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Lo scudo fiscale ter ha chiuso con il botto. Ora si attende l’onda d’urto. Cioè: il rientro dei capitali illecitamente trasferiti all’estero è andato benissimo, con una stima prudenziale di 80 miliardi di euro emersi, che ora dovranno essere investiti.
E chi se ne avvantaggerà? Innanzitutto le banche «riceventi» e poi un po’ tutto il settore finanziario, ma anche l’immobiliare, i beni di lusso e, almeno questa è la speranza del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’apparato industriale nazionale fatto di piccole e medie imprese che richiedono urgenti ricapitalizzazioni.
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I problemi degli operatori alternativi alla Telecom Italia «sono dovuti all’invecchiamento della rete», come sostiene l’amministratore delegato della Vodafone Paolo Bertoluzzo, oppure la rete «è eccellente», come dice il capo della Telecom Franco Bernabè? E gli interventi di riparazione «avvengono in ritardo», come dice il numero uno della Vodafone (fino a 6 giorni e 20 ore, come rincara la Fastweb, che ha addirittura comprato delle pagine pubblicitarie per farlo sapere), oppure no? Si potrebbe continuare a lungo con questo giochetto che mette a confronto le dichiarazioni infuocate dei concorrenti della Telecom e quelle dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Una polemica che dura da sempre e che si riaccende ogni volta che si parla di rete in fibra ottica.
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È una finanza senza regole quella che emerge dalle indagini sul paradiso fiscale San Marino. Una finanza alimentata dall’evasione fiscale di italiani, che viene sfruttata dalle banche sammarinesi per insinuarsi nell’economia nazionale in modo illecito. Questa è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dai pm di Forlì Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle attività della Cassa di risparmio di San Marino.
L’indagine è nata l’anno scorso, quando la squadra mobile di Forlì fermò un portavalori che trasportava nella microrepubblica 2,6 milioni di euro in contanti. Da quel sequestro sono partiti controlli che scuotono il segreto bancario del Monte Titano. Le indagini di Di Vizio hanno permesso di verificare, per esempio, che il 70 per cento degli assegni in arrivo a San Marino proviene da tre regioni ad alto tasso criminale: Campania, Calabria e Sicilia.
Il pm ha constatato che spesso anche le banche italiane aggiravano i sistemi informatici antiriciclaggio non segnalando i loro rapporti con le controparti sammarinesi. E soprattutto ha mostrato che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illecitamente un gruppo bancario in Italia (ora commissariato) gestito senza seguire le regole bancarie.
Si chiama gruppo Delta e ha sede a Bologna. Suo compito era raccogliere soldi e trasferirli sul Titano, poi farli rientrare in Italia investendoli in attività formalmente legali. Da queste scoperte sono partiti gli ordini di arresto (e oltre 35 avvisi di garanzia) per tutto il top management della Cassa di risparmio di San Marino, il più grosso istituto del Titano. In carcere sono finiti il presidente Gilberto Ghiotti, il direttore Luca Simoni, l’amministratore delegato Mario Fantini, Gianluca Ghini, direttore generale della Carifin sa (controllata dalla cassa), e il consigliere della cassa Paola Stanzani.
Sulla Delta s’è anche appuntata l’attenzione della Banca d’Italia. Dal gruppo dipende una ragnatela di società attive pure nel credito al consumo attraverso la Carifin e la Plusvalore. Gli ispettori della Banca d’Italia, che hanno terminato il loro lavoro il 4 febbraio, hanno verificato che la Cassa di risparmio di San Marino era illecitamente il socio occulto di maggioranza della Delta.
Soprattutto, hanno rilevato che a chi chiedeva un mutuo le finanziarie fornivano informazioni apparentemente truffaldine. Il tasso, infatti, non inglobava le spese per l’incasso delle rate e, si legge nel rapporto, “ciò ha comportato il superamento del tasso soglia per un numero elevato di posizioni (dall’analisi ispettiva: 9.882 casi nel primo semestre 2008)”. Tradotto: prestiti a tassi d’usura.
Lo stesso viene imputato alla Plusvalore che, applicando lo stesso sistema, ha prestato danaro a tassi d’usura in 2.104 casi. Ma le persone raggirate possono essere molte di più, perché gli ispettori hanno considerato solo le posizioni che eccedono di 1 punto percentuale il tasso soglia.
Per prestare soldi a famiglie e imprese bisogna anche raccoglierli. Anche qui illeciti del gruppo Delta, secondo i verbali dei circa 70 interrogatori condotti dal pm Di Vizio. Uno di questi riguarda un imprenditore veneto (recidivo, in quanto già indagato dalla Guardia di finanza di Cremona sempre per evasione fiscale) che ammette: “In pratica acquistavo in nero e vendevo in nero” attraverso il pagamento di “fatture per operazioni inesistenti”. Il danaro veniva poi trasformato “sotto forma di assegni circolari non trasferibili che poi versavo alla Carifin”; “in due anni avrò portato circa 2 milioni di euro”. I magistrati e la squadra mobile di Forlì hanno però accertato che l’evasione dell’imprenditore non è inferiore ai 18 milioni.
La Carifin, ligia al segreto bancario, “non invia corrispondenza a domicilio e non telefona mai”. Con i dirigenti della finanziaria “abbiamo anche parlato delle cautele da adottare nel senso di non lasciare carte in giro, è per questo che distruggevo gli estratti conto”. L’interrogato aggiunge: “Tutto il mondo sa quello che si fa a San Marino, gli imprenditori dell’area geografica da cui provengo conoscono bene questa possibilità di operare il trasferimento irregolare di fondi e credo ormai che San Marino in questo abbia sostituito la Svizzera”.
Nella gran mole di carte che il pm forlivese ha raccolto emerge anche il sospetto che il Titano venga usato come bancomat da parte della criminalità organizzata. Sta di fatto che su 1,1 milioni di assegni esaminati il 70-75 per cento è stato emesso da banche delle regioni meridionali e questo allarga di molto l’ambito dell’indagine.
Da una parte si è mossa la direzione nazionale antimafia e dall’altra il Gafi: l’organismo dell’Ocse che si occupa di antiriciclaggio incaricato di redigere la lista nera dei paesi che coprono evasori fiscali e capitali illegali ha chiesto lumi. Con una lettera zeppa di domande rivolte alle autorità sammarinesi il Gafi vuole verificare la legislazione antiriciclaggio della repubblica. Probabilmente avrà la stessa delusione dei magistrati forlivesi: i poteri delle autorità di polizia a San Marino sono praticamente inesistenti, al punto che il corpo interforze della repubblica (una sorta di Guardia di finanza) non può effettuare ispezioni fiscali.
È per questo che San Marino potrebbe non uscire, come vorrebbe, dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali per entrare in quella “bianca” che gli consentirebbe di intrattenere normali rapporti finanziari con il resto del mondo. Ecco perché l’inchiesta forlivese fa paura: è la dimostrazione che San Marino assomiglia molto a una lavanderia.

Perdite sui derivati, troppi crediti al settore immobiliare, bilanci poco trasparenti, management inadeguato e non abbastanza professionale, troppa manualità e pochi computer nella gestione ordinaria della banca: ci sono rilievi di ogni tipo nel rapporto che gli ispettori della vigilanza della Banca d’Italia hanno redatto dopo avere visitato l’Unipol Banca (oggi Ugf Banca) alla fine del 2008. Il rapporto, che Panorama ha potuto leggere, è stato consegnato ai dirigenti bolognesi e mostra un quadro sorprendente dell’istituto presieduto da Pierluigi Stefanini, presidente anche della controllante Ugf (che fa capo alla Lega delle cooperative), il cui amministratore delegato è Carlo Salvatori.
A fronte dei rilievi, la Ugf Banca ha comunque già assunto alcune iniziative. La più importante, risulta a Panorama, è un maxiaumento di capitale da 200 milioni (il doppio di quanto previsto in un primo momento) e un prestito obbligazionario da 375 milioni in modo da rafforzare l’istituto. “In ogni caso supereremo il livello di solidità patrimoniale richiesto dalla Banca d’Italia” afferma il neodirettore generale Luciano Colombini. La Banca d’Italia, nel rapporto firmato dal direttore generale Fabrizio Saccomanni, si riferisce “al recente passato” (cioè dopo la gestione di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, terminata nel gennaio 2006) e spiega che “la situazione complessiva della Unipol Banca ha mostrato negli ultimi anni elementi di crescente criticità specie con riferimento al comparto dei derivati e al perseguimento di una politica di rapida crescita dimensionale attuata in assenza di idonei presidi organizzativi e di controllo nonché di un’adeguata pianificazione strategica”.
Il rapporto riferisce che sono emersi “rilevanti disfunzioni nell’organizzazione amministrativo-contabile e nel sistema dei controlli interni”; “elementi di debolezza con riferimento agli equilibri patrimoniali, alla situazione di liquidità e alla qualità del credito”.
E questo è solo l’inizio. I “profili di accentuata anomalia” che caratterizzano “l’operatività in derivati Otc (cioè non scambiati su mercati regolamentati, ndr) con la clientela (…) si è svolta in assenza di adeguati indirizzi, procedure e controlli. Ciò ha esposto la banca a rilevanti rischi di controparte, reputazionali e legali, non sottoposti ad attenta valutazione degli organi aziendali neanche a seguito dei rilievi mossi dal precedente accertamento ispettivo del 2004. A fronte dell’improvvisa emersione, nell’ottobre del 2007, di una consistente esposizione della clientela – da cui sono scaturite contestazioni e denunce all’autorità giudiziaria – la banca non ha assunto iniziative volte al contenimento del rischio e al graduale rientro delle esposizioni”. La risposta della banca? Accantonamenti per 219 milioni di euro, chiusura, nel corso del 2008, di tutti i contratti con la clientela e la decisione di spesare le perdite in derivati nel bilancio dell’anno scorso, che si è chiuso con una perdita di 88 milioni rispetto a un utile netto di 36,7 milioni del 2007.
Oltre che per i derivati alla Unipol Banca viene rimproverato l’esagerato impegno negli immobili: “La polarizzazione delle erogazioni di importo cospicuo a beneficio del comparto immobiliare (…) ha aumentato il grado di concentrazione del portafoglio. La forte e poco selettiva crescita degli impieghi perseguita nel recente passato si sta traducendo in un progressivo aumento delle partite anomale, non sempre appostate a voce propria, e delle perdite”, contribuendo a creare “tensioni di liquidità”. Frase che deriva da un’attenta analisi dei bilanci passati dell’istituto da parte degli ispettori di Via Nazionale.
È pur vero che “il patrimonio di vigilanza è risultato adeguato”. Però non sembra sufficiente a rispondere alla “possibile emersione di ulteriori perdite sia sui crediti di più recente erogazione sia nell’ambito dell’operatività in derivati”. Da qui la decisione della banca di varare una ripatrimonializzazione di 575 milioni. A questo punto Bankitalia chiede di mettersi al lavoro per rimuovere le “accentuate anomalie” che sono state riscontrate dagli ispettori. Per prima cosa, dice il documento, occorre una “riconfigurazione dell’assetto organizzativo e procedurale nonché un adeguato rafforzamento delle competenze professionali a tutti i livelli” e una “rifondazione del sistema dei controlli interni”. Tanto è vero che, ricorda il direttore generale Colombini, da dicembre a oggi sono stati sostituiti 10 alti dirigenti della banca, ed egli stesso è arrivato a Bologna poco più di 5 mesi fa.
Gli uomini di Draghi chiedevano anche entro il 30 aprile “un nuovo piano industriale”, sottolineando “l’esigenza che nel nuovo resoconto la determinazione del capitale interno complessivo sia coerente con gli obiettivi e i livelli di rischio”. In attesa che il piano venga approvato dagli uomini di Draghi, alla Unipol Banca viene vietato di “effettuare nuove operazioni in derivati finanziari, a esclusione di quelli stipulati in conto proprio con finalità di copertura, nonché il divieto di assumere ulteriori iniziative di ampliamento della rete territoriale”, che oggi conta 292 filiali.
“La ristrutturazione della banca è iniziata molto prima del rapporto della vigilanza” puntualizza Colombini “soprattutto su impulso dell’amministratore delegato della holding, Salvatori, che già all’inizio del 2008 aveva rilevato una situazione critica della banca” che, spiega, ha anche deciso una “maggiore selettività degli impieghi”.
Ora la palla è nel campo dell’istituto di Via Nazionale. Occorrerà vedere se il governatore Mario Draghi si riterrà soddisfatto delle azioni intraprese e se deciderà di “scongelare” l’operatività di un istituto che, fra derivati e immobili, ha pericolosamente rischiato di essere trascinato verso il fondo.
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“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.
A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga
I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.

Estate 2007: mentre in America squillavano i primi campanelli d’allarme, le prime banche cadevano come pere cotte e il mondo si stava avviando verso la peggiore recessione economica dal 1929, sui maggiori organi d’informazione italiani le migliori menti economiche spandevano ottimismo a piene mani.
“Non ci sarà nessuna crisi come quella del ’29″, “sono solo dei bla-bla”, “non succederà nulla di disastroso”, “in questa crisi c’è da avere paura della paura”: sono solo alcune delle previsioni pubblicate fra il 2007 e il gennaio 2009.
Dunque i maggiori economisti italiani non solo non hanno previsto la crisi, ma l’hanno negata fino a quando è stato possibile e, alla fine, dovendo ammetterne l’esistenza, hanno dato ricette assai discutibili su come uscirne.
In un saggio appena pubblicato, Bluff (Orme editore), chi scrive ha raccolto stralci di dichiarazioni, interviste, editoriali dei maggiori economisti italiani comparsi sui più venduti quotidiani. Ciò che si legge è una sequela di errori di valutazione e previsioni sbagliate. Tanto da far pensare che il grande economista John Kenneth Galbraith avesse ragione, quando diceva che “la sola funzione delle previsioni in campo economico è rendere l’astrologia una disciplina più rispettabile”.
Come si spiega questa incapacità di interpretare i segnali che provenivano dalla realtà? Roberto Perotti, docente alla Bocconi, sostiene che gli economisti “sono stati presi alla sprovvista” e non conoscevano “importanti dettagli tecnici”. Il politologo Giovanni Sartori sostiene la tesi che gli esperti abbiano partecipato alla “pappatoria”. Il ministro dell’Economia parla di “inutilità” della scienza economica quando si tratta di previsioni.
Un’altra spiegazione, sostenuta dall’ex presidente della Consob Luigi Spaventa, è che all’irrazionale esuberanza dei mercati di cui si lamentava l’ex governatore della Federal Reserve Alan Greenspan (ma che lui stesso aveva innescato inondando il mercato di denaro a basso costo) gli economisti italiani abbiano risposto con un irrazionale innamoramento per teorie economiche che, alla prova dei fatti, si sono rivelate inadeguate.
Per semplificare: sono le teorie nate dalla visione tutta monetarista e iperliberista di Milton Friedman e della scuola di Chicago, secondo la quale si può arrivare a una sorta di perfezione dei mercati a patto che tutti gli attori che vi prendono parte si comportino in maniera razionale. Cosa che, evidentemente, non è possibile.
La tesi di Bluff (e nel libro ci sono le prove) è che molti economisti si siano innamorati perdutamente di un mantra dell’economia liberista e monetarista, quello della diversificazione del rischio. Ovvero: i derivati finanziari sono utili e vanno incentivati, non solo perché rappresentano il miglior prodotto dell’innovazione finanziaria (i derivati sono debiti geneticamente modificati), ma perché hanno permesso alle banche di svincolarsi dal rischio che i debitori non pagassero le rate dei prestiti concessi.
Come sia finita lo abbiamo visto: proprio i derivati, insieme con i mutui subprime (prestiti concessi ai debitori meno affidabili), sono stati all’origine della crisi mondiale. Peccato che i maggiori economisti italiani non se ne siano accorti. Perché? Perché questa realtà confliggeva con la teoria; e anziché rinnegare la teoria hanno rinnegato la realtà smentendo per mesi, fino alla primavera del 2008, che il mondo si stesse avviando verso la crisi.
Peggio: hanno dato ricette sbagliate. Che i politici per fortuna non hanno seguito. La stragrande maggioranza degli esperti ha infatti sostenuto la necessità di lasciar fallire tutte le banche insolventi, così come fu deciso per la Lehman Brothers, per restare fedeli al dogma schumpeteriano della forza distruttrice e creatrice del mercato, che funziona a livello di singola azienda ma fallisce quando la crisi è di sistema.
Se George W. Bush prima e Barack Obama poi avessero seguito questi consigli, il sistema bancario mondiale avrebbe da tempo trascinato l’intera economia mondiale in un caos tale che la recessione che stiamo attraversando assomiglierebbe a una passeggiata.

Se si guardano i numeri il destino della Tiscali appare segnato. E, dato che i revisori dei conti della Ernst & Young solo a quelli guardano, si capisce perché non abbiano certificato il bilancio del 2008, mettendo in dubbio la capacità della società fondata 12 anni fa da Renato Soru di continuare a esistere. La Tiscali ha 600 milioni di debiti, il triplo dell‘ebitda (un indicatore simile al margine operativo lordo, che pure è cresciuto a 197 milioni); nel 2008 ha perso 242,7 milioni (65,3 nel 2007) di euro e in cassa ne ha appena 37. Anche se i ricavi sono aumentati a 983,6 milioni, il pareggio di bilancio che doveva essere raggiunto nel 2008 resta un sogno.
Però non ci sono solo i numeri, ci sono anche le convenienze, ed è grazie a queste se la società sarda, ex reginetta della new economy, quella che ha fatto conoscere agli italiani l’internet gratis, sta ancora in piedi. Da una parte le banche (Intesa Sanpaolo e Jp Morgan) non possono permettersi di veder sfumare i 500 milioni di prestiti che hanno elargito e hanno sospeso il pagamento delle rate fino alla fine di giugno. Dall’altra la Telecom non spinge per ottenere il pagamento dei debiti per l’affitto delle linee: non può permettersi di veder evaporare un concorrente che ha il 5,3 per cento del mercato dell’accesso alla rete in banda larga, altrimenti incorrerebbe probabilmente nelle reprimende dell’Antitrust, che mal sopporta la restrizione della concorrenza.
C’è dell’altro. I revisori hanno infatti posto l’accento sul fatto che presso i tribunali olandesi pende una causa contro la Tiscali intentata dagli ex azionisti di minoranza della World Online, ex big di internet acquistata anni fa. La Corte d’appello di Amsterdam aveva accertato alcune responsabilità della Tiscali ritenendo il prospetto usato per la quotazione in borsa incompleto, ma gli eventuali danni non sono stati quantificati.
Contro questa sentenza sono pendenti presso la corte suprema olandese un ricorso e un controricorso. I revisori affermano che gli amministratori hanno ritenuto che “non sussistano elementi sufficientemente definitivi per quantificare la passività potenziale” e che, quindi, non hanno effettuato accantonamenti. Il problema è che se la sentenza fosse nuovamente sfavorevole alla Tiscali, occorrerebbe definire i danni e reperire le risorse necessarie. Per tutti questi motivi è probabile che all’assemblea dei soci Tiscali, il 29 aprile, venga proposto un aumento di capitale a copertura delle perdite (che hanno intaccato il capitale).
Nel frattempo il gruppo cerca di vendere i suoi ex gioielli. Nel perimetro delle attività in vendita è entrata la piattaforma Iptv, ovvero la tv via internet che era stata lanciata a dicembre 2007 con grande enfasi. Il servizio, basato sulla piattaforma inglese Vnl, non è mai davvero decollato anche per il mancato accordo con la Sky ed è stato chiuso il primo gennaio 2009. In vendita sono la tecnologia e gli abbonati. Languono, invece, le trattative per la vendita delle attività britanniche. Se Soru riuscisse a cederle la Tiscali ridurrebbe il suo fatturato del 70 per cento. La logica, secondo gli analisti, vorrebbe che a essere vendute fossero le attività italiane, che valgono il 30 per cento dei ricavi, e che si trasferisse il baricentro del gruppo a Londra. Ma per un imprenditore che non ha mai voluto spostare la sede dalla Sardegna a Milano l’eventualità di spostarla a Londra appare quantomeno improbabile.

“Fifty-fifty: abbiamo il 50 per cento di possibilità di recuperare il contratto e il 50 per cento di perderlo”. Alla Finmeccanica è scattato l’allarme: una delle maggiori commesse degli ultimi anni rischia di saltare, quella per la fornitura dell’elicottero Vh71 destinato al presidente americano (chiamato Marine One quando è a bordo l’inquilino della Casa Bianca).
Si tratta di 27 velivoli ipertecnologici prodotti dalla Agusta-Westland che il segretario alla Difesa Robert Gates vuole tagliare dal budget delle spese militari. Motivo ufficiale: la crisi economica e i costi raddoppiati rispetto al piano iniziale. C’è da aggiungere un pizzico di protezionismo economico, dato che il presidente avrebbe volato su mezzi per la prima volta non americani. Così l’amministrazione Usa vuole rompere il contratto, trattenere i nove elicotteri già consegnati (pagati 3,7 miliardi di dollari) e versare una penale di centinaia di milioni. Ma la Finmeccanica non intende rinunciare a una commessa da 13 miliardi, anche perché l’annullamento sarebbe il preludio a una nuova gara che avvantaggerebbe la Sikorsky, fabbrica elicotteristica americana che da sempre fornisce i Marine One, sconfitta nel 2005.
La controffensiva della Finmeccanica per mantenere in piedi il contratto si sviluppa su diversi fronti.
Primo: l’occupazione. Se la commessa venisse annullata, non potrebbero essere avviate le fabbriche americane destinate ai Vh71 e perderebbero il posto come minimo 4 mila dipendenti del gruppo nelle fabbriche britanniche. Da qui la pressione italiana su Londra perché riprenda la sua attività di lobbying sul Congresso Usa.
Secondo: l’immagine. Se nessuno, nemmeno Gates, ha messo in dubbio che gli elicotteri italiani siano perfettamente in linea con le richieste, e se è vero, come è stato dimostrato, che il costo è raddoppiato in seguito a specifiche richieste degli americani, occorre trovare agli occhi dell’opinione pubblica un motivo valido per annullare un contratto, che la controparte ha rispettato, e per giustificare la spesa di circa 4 miliardi di dollari (penale compresa) per nove elicotteri non più destinati a Obama.
Terzo (e decisivo): la commessa italiana. L’F35 è un aereo da combattimento invisibile ai radar prodotto dall’americana Lockheed Martin del quale l’Italia (attraverso un’altra società del gruppo Finmeccanica, l’Alenia) è il secondo fornitore di componenti. Le forze armate italiane si sono impegnate a comprare 121 esemplari spendendo circa 10 miliardi di euro. Soldi che andrebbero nelle casse di una società Usa. Ad autorizzare la spesa deve essere il Parlamento, che si esprimerà in giugno; guarda caso lo stesso mese il Congresso americano dovrà dare il proprio parere sulla rinuncia ai Vh71. Se i parlamentari decidessero a favore del taglio che danneggerebbe Finmeccanica, la commessa italiana, che favorirebbe l’americana Lockheed Martin, potrebbe essere a rischio.

Che ne direste di un finesettimana che inizia il giovedì sera e finisce il martedì mattina, ma rinunciando a 90 euro di stipendio al mese? Per Giovanni Cicchella è un affare. È uno degli 850 dipendenti della Irisbus (gruppo Fiat) dello stabilimento di Avellino che ha accettato la settimana cortissima: martedì, mercoledì e giovedì in fabbrica, da venerdì a lunedì a casa. I vantaggi? “Prima di tutto stare in cassa integrazione due giorni la settimana invece di cinque mi fa perdere 80-90 euro al mese invece di 160-170 e in più continuo a maturare tutte le indennità”.
Cicchella è uno di quei lavoratori italiani, e sono ormai migliaia, che hanno la fortuna di lavorare in aziende che, pur in difficoltà, hanno fiducia nel futuro. Normalmente durante una recessione parecchie fabbriche chiudono e i dipendenti vengono o licenziati, o messi in cassa integrazione a zero ore o in mobilità. Succede anche adesso, ma con una differenza: sindacati e imprenditori se le stanno inventando tutte pur di non chiudere e la soluzione che hanno trovato si può riassumere nello slogan “lavorare tutti meno per non licenziare nessuno”. Il risultato è che in Italia sono già centinaia le aziende che hanno deciso per la settimana corta di quattro giorni di lavoro o cortissima: tre giorni e in alcuni casi addirittura due. Solo lunedì e martedì al lavoro e poi tutti a casa.
Una modalità di risposta alla crisi che Gran Bretagna e Germania vogliono agevolare con leggi, così come dovrebbe succedere anche in Italia. Il senatore Francesco Casoli, fondatore della società Elica, ha presentato un disegno di legge, fatto proprio dal governo, che facilita il ricorso alla cassa integrazione anche per un solo giorno al mese e rende più semplice l’adozione della settimana corta. Che è l’unica risposta anti-recessione che trova tutti i partiti d’accordo. Anche Paolo Ferrero, leader di Rifondazione comunista, l’ha salutata con un sintetico: “Ben venga!”.
“Certamente è meglio così che stare a casa in cassa mesi interi” commenta Giovanni Cicchella della Irisbus, che si prepara a rientrare in fabbrica dopo un weekend durato quattro giorni. “Finalmente ho il tempo per fare sindacato, che è la mia passione, stare con gli amici, la famiglia e i figli. Insomma, le cose che davvero contano”. Gli effetti collaterali della crisi, dunque, per molti italiani possono essere meno traumatici. “La qualità della vita si è impennata” sostiene per esempio Pierluigi Floris, 50 anni, tre figli tirati su con il solo stipendio di turnista all’Alfa Acciai. Nell’azienda bresciana 740 su 850 dipendenti hanno ridotto drasticamente l’orario di lavoro: nove ore in meno a settimana, “e sono tutti contenti. Io finalmente ho tempo per stare in famiglia, se no se non segui i figli, poi si fanno grandi e non li riconosci più”.
Claudio Sandoni, 43 anni, dipendente dell’Mf Group in provincia di Bologna, parte per la montagna il giovedì sera: “Ne approfitto per dedicarmi all’arrampicata sportiva sull’Appennino o le Dolomiti, dormo di più e sto più tempo con la famiglia”. “È vero” conferma Maurizio Zipponi, leader della Fiom ed ex parlamentare eletto come indipendente nelle file di Rifondazione comunista, “la domanda latente di contratti di questo tipo è incredibile. E noi siamo assolutamente favorevoli”. “Sono la soluzione ideale” aggiunge Renata Polverini, segretario generale dell’Ugl, “perché così fabbriche e uffici restano aperti e le persone continuano a lavorare anche in periodi di crisi come questo”.
Ma non sempre è tutto facile. “Da noi succede che gli imprenditori siano favorevoli” puntualizza da Bologna Fabrizio Ungarelli, segretario confederale della Cisl, “però la Confindustria un po’ meno. Sostiene che accordi di questo tipo siano più rigidi della cassa integrazione. Il risultato è che nella nostra provincia, su 26 mila lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali, solo 400, cioè l’1,5 per cento, hanno contratti di solidarietà”.
Già, quante sono le imprese con la settimana cortissima? Un calcolo appare impossibile perché spesso si tratta di aziende piccole che, non potendo accedere alla cassa integrazione, mandano i dipendenti in ferie o in permesso, oppure accedono al fondo nazionale per l’occupazione, una specie di surrogato della cassa. Fatto sta che, per dare un’idea, nella sola Brescia ad avere ridotto i giorni di lavoro sono quattro aziende: la Marzoli (280 dipendenti), la Fausti (32), la Inoxdep (24) e l’Alfa Acciai (850). “Contiamo che a breve altre sei imprese, anche molto importanti, decidano di fare altrettanto” anticipa Michela Spera, leader dei metalmeccanici Cgil bresciani.
Con modalità tutte da inventare. La fantasia in questo caso si spreca. All’Alfa Acciai 740 operai lavoreranno per due anni solo di notte e nei weekend (per risparmiare sulla bolletta dell’elettricità) per un totale di 31 ore la settimana invece di 40, ma pagate come se fossero 38. Alla Pramac, che produce mezzi per la movimentazione merci, e alla Itla (lamiere) di Siena si lavora quattro giorni e il venerdì si sta in cassa integrazione ricevendo sia i soldi dall’Inps sia un contributo salariale dall’azienda. Alla Piovan di Venezia l’accordo prevede che fino a 250 dipendenti lavorino anche solo due giorni a settimana per 13 mesi. Alle acciaierie della Lucchini, da ottobre, tutti i 700 impiegati e quadri delle sedi di Brescia, Piombino e Trieste stanno a casa il venerdì: chi le ha usa le ferie arretrate, se no va in cassa integrazione.
I 400 operai della Manifattura Val Brembana ormai da tre anni lavorano una settimana sì e una no. E Cesare Crescentini, titolare dell’azienda di abbigliamento intimo femminile Cotton Club di Fabriano, in provincia di Ancona, va oltre: ha fatto richiesta per poter accedere alla cassa integrazione e, se verrà accettata, da aprile 60 dei 90 dipendenti lavoreranno due ore al giorno dal lunedì al giovedì e il venerdì staranno a casa. “Manteniamo la fabbrica aperta, nessuno resta a casa e i concorrenti non ci soffiano i nostri operai specializzati” riassume.
Tutto bene, quindi? Bisogna considerare la perdita di salario. Facciamo due esempi. Un operaio con una busta paga netta mensile di 1.100 euro che lavori tre giorni la settimana con un contratto di solidarietà perde 64 euro la settimana invece dei 95 previsti se fosse messo in cassa integrazione cinque giorni su cinque. Un impiegato che ha una busta paga netta mensile di 1.600 euro che lavora tre giorni la settimana in base al contratto di solidarietà perde all’incirca 96 euro la settimana invece di 160. Con l’ulteriore vantaggio che nel primo caso il dipendente matura il 60 per cento della tredicesima e delle ferie riferite alle ore non lavorate.
“Da noi la settimana corta si sta facendo strada anche tra le maggiori industrie” riferisce Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, “ma già ora ci sono diversi casi tra le piccole e medie”. Secondo Pippo Di Natale, segretario confederale della Cgil dell’isola, sarebbero una ventina le imprese che hanno tagliato i giorni di lavoro per un totale di 400 persone, “ma saliranno di molto, soprattutto tra quelle che non possono accedere alla cassa integrazione: servizi, turismo, commercio”. Il motivo è semplice: il fondo nazionale per l’occupazione integra il 50 per cento della retribuzione persa dal lavoratore, ma questa somma viene divisa a metà tra il dipendente stesso e l’azienda. In realtà, quindi, anche l’imprenditore ha una convenienza. “Sì, paghiamo i padroni” s’infuria Di Natale.
Questo però è anche il meccanismo che permette ad Adalberto Pasina di stare a casa per il 50 per cento del monte ore annuo e venire pagato come se ne perdesse il 38 per cento. Pasina, 56 anni e due figlie grandi, è uno dei 14 dipendenti della Inoxdep, nella Val Trompia, che accederà alla riduzione d’orario. E non si può dire che gli dispiaccia: “A parte il fatto che corro, ho l’orto e faccio collezione di francobolli, spero che presto una delle mie due figlie mi faccia diventare nonno”. Enrico Morettini è single, lavora da 20 anni alla Best di Ancona e sta in fabbrica quattro ore al giorno, eppure “lo stipendio cala solo del 15-16 per cento” spiega. Sindrome da tempo libero che non si sa come impiegare? Non nel suo caso: “Ricomincio a studiare, leggere, faccio collezione di dischi in vinile e una volta suonavo la batteria. Avrò più tempo per fare tutte queste cose” dice con il tono di voce di uno appena sbarcato a Disneyland. Dove la settimana corta non è ancora arrivata. (Ha collaborato Cristina Bassi)
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Il quotidiano Finanza e mercati dovrà aspettare ancora 11 giorni per conoscere il suo destino. Il 12 dicembre, infatti, si terrà l’assemblea dei soci della casa editrice, Editori PerlaFinanza, che dovrà decidere tra due alternative: la ricapitalizzazione o la messa in liquidazione. La decisione di convocare i soci è stata presa dal consiglio d’amministrazione di PerlaFinanza che si è riunito giovedì 27 novembre e che non ha potuto fare altro che prendere atto della crisi in cui versa da tempo il quotidiano. Per uscirne l’unica soluzione individuata è stata quella di proporre ai soci un aumento di capitale pari a 6 milioni di euro, ritenuti indispensabili per proseguire le pubblicazioni. L’aumento di capitale è in opzione agli attuali azionisti ma è stata lasciata aperta la possibilità che investitori terzi possano partecipare, nel caso in cui non venisse sottoscritto per intero. L’alternativa, esplicitata nell’avviso di convocazione, è la messa in liquidazione della società e la chiusura della testata.
Tra i soci della casa editrice il più noto è senz’altro Danilo Coppola; l’immobiliarista romano, agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta, ha infatti il 34,5 per cento della società attraverso la finanziaria Tikal spa il cui liquidatore, Italo Prario, è anche l’amministratore delegato della casa editrice PerlaFinanza. Coppola ha poi sottoscritto un patto di sindacato con un altro azionista, Silvano Boroli che, attraverso la sua B.Holding controlla il 15,54 per cento. I due possono contare sulla maggioranza assoluta del capitale e cioè sul 50,04 per cento. Sta, quindi, innanzitutto sulle loro spalle la responsabilità del destino del giornale che ha una particolarità molto rilevante che ha sempre suscitato lo sconcerto tra gli addetti ai lavori. Nell’elenco dei soci figurano, infatti, due finanziarie che sono riconducibili al direttore di un quotidiano concorrente, ovvero Osvaldo De Paolini, in arbitrato con la società, direttore di Mf. La Finzeta (posseduta dalla moglie e della figlia) e la Finpress (posseduta dalla moglie e da lui stesso) controllano, infatti, il 45,56 per cento della società PerlaFinanza che lo stesso De Paolini contribuì a fondare. Gli altri soci sono i giornalisti Eraldo Gaffino, con il 2,17, Guido Rivolta, con l’1,08, e Ugo Bertone, con l’1,08. Quest’ultimo ha anche recentemente assunto la carica di direttore del quotidiano dopo che Rivolta ha rassegnato le dimissioni da tutte le cariche per tornare ad essere l’uomo comunicazione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti con il quale aveva già lavorato nel 1994 e nel 2001. Rivolta avrà così anche più tempo per dedicarsi all’incarico che ha assunto il primo agosto di quest’anno quando è stato nominato consigliere d’amministrazione di Telespazio, società del gruppo Finmeccanica.
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