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Ryanair, business a tutti i (low) cost. Dipendenti alle strette, passeggeri a terra

Michael O'Leary, CEO della compagnia aerea low cost Ryanair | Ansa
“Siamo nel mezzo di un massiccio programma di riduzione dei costi”. Parola di Michael O’Leary, patron della compagnia aerea Ryanair. E finché si tratta di congelare le retribuzioni milionarie dei 36 top manager a capo dell’azienda, ai passeggeri poco importa. Ma la dieta low cost di Ryanair non si ferma qui. Tra i tagli sono compresi “i servizi aeroportuali e il livello di personale impiegato”. Se vi viene in mente qualche piccola disavventura vissuta con i voli di questa compagnia siete sulla strada giusta. L’annuncio fatto da O’Leary arriva quando già sui vettori più economici d’Europa si è scatenata la bufera. E il caro petrolio c’entra fino ad un certo punto.

In questi giorni è uscito in libreria, edito da Egea, Ryanair. Il prezzo del low cost di Siobhàn Creaton, una giornalista irlandese corrispondente dell’Irish Times. Costo 19 euro. Ovvero sette euro in meno rispetto a quanto vi costerebbe portare un solo bagaglio (eccetto quello a mano). Creaton racconta la storia di chi ha saputo guadagnare con uno dei disastri più grandi della storia, l’11 settembre, a suon di biglietti a una sterlina. Ma è anche la storia della compagnia più low cost che ci sia. Così tanto low da essere accusata di non avere eguali nel maltrattamento di dipendenti e passeggeri. Più o meno un mese fa un medico sassarese è stato costretto ad abbandonare il velivolo perché non ascoltava le informazioni di sicurezza impartite dalla hostess prima del decollo. A febbraio, poi, la compagnia è stata costretta a pagare un indennizzo di 6.500 euro ad un musicista cieco e ai suoi quattro colleghi che il 31 dicembre 2006 erano stati fatti scendere da un volo dalla Sardegna a Londra perché erano stati scambiati per terroristi. Mentre a novembre una passeggera è restata a terra perché non voleva abbandonare il suo peluche a forma di coccodrillo. Che in effetti era lungo un metro.

Tra gli esempi citati da Creaton la mancanza di pasti o rinfreschi gratuiti, la scarsissima assistenza perfino ai portatori di handicap, l’utilizzo di aeroporti periferici (identificati con il nome di grandi città ma distanti anche un centinaio di chilometri). Per non parlare delle pubblicità spesso ai limiti dell’offensivo, nelle quali perfino il Papa è stato tirato in ballo. Addirittura anche la milionesima cliente, premiata con biglietti gratis a vita, ha fatto causa a Ryanair. E non è nulla in confronto alla lunga protesta dei dipendenti. Proprio su questo campo si combatte la partita più dura.

Da molto tempo oramai i sindacati di tutta Europa si sono uniti per combattere gli abusi da parte della compagnia nei confronti dei lavoratori. Creaton parla di forti pressioni anti-sindacali ma non è l’unico aspetto. “Ryanair non segue nessuna regola -spiega Claudio Genovesi, segretario nazionale di Fit-Cisl“. Non sono bastate le “reiterate sollecitazioni” né “una sentenza del tribunale di Velletri”. L’azienda, in sostanza, non ascolta i sindacati e sceglie autonomamente le regole per i propri dipendenti. Per esempio orari, spiega Genovesi, oltre i limiti consentiti dalla legge con “turni anche di 19 ore”. Dipendenti alle prime armi che vengono mandati via non appena si avvicina il momento della qualifica, impossibilità da parte dei sindacati di controllare la sicurezza nei luoghi di lavoro. Addirittura le telecamere di sorveglianza nei locali di sosta proibite per legge (e da poco oscurate) e l’assenza di servizi minimi in caso di sciopero.
Passeggeri scendo da un aereo della flotta di Ryanair | Ansa
L’Enac dovrebbe vigilare ma per ora, dice Genovesi, “i controlli sono troppo pochi”. E poi “c’è la concorrenza sleale”. Le compagnie aeree low cost godono di finanziamenti pubblici da parte delle camere di commercio, degli enti turistici e delle società aeroportuali. “Aiuti ingiustificati - conclude Genovesi - in presenza di queste problematiche. Se per esempio Alitalia paga 100, Ryanair la metà. A Roma poi sono ancora più avvantaggiati visto che Ciampino è più in centro di Fiumicino”. Per ora però ad un cambio di rotta la compagnia non ci pensa proprio. Semmai a dimezzare le spese. Dura la legge del low cost.
Leggi anche: La vera storia di Ryanair, il prezzo del low cost

Carta addio, la rincorsa al digitale contro la burocrazia lumaca

Orin-Optiglot by Flickr

Il 2008 doveva essere l’anno della svolta. Via la carta dagli uffici, addio scartoffie della pubblica amministrazione, l’era digitale è arrivata. Certo, l’anno è appena iniziato e c’è pure una crisi di governo di mezzo ma la rivoluzione aspetta ancora dietro la porta.

Il decreto ministeriale che doveva dare il via alla cosiddetta dematerializzazione, ovvero la completa informatizzazione dei documenti della pubblica amministrazione e relativi processi, aspetta ancora la firma del ministro Luigi Nicolais.

Un boccone ghiotto perfino per i candidati premier che non si sono fatti sfuggire l’occasione di fare qualche cenno nei programmi elettorali. Per quanto riguarda il Partito Democratico, il sottosegretario con delega per l’innovazione nella Pubblica Amministrazione, Beatrice Magnolfi, dice che un’impegno speciale nel settore del digitale è contenuto nel dodicesimo punto (l’ultimo) del programma di Veltroni. Sarà ma nella versione online non c’è traccia. Più chiara la mission del Popolo della libertà che tra le priorità inserisce la “riorganizzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione”. Tra i vari punti anche l’accesso dei cittadini agli uffici pubblici per via telematica e il passaggio dall’archiviazione cartacea a quella digitale. In entrambi i casi la possibilità di risparmiare una montagna di euro costringe entrambi gli schieramenti a non tralasciare la questione.

Nonostante negli uffici pubblici c’è ancora chi (la maggior parte) si rifiuta di utilizzare le mail per comunicazioni ufficiali anche se è permesso già da diverso tempo. E comunque, spiega la senatrice Magnolfi “i ministeri sono obbligati ad adeguarsi perché tanto le spese postali, più o meno 100 milioni annui, le riduciamo lo stesso del 30 per cento”.

Va meglio nel privato. Quasi tutti ormai consegnano per via telematica le buste paga e organizzano l’amministrazione in modo digitale. Due recenti decreti hanno poi spinto ulteriormente il piede sull’acceleratore. Il primo è entrato in vigore l’11 gennaio scorso e obbliga i datori di lavoro ad effettuare una sola comunicazione online per ogni nuovo rapporto. Il secondo, di pochi giorni fa, prevede una dichiarazione unica telematica per l’avvio di una nuova impresa. Telecom Italia da qualche mese ha addirittura promosso un concorso a premi per invogliare i clienti a rinunciare alla bolletta. In palio, oltre al taglio delle spese di spedizione e un’ora di chiamate gratis, anche dieci pc portatili e tre vacanze. L’intento, dice Telecom , è quello di aiutare l’ambiente. Ma forse anche i conti, almeno nel futuro.

E intanto le lungaggini burocratiche cominciano a pesare come macigni sui conti dello stato. Secondo Pierluigi Ridolfi, componente Cnipa e presidente della commissione per la dematerializzazione “il passaggio di documenti cartacei in Italia rappresenta almeno il 2 per cento del Pil”. E pensare che la “vita media del 30 per cento dei fogli stampati è di cinque minuti”. Di fatto quando il decreto verrà firmato, spiega Ridolfi, la più grossa novità sarà la regolamentazione dei processi quelli che garantiscono la validità dei documenti nonostante l’assenza di carta. Un bel successo per tutti, o quasi.

C’è una piccola (ma non troppo) fetta dell’industria italiana che invece è sul piede di guerra. E di risparmio proprio non ne vuol sentire parlare. Si tratta di tutte quelle aziende che la carta la producono e di carta campano e danno lavoro a oltre 250mila persone. L’intera filiera, solo nel 2006, ha prodotto un fatturato di 42 miliardi di euro mentre il settore in Italia ha superato nel 2007 gli otto miliardi. Una campagna recente ha dimostrato che le aziende che si fanno pubblicità con la carta guadagnano di più. E poi, spiega, Paolo Culicchi, presidente di Assocarta, “è un prodotto naturale, rinnovabile e riciclabile”. Ma i partner, soprattutto tra le fila di Confindustria, sembrano di un altro avviso.

Se in sala operatoria arrivano le protesi low cost

Dicono che il sistema sanitario italiano sia tra i migliori al mondo. Ma se vi dovesse capitare di sottoporvi ad un qualsiasi intervento chirurgico fate molta attenzione. In sala operatoria sono arrivati i dispositivi medici low cost. Per ora sono solo 246 ma potrebbero essere migliaia. Se il nome non vi è familiare si tratta di valvole cardiache, endoprotesi e protesi, stent coronarici, guanti, sonde, pinze, forbici e in futuro, tra gli altri, bypass, defibrillatori e pacemaker. Insomma tutto l’occorrente per far fronte all’emergenza in sala operatoria e alle malattie più frequenti.

L’iniziativa è del ministero della Salute e di quello delle Finanze che per tagliare la spesa sanitaria, che ha messo in ginocchio diverse Regioni, hanno deciso di fissare il prezzo massimo, la cosiddetta base d’asta, al quale i dispositivi medici possono essere acquistati nelle gare. Peccato, obiettano le società scientifiche, che a farne le spese siano soprattutto i pazienti. Il punto è che, come stabilisce la Finanziaria 2007, “i prezzi sono stabiliti tenendo conto dei prezzi più bassi unitari di acquisto da parte del Servizio sanitario nazionale”. Se per esempio a Roma una protesi viene aggiudicata al prezzo più basso d’Italia, quello verrà considerato il costo massimo. “In realtà – risponde Claudio De Giuli, vicepresidente della Commissione unica dei dispositivi medici del ministero della Salute – la norma è stata attuata individuando un valore medio e non quello più basso”. E comunque, aggiunge, “non dobbiamo dare per scontato che i prodotti a più basso costo siano di scarsa qualità”. In caso contrario, promette De Giuli, il ministero è pronto ad intervenire.

Ma in corsia è già bufera. “È giusto contenere la spesa” ribatte Giancarlo Bracale, presidente della Società italiana di chirurgia vascolare ed endovascolare “ma utilizzare un criterio esclusivamente economico non è corretto”. Con questa nuova norma, spiega Bracale, non possiamo garantire al paziente il prodotto migliore per la sua patologia, la fiducia nei confronti del medico viene meno e in molti potrebbero decidere di farsi operare in altre Regioni o addirittura andare all’estero con gravi danni per il Sistema sanitario. Potrebbe addirittura essere un grosso spreco. “Se per esempio i guanti sono di cattiva qualità e si rompono bisogna cambiarli molto più spesso” spiega Bracale. “Per non parlare della possibilità che dispositivi poco aggiornati diventino fondi di magazzino”. Sulla stessa linea anche Ottavio Alfieri della Società italiana di cardiochirurgia: “Noi utilizziamo diversi tipi di valvole, ovvero dispositivi altamente tecnologici e in continuo aggiornamento. Perché dobbiamo rinunciare ai prodotti di ultima generazione, alla qualità, se possiamo avere il massimo?”. Giovanni Broggi, direttore del dipartimento neuroscienze chirurgiche dell’istituto Besta di Milano, avverte: “I dispositivi utilizzati nel nostro reparto non sono stati ancora classificati ma il rischio è altissimo. Sono forse quelli più all’avanguardia. Restare indietro significa mettere in pericolo la salute dei pazienti che, nel nostro caso, possono per esempio essere malati di Parkinson, epilessia o depressione”. Sul piede di guerra anche i rappresentanti del Tribunale per i diritti del Malato di Cittadinanzattiva che da oltre un anno si battono per migliorare la classificazione.

“L’esclusione di fatto dei professionisti dalla scelta e dalla gestione dei dispositivi medici” spiega Francesca Moccia, coordinatrice del Tribunale “ha significato perdere competenze per la valutazione dei rischi e un grave danno per la ricerca”. Già perché l’altro danno che lamentano i produttori è che senza soldi la tecnologia non va avanti e il danno, dicono, è solo per chi sta male. “I dispositivi – spiega Ugo Ortelli, vicepresidente di Assobiomedica – rappresentano solo il 5 per cento della spesa sanitaria. Con questi decreti il taglio della spesa è appena dello 0,05 per cento. Se siamo costretti a contenere i costi, dobbiamo tagliare sulla ricerca e sulla formazione dei medici. Un danno enorme per il Servizio sanitario nazionale e per tutti quei pazienti che potrebbero avere il prodotto migliore e che invece, loro malgrado, devono rinunciarvi”.

Le vie della moda portano in aeroporto

Passeggeri in aeroporto | Ansa
Armani non ha potuto resistere alla tentazione. Dolce e Gabbana è una new entry. La Perla e Zegna sono tra i veterani. Gallo e LiuJo fanno tendenza. Zara home per chi pensa alla casa anche in viaggio. Bulgari, postazione strategica. Ma anche Etro, Valentino, Gucci, Intimissimi, Calzedonia, Hermès e decine di altri marchi della moda. Il business dello shopping in aeroporto, il cosiddetto travel retail, continua ad incassare un successo dietro l’altro. E oggi anche i brand più scettici hanno ceduto alla tentazione di fare affari tra una partenza e l’altra.

Ai vertici del business gli scali di Roma, Milano e Venezia. E proprio nell’aeroporto della Laguna la Save spa, la società che gestisce lo scalo, ha da poco siglato un accordo con McArthurGlen Luxury Retail, il gigante degli outlet, che prevede l’apertura entro maggio di 18 punti vendita, oltre i 22 già esistenti. Un business, solo a Venezia, che nel 2007 ha toccato quota 29,5 milioni di euro. Il 14 per cento in più rispetto all’anno precedente. Il gruppo Armani, che solo negli ultimi quattro anni si è affacciato nel business del travel retail, di anno in anno aumenta gli investimenti nel settore. Dal 2003 ad oggi sono stati aperti 12 punti vendita di cui quattro solo scorso anno. Top secret, invece, i fatturati annui ma si tratta di molti milioni di euro da spartire con le società che gestiscono gli aeroporti.

Di certo gli affari vanno a gonfie vele. Basta dare un’occhiata ai fatturati. Se Malpensa se li tiene ben stretti (il ridimensionamento dei voli fa la sua parte) a Fiumicino il livello delle vendite negli ultimi tre anni è cresciuto quasi del 50 per cento. Circa 280 milioni solo nel 2007. “Dal 2004 – spiega Andrea Belardini, direttore centrale Gestione e sviluppo attività commerciali di Adr – abbiamo raddoppiato l’offerta e migliorato gli spazi per soddisfare le richieste di passeggeri sempre più esigenti, perlopiù giovani e con un profilo elevato senza dimenticare brand per tutte le tasche”. Fiumicino come Montenapoleone? “Certo – risponde Belardini – siamo già una grande città della moda dove i clienti, agevolati dal fattore tempo e dalla vasta scelta, comprano d’istinto spesso invogliati da prezzi molto vantaggiosi”.

Il paragone non convince Mario Boselli, presidente della Camera della moda: “La permanenza in aeroporto tra ritardi e controlli vari è aumentata per cui, a differenza di quello che accade nelle vie dello shopping, il cliente in aeroporto ci deve stare volente o nolente. Ma il fatto che gli affari vanno bene non significa che fuori sia il contrario. Nei mercati con la moneta debole gli acquisti ne hanno di certo risentito. Crescono Cina e India, soffrono Stati Uniti e Giappone. L’Europa fa fatica e l’Italia non brilla”. Fiumicino, Malpensa e co.? “Una zona franca – conclude Boselli - non paragonabile con le altre mete della moda”. Sarà, ma il mercato dello shopping in aeroporto, solo nei duty free, vale ormai oltre 27 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui circa il 48 per cento in Europa. A cui vanno aggiunti altri 7-8 miliardi per le vendite dei negozi in subconcessione. La torta è divisa tra società che gestiscono gli scali e marchi. “I canoni – spiega Fulvio Fassone presidente dell’Atri, l’associazione di categoria che raccoglie le aziende attive nel settore travel retail – variano a seconda degli aeroporti, della posizione e dei metri quadri e di solito hanno durata non superiore ai cinque anni.

Hanno due parametri economici base: royalties in percentuale del fatturato e spesso un minimo annuo garantito”. Per quanto riguarda i marchi se i grandi aeroporti scelgono brand di lusso, negli scali regionali, aggiunge Fassone: “È più diffusa la presenza di brand giovani come Piquadro, Furla, Carpisa, Yamamay, Cavalli intimo e accessori, che puntano agli aeroporti come cassa di risonanza e veicolo di visibilità italiana”.

Dal rosso al Tesoretto, come sta davvero l’Italia?

La sede del ministero del Tesoro
Alla fine il buco nei conti pubblici italiani c’è oppure no? Il Sole 24 ore dice di sì, il ministro uscente dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nega. Ma la vera novità è che potrebbero avere ragione entrambi. Questione di angolatura, si potrebbe commentare.

“Le spese da affrontare ci sono come sostiene il Sole - spiega Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano - ma allo stesso tempo potrebbe esserci anche la copertura come asserisce Padoa-Schioppa. La verità si potrà sapere solo nel momento in cui lo Stato dovrà saldare i conti. Di certo la crescita italiana sta rallentando e oggi è ben al di sotto delle aspettative. E poi si deve fare a meno del Tesoretto”. Sicuramente, spiega Quadrio Curzio, il governo Prodi non ha avuto il tempo di fare spese “elettoralistiche”, tuttavia “la politica di compressione della spesa nel 2007 non è stata adeguata alle esigenze del Paese a causa, molto probabilmente, della necessità di tenere coesa una maggioranza spesso in disaccordo”.

Più cauto sul tema recessione, Quadrio Curzio, mette in guardia il prossimo esecutivo: “Se non si fanno accordi sulle riforme strutturali e se la congiuntura economica internazionale dovesse peggiorare, il rischio è molto concreto”.

Poco ottimismo anche nelle parole di Pietro Garibaldi, professore di Economia politica all’università di Torino, che sulle colonne del quotidiano La Stampa puntualizza: “Anche se non si parla ancora di recessione, il rallentamento della nostra economia inizia a preoccupare”. Di certo, aggiunge Garibaldi, “il peggioramento del quadro economico avrà conseguenze sullo stato dei nostri conti pubblici. In un Paese responsabile dovrebbe però avere conseguenze anche sulla campagna elettorale”. Il bilancio, aggiunge, è “chiaramente migliorato” ma anche “dal lato della spesa c’è poco da stare tranquilli”. E alla fine Berlusconi, Veltroni e gli altri aspiranti premier devono stare attenti: “In Italia - conclude Garibaldi - con un rallentamento economico e con un debito pubblico superiore al prodotto interno lordo, non si può e non si deve promettere la luna quando il cielo è nuvoloso”.

LEGGI ANCHE: E Padoa-Schioppa non sa più dove ha messo il tesoretto - Si chiude la lagislatura, riappare il buco nei conti pubblici

Si chiude la legislatura, si riapre il buco nella finanza pubblica


Ci risiamo. Non appena si profila un cambio di Governo arrivano le sorprese nei conti pubblici. E il famigerato Tesoretto che doveva consentire di abbassare le tasse si rivela un buco preoccupante. Soprattutto se guardato assieme al tam tam delle cattive notizie.

Dal 1998 al 2006 il deficit è passato dal 2,8 per cento al 4,4 per cento. Per il 2007 la stima del Tesoro si attesta a quota 2 per cento. Ma potrebbe superare il 2,6. L’inflazione a gennaio, secondo l’Istat, è salita al 2,9 per cento: il tasso più alto dal 2001. La Banca d’Italia ha tagliato dall’1,7 all’1 per cento le stime di crescita del Pil per il 2008 e all’1,1 per cento nel 2009. La spesa in rapporto al Pil è passata dal 46,2 per cento del 2000 al 50,5 per cento del 2006.

Domenica scorsa, sulle colonne del quotidiano Il Sole 24 ore, Luigi Lazzi Gazzini scriveva che nei conti dello Stato del 2008 c’è un buco di almeno sette miliardi. Una vera novità nonostante mese per mese Istat, Tesoro, Banca d’Italia e Corte dei Conti avessero regolarmente prodotto stime e bilanci della situazione delle casse dello Stato. Oggi, il ministero dell’Economia si è affrettato a smentire: “La legge Finanziaria e il Bilancio approvati dal Parlamento nel dicembre scorso, hanno
coperture piene e certificate per tutte le spese che vi sono iscritte e comprendono tutte le spese che derivano dalla legislazione vigente. Non esiste quindi alcun buco Come sempre - aggiunge il Tesoro - vi sono nuove spese non ancora prescritte dalla legislazione vigente, e dunque non iscritte a bilancio, che è prevedibile si rendano necessarie nel corso dell’anno o successivamente. Tra queste, ad esempio, vi sono quelle derivanti dal rinnovo dei contratti pubblici per il periodo che inizia nel 2008″.

Risanamento o sperpero delle finanze pubbliche? Buco o non buco? Ogni fine legislatura sembra essere accompagnata da conti che non tornano. Nel 2001 il neo premier Berlusconi denunciò un buco di 37mila miliardi. Cinque anni dopo Romano Prodi e il team del Tesoro denunciavano, più o meno con gli stessi toni, gli effetti della politica economica del Cavaliere: un rapporto deficit-Pil allarmante e l’abitudine a misure una tantum (come i condoni).

Oggi, meno di due anni dopo, spunta ancora una volta un altro insospettabile buco nei conti dello Stato. “Il punto - spiega Luigi Lazzi Gazzini - è che l’interesse per i conti dello Stato è un fenomeno relativamente recente. I pesanti paletti di Bruxelles, l’arrivo dell’euro e il cambio del sistema elettorale hanno sicuramente messo in risalto luci e ombre della finanza pubblica. Per questo dal 1998 in poi assistiamo ad una regolare strumentalizzazione a seconda di chi vince e di chi perde”.

Per Giacomo Vaciago, professore di Politica economica all’università Cattolica di Milano, il buco da sette miliardi è tutto da verificare. “Bisogna aspettare la Trimestrale di cassa - spiega - e capire se il Paese potrà ancora contare su un extragettito consistente come è stato negli ultimi due anni oppure no”.

“Durante le legislature - spiega Mario Deaglio, professore di Economia internazionale all’università di Torino - i ministri del Tesoro tengono ben nascosti i dati veri sull’andamento economico e ogni volta che cambia il colore politico del governo qualcuno riapre quel cassetto ed ecco il perché di notizie di buchi fino a quel momento insospettabili”. Deaglio è prudente e dice che per poter fare una stima dell’attività del governo Prodi bisogna aspettare il bilancio “perché le stime, per quanto sia autorevole chi le fa, non sono mai delle certezze e cambiano anche in base a chi le interpreta”. Come avviene, conclude Deaglio, all’inizio di ogni campagna elettorale e alla fine di ogni governo.

Più o meno sulla stessa linea l’interpretazione di Renato Brunetta, vicecoordinatore di Forza Italia e consigliere economico di Silvio Berlusconi: “Ogni volta che i governi, in vista delle elezioni, fanno una Finanziaria eccessivamente dispendiosa finisce poi che vanno male. Quella di scoprire le carte come cambia il governo è oramai una prassi. Ma in questo caso credo che parlare di un buco di sette miliardi sia ancora prematuro. Anche se gli errori di Prodi nella manovra 2008 ci sono così come lo spreco di 30 miliardi in due anni”.

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Istat, nel paniere entra il navigatore ma a tavola la crisi non cambia


Via l’hamburger surgelato e i cucirini, ovvero le trecce di filo per il cucito. Entrano, invece, insalata in confezione, navigatore satellitare, giochi elettronici per consolle, combustibile solido e pranzo con piatto unico. Il potere d’acquisto crolla, l’inflazione galoppa, i consumi cambiano e anche il “paniere” Istat si adegua. Per la verità quest’anno le novità sono state molto più contenute rispetto al passato. Le posizioni rappresentative sono scese a 533, sette in meno rispetto all’anno scorso. Così oltre alle entrate e le uscite, il nuovo campione per la rilevazione dei prezzi è stato razionalizzato anche con accorpamenti di voci e prodotti.

E se il “paniere” Istat si restringe, i consumi degli italiani procedono nella stessa direzione. L’inflazione che corre al 2,9 per cento, il tasso più alto dal 2001, mette in allarme economisti e consumatori. Il potere d’acquisto, denunciano da tempo le associazioni, hanno messo in ginocchio i lavoratori dipendenti per i quali il tasso inflazionistico è ben al di sopra di quanto certificato dall’istituto di statistica. Antonio Lirosi, in arte Mr Prezzi, il vigile incaricato dal governo per il controllo delle tariffe, aveva lanciato l’allarme proprio ieri. “Gennaio parte malissimo” aveva detto in una trasmissione tv. E la causa è proprio l’aumento dei prezzi.

Il rincaro feroce che ha sacrificato la gran parte dei beni di largo consumo. A partire dalla tavola. Pane, pasta ma anche la carne. Secondo Coldiretti il prezzo dalla stalla alla tavola cresce di venti volte e il costo finale può arrivare anche al 400 per cento in più rispetto al normale. C’è una sola eccezione, e l’Istat lo conferma, che si fa largo nelle abitudini delle famiglie. I dispositivi elettronici, dal telefonino alla playstation, godono sempre di eterna giovinezza. Consumisticamente parlando.

Il VIDEO servizio:

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Giampiero Cantoni
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