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Farmaci: giù la spesa, su le ricette. I rimedi per ridurre i costi

farmaci da banco

Farmaci e “appropriatezza prescrittiva” (cioè il farmaco giusto al paziente giusto nel tempo giusto): un problema ormai non solo medico e sociale, ma anche economico. Nel primo trimestre del 2009 si registra, a differenza di quanto avvenuto nei mesi precedenti, un leggero calo delle ricette mediche (-1,9 per cento) e anche la spesa farmaceutica netta a carico del Servizio sanitario nazionale ha fatto registrare un calo del 4,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008.
Alto impatto economico dei farmaci. Cosa fare per ridurre i costi?
L’impatto economico, però, resta ancora alto: 1.937 milioni di euro, pari a 32,49 euro per ciascun cittadino italiano. Cosa fare per ridurre questi costi? “Deve cambiare la strategia della terapia: si cerca una maggiore appropriatezza terapeutica coniugando il farmaco giusto al paziente giusto nel tempo giusto, senza condizionamenti e tenendo ovviamente conto del contesto economico”, dice a Panorama.it, Marcello Tonini, del Dipartimento di medicina legale, scienze forensi e farmacotossicologiche dell’Università di Pavia, a margine della presentazione di “Nexus 2009″, l’evento scientifico, giunto alla sua quarta edizione, che si propone di fornire un costante aggiornamento sulle patologie in ambito gastroenterologico (tra cui il reflusso gastroesofageo, una patologia spesso trascurata che colpisce in Italia oltre dieci milioni di persone). Con una spesa in classe di farmaci (gli inibitori di pompa protonica) pari a 622,40 milioni di euro all’anno, seconda soltanto alle statine.

“La non appropriatezza del trattamento, oltre a causare sofferenza al paziente con un prolungamento dei tempi di guarigione, comporta anche un aggravio della spesa sanitaria: più visite, più accertamenti, possibili cambi di terapia, accresciuti effetti collaterali. Senza contare i costi sociali, come l’aumento dell’assenteismo dal posto di lavoro o del cosiddetto presenteismo, ovvero la presenza a lavoro, ma con un’efficienza fortemente ridotta”, aggiunge Tonini (qui una sua VIDEO intervista).

Federfarma: valore delle ricette in calo
Secondo Federfarma, il valore delle ricette è in calo per gli effetti degli interventi sui prezzi dei medicinali varati dall’Agenzia del Farmaco a partire dal 2006, del crescente impatto del prezzo di riferimento per i medicinali equivalenti e delle misure applicate a livello regionale, come l’estensione in diverse Regioni del rimborso del prezzo di riferimento agli inibitori di pompa protonica, una soluzione che Tonini ritiene “non del tutto utile perché in questo modo c’è maggiore difficoltà a prescrivere gli inibitori di pompa protonica di seconda generazione, più potenti e quindi più efficaci, necessari in almeno il 30 per cento dei malati di riflusso gastroesofageo. Il prezzo di riferimento favorisce l’introduzione dei generici, che sono i benvenuti quando danno la stessa efficacia terapeutica, ma alcuni casi possono e debbono essere trattati soltanto con il farmaco originale, che riduce nel tempo gli effetti di una malattia”.

Risparmio di oltre tre miliardi di euro all’anno a partire dal 2010
Occorre, dunque, “uniformità di proprietà terapeutica e un approccio al paziente basato sui sintomi, in quanto questo costituisce una guida appropriata per la valutazione della risposta alla terapia”, aggiunge a Panorama.it Sergio Vigneri, della Divisione di gastroenterologia dell’Università di Palermo (qui una sua VIDEO intervista). Se ne sono accorti i medici di medicina generale, che hanno promosso un progetto sulle malattie cardiovascolari con le asl che porterebbe a risparmi di oltre tre miliardi di euro all’anno a partire dal 2010. Ma anche molte case farmaceutiche hanno capito che serve una maggiore razionalizzazione dei prodotti immessi sul mercato: secondo un rapporto di PriceWaterhouseCoopers  nello sviluppo dei nuovi prodotti si investe il doppio rispetto a 10 anni fa, ma in commercio c’è il 40 per cento di farmaci in meno (leggi l’articolo su Panorama.it). Anche lo studio “Cardias”, presentato da Tonini e Vigneri, si pone come obiettivo la valorizzazione del processo clinico assistenziale dei pazienti affetti da reflusso e dei costi diretti della patologia in termini complessivi e nel dettaglio della spesa farmaceutica nazionale.

Dallo studio emergono differenze nei comportamenti terapeutici tra gastroenterologi e medici di medicina generale, con una maggiore attenzione da parte dello specialista al trattamento della forma non erosiva. Inoltre, nelle Regioni con prezzo di riferimento si è evidenziata la necessità di un maggiore utilizzo di associazioni con altri farmaci per il controllo dei sintomi. “Una stessa patologia può mostrare un quadro molto differenziato di presentazioni cliniche e i farmaci di una stessa classe possono avere diversa efficacia terapeutica”, conclude Vigneri. “Per questo è necessario differenziare la prescrizione: si avrà così un contenimento dei costi ed un miglioramento più rapido della qualità di vita del paziente”.

Calcio e business: il pallone di domani nasce sui debiti di oggi

L'attacante argentino del Barcellona Lionel Messi

La più grande soddisfazione per un tifoso è la vittoria della propria squadra del cuore. Se poi si vince allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita più importante della stagione, la finale di Champions league, la soddisfazione per chi ha vinto, il Barcellona, è doppia. Anzi, tripla. Perchè nel momento in cui Carlos Pujol, capitano dei blaugrana, alzava al cielo la “Coppa dalle grandi orecchie”, c’era chi tra i dirigenti spagnoli si faceva due conti in tasca.

40 milioni di euro guadagnati per il Barcellona
Almeno 40 milioni di euro guadagnati, tra diritti televisivi e premi dell’Uefa per essere arrivati fino in fondo. Senza contare che un successo di tal genere di solito rivaluta il parco giocatori di almeno il venti per cento e fa impennare i diritti televisivi internazionali per acquisire future partite. In attesa di esporre la coppa nel museo del club, situato all’ingresso del proprio stadio Camp Nou e che nel 2008 ha avuto oltre un milione e mezzo di visitatori.

Il VIDEO con gli highlights della finale di Champion’s League

Il VIDEO con la premiazione e la consegna della coppa al capitano del Barcellona

Squadre ricche, nuovi sponsor (a Manchester sia su sponda United che su quello del City arriveranno soldi freschi per quasi 150 milioni di euro), ingaggi dei calciatori che anziché ridursi, sembrano subire un rialzo in questa campagna trasferimenti estiva. Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio come conferma un’inchiesta pubblicata da Panorama.

Le società sono fortemente indebitate e all’estero anche i ricchi piangono.
A differenza dell’Italia, hanno stadi di proprietà, centri commerciali e un ricco commercio di gadget, ma la crisi ha colpito valori immobiliari (soprattutto in Spagna) e sponsor. Il crollo delle borse ha dato il colpo di grazia ai capitali dei magnati russi, arabi e americani. In Italia molte società sono in affanno, ma nonostante tutto la nostra serie A si è confermata al secondo posto nella classifica dei ricavi fra i massimi campionati di calcio in Europa.

Calcio italiano secondo per ricchezza in Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business, il campionato italiano ha raccolto 1.430 milioni euro, mille milioni in meno della Premier league inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 e la Ligue 1 francese a 1.040. In attesa della stagione 2010/2011, che potrà portare a un incremento importante dei ricavi, la serie A si trova a contrastare l’assalto della Bundesliga.
Il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di euro di media per club) e il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40 mila in media nella stagione 2007/2008), avrà la possibilità di sorpassare la serie A.

Grandi sponsor nonostante la crisi
Un altro segnale di (relativa) stabilità per il calcio italiano è dato dal fatto che i ricavi da partnership di maglia del massimo campionato di calcio italiano, nell’attuale stagione, non hanno subito effetti negativi dovuti alla crisi economica. Secondo Stage Up, infatti, le 20 società della serie A hanno raccolto da sponsor di maglia e tecnici, poco più di 141 milioni di euro, l’1,6 per cento in più rispetto al 2007/2008.
Fra le ragioni più rilevanti si distingue la prolungata durata degli accordi: le sponsorizzazioni principali hanno una vita media oltre i due anni con picchi a tre, se non quattro anni, per i contratti più ricchi. Le sponsorizzazioni tecniche hanno una durata media di cinque anni con rapporti anche ultradecennali. La stagione 2008/2009, nonostante la crisi economica globale, ha portato diverse novità fra gli sponsor principali. Crescono in particolare gli investimenti di aziende estere provenienti dai settori “giochi e scommesse” ed “Automotive”. Del primo comparto fa parte Betshop, nuovo sponsor di maglia del Palermo. La società londinese di scommesse ha affiancato altre aziende del settore già presenti come Bwin, partner del Milan, ed Eurobet, partner del Genoa. Nonostante il calo generalizzato degli investimenti in comunicazione del settore auto, la serie A mantiene il proprio appeal con due nuovi ingressi per questo comparto: quelli della francese Renault Trucks per il Torino e della rumena Dacia per l’Udinese che hanno sostituito due aziende italiane, rispettivamente la compagnia di assicurazioni torinese Reale Mutua, attuale co-sponsor granata, ed il marchio di abbigliamento modenese Gaudì.

Domani stadi di terza generazione
“I diritti media e le sponsorizzazioni per loro natura hanno un comportamento anticiclico. Si tratta di scelte strategiche e di lungo periodo”, sostiene Giovanni Palazzi, ad di Stage Up. “Le fonti di ricavo più aggredibili sono quelle da stadio. Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne. Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività verso altre forme di spettacolo e diversificare i ricavi”.
Nuovi stadi, ma anche la rimodulazione dei diritti televisivi che dal 2010 saranno venduti collettivamente e dai quali i club sperano di incassare almeno un miliardo di euro a stagione.
Una partita da sei miliardi di euro, come spiega Panorama Economy in una sua inchiesta. Il più grande accordo in termini di ammontare complessivo per un singolo contratto mai siglato nella storia del calcio italiano. Una boccata di ossigeno per i bilanci.
E per tornare a investire (e magari vincere) in Europa.

I debiti del calcio in Europa

Ricerca esclusiva: ai lavoratori italiani piace la flessibilità

Operaio al lavoro

In epoca di crisi, il lavoro flessibile produce effetti importanti sui livelli di occupazione: l’82 per cento dei lavoratori italiani ritiene infatti che possa favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, la conservazione dei posti esistenti e la reintegrazione di coloro che si riaffacciano al mondo del lavoro. Il dato emerge da uno studio indipendente commissionato da Avaya, società leader nei sistemi di convergenza voce e dati e nelle soluzioni di rete (leggi qui il Pdf) e realizzato dalla società di ricerca Dynamic Markets e che Panorama.it pubblica in anteprima e in esclusiva. Lo studio, denominato “Flexible Working 2009″, delinea uno scenario di oltre 3.500 lavoratori di tutta Europa, in particolare Francia, Spagna, Germania, Italia, Russia e Regno Unito.

Ai fini del presente studio, sottolinea l’ufficio stampa di Avaya a Panorama.it, si definisce lavoro flessibile “una situazione in cui i dipendenti non sono tenuti a lavorare durante ore prestabilite né essere fisicamente presenti in azienda, bensì liberi di decidere orario e luogo dove svolgere il proprio lavoro”. La convinzione che il lavoro flessibile possa contribuire ad un rafforzamento dei mercati del lavoro è particolarmente radicata in Russia (91 per cento), Spagna (87 per cento) e Regno Unito (88 per cento). Sul piano economico, il 33 per cento degli intervistati in Italia (più di tedeschi e francesi) ritiene che i lavoratori flessibili possano far risparmiare denaro alle aziende, visto che queste figure non sono costantemente presenti in ufficio. Viene inoltre considerata un’ottima opportunità, poiché permetterebbe di gestire più facilmente impegni di vario tipo (ad esempio in campo medico) senza sottrarre tempo al lavoro (secondo il 66 per cento degli intervistati), di lavorare in modo più soddisfacente e felice (51 per cento) e di essere più produttivi (48 per cento).

“Sarebbe troppo semplice affermare che il lavoro flessibile rappresenti la perfetta soluzione per l’Italia alle prese con i problemi della disoccupazione e della crisi, ma è sorprendente vedere quante persone lo ritengano un metodo fondamentale per creare posti di lavoro e far prosperare le economie” dice a Panorama.it, Gianluca Attura, amministratore delegato di Avaya Italia. “L’attuale crisi economica può portare le aziende a utilizzare la flessibilità come elemento pratico ed efficiente, in termini di costi, per fidelizzare il personale valido e di talento che si trova a dover equilibrare altre tipologie di impegno”.

Anche l’aspetto legislativo potrebbe rivelarsi determinante nell’applicazione del modello flessibile. Fra coloro che attualmente non lavorano secondo uno schema flessibile, il 66 per cento degli italiani ha ammesso nel questionario on line diffuso dalla Dynamic Market che supporterebbe questo approccio se fossero introdotte norme specifiche nel proprio paese, in particolare i genitori e coloro che sono in attesa del primo figlio. Inoltre, l’81 per cento dei dipendenti (più che in ogni altro paese in Europa) sarebbe disposto a prendere in considerazione una riduzione di stipendio a fronte della possibilità di lavorare con orari flessibili.

In media gli italiani sarebbero pronti a sacrificare il 12 per cento dello stipendio. A livello europeo, il 61 per cento dei lavoratori intervistati sarebbe disposto a sostenere tale approccio laddove fossero introdotti diritti al lavoro flessibile nelle legislazioni dei singoli Paesi. Il 67 per cento pensa che i lavoratori flessibili siano più soddisfatti, mentre il 51 per cento li ritiene più produttivi. Il 59 per cento, infine, crede che i principali elementi motivanti per le aziende a supporto della flessibilità lavorativa siano l’aumentata produttività e la capacità di equilibrare vita familiare e vita lavorativa.
“Avaya crede molto nel telelavoro come fonte di vantaggi economici e benefici personali sia per gli imprenditori che per gli impiegati”, conclude Attura. “Negli Stati Uniti è stato promosso uno specifico piano “green” interno: con più di 2.200 telelavoratori full-time e il 75 per cento della forza lavoro che opera da remoto durante la settimana, sono state ridotte le emissioni di CO2 fino a 6,750 tonnellate all’anno, diminuendo di oltre 15 milioni di chilometri all’anno gli spostamenti effettuati dai dipendenti per raggiungere l’ufficio”.

Respinto il ricorso della Ferrari. “Senza accordo non ci iscriviamo”

Ferrari 2009 Kimi Raikkonen Kimi Raikkonen

Fumata nera per la Ferrari: il Tribunale ordinario di Parigi ha respinto il ricorso relativo al cambiamento delle regole in formula uno e il tetto ai budget a partire dal prossimo anno. “Non ci sono danni imminenti da prevenire o evidenti illeciti da bloccare”, ha spiegato il giudice Jacques Gondrand de Robert del tribunale delle Grandi istanze della capitale francese. Un verdetto favorevole alla casa di Maranello avrebbe smontato i piani, soprattutto economici, della Federazione internazionale dell’auto (Fia), che con l’introduzione del tetto ai budget di 45 milioni di euro spera di attirare nuove scuderie come Lola, USF1, Prodrive, ed altri.
Va dunque a Max Mosley il round nella guerra dei regolamenti, guidata dalla scuderia del Cavallino e appoggiata dai grandi team del Circus. Il numero uno della Fia esulta si permette anche di bacchettare la scuderia italiana. “Nessun competitor dovrebbe porre i propri interessi al di sopra di quelli dello sport in cui compete. La Fia, i team e i nostri partner commerciali continueranno a lavorare per garantire il benessere della Formula 1 nel 2010 e oltre”, dice sprezzante. La Ferrari, dopo aver “preso atto della sentenza francese, ribadisce che senza un’intesa lascerà il Mondiale della Fia” dice a Panorama.it, Luca Colajanni, capo ufficio stampa della Ferrari. “La competizione vedrebbe, con lo scenario attualmente in vigore, venir meno quelle caratteristiche che hanno reso la formula uno la massima espressione dello sport automobilistico”, aggunge. Da Maranello aggiungono che è stato riconosciuto dalla Corte l’esistenza di un diritto di veto della Ferrari. “Ritenendo che il diritto di veto avrebbe forse dovuto essere esercitato in occasione delle riunioni del Consiglio mondiale del 17 marzo e del 29 aprile scorsi, la corte ha preferito rimandare la decisione sul carattere di urgenza di fronte alla giurisdizione ordinaria” è scritto nel comunicato ufficiale che Colajanni presenta alla stampa. “Questo vuol dire che se fra tre mesi un’altra corte decide che il diritto di veto è valido, le regole vanno riscritte”, sottolinea a Panorama.it. E alla domanda su cosa succederà adesso, Colajanni dice chiaramente che “la Ferrari conferma il proprio impegno a lavorare nell’ambito della Fota, proseguendo nel metodico e progressivo processo di diminuzione dei costi iniziato nei mesi scorsi. Già venerdì in occasione del Gran premio di Montecarlo ci sarà una riunione con gli altri team e si valuterà le azioni per il futuro”.

Futuro assai immediato dal momento che il termine ultimo per l’iscrizione al campionato è stato fissato per il 29 maggio: i team che volontariamente aderiranno al cap di 60 milioni di euro sul budget avranno come contropartita maggiore libertà tecnica. Se non fosse possibile trovare un accordo fra tutte le parti coinvolte, è scritto ancora nel comunicato ufficiale, “la Ferrari non procederà all’iscrizione delle proprie monoposto. In tal caso, la Ferrari continuerà a competere in gare consone al calibro del marchio e adeguate al suo livello di innovazione tecnologica”. Fino a quel giorno ci saranno altri incontri tra le parti per tentare di ricomporre la frattura. Un ruolo fondamentale sarà quello di Bernie Ecclestone, che più di tutti gli altri non ha interessi ad avere una Formula 1 di minore importanza, soprattutto dal punto di vista economico e con un appeal mediatico nettamente inferiore a quello attuale. Nessuna dichiarazione ufficiale da parte di Luca Cordero di Montezemolo, delusi i due piloti ferraristi, Felipe Massa e Kimi Raikkonen (che comunque dicono “di voler rimanere alla Ferrari anche senza formula uno”), drastico Fernando Alonso, driver della Renault, altro team “ribelle”, insieme a Toyota, Red Bull, Toro Rosso. “E’ strano che nessuno si sia seduto ad un tavolo e abbia pensato ai danni che stiamo provocando allo sport. La Formula 1 non è più interessante se, per far entrare 3 o 4 squadre, si perdono 7 costruttori e i migliori 10 piloti del mondo”, dice lo spagnolo arrivando a Montecarlo. Mosley sa che la Ferrari può andare avanti e ottenere giustizia. Il che comporterebbe problemi enormi se non verrà almeno posticipata la data delle iscrizioni al prossimo mondiale. Ogni iscritto potrebbe innescare una causa se questo regolamento dovesse saltare nel caso la Ferrari dovesse vincere la sua battaglia legale. Basta e avanza per provare a mediare sul budget o su altro. Per questo si tratta di una vittoria Ferrari. Forse non decisiva, ma importante per il futuro prossimo.

Formula zero business: niente accordo con Mosley. La Ferrari ricorre in tribunale

ferraribox

“Un Gran premio a Roma senza la Ferrari sarebbe un disastro, anche dal punto di vista economico”. Le parole pronunciate da Gianni Alemanno, sindaco di Roma, durante la presentazione del progetto di fattibilità per una gara nella capitale dal 2012, rischiano di diventare realtà. Le parti in causa si erano date appuntamento all’aeroporto di Heatrow, a Londra, per cercare di trovare una mediazione in extremis. Ma tutto è rimasto congelato. Così, la Ferrari ha deciso di fare causa in Francia alla Federazione internazionale dell’automobile (Fia) per evitare che modifichi il regolamento per il prossimo campionato fissando un tetto al budget delle scuderie.

Il presidente della Fia Max Mosley ha detto che non ci saranno compromessi sulla nuova controversa regolamentazione. Il termine ultimo per presentare la domanda d’iscrizione al Mondiale del 2010 è stata fissata al 29 maggio: i team che volontariamente aderiranno al cap di 60 milioni di euro sul budget avranno come contropartita maggiore libertà tecnica. La Fota, l’associazione dei team di formula uno, ritiene questa proposta irricevibile e insiste perché si introduca una gestione più collegiale della F1 e del criterio di formazione del regolamento sportivo e tecnico.

Ecco allora la decisione della Ferrari per ribadire che esite un “diritto di veto contro la Federazione”, come sottolinea Stefano Domenicali, direttore della gestione sportiva di Maranello, interpellato da Panorama.it. Si comincia martedì prossimo, a Parigi, con la prima udienza. Nessuno, nè Domenicali, nè Luca Colajanni, capo ufficio stampa del Cavallino, preferiscono sbilanciarsi sull’esito del ricorso. C’è la consapevolezza, però, che un mondiale senza la Ferrari, in termini di visibilità e sponsor, non sarebbe la stessa cosa. Anche se c’è crisi, la Ferrari è capace ancora di attrarre sponsor e investimenti: prova nè è che già prima della nuova stagione marchi come Tata, il grupo indiano produttore di utilitarie, e il Banco di Santander abbiano voluto legarsi alla “Rossa”.

Tutti d’accordo gli altri team: questo regolamento, così com’è, non va bene. Toyota, Red Bull e Toro Rosso sono state le prime a schierarsi al fianco della Ferrari. Come Flavio Briatore e la sua Renault. “Tutti noi vogliamo avere un costo di gestione molto inferiore a quello attuale. Potrebbe essere inferiore ai 40 milioni, però deve arrivare in base a regolamenti e non in base a un esercizio finanziario. Non vorremmo trovare una situazione in cui i direttori finanziari possano determinare un campionato del mondo”. E ha aggiunto: “Dobbiamo arrivare anche a meno di quello che il presidente ha proposto, però gradualmente dal 2009 attuale al 2012″. Questo, ha continuato, “svaluterebbe completamente il marchio, svaluterebbe completamente chi ha investito per anni in Formula 1 e noi siamo disposti, se mancassero delle auto, ad avere una terza macchina. Noi della Renault diamo lavoro a 700-800 persone, per cui quando si parla di budget esagerati, bisogna considerare che il 60 è rappresentato dagli stipendi”.

Nonostante la crisi abbia costretto già una riduzione dei costi in Formula uno e si siano verificati l’abbandono prima della Super Aguri poi della Honda, (salvata da Ross Brawn e attuale leader del mondiale con le quattro vittorie di Jenson Button), i soldi restano al centro dei movimenti del Circus. Stage Up - Sport &Leisure Business stima che il valore dei diritti commerciali sia di 550 milioni di euro; di questi, il 50 per cento finisce nelle casse di Ecclestone, il rimanente viene diviso fra le scuderie. Inoltre una recente ricerca ha calcolato che i 17 Gran premi producono un fatturato medio di 229 milioni di dollari per evento quasi 10 volte le partite del football americano della National football league che generano 24 milioni di dollari per partita. Nessuno vuole cedere. La Ferrari, ancora a secco in pista, cerca una vittoria in tribunale. E la Formula Uno attende di conoscere il suo futuro.

Evasori si nasce: “Non pagare le tasse è nel Dna degli italiani”, parola di esperto

Il modello Unico

“Le tasse? È nel dna degli italiani non pagarle”. Ne è convinto il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, che, intervenendo a un convegno su “Linea Amica” al Forum PA, aggiunge come la necessità di pagare le imposte vada spiegata “fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola”. E infatti: “Abbiamo creato un kit che distribuiamo a tutte le scuole”, spiega Befera. “C’è un dvd con un cartone animato per i bambini dove si spiega perché bisogna pagare le imposte”. Ogni giorno i contatti giornalieri dell’Agenzia delle entrate si attestano sui 20 mila. Attraverso “Linea Amica“, che il ministro Brunetta dice dal palco del convegno di voler potenziare, avendo chiesto al Governo 50 milioni di euro per costruire “una pesante piattaforma multicanale ict”, si vuole istituire un front office del centro multicanale che riduca l’utilizzo degli specialisti alle questioni più complesse. Le problematiche più frequenti, ha precisato Befera, sono in questo momento nelle comunicazioni di irregolarità riguardo le dichiarazioni dei redditi che l’Agenzia invia ai cittadini nel caso in cui si presenti qualche errore nella documentazione. Befera riconosce che “ci sono “difficoltà reali delle imprese nel pagamento delle imposte”. Molti contribuenti che ricevono la cartella esattoriale fanno ricorso alla rateazione: attualmente, ammontano a 3 miliardi le imposte per le quali é stata concessa la rateazione. “Questo é un vantaggio per i contribuenti in difficoltà, ma anche per l’amministrazione che altrimenti dovrebbe attivare procedure esecutive”, sostiene il direttore dell’Agenzia delle entrate.

Italiani allergici alle tasse, forse anche per colpa delle “cartelle pazze” e degli studi di settore fatti con criteri troppo stringenti, almeno secondo “Contribuenti.it - Associazione contribuenti italiani“: da gennaio ad oggi secondo l’associazione  sono state recapitate 960 mila cartelle pazze, con conseguenti ipoteche sugli immobili, ganasce fiscali su auto e moto, pignoramenti di stipendi e di conti correnti bancari e postali. Numeri che si aggiungono a quelli forniti dal Codacons, secondo il quale dallo scorso giugno a gennaio sono stati 1.6 milioni gli italiani vittime delle cartelle esattoriali sballate. E,  dichiara Codacons, “finora gli esattori delle tasse con le cartelle pazze hanno riscosso illegittimamente in 10 anni circa 9,8 miliardi di euro”. Le “cartelle pazze” notificate da gennaio ad oggi ai contribuenti italiani riguardano per il 55 per cento multe automobilistiche prescritte o annullate dai giudici di pace, il 32 per cento bolli auto prescritti, già pagati o non dovuti, l’11 per cento la tassa smaltimento rifiuti richiesta erroneamente ai proprietari anziché agli affittuari. C’è anche un 2 per cento, piuttosto sgradevole, di richieste di pagamento imposte sospese ai terremotati abruzzesi. Per tutti vale il principio, dichiarato incostituzionale, del “solve et repete”, cioè “prima paghi e poi discutiamo”, anche in presenza di sentenze dei giudici di pace o delle commissioni tributarie. E per chi non paga, dopo 60 giorni scattano automaticamente le procedure esecutive con ipoteche sugli immobili, le ganasce fiscali sulle auto e moto, i pignoramenti dello stipendio e dei conti correnti bancari e postali, e come previsto dal “decreto salva crisi”, con l’aggravio di un aggio e interessi di mora del 18 per cento. In pratica, i contribuenti dovranno remunerare gli Agenti della riscossione con un compenso pari al doppio di quanto previsto negli anni scorsi.

Ci sono anche casi in cui liberi professionisti che guadagnano un reddito inferiore a quello previsto dalle tabelle dell’Agenzia delle entrate siano soggetti a studi di settore che li inseriscano per mesi come potenziali evasori, prima che l’accertamento si concluda. Befera assicura che sono previste novità. La conferma arriva dalla Commissione di esperti per gli studi di settore, organismo che vede riuniti l’amministrazione finanziaria, la società per gli studi di settore e le associazioni di categoria, che ad aprile ha approvato all’unanimità un documento nel quale si precisa che “in relazione ai periodi d’imposta 2008 e 2009 interessati da notevoli modifiche nel mercato provocate dalla crisi, il risultato degli studi di settore sia accompagnato in sede di accertamento anche da altri elementi in grado di rafforzare ulteriormente la pretesa tributaria”, suggerendo all’agenzia delle Entrate “particolare prudenza nelle situazioni in cui gli scostamenti saranno di lieve entità”.

Un passo avanti dalla “civiltà giuridica importante” secondo le associazioni di categoria. Una speranza in più per cambiare il dna degli italiani e stimolarli a pagare le tasse.

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Sacconi, stop alle regioni: “Entro un mese i piani di rientro o commissariamento”

L'ospedale di Vibo Valentia

“Le Regioni impegnate nei piani di rientro dal disavanzo cumulato per la spesa sanitaria dovranno presentare atti convincenti entro il 15 giugno, altrimenti scatteranno i commissariamenti”. È il monito di Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, intervenuto al Forum PA per presentare La vita buona nella società attiva, il libro bianco sulla sostenibilità del welfare, che “avrà a valle piani di azione coerenti e illumina il nuovo piano sanitario”. Le Regioni nel mirino sono la Campania (1,25 miliardi di rosso nel 2008-2009), il Molise (133,6 milioni di scoperto nello stesso biennio), la Sicilia, con 342,3 milioni, e la Calabria, con un “buco” di 2 miliardi. “La crisi economica esalta l’accelerazione delle riforme nel Mezzogiorno e impone un maggior controllo della finanza pubblica sulle dinamiche di spesa”, sostiene Sacconi. E lancia una stoccata a Dario Franceschini, secondo il quale il Governo Berlusconi nel suo primo anno ha tagliato ben tredici miliardi di euro tra investimenti e livelli essenziali di assistenza. “Un’accusa assurda”, tuona il ministro. “Nel 2009 le risorse sono state incrementate e sono ipotizzabili 4,5 miliardi in più nel 2010-2011 rispetto al precedente patto della salute”.

Ma il Servizio sanitario nazionale è ancora sostenibile? Certamente sì, dice Sacconi, se si tiene conto della concreta politica e amministrazione delle regioni, soprattutto quelle più virtuose. In questo senso, viene in aiuto la pubblicazione di Franco Toniolo, presentato durante il convegno, sul ruolo fondamentale che le regioni hanno avuto, e hanno, per la gestione del sistema sanitario nazionale. “Un libro utile, al pari del libro bianco sul welfare, per sollecitare il risveglio di ogni cittadino per migliorare la comunità e superare la crisi che ci ha colpito”, stimola la platea il ministro.

Sacconi plaude l’intesa firmata dal suo ministero con l’associazione nazionale di categoria delle agenzie per il lavoro Assolavoro e i sindacati dei lavoratori “atipici” Nidil-Cgil, Alai-Cisl, Uil-Cpo, con l’assistenza tecnica di Italia Lavoro spa. “L’intesa mira alla realizzazione di un’azione sperimentale di politiche attive e passive destinata a sostenere i lavoratori “in somministrazione”, in particolare gli over 40 eventualmente con figli a carico, che non usufruiscono di ammortizzatori sociali”, spiega Sacconi. “Si tratta di una platea potenziale di circa 31 mila lavoratori/disoccupati nei periodi di ritardo nella riattivazione delle missioni che può derivare dagli effetti della crisi economica in corso”. Al centro dell’intervento, il “patto di attivazione”, gestito dalle Agenzie e sottoscritto dal lavoratore, nel quale si definisce un percorso individuale che integra sostegno al reddito, formazione per l’aggiornamento delle competenze, proposte di lavoro e sistema sanzionatorio nel caso di rifiuto di offerte ‘congrue’. “Ai destinatari di questa azione pilota viene riconosciuto un contributo economico del valore di 1.300 euro, indicativamente pari all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti”, precisa il ministro. Prevista inoltre l’erogazione di voucher formativi dell’importo di 700 euro per ciascun beneficiario dell’azione, disponibili presso le Agenzie di somministrazione.

Infine, una considerazione generale sul federalismo fiscale, utile in particolare per il Mezzogiorno, e che serve a offrire un sistema di servizi erogati sulla base di un’equa distribuzione delle risorse. In caso contrario, se una regione è inadempiente si ritorna alle urne e si cambiano gli amministratori in carica. “Il ministro Fitto ha giustamente sottolineato che l’evasione fiscale costa allo Stato italiano circa 127 miliardi di euro. Un rimedio a questo fenomeno diffuso che frena lo sviluppo dell’Italia potrebbe essere quello del federalismo fiscale e su questa strada si sta muovendo il Governo”, conclude. “Nei prossimi giorni il Governo prenderà in esame il codice delle autonomie per produrre un documento di sintesi; alle Regioni poi sarà inviato il testo del decreto legge. Il territorio, grazie anche al federalismo fiscale, è il luogo dove si ricompongono i servizi offerti alla persona, stimola il superamento del divario territoriale e rilancia l’unità nazionale anche dal punto di vista economico”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
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