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Manovre anticrisi: per la casa sarà una rivoluzione

edilizia

Silvio Berlusconi ha sempre detto di ammirare L’Utopia di Tommaso Moro, opera del 1516 che si svolge in un teatro di 54 città (le contee inglesi). Berlusconi di città ideali ne immagina 100 e non ha intenzione di lasciarle sulla carta: vuole costruirle. Il premier ha in mente un new deal che si muove su due linee: attenzione alle classi sociali sulle quali impatta la crisi, lancio di un piano di opere pubbliche e investimenti per stimolare la crescita e aumentare i posti di lavoro. Il piano casa fa parte di questo progetto.
Lo scenario economico
. Se il 2008 si chiude con la grande crisi e un governo impegnato a fronteggiarla con una serie di misure “cash”, l’anno prossimo per il presidente del Consiglio deve essere quello del rilancio dell’economia con una serie di misure, tra le quali il piano di infrastrutture. Il premier parlando alla platea degli industriali di Roma ha ribadito “che non dobbiamo nasconderci le difficoltà”; ma da uomo che ha le sue radici nella cultura d’impresa cerca di infondere fiducia al Paese. Se la crisi c’è, il miglior antidoto non è certo quello del pessimismo (a mezzo stampa o tv) o degli scioperi generali autoreferenziali (quello della Cgil).
La bussola di Berlusconi è sempre quella del programma elettorale, rivisto e corretto alla luce della recessione e delle difficoltà strutturali in cui si dibatte l’Europa (vedi alla voce patto di stabilità e Banca centrale europea). Quando Berlusconi dice che l’Italia se la passa meglio di altri paesi, ha pienamente ragione. Come anticipato da Panorama, la crisi finanziaria sta assorbendo risorse ben più consistenti rispetto al bail-out (salvataggio) da 700 miliardi di dollari pensato in origine dagli Stati Uniti. Secondo le stime dell’analista Barry Ritholtz, fondatore del sito di analisi finanziaria The big picture (11 milioni di visitatori), la Casa Bianca finora ha impegnato nella cura del sistema finanziario oltre 4.600 miliardi di dollari. Una cifra che non ha precedenti nella storia dell’economia: basti pensare che il piano Marshall, attualizzando i costi, si fermò a 115 miliardi di dollari e il New deal di Franklin Delano Roosevelt è stimato in circa 500 miliardi di dollari. L’Italia è rimasta al riparo dai fallimenti delle banche, ma è colpita da credit crunch e recessione.

Debito pubblico e deflazione. Mentre Giulio Tremonti sorveglia la cassa, presenta la social card e spiega che la Robin Hood tax ha dato un gettito di 4 miliardi di euro, il presidente del Consiglio può guardare all’altra faccia della crisi, agli effetti positivi che può produrre. In particolare sul costo del debito pubblico e i consumi.
Come? La diminuzione del tasso ufficiale di “policy” (1 punto nell’ultimo quadrimestre) operata dalla Bce e la diminuzione dei prezzi. Secondo le stime di Angelo Baglioni e Luca Colombo per Lavoce.info, porterà nel 2009 un risparmio netto di circa 4 miliardi di euro. Rispetto alle stime fatte in giugno nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), lo scenario è cambiato radicalmente: in scadenza per il 2009 ci sono titoli di Stato per 280 miliardi di euro e l’onere per interessi sul debito da rinnovare si ridurrà con un risparmio di 3,82 miliardi di euro.
All’effetto positivo sul debito pubblico si accompagna una diminuzione dei prezzi. Nel mese di ottobre in Europa e in Italia i prezzi sono rimasti fermi. Questo fenomeno nel breve-medio periodo sarà un sollievo per i consumatori, che hanno perso potere d’acquisto durante i mesi di decollo verticale dei prezzi delle materie prime.
L’economista Geminello Alvi riconosce entrambi gli elementi, tuttavia giudica “ancora più importante che il governo riesca ad accompagnare i suoi lodevoli inviti all’ottimismo con un’autentica politica di economia sociale di mercato. Qui la concretezza è decisiva perché modifica lo stato d’animo degli italiani, influenzando la tenuta della situazione e il giudizio dei mercati”.

Infrastrutture e casa. Il governo al piano di infrastrutture (Berlusconi ha annunciato che il Cipe darà il semaforo verde a opere per 16,6 miliardi) farà seguire il piano casa. Purtroppo la rinegoziazione dei mutui finora non ha avuto le adesioni sperate (soltanto 30 mila famiglie su 2 milioni di mutui a tasso variabile sottoscritti), anche a causa delle resistenze del settore bancario. Tuttavia, come ha ricordato a fine ottobre il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non raggiungono il 15 per cento” (circa 3 milioni, ndr). Secondo Draghi, inoltre, “la forte crescita dei mutui registrata in questo decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere del debito”.
Il problema casa in Italia dunque riguarda in larga parte non chi ce l’ha e la deve pagare, ma chi non la possiede e la vuole acquistare. Le soglie d’accesso all’acquisto infatti sono altissime, soprattutto nelle grandi città. Il governo sta pensando di costruire, entro il 2013, 100 mila nuovi alloggi grazie a una riforma che prevede la cooperazione di fondi immobiliari pubblici e privati. Il dossier è nelle mani del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e del sottosegretario con la delega alle politiche abitative, Mario Mantovani. “Berlusconi ha compreso che per vent’anni in Italia il problema della casa è stato trascurato” dice Mantovani a Panorama “e ora il governo punta a far diventare questo piano opera strategica di interesse nazionale”.
Una seduta del consiglio dei ministri
Così il presidente del Consiglio tornerà alla sue origini di costruttore, indosserà il casco da capocantiere e… prenderà l’elicottero.Vuole infatti individuare dall’alto le aree dove costruire nuovi quartieri. “Berlusconi vuole sorvolare le città: lui ha sempre costruito così i suoi centri residenziali. Non c’è strumento migliore per individuare le zone dove sviluppare un nuovo aggregato urbano” racconta Mantovani. “Abbiamo visto le periferie che cosa sono, rattristano e accumulano disagio sociale. Grandi agglomerati senza collegamenti e servizi, non armonici, e quindi abbiamo Quarto Oggiaro a Milano e il Corviale a Roma e lo Zen a Palermo e Scampia a Napoli. Berlusconi pensa alle 100 città, vuole andare incontro alla grande richiesta di abitazioni. Vuole acqua, verde, rispetto della natura, abitazioni basse, contenimento energetico e domotica”.

Per avviare il piano il governo deve sbaraccare l’attuale sistema di edilizia popolare, vendere il patrimonio pubblico, trovare un accordo con le regioni e coinvolgere i privati. A regime, secondo Mantovani, “il fondo potrebbe superare il miliardo di euro”. Dove costruire? Ovviamente dove c’è più richiesta, nelle aree metropolitane. A metà dicembre si terrà un incontro con le regioni, nel frattempo il governo lavora alla costituzione di una commissione di esperti, della quale faranno parte gli architetti del Politecnico di Milano Luigi Chiara e Paolo Caputo.
La palla, come si vede, non la gioca solo il governo. Se gli enti locali accettano la scommessa si apre una partita di notevole dimensione. In caso contrario l’Italia resterà ferma all’edilizia impopolare.

Federalismo energetico: la bolletta non è uguale per tutti

Rete elettrica
Turbina. Alternatore. Trasformatore. Bolletta. Messa così, la strada della produzione di energia elettrica appare diritta e senza ostacoli, ma come diceva Ennio Flaiano: «In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco» e dunque il sentiero è tortuoso e costoso.
La bolletta energetica italiana infatti non è uguale per tutti: 1 megawatt di elettricità prodotto nel Settentrione il 10 luglio scorso costava 106,66 euro, al Centro e nel Meridione 123,29 euro, in Sardegna 113,06 euro e in Sicilia toccava la stratosferica cifra di 171,09 euro. Incredibili asimmetrie di prezzo che si spiegano così: alcune zone dell’Italia non sono collegate alla rete nazionale e questo crea una serie di disfunzioni nella distribuzione di energia.
Problema: l’elettricità prodotta in eccesso nel Nord non può essere trasferita al Sud. Risultato finale: il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia, a causa delle inefficienze del Sud e delle Isole, balza a 115,20 euro, mentre potrebbe essere molto più contenuto.
Il meccanismo di formazione del prezzo è teoricamente semplice e trasparente: ogni giorno il gestore del mercato elettrico tiene aste per stabilire il prezzo dell’energia, che poi viene acquistata dai grossisti. I prezzi raccolti nelle varie zone d’Italia servono a fissare il prezzo unico nazionale, che purtroppo alla fine riflette la distorsione delle “rendite da congestione” prodotte in quelle zone del Paese dove la Terna (proprietaria della rete di trasporto dell’energia) per le resistenze e i veti degli enti locali non riesce a posare i cavi necessari per distribuire l’elettricità.
Così 36 milioni di utenze domestiche e commerciali sopportano il costo della politica del no di alcune regioni. Il conto dei “niet” localistici per il contribuente e le famiglie italiane è salato: considerando la tendenza al rialzo dei prezzi sul mercato energetico, si calcola che nel 2008 sfiorerà il miliardo di euro.
Se il cittadino si sente inerme, le associazioni e le lobby cominciano a battere i pugni sul tavolo. La Confindustria s’è posta la domanda di Lenin: che fare? Antonio Costato, vicepresidente della Confindustria per l’energia e il mercato, sta studiando da qualche settimana il problema e ha deciso di rompere gli indugi e fare una proposta provocatoria: l’elettricità verrà trasferita con prezzi diversi per ciascuna zona. Una sorta di secessione energetica che nelle intenzioni della Confindustria deve avere l’effetto di un elettroshock.
Le note riservate di viale dell’Astronomia parlano chiaro. Primo: al Nord si applicherà il prezzo più basso. Secondo: al Sud e nelle Isole l’energia costerà molto di più. Terzo: a quel punto l’esplosione dei prezzi al Sud non passerà inosservata e chi vende energia nelle zone congestionate difficilmente potrà praticare prezzi il 60-70 per cento più alti che nel resto d’Italia senza la protezione di quello che la Confindustria chiama “lo schermo mimetico” garantito dal prezzo unico nazionale. Estrema conseguenza: “Gli utenti, toccati nel portafoglio dal costo dei no, faranno pressione sulle regioni perché si dia corso alla posa dei cavi che la Terna ha pronti da anni”.
Presidente degli industriali di Rovigo, uomo del Nord-Est chiamato da Emma Marcegaglia a rappresentare il territorio più dinamico del Paese, Costato non ha il timore che la sua proposta venga scambiata per un’incursione leghista. Secessione energetica? “No, in realtà con questa proposta esaltiamo le conseguenze di un comportamento non virtuoso, di una cattiva interpretazione del federalismo” spiega a Panorama. Industriale del settore molitorio (”Settore molto energivoro”), Costato macina i progetti dei governatori fai-da-te: “Gli amministratori regionali, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione, hanno una capacità di interdizione alla costruzione di qualsiasi tipo di infrastruttura, perfino sulla posa di un pezzo di rame tra Scilla e Cariddi. Io sono un federalista, ma un conto è il perimetro politico e fiscale, un altro è il perimetro economico dove l’ambito è addirittura sovranazionale”.
Costato pensa che la politica energetica debba essere esclusiva dello Stato: “Sento parlare di cose aberranti come i piani energetici provinciali e regionali. E questo lo predicano anche gli amministratori del Nord. Sono robe che fanno venire la pelle d’oca”. In Confindustria ci sono imprese del settore energetico che possono essere meno favorevoli alla proposta, ma la scelta di viale dell’Astronomia è netta: “La linea guida della presidente Marcegaglia è inseguire il maggior beneficio per il Paese e qui sono le famiglie e i piccoli esercizi commerciali a essere i più colpiti”.
La palla passa a questo punto al governo. L’Autorità per l’energia da tempo ha acceso il faro sul problema, Palazzo Chigi sa che il tema è popolare e non rinviabile e la Confindustria preme: “È una questione di volontà politica e in autunno va trovata una soluzione”, chiosa Costato. In ballo c’è 1 miliardo di euro e il gioco sembra valere la candela, o meglio la lampadina.

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Nella finanziaria la ricetta segreta di Tremonti

Giulio Tremonti

Scene da un patrimonio. Adriana Poli Bortone presenta un emendamento sui chioschi in spiaggia, Tonino D’Ali ne invia a ruota un altro sulla viticoltura e la peronospora in Sicilia, il ministro per i Rapporti con il Parlamento interpella il ministro dell’Economia: che si fa, accettiamo gli emendamenti? Risposta di Giulio Tremonti: “Ma in Senato non lo sanno ancora che c’è la crisi del ‘29?”. Lo dice anche l’economista Nouriel Roubini sul suo Rge monitor: “È la più grave crisi dai tempi della Grande depressione”. Ragion per cui gli emendamenti diventano ordini del giorno e la cassa resta blindata.

Sarà la Finanziaria più immacolata della storia della Repubblica, in Transatlantico lo chiamano appunto “effetto ‘29″ e in realtà è l’onda d’urto di una crisi che Tremonti vede arrivare sull’Europa come uno tsunami che avrà ripercussioni enormi sul bilancio dello Stato e la vita delle famiglie, già messi a dura prova dall’aumento del costo delle materie prime e dal rialzo dei tassi di interesse. L’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia ha cominciato a far aprire gli occhi anche a quelli che considerano le idee tremontiane “troppo fosche per essere vere”. Via Nazionale finalmente ha acceso la spia rossa. La crisi non è più passeggera, il ciclo internazionale è “caratterizzato da grande incertezza” e il cammino dell’economia per il Paese si fa impervio, tanto che “il pil ristagnerebbe nei 7 trimestri successivi”.
Di fronte a questo scenario Tremonti ha cominciato a lavorare anticipando la manovra in modo da “far dispiegare subito gli effetti positivi sui conti pubblici”; ha alzato la diga contro la tradizionale pioggia di emendamenti che finiva per cambiare i connotati alla Finanziaria; e ha studiato un piano per varare in tempi rapidi il federalismo fiscale e cominciare quella che potrebbe diventare una gigantesca riduzione del debito pubblico italiano.

L’autunno non sarà caldo, ma federalista
Chiusa la partita della Finanziaria, Tremonti calerà le carte del progetto di federalismo fiscale, che “non è solo economico ma essenzialmente politico”. Come sarà? Una relazione di Tremonti al “parlamento” del Nord riunito a Vicenza il 10 marzo 2007 aiuta a capirne le linee guida.
Il federalismo non è quello “delle addizionali o dei piccoli tributi locali. Ma una meccanica che passa attraverso le grandi imposte, un tempo solo statali e ora, invece, anche regionali”. La riforma del Titolo V della Costituzione e i lavori della bicamerale sono stati il cavallo di Troia per introdurre nel sistema “due regole di rivoluzione costituzionale”. Quali? “Il principio delle competenze statali chiuse (numerus clausus) e tutte le altre competenze attribuite alle regioni”.

Il secondo principio è l’inversione del flusso finanziario. Non è più lo Stato che ha titolarità delle grandi imposte ma “le regioni che hanno titolarità fiscale originaria delle grandi imposte, ferme in parallelo, ma non in sovrapposizione, piuttosto a completamento, la quota Stato e la quota solidarietà”.
Quale sarà il modello? La bozza di partenza è quella che ha come primo firmatario Umberto Bossi, riproduzione fedele di quella deliberata dal consiglio regionale della Lombardia il 19 giugno 2007. Il progetto è a dir poco rivoluzionario: cambia il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, conferisce alle regioni non una generica autonomia tributaria bensì, “a parità di pressione fiscale individuale e aggregata, una quota consistente dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, una compartecipazione elevata al gettito dell’Iva, l’intero gettito delle accise, dell’imposta sui tabacchi e di quella sui giochi”.

Debito pubblico e proposta Alvi
Tremonti ricorda spesso che, mentre tutto il debito pubblico è del governo centrale, gran parte del patrimonio pubblico che può essere venduto è di regioni, province e comuni. Non solo: mentre quasi tutto il prelievo centrale è dello Stato, la spesa pubblica crescente è locale. Un gatto che si morde la coda. Se il federalismo è un disegno “essenzialmente politico”, è chiaro che non può essere separato dalla questione della riduzione del debito pubblico e della spesa.

In passato si è inseguito il mito delle privatizzazioni come soluzione obbligata per tagliare lo stock di debito, ma visti i risultati insufficienti di questa strategia nelle stanze di Via XX Settembre si sta pensando a qualcosa che vada al di là “di un’operazione di sola ingegneria finanziaria”.

Sulla scrivania del ministro dell’Economia c’è un “Promemoria per l’uso dei patrimoni pubblici” scritto il 9 maggio 2008 dall’economista Geminello Alvi. Si tratta di un appunto riservato che, giudicando impraticabile la vecchia proposta di Giuseppe Guarino (conferire a un superfondo gli attivi dello Stato centrale per una cifra di 400 miliardi da portare a riduzione del debito), si articola in cinque punti: 1) conferire agli enti locali una quota consistente del debito pubblico e vincolarli a mobilitare gli attivi in loro possesso per ridurre la passività; 2) usare la liquidità (oro di Banca d’Italia, partecipazioni azionarie, crediti dello Stato centrale) per creare un fondo che coordini la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali; 3) privatizzazioni sul territorio con la conversione di bot in case popolari o quote di servizi pubblici; 4) tagliare la spesa pubblica conferendo quote di patrimoni pubblici a fondazioni, mutue e altri enti che in cambio si prendono in carico alcune funzioni che prima erano dello Stato; 5) mobilitare i patrimoni pubblici dello Stato centrale e degli enti locali per ridurre il debito e la spesa corrente con un’attenzione territoriale.

Alvi è un economista che appartiene alla scuola di Adriano Olivetti e Paolo Baffi (di cui è stato assistente per vari anni in Svizzera), è componente del consiglio degli esperti del ministero dell’Economia, coltiva una passione per le lettere, è un pensatore originale che ha scritto vari libri in cui l’aspetto solidale è accompagnato all’idea di separare l’economia dallo statalismo e certamente conosce benissimo la materia di cui scrive (è autore del volume Un paese fondato sulle rendite, edito dalla Mondadori) e sta lavorando con l’ausilio di una grande firma della consulenza internazionale alla stima del patrimonio pubblico italiano. Presto vedremo i numeri. Poi si faranno i conti in Parlamento.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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