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Trasferibilità dei mutui: salta il tavolo fra Abi e consumatori

Un cartello che annuncia in vendita una apprtamento
Ormai da alcuni mesi, dal fronte mutui non vengono buone notizie. L’ultima, in ordine di tempo, in Italia riferisce che è saltato il tavolo sulla portabilità, ossia la possibilità di trasferire il debito a un’altra banca che propone condizioni migliori, annullando costi e formalità.
Una soluzione attesa soprattutto dalle famiglie in difficoltà per l’aumento dei mutui a tasso variabile (secondo un recente studio della Nomisma, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila) e speranzose di ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza oppure scegliendone addirittura una nuova e più conveniente: ovviamente, senza costi aggiuntivi.
Una possibilità prevista dalla legge contenuta nella seconda lenzuolata di liberalizzazioni del ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani e che dovrebbe essere in vigore da otto mesi. Ma le banche non la applicano, sostengono le associazioni dei consumatori: “Per questo è saltato il tavolo della trattativa tra l’Abi e le associazioni di consumatori e notai” afferma Altroconsumo, sottolineando che l’associazione bancaria “ha respinto l’ipotesi di applicazione della portabilità del mutuo attraverso la cosiddetta surrogazione dell’ipoteca senza presenza di notaio obbligatoria, sistema che eliminerebbe i costi per il consumatore”.
In pratica, sostiene Altroconsumo, chi trasferisce il mutuo deve poterlo fare senza dover cancellare l’ipoteca già iscritta sull’immobile e sostituirla con una nuova: le banche invece ritengono necessaria la presenza del notaio. E non è l’unica divergenza sull’interpretazione della legge. “Per noi la portabilità è a costo zero” afferma Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino (Mdc) “mentre l’Abi ci ha proposto un testo in cui c’era solo un auspicio alla riduzione dei costi, per noi inaccettabile: con rammarico, siamo stati quindi costretti ad abbandonare il tavolo” .
Per Adusbef e Federconsumatori “non c’è nulla da trattare con l’Abi” e ricordano di avere denunciato già da tempo che “gli istituti di credito non violano solo la norma del decreto Bersani che prevede la portabilità dei mutui, ma anche quella sulla simmetria dei tassi”.
Il “rompete le righe” e la rottura delle trattative seguono di pochi giorni l’altolà del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che aveva bacchettato le banche, perché i consumatori rischiano di indebitarsi seriamente per via delle rate della casa troppo alte. Ma nonostante il monito del numero uno di Palazzo Koch, Adusbef e company continuano a lanciare l’allarme, acuito anche dalla crisi dei subprime americani: “È indispensabile per i consumatori l’azzeramento dei costi della portabilità per facilitare chi ha sottoscritto mutui a tasso variabile. Ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza o scegliere una nuova banca che offra condizioni più convenienti sono diritti che non possono essere negati ai cittadini”. In serata, l’Abi ha comunque reso noto (qui il .pdf) che sta ultimando la procedura raccomandata per la portabilità del mutuo, con la quale il cliente potrà rivolgersi direttamente alla “nuova banca” che interagirà direttamente con la “vecchia banca” avviando una procedura che garantirà il calcolo del debito residuo sul mutuo entro un tempo massimo di 15 giorni.
Mentre il ministero dello Sviluppo economico ricorda che “la portabilità dei mutui deve pienamente diventare realtà”. In attesa che legge e realtà coincidano, sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, senza nemmeno poter cambiare banca.

LEGGI ANCHE: Gli italiani schiacciati dal mutuo

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Fiat i 30 euro ai dipendenti che spiazzano i sindacati

Il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo (d) con l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne
Spiazzante: così pensano tutti della mossa della Fiat che ha annunciato, in attesa del rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici (scaduto a giugno), di anticipare un aumento di 30 euro mensili, lorde, nelle buste paga dei propri dipendenti. L’aumento (che scatterà nelle buste paga di ottobre) riguarda tutti i 75mila lavoratori del gruppo e che avrà un costo aziendale di 3 milioni al mese (compreso il 40% del lordo che verrà assorbito dai contributi, per un costo unitario totale di 42 euro).
L’idea dell’ad Sergio Marchionne e del presidente Luca di Montezemolo appare duplice: in primis, gratificare gli operai (nel giorno in cui l’azienda annuncia i risultati trimestrali migliori della sua storia e alla vigilia dello sciopero di categoria del 30 ottobre, con manifestazione proprio a Torino). In seconda battuta rendere difficile la vita alla componente sindacale meno aperta al dialogo: “Per l’importante contributo dei lavoratori della Fiat ai buoni risultati del gruppo” commenta Marchionne in una nota “abbiamo voluto dare un segnale di attenzione, andando incontro almeno parzialmente alle attese di miglioramento economico e cercando di ridurre i disagi di un eventuale protrarsi delle trattative”.
Ma il segnale è forte anche sotto il profilo politico, perché arriva dalla maggiore azienda metalmeccanica nazionale (i cui operai sono gli unici ad aver respinto con forza il protocollo sul welfare), e perché a sostenerlo è il presidente anche della stessa Confindustria, Montezemolo. E infatti dal vertice di Federmeccanica, per bocca del presidente Massimo Calearo, viene riconosciuto a Montezemolo e a Marchionne di essere “innovatori anche nei rapporti con i dipendenti”. Mentre un applauso verso i vertici del Lingotto scatta anche dal vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei: “È coerente con le logiche che da almeno tre anni stiamo sostenendo sulla necessità di spostare sempre più verso la sede aziendale il baricentro della contrattazione”, osserva.
Accusano il colpo, spiazzati appunto, i sindacati. Fim, Fiom e Uilm hanno reagito diffondendo una nota congiunta in cui esprimono il loro disappunto sull’iniziativa del gruppo di Torino. “Non crediamo che questi soldi possano convincere i lavoratori a non partecipare allo sciopero di 8 ore indetto per fine mese, il 30 ottobre”.

Cento miliardi l’anno di evasione. Visco: ne abbiamo recuperati 23

Vincenzo Visco, diessino, viceminsitro dell'Economia
“Brucia” oltre 100 miliardi di imposte l’anno e senza differenze, per una volta, tra nord e sud. Al centro dell’indagine del vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, contenuta in un rapporto (qui il documento in .pdf) inviato in Parlamento dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, l’evasione fiscale.
Che da molti anni in Italia ha livelli elevati (di ben quattro volte) rispetto a quelli dei paesi europei e delle maggiori economie avanzate. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti percentuali di Pil di entrate mancate.
Il cambio di politica tributaria sta però, continua il documento di Visco, portando i suoi frutti e “tra il 2006 e il 2007 sono stati recuperati al fisco circa 23 miliardi di euro di maggiori entrate precedentemente non pagate e in parte legate ad un miglioramento dell’adesione tributaria dei cittadini”. L’importo del recupero di base imponibile fiscale può essere considerato considerato “acquisito” in modo “non temporaneo”, si legge ancora nella relazione “I risultati della lotta all’evasione fiscale”. I risultati ottenuti dal governo hanno cominciato a intaccare in modo serio questa realtà che, però resta di dimensioni ancora eclatanti.
Una volta tanto, si diceva, non ci sono differenze tra Nord e Sud, sul fronte dell’evasione: “i dati dell’evaso Irap sono, in termini assoluti, simili in Campania e in Lombardia, in Veneto e in Puglia, per le città come Napoli e Torino”, attesta la relazione di Visco.
Vero che, ammette il rapporto del vice ministro, l’evasione risulta maggiore in alcune regioni del Sud del Paese, se la si guarda in termini relativi, ma evidenzia subito che “a livello provinciale tanto nel Nord come nel Sud d’Italia ci sono province in cui la base imponibile evasa supera addirittura la base imponibile dichiarata”.
Tra le tipologie di contribuente, invece, il rapporto evidenzia che “l’evasione coinvolge sia le grandi sia le piccole imprese, sebbene risulti più diffusa tra queste ultime”. Così, se in termini assoluti risulta più alta nelle grandi imprese a causa della loro dimensione, le Pmi “occultano al fisco quasi il 55% in più della base imponibile di quanto facciano le imprese di maggiori dimensioni”.

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Scavalcato l’ostacolo pensioni, sugli scalini scivola la Legge Biagi

ministro del Lavoro, Cesare Damiano
Con l’ala sinistra della maggioranza che dichiara battaglia in Parlamento contro l’accordo governo-sindacati sulla riforma delle pensioni messa a punto da Romano Prodi, non sono pochi a pensare che per la contropartita offerta dai riformisti sia lo smantellamento della legge Biagi. Perché Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, per contenere la rabbia della base e distogliere l’attenzione dagli scalini e da quella che considera poco più di una riedizione dell’odiata riforma Maroni, si stanno preparando a rimettere in cima all’agenda delle lotte di autunno proprio la riforma del lavoro che prende il nome dal giuslavorista ucciso dalle Br.

In realtà, il ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha detto chiaramente nel giorno della presentazione della riforma Prodi della previdenza: “Lunedì 23 luglio, quando verrà formalizzato l’accordo sulla previdenza con le parti sociali, si affronterà anche la questione del mercato del lavoro. Si parlerà della legge 30 e cercheremo di orientarci in base al programma dell’Unione, anche sui contratti a termine”. Insomma, l’intenzione del ministro è non andare oltre piccoli ritocchi circoscritti: non abdicare alla richieste di flessibilità delle aziende e costruire una rete di garanzie per i precari (che l’Inps, in una recente fotografia quantifica in un milione e 800mila persone: un variegato mondo di ex co.co.co, nuovi collaboratori a progetto, collaboratori occasionali, lavoratori autonomi occasionali, i dottori di ricerca universitaria, venditori porta a porta e così via).
Per raggiungere l’obiettivo, nel piano del ministro dovrebbero sparire almeno due tipi di contratti previsti, ai quali le imprese hanno fatto un ricorso quasi nullo, e che alcuni ritengono particolarmente precarizzanti: il job on call, il contratto che si basa sulla chiamata (eventuale) da parte del datore di lavoro, e lo staff leasing, cioè l’affitto di manodopera anche a tempo indeterminato. Per i contratti a termine il governo si propone un giro di vite, per stoppare le reiterazioni senza fine di questi contratti da parte delle imprese. Sono due i meccanismi ipotizzati per rendere più stabili i tanti lavoratori a tempo determinato: da un lato il limite massimo dei 36 mesi (oltre questo limite le imprese, se vogliono stipularne ancora con la stessa persona invece di assumerla in pianta stabile, dovranno spiegare il perché, attivando una procedura presso l’ufficio del lavoro), dall’altro il diritto di precedenza al rinnovo per il titolare del contratto precedente.
Inoltre il piano Damiano prevede il “contratto di inserimento”, con sgravi fiscali e contributivi per le imprese che lo utilizzeranno. Anche il part-time pare destinato a cambiare volto, diventando più lungo, tramite l’aumento del numero di ore lavorate, in modo da portare chi lavora con questo contratto (soprattutto donne) a ottenere maggior reddito e diritti previdenziali, e con la valorizzazione della contrattazione collettiva in materia di straordinari e flessibilità oraria. Nel piano di Damiano c’è anche l’entrata in vigore del lavoro accessorio, cioè dei lavoretti occasionali per i quali sarà possibile acquistare voucher di circa 7,50 euro, comprensivi di versamenti a Inps e Inail.
Sono misure in grado di soddisfare la sinistra radicale? Certo è che, ora che gli scalini previdenziali sono nero su bianco nell’intesa con il sindacato, le rivendicazioni di Pdci e Prc su questo argomento avranno più peso. Tanto da far dire a Maurizio Sacconi di Forza Italia (già sottosegretario al Welfare e uno degli autori della riforma che ha tradotto in norme le indicazioni del Libro bianco) che sulla legge Biagi e i contratti a termine, il governo prepara una “restaurazione”.

Un allarme simile a quello lanciato dal senatore Lamberto Dini (Ulivo): “La Biagi ha dato un’apertura al nostro mercato del lavoro e ha creato occupazione”, quindi essa va “assolutamente” mantenuta. Per l’ex presidente del consiglio, infatti, “mettere ulteriori lacci al mercato del lavoro è un passo indietro, non avanti”.
La boccata d’aria che Prodi ha tirato sulle pensioni, da qui all’autunno potrebbe esaurirsi: dopo le ferie il governo potrebbe trovarsi ancora col fiato corto.

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R&S-Mediobanca: le aziende italiane? Nani tra giganti multinazionali

Una Fiat 500
“Basta con i processi alle imprese”. E ancora: “Le imprese hanno fatto la loro parte e continueranno a farla; la ripresa è merito loro”. Così, nel suo intervento all’assemblea annuale, il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo.
Ma che peso hanno le aziende italiane tra le multinazionali di tutto il mondo? La risposta è nell’indagine di R&S-Mediobanca. E non è una risposta positiva: delle 335 multinazionali di tutto il mondo, solo una ventina è made in Italy, perché da noi il mondo produttivo continua a basarsi soprattutto sulla piccola e media impresa e le grandi aziende, quelle con un fatturato superiore ai 2 miliardi di euro, rappresentano una quota esigua del tessuto produttivo nazionale. Il rapporto contrappone la sparuta pattuglia tricolore (soltanto Eni, Fiat, Telecom ed Enel con l’acquisto di Endesa hanno dimensioni paragonabili alla concorrenza estera) alla tendenza globale verso la crescita, anche e soprattutto in termini di valore aggiunto dei prodotti. È proprio questa, sostiene lo studio, la chiave per mantenere alti i margini di guadagno e competere sui mercati mondiali: al contrario, le imprese italiane hanno preferito puntare sul taglio dei costi e sulla delocalizzazione.
Inoltre, nel nostro Paese c’è ancora “troppo Stato” nell’economia: le multinazionali a controllo pubblico contano per il 46,3% del fatturato totale. Così, la classifica mondiale è guidata da Toyota, con 207,6 miliardi, seguita da DaimlerChrysler: ma incalzano i grandi gruppi petroliferi, come Royal Dutch (175) e ExxonMobil(166).

Un italiano su tre con 800 euro al mese. Ma per Prodi l’Italia è ripartita

Vincenzo Visco, vice ministro dell'Economia
Si tratta solo di mettersi d’accordo sulle date.
“Abbiamo fatto ripartire l’Italia”, dice trionfalmente il presidente del Consiglio Romano Prodi, celebrando il primo compleanno del suo governo. “Ci eravamo promessi di far ripartire l’Italia. Ci siamo riusciti” scrive il premier nell’opuscolo Un anno di governo, distribuito al termine del consiglio dei ministri in occasione dell’anniversario dell’esecutivo.
“I sostegni alle famiglie e alle condizioni di particolare bisogno andranno rafforzati ed estesi sia sul piano delle agevolazioni fiscali e dei trasferimenti monetari, sia ponendo al centro dell’azione del governo le politiche troppo spesso dimenticate della casa”, scrive Prodi nel documento.
Sarà una questione di date, appunto. Perché leggendo le statistiche fiscali delle dichiarazioni redditi del 2004, l’entusiasmo del Prof. sarebbe fuori luogo (e tempo). Già, perché il reddito complessivo medio dichiarato dai contribuenti italiani è di 16.784 euro: il 95% dei contribuenti, sempre secondo le statistiche Irpef, ha infatti dichiarato meno di 40.000 euro nel 2004. Solo 300.000 (lo 0,7%, una manciata), i contribuenti con redditi superiori ai 100.000 euro. Su oltre 40 milioni di dichiarazioni Irpef ce ne sono 15 milioni in cui i contribuenti dichiarano un reddito complessivo minore di 10.000 euro l’anno.
Se si passa dall’Irpef all’Ires (Imposta sul Reddito delle Società) invece risulta che una società di capitali su due ha un reddito “zero” o è addirittura in perdita.
Sono alcuni dei dati sulle dichiarazioni dei redditi 2004 diffuse dal ministero dell’Economia e delle Finanze che immettendo una serie notevole di dati sul web ha dato il via a quella che lo stesso vice ministro Vincenzo Visco ha definito “operazione trasparenza”. Che è finalmente partita nei confronti delle società dove, pur considerando tutti i fattori che entrano nelle medie statistiche, dice Vusco senza mezzi termini: “C’è un sacco di evasione”. Un sacco gonfio, in realtà, dalle “dimensioni imbarazzanti”, molto più alta del 16-17% delle stime ufficiali: secondo il dipartimento delle politiche fiscali sarebbe addirittura al 27% (localizzata più a sud che a nord, “anche se qui ha dimensioni maggiori”).
Tornando invece alle statistiche fiscali, il reddito delle persone, il vice ministro parla di “disagio rilevante”. Il 37% dei contribuenti italiani, 15 milioni su 40,5 dichiara un reddito inferiore ai 10.000 euro l’anno. Per semplificare, più di un italiano su tre vive con un po’ più di 800 euro al mese. “Ci sono fasce di disagio rilevanti”, ha commentato il vice ministro Vincenzo Visco, spiegando che in quelle classi di reddito ci sono “più tipi di percettori di reddito, dai lavoratori dipendenti discontinui ai pensionati. Dobbiamo poi tenere conto che nel nostro paese il livello di reddito è più basso che nella media europea. L’unica soluzione è una crescita stabile dell’economia”.
Che Prodi assicura è iniziata almeno da un anno…

Case care case. A Londra le più costose al mondo

tanto può costare una casa a Londra che per questo si aggiudica il titolo di città più cara del mondo per quanto riguarda gli immobil
Oltre 36mila euro al mq: tanto può costare una casa a Londra che per questo si aggiudica il titolo di città più cara del mondo per quanto riguarda gli immobili.

Lo rivela il rapporto Wealth Report 2007, realizzato dall’agenzia immobiliare Knight Frank una delle più importanti società immobiliari del mondo.
A tenere alto il mercato sono soprattutto gli immobili delle zone più chic della City, come Belgravia, Kensington e Chelsea: qui i prezzi sono saliti del 31% rispetto a febbraio del 2006, la crescita più alta negli ultimi 28 anni. Al secondo posto, nella top ten, c’è Monaco, sede per eccellenza dei ricchi e famosi (anche e soprattutto per ragioni fiscali), con con 33.800 euro al metro quadro. Seguono New York, dove un immobile di lusso arriva a circa 35.000 dollari (25.700 euro) al metro quadrato, e poi Hong Kong con 19.000 euro. Completano la top 10 Tokyo, Cannes, St. Tropez, Sydney, Parigi e Roma, la prima delle italiane, dove le case più prestigiose non faticano ad arrivare in media a 13.500 euro al metro quadrato.
Restando nel Belpaese, Venezia si piazza al dodicesimo posto con 11.000 euro, seguita da Firenze (9.000) e Milano (7.500 euro).
Nello studio, redatto su 70 città in collaborazione con la City Private Bank, si sottolinea che il segmento più alto del mercato immobiliare continua a essere spinto al rialzo dai tanti paperoni disposti a investire più di 7 milioni di euro per un immobile, a fronte di un sostanziale assestamento del mercato medio-alto.
Italia e Francia poi dominano la classifica delle “location” extra-urbane più care, guidata dalla francese St. Jean Cap Ferrat con 30.300 euro al metro quadro ma con ben quattro località della penisola tra le prime 10: la Costa Smeralda è seconda (26.625), Forte dei Marmi quinta (18.000), Portofino sesta (17.500) e Cortina decima (14.000).


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