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La ricetta di economisti e consumatori per risollevare le sorti della povera Italia

Un banco di un mercato rionale di Roma in un'immagine d'archivio | Ansa
Va bene tagliare le tasse ma soltanto se l’intervento viene accompagnato da una riduzione della spesa. Nove giorni fa, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, esternava così le sue preoccupazioni sul rallentamento del Prodotto interno lordo. E dalla tribuna del Forex a Bari il governatore spiegava la ricetta di Palazzo Koch: “Solo la crescita dell’efficienza produttiva e dell’offerta di lavoro offre sostegno duraturo allo sviluppo”.

Qualche giorno dopo, il 23 gennaio, il presidente di Confcommercio, in occasione della presentazione del rapporto dei consumi, delineava un strategia decisamente diversa: “Non c’è altra strada - osservava Carlo Sangalli - se non quella di ridurre la spesa pubblica e abbassare le tasse”. Mentre per Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, “ciò che serve al Paese è una politica che si assuma la responsabilità di decidere, che ci difenda dall’idea che il destino di milioni di cittadini possa essere affidato alla globalizzazione e alla mano invisibile del mercato”.

E a dicembre il rapporto Censis 2007 già descriveva un paese spaccato, dove l’economia (seppure di nicchia e di minoranza) va ma dove la società civile arranca. Per risollevare le sorti “dell’Italia che ama i telefonini, dei bassi redditi, dei consumi che non decollano”, la ricetta del presidente Giuseppe De Rita è “puntare alle tante minoranze attive nell’economia, nella società e nelle scienze”. Altra strategia quella di Unioncamere che invece, in un rapporto del 22 gennaio, si concentra soprattutto sull’aumento pazzo delle tariffe dei servizi offerti dalle aziende municipalizzate. Dall’acqua al gas passando per i rifiuti.

Pur ammettendo che da noi i costi sono più bassi rispetto ad altri Paesi europei, il presidente Andrea Mondello, sottolinea la necessità di una “maggiore apertura del mercato e di più trasparenza”. Un’esigenza che nel settore potrebbe tradursi nell’obbligo per gli enti locali “di presentare ai cittadini un bilancio consolidato delle società da esse controllate”. Infine per le associazioni dei consumatori la soluzione è chiara: per aiutare le famiglie in difficoltà bisogna redistribuire il reddito, abbassare le tasse, dimezzare i prezzi e congelare le rate dei mutui a tasso variabile. Un piccolo grande miracolo affidato al governo che verrà.

Famiglie italiane mai così povere negli ultimi venti anni

L'inflazione, comunica l'Istat, a settembre è aumentata leggermente rispetto al mese precedente, passando da +1,6% a +1,7%. Ma il prezzo dei prodotti alimentari registrano forti rincari, primo fra tutti il pane che in un anno è aumentato del 7,5%.
Le famiglie italiane sono sempre più povere. Mai così tanto negli ultimi venti anni. I consumi sono fermi al palo e la crescita, secondo il rapporto di Confcommercio, passerà dall1,5 per cento del 2007 al 1,2 per cento del 2008. Per vedere qualche spiraglio di luce bisognerà aspettare il 2009, quando la percentuale farà un piccolo balzo dello 0,7 per cento. E intanto, i primi fare le spese della crisi, sono pane e cereali il cui prezzo negli ultimi mesi è salito alle stelle. Stessa sorte per la carne e per lo zucchero, il cui consumo scende dello 0,5 per cento. E se la crisi si vede soprattutto a tavola, resistono telefonini ed elettrodomestici. Nel primo caso si tratta di un vero e proprio trionfo tra le preferenze degli italiani che quest’anno acquisteranno cellulari il 22 per cento in più rispetto al 2007. Bene anche i servizi telefonici (+21,4%) e i vari marchingegni domestici, dalla lavatrice all’aspirapolvere (+15,6%). Non solo. Qualche euro in più verrà speso anche per le vacanze mentre si tirerà la cinghia per gli sfizi nel tempo libero. Si risparmierà poi sui pasti in casa e fuori casa (0,5% rispetto a 0,7% del 2007), sulle spese domestiche (1,4% rispetto a 1,2% del 2007) e su tutto ciò che riguarda la cura di sé, dalla palestra al parrucchiere (1,3% rispetto a 1,6% del 2007). In generale, su una spesa di 3.186 euro al mese di spese a famiglia, la fetta maggiore viene riservata alla casa (900 euro) e all’alimentare (733 euro). La ricetta anti-crisi di Confcommercio, spiega il presidente Carlo Sangalli, è “ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale, perché solo così si può davvero dare respiro alle famiglie, innescando un passaggio di fiducia”.

Il flop delle municipalizzate: sono troppe, costano tanto e producono poco

Autobus del trasporto pubblico locale
Sono tante. Anzi, tantissime. Quasi 5mila sparse in tutta Italia. Producono decisamente poco ma costano una fortuna. Sotto la lente di Unioncamere sono finite le società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane che sono state monitorate tra il 2003 e il 2005. In tre anni le municipalizzate, le cosiddette “local utility”, sono cresciute del 5,9 per cento e a farne le spese è stata soprattutto l’efficienza. Di pari passo è cresciuto il loro peso nel quadro economico nazionale e oggi rappresentano l’1,1 per cento dell’occupazione e l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo. Un gigante che spesso schiaccia i cittadini a forza di rincari . Dal 1996 al 2006 le tariffe dei servizi pubblici locali (produzione di energia elettrica, gas e acqua, trasporti e gestione dei rifiuti), osserva Unioncamere, sono cresciute in media del 40%, ovvero il 15% in più dell’inflazione. Di contro il valore aggiunto per ogni addetto è di 60,6mila euro mentre nel totale Italia sfiora i 98mila euro. E ancora il costo del lavoro per addetto è di 42,3mila euro mentre in media nel Paese è di 41,9mila.

La dimensione media delle imprese, calcolata sulla base dell’occupazione, risulta piuttosto elevata: 68 addetti. Tra partecipate e controllate esiste un sensibile scarto dimensionale. Sono, infatti, mediamente 87 gli addetti delle imprese controllate, con il Mezzogiorno che arriva a 105 ed il Centro-Nord che si attesta a 82. Forte tendenza alla crescita dei lavoratori nelle controllate del Sud: tra il 2003 e il 2005 l’incremento occupazionale ha raggiunto la quota complessiva del + 20,9%, mentre l’aumento a livello nazionale ha superato il 10%.

Forte è la disparità tra Centro-Nord e Sud quanto a produttività del lavoro. L’indice è cresciuto complessivamente dal 10,5% nel triennio considerato. Ma al Sud l’incremento è stato del 4,4%, mentre al Centro-nord ha superato il 12%. Gli utili delle società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane si sono attestati poco al di sotto di 1,5 miliardi di euro nel 2005, grazie soprattutto ai buoni risultati ottenuti nella produzione e distribuzione di energia elettrica, nei servizi idrici, nella fornitura di gas e nei trasporti. Ma se alla fine si tiene conto dei contributi erogati dagli enti locali, dallo Stato e dall’Unione europea nello stesso anno emerge che, al netto di queste erogazioni, il complesso dei bilanci delle società controllate si sarebbe chiuso con una perdita pari a circa 975 milioni di euro.

E nel 2007 qual’è stata la sorte delle municipalizzate? Secondo le stime di Unioncamere l’84% delle società partecipate individuate nel 2005 era ancora attiva alla fine di novembre scorso. Le altre società, invece, sono entrate in liquidazione, in fallimento o sono cessate (in totale 248). Oppure sono diventate inattive o hanno comunque visto l’uscita degli enti locali tra gli azionisti.
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Contratti, dopo i metalmeccanici la partita non è affatto chiusa

Una manifestazione degli statali contro la Finanziaria 2008
Un aumento salariale di 127 euro lordi per i prossimi 30 mesi, 260 euro per chi non fa contrattazione di secondo livello, 300 euro di una tantum per coprire il ritardo del rinnovo contrattuale e, per la prima volta, la parità normativa fra operai e impiegati. Con l’accordo firmato ieri per oltre un milione e mezzo di metalmeccanici, scende a quota sei milioni il numero di lavoratori ancora in attesa di un nuovo contratto. In prima fila tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici che aspettano il rinnovo 2008-2009 ma tra questi ci sono due milioni di lavoratori per i quali non c’è stato nemmeno quello 2006-2007. E ancora due milioni di addetti al commercio oltre a giornalisti e ferrovieri. Mentre è di appena sei giorni fa l’intesa per i 45mila lavoratori del settore gas-acqua.

La partita più importante il governo la gioca nel settore del pubblico impiego. Lo stesso ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri ha sottolineato che “è necessario rafforzare questo risultato con la firma rapida degli altri contratti aperti a partire da quello dei dipendenti pubblici, su cui l’impegno del governo deve essere immediato”.

Si tratta di quasi due milioni di lavoratori, su un totale di 3,6 milioni, che aspettano ancora di vedere gli aumenti relativi alla precedente tornata contrattuale, quella che interessa il biennio 2006-2007. Infatti, nonostante il preaccordo firmato da governo e sindacati su aumenti medi mensili di 101 euro, i dipendenti degli enti locali (circa 800mila persone), della sanità (800mila), della dirigenza pubblica (100mila) del settore Università e Ricerca (70mila), delle 4 Agenzie fiscali (70mila) e i circa 15mila dipendenti di Accademie e conservatori, aspettano ancora la direttiva dell’esecutivo all’Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni. E quindi la firma vera e propria del contratto.

Inoltre è già stata avviata la trattativa per il rinnovo 2008-2009 ma i sindacati attaccano:”La legge finanziaria non prevede stanziamenti oltre a quelli utili per l’indennità di vacanza contrattuale”. Carlo Podda, segretario nazionale della Funzione pubblica della Cgil, spiega che è già in atto uno stato di agitazione e che in questi giorni e per le prossime settimane ci saranno manifestazioni in tutte le regioni d’Italia. “Il governo deve mettere a disposizioni più risorse per i rinnovi - tuona Podda - senza nessun trucco contabile. La strada comunque si annucia molto lunga”.

Già sul piede di guerra i 120mila lavoratori del settore ferroviario che hanno proclamato uno sciopero. Il 27 gennaio per gli addetti alla circolazione dei treni e il 28 gennaio per gli addetti agli uffici e agli impianti fissi. Il contratto è scaduto a dicembre 2006 e ora i sindacati di categoria chiedono aumenti medi di 115 euro. Difficile e lunghissima anche la trattativa per il rinnovo contrattuale dei 16.500 giornalisti ancora in attesa da 1.057 giorni. Nonostante 15 scioperi e un duro braccio di ferro tra Fnsi e Fieg la trattativa è ancora ferma al palo. Nessuna intesa, in particolare, è stata raggiunta sulla parte normativa (precariato, lavoro autonomo e multimedialità). Infine al gruppo dei dipendenti in attesa del rinnovo contrattuale si aggiungono i 165mila addetti del settore gomma-plastica e oltre 250mila lavoratori della chimica, dell’energia e delle manifatture.

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Un controllo ogni dieci anni: la Fiom punta il dito sulle ispezioni

Controlli in tutta la capitale per tutelare la sicurezza dei lavoratori | Ansa
Le direzioni di prevenzione e sorveglianza nei luoghi di lavoro delle aziende sanitarie sono gli organismi preposti al controllo della sicurezza nelle aziende. Ma in media ci sono solo due persone, tra medici e tecnici, per controllare tra le 300 e le 500 aziende del territorio. E spesso capita che passino anche dieci anni tra un’ispezione e l’altra. Ogni anno, poi, le aziende devono presentare una valutazione di rischio sulle procedure lavorative all’operaio responsabile della sicurezza.

Capita però che i rappresentanti, soprattutto nelle piccole realtà, siano parenti dell’imprenditore. Oppure accade che il documento presentato non sia completo come dovrebbe essere. E non sempre per questo si sciopera. La situazione delineata da Gianfranco Tosi, responsabile dell’ufficio salute, ambiente e sicurezza della Fiom-Cgil, è “drammatica”. E il punto, spiega, “non è il rinnovo del contratto o l’aumento salariale. Provvedere alla salute e alla sicurezza di oltre un milione e mezzo di persone è un obbligo. Non è discutibile”. E aggiunge: “Bisogna aumentare i controlli perché siamo arrivati al punto che le ispezioni partono solo in caso di infortuni gravi, quando interviene la magistratura”. Ma soprattutto nonostante i numerosi casi di cronaca lo dimostrino (Thyssen docet) e i dati dell’Inail lo accertino, le aziende si ostinano ancora a non investire in sicurezza. “Gli imprenditori”, spiega Tosi, “si affidano al calcolo delle probabilità. È una prassi ormai che nelle cause di lavoro la maggior parte delle aziende patteggino il 25 per cento della sanzione prevista. E poi i processi durano una vita e le aziende se ne approfittano”.

In tutte le cause per decessi sul lavoro e infortuni gravi la Fiom si costituisce parte civile. “Un segno di solidarietà per le famiglie” conclude Tosi “e un modo per mettere l’accento su un problema non economico ma di coscienza degli imprenditori”.

Altre vittime sul lavoro. Ma le regole della (in)sicurezza non cambiano

La portineria del Centro Interporto Adriatico dove dove, il 18 gennaio 2008, due operai che stavano lavorando nella stiva di una nave sono morti a causa delle esalazioni di anidride carbonica. I sindacati hanno proclamato uno sciopero immediato in tutti i porti italiani in seguito agli incidenti mortali avvenuti a Porto Marghera<br />
Quattro morti sul lavoro in poche ore. Cinquanta vittime nel 2008. Solo 18 giorni dall’inzio dell’anno. A Marghera, la frazione alle porte di Venezia, conosciuta come uno dei più importanti poli chimici europei, oggi due operai hanno perso la vita nella stiva di una nave attraccata al porto. Sono morti, Paolo Ferrara di 47 anni e Denis Zanon di 39, soffocati dall’anidride carbonica. Secondo i sindacati, nelle prime fasi concitate dei soccorsi, i due uomini sarebbero stati portati fuori della stiva della nave e per tentare di rianimarli il capitano della “World Trader” avrebbe usato una bombola d’ossigeno in dotazione per le emergenze. La stessa però, secondo i lavoratori, sarebbe stata scarica e quindi inutile. Ora la nave è stata posta sotto sequestro, la Procura ha aperto un’inchiesta e il ministero dei Trasporti ha annunciato che nominerà una commissione per accertare la dinamica dei fatti. Intanto, Cgil, Cisl e Uil, hanno proclamato 24 ore di sciopero in tutti i porti italiani. Vittime del lavoro sono state anche Francesco Pizzo di 51 anni e Agostino Lorusso di 31. Il primo è morto a Bagnoli di Sopra, in provincia di Padova, mentre stava scaricando un paio di tonnellate di ghiaia dal suo autocarro. Il secondo è precipitato da un’altezza di sette metri mentre era al lavoro in un cantiere edile nella zona industriale di Andria. I nomi dei quattro operai si aggiungono alla lista delle mille vittime dal 2007 a oggi. Così, mentre si infiamma la polemica sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici, i sindacati tornano sull’emergenza sicurezza. Ma soprattutto sulla necessità di inserire nel rinnovo regole più severe e di prevedere più risorse da investire in questo settore.
sono morti soffocati mentre lavoravano nelle stive il 18 gennaio 2008
Oggi il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha chiesto al governo di utilizzare per la sicurezza e la prevenzione i 12 miliardi di euro dell’Inail: “Quei soldi sono dei lavoratori, il governo invece che costernarsi dovrebbe spenderli in sicurezza” ha detto Bonanni. Mentre Epifani, della Cgil, ha chiesto di fare attenzione a non scambiare “per qualche soldo” la sicurezza. Nel 2005, ha calcolato l’Inail, il costo sociale degli infortuni sul lavoro in Italia ha toccato quota 45 miliardi di euro. Ovvero il 3,21 per cento del Prodotto interno lordo. Più di una manovra finanziaria. Per questo, assicurano i sindacati, spendere in sicurezza è più che altro un investimento.

LEGGI ANCHE: Si infiamma la trattativa sul contratto dei metalmeccanici - Un controllo ogni dieci anni: la Fiom punta il dito sulle ispezioni

Metalmeccanici, aut aut dei sindacati: “Così si va verso lo sciopero generale”

Una manifestazione della Fiom davanti alla sede di Confindustrai a Genova
Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici è fermo al palo. Da giorni migliaia di operai bloccano strade e manifestano in attesa di una risposta da parte di governo e sindacati. E già l’aria è quella dello sciopero generale. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano prende tempo, il suo ruolo da ex segretario generale della Fiom, forse, non l’aiuta. Media, da giorni. Ma i margini della trattativa sono ormai ridotti all’osso. Il braccio di ferro è soprattutto sugli adeguamenti in busta paga. Da un lato Federmeccanica propone un aumento di 120 euro al mese più “una tantum” di 250 euro per il pregresso con l’esclusione di quanto già pagato per la vacanza contrattuale. Dall’altro lato ci sono i sindacati, per i quali i 120 euro vanno distribuiti in 36 mesi, vale a dire dalla scadenza del contratto. L’aumento, quindi, si tradurrebbe in 100 euro al mese su due anni effettivi. La richiesta in piattaforma è in realtà di 117 euro in 24 mesi. Un rebus dal quale il governo non riesce a tirarsi fuori. Addirittura prende sempre più corpo l’ipotesi di un lodo. In sostanza l’esecutivo dovrebbe sottoporre alle parti una soluzione entro domenica e a quel punto si tratterebbe di prendere o lasciare. A complicare ancora di più le cose, poi, hanno contribuito anche quelle aziende che autonomamente hanno deciso di concordare l’aumento salariale. L’ultimo caso è quello della Beghelli che ha riconosciuto 105 euro in più in busta paga. Una decisione che ha fatto tremare i sindacati. “Se la scelta fosse stata compiuta da un’associazione - ha commentato il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini - avrebbe fatto saltare il contratto nazionale”. Ora, a dieci giorni dall’apertura del tavolo, l’unica cosa certa è il giorno di sciopero che Cgil, Cisl e Uil stanno per proclamare per metà febbraio. “Per noi - ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti - i tempi non sono quelli del ministro dell’Economia. Devono venire al tavolo entro la fine di gennaio e dirci che ci sarà una riduzione delle tasse sui redditi da lavoro dipendente e pensioni. Questo è l’unico atto che potrà fermare lo sciopero generale il 15 febbraio”. Per il resto si sa poco o nulla sui prossimi incontri tra governo e parti sociali. E si sa ancora meno della fine delle nuove norme sulla sicurezza che dovrebbero essere inserite nel contratto e che per ora sono passate in secondo piano. Nonostante, in media, in Italia, tre persone al giorno perdano la vita sul lavoro.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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