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Il Senato ha dato il via libera questa mattina all’articolo 14 del disegno di legge sullo sviluppo e l’energia che apre la strada alla “riconversione” dell’Italia al nucleare.
Il testo delega il governo ad adottare, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge, decreti con la disciplina della localizzazione delle centrali e i sistemi di stoccaggio dei rifiuti radioattivi, oltre alle misure compensative per le popolazioni. I sì sono stati 142, 105 i no e 4 le astensioni. Contro l’articolo si è espresso il Pd.
La realizzazione di impianti, ha sottolineato in Aula il senatore del partito democratico Gian Carlo Sangalli, rappresenta “un paradosso economico visto che le centrali a gas della Pianura Padana sono utilizzate solo per il 50 per cento”. La notizia arriva dal Forum Pa, dove il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola è intervenuto ad un tavola rotonda sul futuro delle ‘energia in Italia.
“È un passo avanti importante per il ritorno ad un tipo di energia in cui crediamo molto”, dice Scajola. “La strategia energetica del governo Berlusconi punta ad innalzare dal 16 al 25 per cento l’apporto delle rinnovabili alla produzione di energia elettrica nazionale. Un ulteriore 25 per cento sarà assicurato dal rilancio del nucleare, settore nel quale pure non mancheranno occasioni di collaborazione tra l’industria italiana e quella degli Stati Uniti che con i suoi 104 impanti è il primo paese al mondo per dotazione di centali nucleari attive”. E sulle presunte mappe (pubblicate da Repubblica) di siti individuati dal Governo per costriure le nuove centrali arriva la smentita di Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico. “La mappa dei siti nucleari non esiste e si tratta solo di articoli di natura elettorale. Non c’è alcuna mappa dei siti ancora aggiornata”, precisa Urso. “Non è un caso che le città e i luoghi di cui si parla sono centri dove si voterà nei prossimi giorni. Tutto ciò verrà fatto con le indicazioni della legge che stiamo per approvare che è molto rispettosa delle decisioni degli enti locali e terrà conto delle normative sulla sicurezza previste dall’Ue”.
A dirsi fortemente contraria all’idea di un ritorno al nucleare è invece Greenpeace: “Se dovesse tornare il nucleare in Italia, sarebbero pochissimi i territori che potrebbero ospitare una centrale, considerando zone le sismiche, quelle a rischio alluvioni, quelle a rischio siccità, le coste in erosione e le città densamente popolate”, si legge in una nota dell’associazione ambientalista che, grazie all’analisi di tre importanti carte tematiche, “svela perché lo stivale è assolutamente inadatto alle centrali nucleari”. Per le scorie nucleari - prosegue Greenpeace - esiste un’altra mappa di prima valutazione, elaborata nel 1999-2000 dal gruppo di lavoro ad hoc costituito all’epoca dalla Conferenza Stato Regioni (e supportato tecnicamente da Enea). In questo caso il rischio sismico è ritenuto meno rilevante (alcune aree sono persino in Abruzzo): le aree sono presenti in numerose regioni ma si concentrano particolarmente tra l’Alto Lazio e buona parte della Toscana, le Murge pugliesi e la Basilicata.
Di diverso tenore Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’energia che, sempre al Forum Pa, dice che “gli investimenti energetici possono considerarsi anche approdo sicuro e ottima opportunità per iniziative industriali e finanziarie che assicurino un’equa e garantita remunerazione agli investitori, assieme all’energia necessaria per la ripresa, ovviamente a prezzi e qualità sempre più convenienti per i consumatori”. Per Ortis, “il quadro regolatorio e tariffario nazionale è stato disegnato per facilitare gli investimenti necessari allo sviluppo delle infrastrutture energetiche e quindi costituisce anche un concreto contributo a sostegno di iniziative e cantieri anticrisi. Se il nucleare può essere un contributo allo sviluppo energetico, possiamo anche valutare questa ipotesi. Ma servirà ancora parlarne in maniera più diffusa e facendo i controlli massimi per la sicurezza”.

Sorridente. E soprattutto puntualissimo. Così il ministro della Funzione pubblica e dell’Innovazione, Renato Brunetta, si è presentato al Forum Pa 2009, la vetrina annuale della pubblica amministrazione, inaugurata nella mattina di lunedì 11 alla nuova Fiera di Roma (fino al 14 maggio). Ringrazia il sindaco Gianni Alemanno (”Il primo sindaco ad aver capito l’importanza di questa manifestazione”) poi dice di “aver mantenuto la promessa di consegnare soltanto materiale digitale a questa edizione di Forum Pa” (anche se, soffermandosi davanti lo stand della presidenza del Consiglio dice alle hostess che c’è ancora troppa carta in giro). Ma lancia un monito ben preciso: “Non c’è più tempo da perdere, bisogna approvare il decreto legislativo che attua la riforma dello stato, una macchina che ci costa 300 miliardi l’anno e che offre servizi solo al 50 per cento”. In quest’ottica, ha aggiunto: “Mi aspetto che il sindacato dia una mano e si renda conto della portata rivoluzionaria della riforma in atto. Voglio che il testo, dopo i passaggi parlamentari, vada al Cnel, per un parere articolato, poi se serve altro dialogo sociale ci sarà e passerà poi di nuovo in consiglio dei ministri. Ma il tutto va fatto entro 60 giorni o me ne vado”. Appuntamento a luglio dunque, “per il mare o per parlare del decreto approvato”.
Con il taglio del nastro, la manifestazione entra nel vivo. Forum Pa, 14 mila metri quadrati di esposizione e 250 espositori, compie venti anni con uno slogan significativo: “Recuperare efficienza attraverso le idee”. Da oggi a giovedì ci sarà un calendario fittissimo di convegni, la presenza di 12 ministri e numerosi amministratori locali. Si parlerà della riforma della pubblica amministrazione, di reti digitali, di economia, ma anche di sanità e telemedicina con la presenza di Arsenàl.it, il centro veneto di ricerca e innovazione per la sanità digitale. Saranno presentati il libretto sanitario elettronico (Azienda Ulss 9 di Treviso) e il progetto europeo “Health Optimum” che coinvolge tutte le Aziende sanitarie ed ospedaliere del Veneto con servizi di teleconsulto neurochirurgico e tele laboratorio.
Ma oggi, come detto, è il giorno di Brunetta. E delle cifre, inesorabili, sulla lotta ai fannulloni nella pubblica amministrazione. Da maggio 2008 a marzo 2009, incalza il ministro, il calo delle assenze per malattia è stato del 35,9 per cento, mentre la riduzione delle assenze per motivi diversi dalla malattia è stata del 11,8 per cento. Le riduzioni più rilevanti si riscontrano negli enti di previdenza e nelle pa centrali (rispettivamente -49,1 e -40,3 per cento). Il “Brunetta pensiero” va oltre le cifre e anticipa due novità che saranno lanciate durante le giornate romane: la casella di posta elettronica per tutti i cittadini italiani, che prevederà certificazione e firma elettronica dal proprio computer di casa e, sul solco di “Reti Amiche”, la possibilità di istallare in qualsiasi ufficio pubblico e privato, che abbia un certo numero di dipendenti, un terminale “on the job” abilitato a distribuire certificati e prodotti della pa, per “evitare di prendere magari due ore di permesso per fare un cambio di residenza o per fare una richiesta di analisi alla Asl”.
Poi ancora numeri. Quelli che testimoniano il successo di “Reti amiche“, il progetto chiave del piano di modernizzazione della pa voluto dal ministro. 5.740 sportelli di Poste italiane e 22.191 punti vendita tabaccai. In tutto 27.931 sportelli alternativi a quelli delle amministrazioni dove il cittadino può richiedere servizi e certificati. Al 16 aprile 2009 il ministero rileva che, negli sportelli postali, dall’avvio del progetto, sono state effettuate 9.500 transazioni per rinnovo/rilascio dei passaporti, con un incremento del 128 per cento a gennaio, e 200 mila transazioni relative al rinnovo/rilascio dei permessi di soggiorno (incremento del 20 per cento nei primi mesi del 2009). Positivo anche il bilancio di “Linea amica“, il contact center unico, attivato il 29 gennaio 2009 che vede in rete oltre 360 uffici di relazione con il pubblico. A fine marzo, gli operatori del network avevano risposto a circa 4 milioni di chiamate, la maggior parte delle quali effettuate via telefono (il 61,8 per cento) e il restante via mail (il 38,2 per cento). Nel solo periodo tra il 25 aprile e il 1 maggio il network ha raggiunto 1.152.000 contatti. “Linea Amica” è presente a L’Aquila con una propria postazione nel camper Inpdap presso il Centro commerciale “L’Aquilone”, mentre “Radio Pa amica” trasmette sul sito internet le news sul dopo-terremoto di interesse del cittadino. Il viaggio delle reti non si ferma qui. Entro la fine di maggio il ministero firmerà altre intese con Unicredit, che metterà a disposizione 4.600 sportelli per l’erogazione di servizi Inps, con le farmacie, grazie al quale i cittadini potranno richiedere servizi sanitari in 17.800 punti di vendita, e con Intesa San Paolo e le sue 6.463 agenzie.
Il VIDEO servizio:
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Le bevande “al gusto” o “al sapore” di arancia senza che il frutto vi sia contenuto non arriveranno in Italia. È l’impegno che il Governo italiano ha deciso di intraprendere per porre rimedio agli effetti dell’emendamento alla legge comunitaria approvata al Senato che taglia l’obbligo del contenuto minimo del 12 per cento di succo di agrumi previsto fino ad ora per questo tipo di bevande. Il testo che passa alla Camera prevede infatti l’abrogazione dell’articolo 1 della legge 286 del 1961 secondo il quale le bevande analcoliche vendute con denominazioni di fantasia, il cui gusto ed aroma fondamentale deriva dal loro contenuto di essenze di agrumi, o di paste aromatizzanti di agrumi, non possono essere colorate se non contengono anche succo di agrumi in misura non inferiore al 12 per cento.
Un danno che sarebbe stato principalmente economico perché si sarebbe verificata una drastica riduzione del consumo di frutta: non meno di 120 milioni di chili di arance all’anno prodotti in 6 mila ettari di agrumeti, per una cifra superiore ai 200 milioni di euro, secondo le stime di Coldiretti. I più grandi produttori mondiali di arance sono il Brasile (con circa il 30 per cento dell’intera produzione mondiale), seguito da Stati Uniti (14 per cento) e Messico (7 per cento). Nel bacino del Mediterraneo i principali paesi produttori sono Spagna e Italia, seguiti da Egitto, Turchia, Grecia, Israele e Algeria. In Italia, la produzione di arance durante il 2006 è stata di 25 milioni di quintali per una superficie investita di 105 mila ettari. E per il biennio 2008/09 è prevista una forte flessione, rende noto l’Ismea che stima in Italia un raccolto in calo del 33 per cento su base annua e del 29 per cento rispetto alla media delle ultime tre campagne. La riduzione è da imputare ai problemi causati dalle gelate primaverili in tutte le principali aree produttive, con le basse temperature, ben inferiori alla media stagionale, che hanno determinato un forte calo delle rese. In Sicilia, in particolare, si prevede una contrazione dei raccolti del 24 per cento, con riduzioni fino al 38 per cento in Calabria e del 35 per cento in Puglia.
Un colpo alle casse e uno alla salute, considerato che molte di queste sostanze sono oggetto di studi e verifiche per il loro supposto effetto negativo sui bambini e sul preoccupante aumento della percentuale di casi di obesità e soprappeso, che tra i giovani italiani ha raggiunto il 30 per cento. Ora, secondo le associazioni di categoria, la speranza è che questa “battaglia di civiltà e rispetto verso il nostro “made in Italy” si estenda dall’aranciata senza arance al “vino senza uva” realizzato dalla fermentazione di frutta, fino al formaggio prodotto utilizzando caseina e caseinati al posto del latte. L’abbassamento della qualità dell’alimentazione di fronte alla crisi è un rischio reale che, per Coldiretti, “colpisce le classi economicamente più deboli costrette a risparmiare sul cibo e per le quali è più elevata l’incidenza della spesa alimentare sul totale”.
Bevande che non hanno frutta e vino che non è vino. Se questo è il futuro, è bene vigilare molto attentamente, afferma Confagricoltura: “Difendiamo la legge 286, ma educhiamo i ragazzi di tutte le scuole. Inserire nei programmi scolastici l’educazione al consumo sarebbe il vero passo in avanti che ci consentirebbe di affrontare con maggior serenità argomenti delicati come questo”.
L’approvazione della riforma comunitaria del mercato ha sancito inganni vecchi e nuovi: dal consenso all’aggiunta di zucchero nei vini prodotti nel nord Europa, al rosè ottenuto miscelando vini bianco e rosso al posto della tradizionale vinificazione in bianco delle uve rosse senza obbligo di indicarlo. Norme che vanno in contrasto con le cifre diffuse dal centro studi di Mediobanca, secondo cui i consumi familiari di vino a denominazione di origine sono cresciuti del 7 per cento nel 2008, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale. Anche grazie alla vendemmia nazionale che ha toccato i 45 milioni di ettolitri (+ 5 per cento) mettendo a segno uno storico sorpasso sulla Francia dove la raccolta dell’uva è stata stimata in calo del 5 per cento per un quantitativo di 44 milioni di ettolitri.

Rombano i motori a Melbourne, in Australia. Riparte la stagione di Formula uno, il grande “Circus”. Le prove hanno evidenziato due verità. La prima è che vanno forte le macchine contestate dagli avversari per i diffusori posteriori: Brawn GP, Williams e Toyota. Se ne riparlerà dopo il Gran premio della Malesia, quindi fino al 14 aprile si rischia di correre “sub iudice“.
Poi, seconda verità: i duellanti Ferrari e Mc Laren-Mercedes, che negli ultimi anni hanno battagliato per la vittoria finale, ora arrancano. In attesa della gara che scatterà domenica mattina quando in Italia saranno le 08,00 (qui la programmazione di Sky e della Rai), la stagione appena cominciata è stata definita da molti “l’anno zero della Formula uno”. Quella, per intenderci, del corposo taglio dei costi e della crisi economica. “Noi siamo in mezzo e dobbiamo contribuire al taglio delle spese”, dice Flavio Briatore, team manager Renault, uno che i conti è abituato a farli. Soprattutto davanti a un giochino che tra budget, ingaggi, diritti d’immagine, marketing, muove 2 miliardi di euro a stagione. Il team francese è stato il primo a rinegoziare gli stipendi dei propri piloti, Fernando Alonso e Nelsiño Piquet. Sull’entità del taglio c’è riserbo, ma Alonso non patirà troppo, visto che è il secondo pilota più pagato coi suoi 20 milioni di euro a stagione. Più sofferto si prospetta, invece, il taglio a Piquet jr, che guadagna poco meno di 4 milioni.
Del resto, quella dei costi da tagliare è storia vecchia. Va detto però che nell’ultimo anno le avvisaglie della crisi hanno costretto a riflessioni più serie. Nel 2008 è stata la Super Aguri, team satellite della Honda, a dare l’addio a stagione in corso e a dicembre il forfait è poi arrivato dalla casa madre che fino all’anno passato vantava il quarto budget del circus (314,9 milioni di dollari). L’addio della Honda è stato un duro colpo per l’ambiente. Da qui sono partite le nuove iniziative della Federazione internazionale automobilistica (Fia) volte a spendere meno. Si spiegano così il limite di 8 motori che ogni pilota potrà utilizzare nel corso dell’anno, le nuove norme sul congelamento nello sviluppo dei motori, i limiti all’uso delle gallerie del vento e la cancellazione dei test stagionali. Non va poi dimenticata la “trovata” di Max Mosley di aumentare del 500 per cento il costo della superlicenza che i piloti devono avere per correre. Oggi un pilota deve pagare 10 mila euro di base e 2 mila euro a punto conquistato. Prima i prezzi erano più abbordabili: 1.690 euro di base e 477 euro a punto. Da qui la richiesta dei piloti di adeguarsi alla crisi e la promessa di Mosley di calmierare i prezzi .Ma a partire dal 2010.
Ma quanto costa a un team vincere un mondiale? In media 135 milioni di euro, una cifra quattro volte più alta del budget deciso dalla Fia a partire dal 2010. Secondo l’analisi dell’agenzia bolognese StageUp-Sport&Leisure Business, nel 2008 è stata la Ferrari la scuderia più efficiente in termini di costi sulla base dei risultati ottenuti: le otto vittorie della stagione scorsa sono costate a Maranello 41 milioni l’una contro i 57,1 milioni spesi dalla McLaren e i 101,4 milioni della Toro Rosso. I 290 milioni spesi dalla Bmw Sauber sono valsi una sola vittoria. I 702 punti assegnati sono costati in media 3,5 milioni ciascuno. Anche in questo caso la Ferrari con 1,9 milioni a punto è stata la scuderia che ha speso meno. Seguono la Bmw Sauber con 2,1 milioni a punto e la McLaren con 2,3 milioni. Fra le maggiori delusioni della stagione scorsa in termini di efficienza costi - risultati si distinguono Honda e Toyota: la prima ha sostenuto una spesa di 22,5 milioni per punto, la seconda di 6,3 milioni. Le sponsorizzazioni che hanno contribuito maggiormente nel 2008 a coprire i costi di gestione provengono da aziende di telecomunicazione, capaci di spendere circa 180 milioni, e da quelle della finanza per oltre 100 milioni (maggiori informazioni nel documento in pdf).
Tra cambi regolamentari dell’ultimo minuto, soldi e ricorsi questa Formula uno è diventata davvero un “circo”: interessa ancora a qualcuno quello che succede in pista?
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Lancette avanti di un’ora nella notte tra sabato 28 e domenica 29. Scatta l’ora legale, che resterà in vigore fino alla notte tra il 24 e il 25 ottobre. Termina così il periodo di ora solare che accompagna i cinque mesi invernali: l’obiettivo è di recuperare un’ora di luce a fine giornata. Ma anche risparmiare svariati milioni di euro in minor uso di energia elettrica. Secondo i dati di Terna, la società responsabile in Italia della trasmissione dell’energia elettrica sulla rete, i consumi saranno ridotti di 655 milioni di kWh, con un risparmio di oltre 342 mila tonnellate di CO2. A livello economico, considerando che un kilowattora costa in media al cliente finale 15 centesimi di euro al netto delle imposte, il risparmio economico relativo all’ora legale per il 2009 sarà di quasi 100 milioni di euro, sostanzialmente in linea con quanto l’Italia ha risparmiato l’anno precedente. Con l’ora legale, dal 2004 al 2008, il nostro paese ha risparmiato, complessivamente, 3,1 miliardi di kilowattora, pari a circa 400 milioni di euro. Il minor consumo di energia elettrica è stimato per aprile: oltre 169 milioni di kilowattora, pari al 26,2 per cento del totale. Ciò è dovuto al fatto che aprile ha giornate più corte in termini di luce naturale, rispetto ai mesi dell’intero periodo. Spostando in avanti le lancette di un’ora, quindi, si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno funzionamento.
C’è chi si interroga sui vantaggi (o meno) dell’introduzione di questa consuetudine. Non farebbe risparmiare secondo uno studio dell’Università della California, che ha analizzato sette milioni di abitazioni nello Stato dell’Indiana, concludendo che l’ora legale ha aumentato i consumi annuali delle utenze domestiche tra l’1 e il 4 per cento, per una spesa aggiuntiva di 8,6 milioni di dollari l’anno. Un’indagine dell’Energy Institute australiano sostiene anch’esso che i risparmi sono solo apparenti. Secondo l’Istituto infatti, il risparmio viene sempre calcolato sulle ore interessate dalla maggiore quantità di luce (quelle pomeridiane), mentre se si fa il computo complessivo tra il risparmio pomeridiano e la maggiore richiesta di energia tra le 7 e le 8 del mattino e quella usata nelle ore più tarde perché, mediamente, si rimane svegli più a lungo, il risparmio risulta zero. Non tutti i risultati sono negativi. Nel rapporto stilato ad ottobre 2008 per il Congresso dal dipartimento dell’Energia, si conclude che l’aver anticipato di 4 settimane l’ora legale, usanza attuata dagli Stati Uniti dal 2005, ha fatto risparmiare globalmente lo 0,5 per cento dell’energia, che corrisponde a quella utilizzata da 100 mila appartamenti per un intero anno. Gli Usa prevedono di risparmiare abbastanza energia, tra il 2005 e il 2020, da poter fare a meno di costruire tre impianti di grandi dimensioni. Economicamente i vantaggi dell’anticipo dell’ora legale (che quest’anno durerà fino al 4 novembre, una settimana in più rispetto all’Europa) ammontano a 4,4 miliardi di dollari.
L’ora legale porterà a dormire di meno. La sua storia risale al Settecento, quando Benjamin Franklin la teorizzò per ottenere il risparmio energetico. Un orario convenzionale che seguisse la luce del sole sembrava idoneo a sostenere il minore consumo. Allora, ovviamente, non essendoci la luce elettrica, la teoria non fu molto seguita. Lo scienziato infatti pensava al risparmio su candele, lampade e torce. La norma prese invece slancio nel ‘900, all’epoca di quella rivoluzione industriale che, partita dalla Gran Bretagna alla fine del Seicento, scandì lo sviluppo economico del vecchio continente. Nel 1916 la Camera dei Comuni di Londra diede il via libera al “British Summer Time“, che implicava lo spostamento delle lancette un’ora in avanti durante l’estate. In Italia l’ora legale è stata adottata per la prima volta nel 1916, dal 3 giugno al 30 settembre. La norma rimase in vigore fino al 1920 e poi venne abbandonata. Nel 1940 Mussolini decretò che era necessaria, la riammise e vi rimase fino al 1948, anno in cui venne nuovamente abolita. L’adozione definitiva risale al 1966, durante gli anni della crisi energetica. Per i primi tredici anni venne stabilito che l’ora legale dovesse rimanere in vigore dalla fine di maggio alla fine di settembre. Dal 1981 al 1995, invece, si stabilì di estenderla dall’ultima domenica di marzo all’ultima di settembre. Il regime definitivo è entrato in vigore nel 1996 quando si stabilì di prolungarne ulteriormente la durata dall’ultima domenica di marzo all’ultima di ottobre.
Ormai quasi tutti i Paesi industrializzati hanno adottato l’ora legale, secondo date di inizio e fine il più possibile coincidenti, soprattutto per non complicare gli orari dei vettori aerei. Ma c’è anche qualcuno che, come il Giappone, non vi aderisce: a mettere i bastoni tra le ruote (come in passato anche in Francia) sono stati gli agricoltori, visto che è soprattutto nelle prime ore della mattina che è concentrato il lavoro nei campi ed è allora che serve più luce. Le lancette non si spostano anche in gran parte del resto dell’Asia, come in Africa. Tra gli effetti collaterali osservati si contano: meno crimini, meno incidenti stradali, migliore uso del tempo libero e una maggior produttività. Ma al di là dell’uso dell’energia c’è un altro elemento da considerare: le ricadute sulla salute. Nonostante si dica che un’ora in più di luce dovrebbe permettere maggiore possibilità di movimento per la gente, secondo il “New England Journal of Medicine“, durante la prima settimana della nuova ora vi è un aumento del 5 per cento di infarti a causa dell’alterazione che si viene a creare nei ritmi biologici e soprattutto in quelli del sonno. Risparmio sì, ma attenzione al cuore.

Alitalia contro Ferrovie dello Stato: la guerra del trasporto (veloce) non è lampo, è cominciata da un po’. Ma con l’ultimo duello sulle “frecce” rischia di finire in tribunale.
Trenitalia lancia Freccia Rossa, l’alta velocità che permetterà di collegare, dal prossimo 13 dicembre, Milano a Roma (e viceversa) in appena tre ore? Alitalia risponde con “Freccia verde”, un pacchetto che include servizi personalizzati dedicati a chi viaggia sulla tratta Milano Linate – Roma Fiumicino. L’obiettivo è quello di velocizzare le operazioni di imbarco e sbarco riducendo i tempi di percorrenza: secondo le stime della compagnia - grazie a check-in dedicati (tre a Linate e quattro a Fiumicino), varchi sicurezza e corsie riservate ai clienti top - ci vorranno 3 ore e 20 minuti complessivi per arrivare dal centro di Roma a quello del capoluogo lombardo. Tempi simili a quelli del “Freccia rossa” (3 ore da stazione a stazione), secondo le previsioni della compagnia, con lo scopo di attirare soprattutto la clientela business, in particolare per voli di andata e ritorno in giornata.
Una bella fetta di mercato: i passeggeri a Fiumicino nel 2008 sono stati poco più di 30 milioni (incremento del 10,6 per cento di transiti rispetto al 2007), ha stimato l’Enac, di cui almeno il 30 per cento ha viaggiato su tratta Milano Roma.
Parallelamente, saranno introdotte nuove tariffe semplificate attraverso la riduzione a sole quattro fasce di prezzo. Il prezzo base per un biglietto business di sola andata resta, però, ancora alto: 195 euro. “Chi ha veramente fretta preferisce prendere l’aereo, soprattutto sulla tratta Milano/Roma”, afferma con trionfalismo Rocco Sabelli, amministratore delegato di Alitalia sulla pista di Linate davanti al nuovo Airbus 320. “Pensiamo inoltre di dedicare a questa rotta una flotta specifica di dieci, undici aerei esclusivi. Dopo dieci anni, Alitalia torna a investire sul rinnovamento della flotta”.
Ma Trenitalia non ci sta e va al contrattacco. “Ferrovie dello Stato rende noto che il brand Freccia verde era stato regolarmente depositato dalla società in data 18 novembre 2008 presso la Camera di Commercio di Roma” si legge in una nota diramata dalla compagnia ferroviaria. A seguito delle notizie di stampa sull’istituzione di un servizio Alitalia denominato Freccia Verde, Fs ha provveduto immediatamente, in data 4 marzo, ad informare Alitalia di aver già registrato il marchio e diffidandola all’utilizzo dello stesso. “A tale comunicazione”, aggiunge il comunicato, “Alitalia non ha ritenuto di dare alcun riscontro, attuando anzi l’utilizzo commerciale di questo marchio. Fs si trova pertanto costretta a intraprendere le azioni a tutela dei propri diritti”.
“Se Alitalia ci attacca ingiustamente, noi ci difendiamo. Come stiamo facendo”. Risponde senza fronzoli in Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferovie dello Stato, interpellato dai giornalisti al termine di un’audizione in commissione Lavori pubblici. E riguardo il progetto presentato da Alitalia, Moretti si è limitato a dire: “Faccio tanti auguri”. Ma dietro la diplomazia si nasconde il vero obiettivo di Trenitalia: sottrarre ai voli Roma-Milano 5 milioni di passeggeri, il 60% del mercato di quella tratta. E il boom di vendite dei biglietti online ne è una chiara testimonianza: 32.400 in un giorno il record raggiunto il primo dicembre, la media è di 30mila biglietti al giorno, 40% in più rispetto al 2007.
E i passeggeri come hanno preso queste novità? “Finalmente”, è il commento quasi unanime dei passeggeri diretti a Linate, soprattutto uomini e donne di affari, che hanno trovato all’aeroporto di Fiumicino la novità dei varchi di sicurezza “prioritari”.
Meno soddisfatti i viaggiatori per tutte le altre destinazioni per i quali la fila si svolgeva in un lungo serpentone. “Speriamo che ci siano miglioramenti anche per i voli destinati verso il sud, l’Italia non è soltanto Milano e Roma”, protestava un gruppo in partenza per un aeroporto pugliese.
Le stesse obiezioni che circolano nelle stazioni ferroviarie: i pendolari dei treni locali temono che il “pendolarismo di lusso” dei business man dell’Alta Velocità Milano-Roma, possa mettere ancor più in secondo piano la loro già pesante situazione (ritardi, poche e non ben tenute carrozze). Per loro verrà alzata “Freccia bianca”?

“L’Italia è il quarto paese in Europa, il settimo al mondo per investimenti nel settore aerospaziale, e ha generato nel 2007 12 miliardi di euro di fatturato. Nel 2008, poi, oltre il 50 per cento di questo fatturato è stato generato da esportazioni”. Il dato è stato annunciato da Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo economico, in apertura di Sat Expo Europe, alla Nuova Fiera di Roma, dal 19 al 21 marzo. “Quando si parla di spazio, sviluppo e sicurezza sono due facce della stessa medaglia”, aggiunge Urso. “Questo settore rappresenta un nuovo, grande fattore di crescita per l’Italia e può essere una chiave certa contro la crisi con ricadute indubbie per tutta l’economia italia”.
Nei prossimi cinque anni si prevede una crescita del 30 per cento delle applicazioni integrate che combinano i servizi forniti dai satelliti per osservazione della Terra, navigazione, telecomunicazioni e banda larga. Il dato positivo è il segnale di “una nuova epoca di applicazioni integrate di seconda generazione”, ha detto il presidente della rassegna, Paolo Dalla Chiara. “Il mercato mondiale dei servizi satellitari è di circa dieci miliardi di dollari, ma finora questo dato ha riguardato essenzialmente le telecomunicazioni, in particolare la televisione”, aggiunge. La crescita che si prepara sarà soprattutto frutto dell’integrazione dei servizi: ad esempio, i primi satelliti attivi nella banda S, oltre a portare la tv sul telefonino potranno dialogare con altri sistemi come il Gps e il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo.
“L’italia spende più della metà delle risorse dedicate allo spazio per partecipare ai programmi dell’Agenzia spaziale europea, ma dobbiamo focalizzare maggiore attenzione sui satelliti istituzionali e avere maggiori risorse per la ricerca su bande di frequenza superiori a quelle attuali”, sottolinea Enrico Saggese, commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana. “Fino a questo momento sono stati utilizzati, solo per la navigazione, tutti i 300 milioni di euro stanziati dai precedenti governi, si sta discutendo con l’attuale governo un refinanziamento di oltre 140 milioni di euro”.
Un impegno confermato da Guido Crosetto, sottosegretario al ministero della Difesa che ha parlato di “grande attenzione verso questo settore che produce una ricchezza fino a 5-10 anni fa impensabile e che dovrà diventare nei prossimi 15-20 anni una delle voci costanti di produzione di prodotto interno lordo, mettendo in moto le spese e l’utilizzo pubblico, ma aprendo ancora di più all’industria privata specializzata che in Italia rappresenta un fiore all’occhiello invidiata da tutto il mondo”.
A testimonianza della forte espansione del settore, interessanti i dati forniti da Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio. Nel 2005 la società, che fa parte del gruppo Finmeccanica, ha avuto ordini per 340 milioni di euro per la realizzazione di satelliti geostazionari (ossia di osservazione terrestre), di cui oltre il 90 per cento dal mercato italiano. A distanza di tre anni, nel 2008, gli ordini sono cresciuti a circa 440 milioni di euro con un tasso medio superiore alla crescita di mercato. Nel 2009, le previsioni parlano di una crescita fino al 55 per cento dal mercato italiano e per il restante 45 per cento da quello estero, con una prevalenza degli Emirati Arabi, che hanno effettuato ordini per 180 milioni di euro, Stati Uniti (32 milioni) e Francia, con una quota di mercato vicina all’8 per cento. “Esempio chiaro dell’internazionalizzazione dell’industria italiana che in futuro dovrà puntare dichiaratamente alla scelta di programmi forti e di carattere globale, incrementando le risorse per il comparto spaziale”, ha sottolineato Veredice.
È il momento, fanno capire gli esperti convenuti a Sat Expo, di riflettere sui nuovi assetti geopolitici internazionali e sui vantaggi che i sistemi infrastrutturali spaziali e satellitari possono dare ai problemi urgenti dell’ambiente e del clima, in vista del completamento dei tre più grandi progetti europei destinati a rivoluzionare lo scenario internazionale: Cosmo-SkyMed, costellazione satellitare italiana (2009), la rete satellitare in banda Ka (2010) e il sistema di navigazione satellitare Galileo (2013).
Il futuro, quindi, è appena cominciato.
Una panoramica di Sat Expo Europe alla fiera di Roma dal 19 al 21 marzo | Foto di Stefano Rizzato