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Per pagare c’è sempre tempo, soprattutto se a batter cassa è lo Stato. Il quale insegue spesso invano i cittadini debitori, con ammende, multe, bollette e canoni scaduti che si accumulano e rischiano di finire nel dimenticatoio. Se l’assenteismo nella pubblica amministrazione costa quasi un punto annuo di pil, i mancati incassi pesano ben di più.
I dati sono sconfortanti: lo Stato incassa appena il 3-7 per cento delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie inflitte ai cittadini condannati; si arriva a un modesto 10 per cento dei tributi iscritti a ruolo della Equitalia da Agenzia delle entrate, Dogane, Inps e Inail. Nel 2007 sono stati recuperati solo 5,4 miliardi di euro. E ci sono 606 grandi morosi, con debiti di oltre mezzo miliardo di euro ciascuno, che frappongono ogni cavillo per evitare le incursioni dell’unità speciale creata per loro.
Ancora: 6,4 milioni di famiglie non pagano il canone Rai (una su quattro), equiparato a una tassa, con una perdita secca di oltre 550 milioni annui.
La lista è infinita. Con code tragicomiche persino su casa e acqua. In Puglia un popolo di clandestini fa sparire ogni anno 71 milioni di metri cubi d’acqua (tra contatori obsoleti e abusivi) mentre i morosi devono importi per bollette non pagate per 268 milioni. In altre regioni non cambia granché: in Sicilia ci sono acquedotti che vantano crediti dagli utenti per 200 milioni di euro.
L’odiata Ici: prima della cancellazione i comuni si dannavano nel recupero spiando gli italiani persino con l’ortofotogrammetria, cioè con fotografie aeree a rilievo matematico: in Liguria, così, sono spuntate ville censite come ruderi, nel Sud sono apparsi resort accatastati come campeggi. In tutto sfuggivano 2 milioni di case fantasma con un’evasione stimata intorno a 1,4 miliardi di euro.
Un contribuente con moglie e figlio a carico e un reddito di 25 mila euro per effetto della riforma delle aliquote Irpef dovrebbe avere un vantaggio di 444,73 euro rispetto al 2006. Ma bastano leggeri aumenti dei tributi locali, da parte di comune e regione, per vedere dissolversi quasi 150 euro.
Le cause sono diverse. Anzitutto c’è il mancato dialogo fra le banche dati delle varie amministrazioni a rendere lenti e faticosi gli accertamenti e a lasciare sfuocata l’identità dei responsabili. La scarsa riscossione, inoltre, sviluppa interessi, clientele, rapporti grigi tra politici, amministrazioni e territorio. Anche perché spesso a non pagare sono proprio gli enti pubblici. Per oltre il 50 per cento i debitori dell’Acquedotto pugliese sono comuni e consorzi.
I grandi numeri arrivano dalle cartelle esattoriali della Equitalia. Che in 2 anni ha portato il riscosso da 2,5 miliardi del 2006 a 5,4 miliardi dello scorso anno. Ancora poco: si era partiti dal 7 per cento dell’evasione e oggi siamo al 10 per cento. Resta ancora il 90 per cento da incassare.
Come la Guardia di finanza, anche la Equitalia ha strutture che danno la caccia soprattutto ai grandi debitori. Da questi sono arrivati 850 milioni nel 2007 e in 108 hanno versato 136 milioni nei primi mesi del 2008.
Un caso a parte sono i crediti di giustizia, per i quali l’amministrazione fa sforzi enormi per ribaltare la situazione. «Fino a un anno fa» spiega Claudio Castelli, capo dipartimento del ministero, «nemmeno sapevamo quante erano le somme recuperabili, mentre dal 2006 è partita un’azione ricognitiva per recuperare queste somme per l’autofinanziamento della giustizia».
Si è scoperto che del mezzo miliardo di euro da recuperare nel 2007 lo Stato aveva incassato appena 12,6 milioni ovvero un misero 2,5 per cento. «I dati consolidati arrivano al 7 per cento» puntualizza Castelli «ma siamo ancora lontani dall’obiettivo. I rimedi? Una società di recupero che si occupi di questo come previsto nell’ultima Finanziaria e incentivi a personale e uffici che li spingano a un concreto interesse per il recupero». Anche perché in tribunali sotto organico del 13 per cento la percezione del valore del credito di giustizia sfugge: il 73 per cento dei giudici di pace e il 46 per cento degli uffici di sorveglianza non hanno ancora trasmesso al ministero i dati del primo semestre 2007.
Il tesoretto non incassato lievita di circa mezzo miliardo ogni anno. Con un residuo, comprensivo di multe amministrative, schizzato oltre i 4,4 miliardi. Questa somma rischia di rimanere virtuale: «Diversi crediti diventano poi inesigibili perché o cadono in prescrizione o sono imputati a persone irreperibili, a immigrati clandestini o senza domicilio certo».
Infine il canone Rai: lo Stato non lo dice ma su questo fronte ha di fatto rinunciato alla battaglia. È di oltre 6,5 milioni lo scarto tra le famiglie censite dall’Istat e quelle abbonate (16,394 milioni al 31 dicembre scorso) e così i controlli sono simbolici: nel periodo gennaio-maggio 2008 sono stati 1.076 i soggetti individuati dalla Finanza per un totale di 181.371 euro contestati (sono stati 300 mila in tutto il 2007).
Qualche sforzo in più viene compiuto nelle indagini penali per truffa, falso ideologico e falso nell’ autocertificazione, una prassi necessaria per ottenere agevolazioni come l’esonero dal pagamento del ticket sanitario, per ottenere l’assegno per famiglie numerose, per avere l’assegno di maternità, sino all’ottenimento dell’alloggio popolare. Ma i controlli vengono spesso vanificati dai tempi della giustizia e dalle prescrizioni.
- Sabato 7 Giugno 2008



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