approvata il 12 settembre) potrebbero evidenziare perdite superiori ai due terzi del capitale. Secondo fonti finanziarie, per la ricapitalizzazione sarebbe rispuntato il nome di BancaIntesa.
Perché i conti sono in perdita, la flotta è vecchia e perde pezzi (con leasing in scadenza per gli aerei di lungo raggio con non sarebbero stati rinnovati), la concorrenza italiana ed estera è agguerrita. E la gara per la privatizzazione del governo è miseramente fallita.
Dunque, se sono comprensibili le preoccupazioni della Sea (qui l’intervista a Bonomi del Sole24Ore), di Formigoni, Penati e Moratti sul futuro di Malpensa, è pur vero che per Alitalia non si tratta più di scegliere tra l’aeroporto di Roma o quello di Milano, ma di sopravvivere o restare a terra. Certo, anche per la vecchia e malandata compagnia di bandiera, rinunciare allo scalo del nord è una scelta sofferta, anche perché non appena Alitalia si ritira dal quel campo, ci sono linee aeree statunitensi, la Emirates o anche una low cost come Easyjet che già presidia lo scalo, pronte a entrare in pista. Non solo sulle rotte internazionali che Alitalia non è più in grado di coprire, ma a quel punto, ovviamente, anche sulle più remunerative rotte europee e nazionali.
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Lo sciopero fiscale minacciato da Umberto Bossi poteva essere anche una provocazione di ferragosto, certo che, puntuale come la campanella d’inizio dell’anno scolastico, ha riportato il tema delle tasse al centro dell’agenda politica d’autunno. Con il Governo che annuncia (ma l’aveva già fatto varie volte) l’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie (guarda il video servizio in fondo), il partito trasversale per l’abolizione dell’Ici che riaffiora tra una dichiarazione e l’altra mentre Padoa-Schioppa invoca il risanamento, Letta che vuole affinare gli studi di settore riavvicinando i lavoratori autonomi, Pier Ferdinando Casini che dal Corriere della Sera lancia “l’abbattimento choc del carico” grazie a una aliquota massima del 45 per cento che non deve mai essere oltrepassata tra tasse, imposte e gabelle varie che ciascun contribuente si trova complessivamente a pagare.
Perché una cosa è chiara: l’italiano che paga le tasse è convinto (nella maggior parte dei casi a ragione) di pagare troppo e di non avere abbastanza in cambio: si è stimato che il contribuente lavori 7 mesi l’anno per il fisco e i rimanenti 5 per se stesso. Chi non paga (e stavolta il calcolo è che l’evasione nel nostro paese è tra il 15 e il 17 per cento del Prodotto interno lordo), si giustifica proprio accusando un fisco troppo esoso. Lo Stato, a cui i conti non quadrano mai, continua a puntare sulle entrate essendo incapace di ridurre la spesa, alimentando il divario nella contribuzione tra Nord e Sud. Come uscire dal circolo vizioso?
“Bisogna usare il bastone e la carota” sostiene Giacomo Vaciago: “Bisogna mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Non si capisce perché chi ruba mille euro va in galera e chi evade un milione di euro no. D’altra parte bisogna far pagare meno a chi dimostra di aver già versato tanto. Non è un modo per abbassare le tasse ai ricchi, ma solo di abbassarle agli onesti”. E praticamente come si può fare? “Con 85 mila euro di imposte l’anno io risulto appartenere tra lo 0.4 per cento degli italiani più ricchi” esemplifica Vaciago “ma questo fa ridere perché io non sono tra quelli che possono permettersi la villa al mare o la Porsche. Dunque lo stato dovrebbe dirmi: ‘Quest’anno hai pagato più di quanto tu non abbia pagato in media nei tre anni precedenti, quindi ti premio e il prossimo anno ritorni alla tua media precedente’. Se avessimo un sistema efficiente, si baserebbe sul tenore di vita e sui consumi, non sugli studi di settore che sono torture sulla produzione”.
“Il governo sta facendo tutto il possibile, anche sul piano della comunicazione, per scontentare gli italiani” sostiene l’esperto di diritto e pratica tributaria Victor Ukmar: “Quella di armonizzare al 20 per cento le aliquote aumentando le imposte sulle rendite di titoli e azioni e riducendo quelle sui depositi bancari è una misura che ho sempre ritenuto giusta. Ma dal punto di vista del marketing politico ritirarla fuori adesso che c’è la crisi dei mercati non è un’idea geniale”.
Per Renato Mannheimer, “è anche un problema culturale: negli Stati Uniti se evadi le tasse non ti invita più a cena nessuno. Qui diventi l’ospite di riguardo a cui chiedere come si fa”. La soluzione più efficace sarebbe mettere le due categorie, contribuenti onesti ed evasori, in conflitto di interessi (”fatti dare la fattura dal dentista così la detrai dalle tasse” esemplifica Mannheimer). Conferma Vaciago: “Da noi c’è una assurda collusione tra chi evade e chi paga le tasse, ovvero gli onesti che gli evasori danneggiano costringendo lo Stato a imporre tasse più alte. C’è collusione perché di fronte al dentista, all’avvocato, all’artigiano che non emette la fattura, il contribuente accetta di farsi risarcire del danno che gli fa l’evasore con uno sconto immediato sulla prestazione”.
Ma gli italiani che invece si sentono tartassati sarebbero disposti a fare lo sciopero fiscale proposto da Bossi? “Se si facesse un sondaggio adesso chiedendo agli italiani se aderirebbero, prevarrebbero certamente i no” sostiene il direttore dell’Ispo “perché gli italiani evadono dicendo di non evadere. Chi non ha usato i buoni pasto per fare la spesa al supermercato? Ciascuno evade nel suo piccolo, come e dove può” sostiene Mannheimer. Fa eco Vaciago: “Lo sciopero fiscale è una stupidaggine perché di fatto è già in corso da anni”.
Il problema, ribadisce Ukmar, è che “gli italiani non hanno mai visto applicata l’equazione imposte uguale spesa sociale: così si mettono d’accordo evasori e contribuenti. Bisogna affrontare con serietà il problema della sperequazione fiscale e migliorare l’amministrazione del sistema che non è neanche capace di riscuotere quanto gli è dovuto”.
Per uscire dal circolo vizioso, ci sono misure in grado di riavvicinare gli italiani e il Fisco? “Qualunque misura, non annunciata, ma presa e fatta entrare in vigore, sarebbe bene accolta” sostiene Mannheimer che aggiunge: “Quella di Casini ha il grande pregio della semplicità anche se è di difficile attuazione perché in Italia nessuno sa esattamente a quanto ammonti la pressione fiscale. Certamente” secondo il sociologo che da anni monitora gli umori degli italiani “la semplificazione è il provvedimento che sarebbe più apprezzato”. Conferma Ukmar: “Tasse complesse e complicate da pagare aumentano la cattiva predisposzione del contribuente. Senza contare che in Italia, pagare secondo le regole ha un costo molto elevato: fatta 100 l’imposta da versare, il cittadino spende 15 per le procedure di compliance, ovvero per compiere il proprio dovere”.
Il video servizio sull’ipotesi del Governo di un’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie:
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Anche Carlo Toto si è ritirato dalla gara per l’acquisizione di Alitalia. Il suo no, è arrivato con una comunicazione ai sindacati. Non ci sono margini di trattativa, ha detto, non ci sono le condizioni.
Molti analisti del settore pensavano che Toto e la sua Airone non fossero il miglior partner possibile per Alitalia. Ma dopo il ritiro del fondo statunitense Tpg e dell’Aeroflot, la compagnia dell’Ap Holding, se non altro per l’appoggio del gruppo Intesa San Paolo, sembrava l’ultima scialuppa di salvataggio per la disastrata compagnia di bandiera che pure aveva avuto un glorioso passato.
Quello di oggi è dunque anche un fallimento della politica del ministro Tommaso Padoa-Schioppa che sulla gara aveva messo con convinzione il suo cappello, dopo mesi in cui si erano succedute dichiarazioni in ordine sparso dei membri del Governo e della maggioranza, che miravano ora a salvaguardare l’occupazione, ora a salvare Malpensa, o a scommettere su Fiumicino. Il premier Romano Prodi, invece, nelle ultime settimane sembrava già sfilarsi per prendere in considerazione l’ipotesi commissariamento.
Adesso sarà difficile anche salvare il salvabile. Se non sarà fallimento, potrebbe essere solo grazie a uno strategico ritorno in scena di Air France o Lufthansa, le due grandi (e solide) compagnie aeree europee che erano rimaste, apparentemente, alla finestra. A questo punto i big del cielo potrebbero dettare le condizioni: i sindacati sanno cosa questo potrebbe significare. Tagli drastici dell’occupazione, ridimensionamento di Alitalia a compagnia regionale. Con costi che ricadrebbero su tutto il sistema paese.
A meno di colpi di scena, a gara finita (ma forse sarebbe più corretto dire mai iniziata), si apre la partita politica.
Qui il comunicato del Ministero dell’Economia.
Il VIDEO servizio:

Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha rimproverato agli istituti di credito l’applicazione di tassi di interesse troppo alti sui mutui e i prestiti, ma anche la scarsa considerazione del cliente (dalla portabilità dei conti correnti ai tempi per il pagamento degli assegni). Un richiamo duro, che dà nuova forza alle battaglie che portano avanti da tempo molte associazioni dei consumatori: quella di Altroconsumo sulla trasparenza dei contratti, o di Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori sulle irregolarità commesse dalle banche, sulle penali per l’estinzione anticipata su cui si è raggiunto un accordo con l’Abi solo dopo una lunga trattativa.
LEGGI ANCHE:
L’intervento integrale di Draghi (in .pdf)
Un approfondimento di Bankitalia sui mutui
Guarda il video servizio

Il governo ha raggiunto nella notte l’accordo con i sindacati per l’aumento delle pensioni più basse, per il quale stanzierà 900 milioni di euro quest’anno e 1,3 milliardi nel 2008 derivanti dall’extragettito (guarda il servizio video).
Il provvedimento riguarderà 3,4 milioni di pensionati con un reddito mensile inferiore ai 654 euro, per la maggior parte pensioni di lavoro ma anche 300.000 pensioni sociali. A ottobre verrà distribuita una “una tantum” di 324 euro in media, mentre a partire dal primo gennaio 2008 l’intesa prevede un aumento di 33 euro per tredici mensilità.
Resta aperto il capitolo “scalone”.
Il ministro del Lavoro Cesare Damiano incontrerà oggi il presidente del Consiglio Romano Prodi per discutere della proposta del governo sulla modifica dello scalone.
”Penso che l’accordo sulle pensioni basse sia importante, di svolta e che possa preludere ad accordi su altri temi altrettanto importanti” ha detto il ministro. Sullo scalone e sulla revisione dei coefficienti Damiano ha ricordato che ”Prodi si è impegnato a formulare una proposta” e si è augurato che un’intesa si possa trovare ”prima delle ferie estive”.
Ottimista anche il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani: “penso assolutamente che ci siano le condizioni per una soluzione razionale che faccia parlare di manutenzione della riforma e non assolutamente di controriforma”. Il ministro poi ritiene che si possono destinare risorse provenienti dall’extragettito ad altri bisogni sociali più urgenti. “Dare un segnale significativo e concreto alle pensioni più basse mi sembra una cosa molto giusta. Avremo altri bisogni acuti. Credo che - continua Bersani - man mano che la finanza pubblica ci mette in condizioni di avere qualche spazio in più, dobbiamo occuparci di portare quello che recuperiamo dall’evasione fiscale nelle tasche dei contribuenti onesti e di cercare di alleviare i bisogni sociali più urgenti”.
Arrivano però le prime critiche da Confcommercio: “sono stati usati due pesi e due misure” tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, secondo il presidente Carlo Sangalli. “Non si comprende per quale motivo risorse derivanti dal famoso tesoretto, pagate quindi dall’intera collettività - ha detto - debbano essere destinate in misura diversa ad una categoria piuttosto che all’altra”.
A tenere banco stamane, però, è la lunga lettera del sindaco di Roma e candidato alla segreteria del Pd, Walter Veltroni, pubblicata oggi da La Repubblica, contenente un appello alle confederazioni sindacali perché dal dibattito sulle pensioni si esca con un nuovo patto tra le generazioni per il futuro del Paese.
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