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Parla Calearo: Ok al Pdl, contro la casta di Forza Italia

Dal gennaio 2007 è componente del Comitato tecnico confederale di relazioni industriali e affari sociali della Confindustria.
Massimo Calearo Ciman è nato il 23 novembre 1955 a Vicenza. Laureato in economia e commercio, è presidente nazionale della Federmeccanica, dell’Associazione industriali della provincia di Vicenza e del Gruppo Calearo. Fra gli altri incarichi, è consigliere d’amministrazione dell’Unicredit Banca d’impresa di Verona (dal luglio 2004) e presidente del Comitato locale Unicredit di Vicenza. Ancora, è presidente della Sifi (Società italiana finanziaria immobiliare) dal febbraio 2007 e consigliere di amministrazione del gruppo Athesis di Verona, società editrice del Giornale di Vicenza, L’Arena e Brescia Oggi. È inoltre presidente della casa editrice Neri Pozza (dal 1º febbraio 2005). Dal gennaio 2007 è componente del Comitato tecnico confederale di relazioni industriali e affari sociali della Confindustria.

Calearo, con questo suo avallo allo sciopero fiscale i suoi colleghi della Confindustria dicono che stavolta l’ha fatta fuori dal vaso.
Non ho avallato niente. La mia era una battuta, volevo dire che in tema di tasse la misura è colma. Poi c’è chi l’ha cavalcata per creare fratture all’interno di Confindustria o per altri fini.
Alberto Bombassei l’ha bacchettata. Ma anche il suo presidente e amico Luca di Montezemolo non sembrava entusiasta.
Può darsi che la cavalchi Bombassei, e la sua mi è sembrata un’uscita poco felice. A Montezemolo ho solo detto che mi interessava far capire al centro il malessere della periferia. Quando lei vede che una città cattolica e conservatrice come Verona fa sindaco l’ultraleghista Flavio Tosi col 60 per cento dei voti, possibile che nessuno rifletta?
Però siccome non è la prima volta che lei provoca polemiche, qualcuno dice che lo fa perché si sta preparando a far politica.
Io sono un uomo libero, ma non del quotidiano omonimo che non mi piace. Perciò dico quello che penso.
Lo sciopero no, ma anche sul federalismo fiscale ci sarebbe da dire, con queste regioni tassaiole e spendaccione.
Verissimo. Infatti le prime che dovrebbero cominciare a tagliare sono le regioni e le province. Non si tratta di trasferire la spesa dal centro alla periferia, ma di ridurla.
Trova appealing il nascente Partito delle libertà?
Silvio Berlusconi ha una marcia in più e fantasia da vendere. Avrà capito che Forza Italia non è più un partito della gente, ma un’azienda trasformata in partito. E non va bene. La diffidenza e il sarcasmo dei Cicchitto e degli altri dirigenti sull’iniziativa della “sciura Brambilla” dimostrano che anche in Forza Italia c’è la casta.
E in “the other place”, il Partito democratico, qualcosa le piace?
Premesso che non conosco Walter Veltroni, vedo una persona onesta e capace come Enrico Letta e una Rosy Bindi che speriamo non riproduca a livello nazionale i disastri che ha fatto in Veneto quando militava nei Popolari.
Non si parla più della discesa in campo di Montezemolo. Come mai?
Glielo chieda. Io penso che quando uno fa discorsi condivisibili e viene accusato di invasione di campo da parte di una classe politica gelosa delle proprie prerogative ci resta male. Succede anche a me con Giancarlo Galan.
L’azzurro Galan, governatore del Veneto, le dà del tecnocrate “mafioso”. Il giornale Libero del dittatore perché ha prolungato il suo mandato alla guida degli industriali vicentini. Perché la attacca la destra e non la sinistra?
Ce l’ho con gli appalti e le amicizie di cui si nutre la politica in regione. Con me quel sistema non funziona. Così Galan per difendersi mi attacca.
Dicono che in Confindustria ce l’abbiano con lei perché assieme a Montezemolo sponsorizza all’inverosimile Emma Marcegaglia.
Stupidaggini, il confronto è aperto. C’è pluralismo di idee, e spero che sul futuro presidente ci si confronterà lealmente, senza mettere in piazza le beghe interne.
Però la provocazione di fare le primarie lanciata da Bombassei non era male.
Ma si tratta del presidente degli industriali, di chi deve rappresentare la categoria, ovvero un leader con i fiocchi. Questa delle primarie mi sembra una boutade di finta democrazia.

L’idea di Bombassei: le primarie anche per Confindustria

Alberto Bombassei, ad e presidente Brembo. Dal maggio 2004 ricopre inoltre la carica di vicepresidente della Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali.
Alberto Bombassei è nato a Vicenza il 5 ottobre 1940. Imprenditore, è presidente e amministratore delegato della Brembo di Curno (BG), società da lui fondata nel 1961. L’azienda, che è leader mondiale nella produzione, progettazione e commercializzazione di sistemi frenanti, dal 1995 è quotata alla borsa di Milano. Il gruppo Brembo opera in 11 paesi. Nel 2003 a Bombassei è stata assegnata dall’Università di Bergamo la laurea honoris causa in ingegneria meccanica, l’anno successivo il premio Eurostar da parte della rivista Automotive News Europe. Dal maggio 2004 ricopre inoltre la carica di vicepresidente della Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali. Bombassei è inoltre consigliere di amministrazione del “Sole 24 Ore”, del Credito bergamasco e della Italcementi.

Il Sole 24 Ore del 9 agosto: il 2006 ha segnato il tripudio della grande impresa. Ma voi industriali non parlavate di inarrestabile declino?
Luca di Montezemolo aveva debuttato alla guida della Confindustria dicendo di voler abolire la parola declino. Ma è pur vero che fino all’anno scorso in tutte le classifiche internazionali che misurano la salute dell’economia eravamo in caduta libera.
Siamo un popolo di “chiagne e fotte”, ci sarà pur qualche industriale che non si sottrae alla regola…
Di sicuro anche gli industriali sono italiani e ciascuna categoria ha un suo muro del pianto. Ma vorrei ricordare che questi vertici di Confindustria per la prima volta hanno criticato i propri iscritti dicendo che alcuni pensavano a tutto meno che a fare impresa.
Diranno che è piaggeria, ma mi tocca dar ragione a Silvio Berlusconi che vi bacchettò al convegno di Vicenza.
Criticammo il modo, non la sostanza. Quell’irrompere in casa d’altri con quella che poteva sembrare una finta sciatalgia va bene in una sceneggiata napoletana, ma in un paese serio sarebbero cose da evitare.
Fingiamo che lei debba votare alle primarie dell’Ulivo: Walter Veltroni o Enrico Letta?
Le mie simpatie sono sempre andate verso Letta, anche se non ho niente contro Veltroni e le cose che lui ha detto a Torino sono condivisibili. Letta sarebbe anche un salto generazionale, cosa che non guasta.
Il termine più gettonato dell’estate è casta. Ce ne sono anche tra voi industriali?
Penso che la casta degli imprenditori, nel senso di intoccabili, sia in via di estinzione. Ma il mercato farà giustizia di caste e poteri forti.
L’anno prossimo dovete eleggere il nuovo presidente della Confindustria. Il nome glielo dico io dopo, lei mi faccia l’identikit.
Intanto spero che i pretendenti abbiano il buon gusto di non entrare in campagna elettorale un anno prima. Poi non sarebbe una cattiva idea di fare le primarie anche noi. In Confindustria per statuto le fanno i saggi, anche se ammetto che è una procedura più confessionale.
Emma Marcegaglia e Alberto Bombassei. Scommettiamo una cena?
Troppo facile, questi sono i più gettonati da voi giornalisti. Ci sono anche altri vicepresidenti e imprenditori che avrebbero tutti i titoli per poterlo fare.
Va bene, niente scommessa. Contento come una Pasqua che Il Sole 24 Ore vada in borsa?
Assolutamente sì, lei poi sta parlando con il presidente di un’azienda quotata. Credo sia una garanzia maggiore per gli azionisti, ci obbliga a un maggior rigore nella gestione. E anche una migliore salvaguardia dell’autonomia professionale dei giornalisti.
Le parole d’ordine di Montezemolo sono state: made in Italy e fare squadra. E quelle del prossimo presidente?
Manifattura è bello. Torniamo a credere nell’Italia come paese a grande vocazione manifatturiera, che vale sempre il 20 per cento del pil.
Cosa è mancato in questi anni alla vostra Confindustria?
Volevo convincere il sindacato a cambiare il sistema delle relazioni industriali, che deve diventare più moderno. Se guardo i risultati, ammetto di esserci riuscito in parte, ma per portare a termine il lavoro ci vogliono più anni.

Andiamo Cesare, non stare sulle Generali

Cesare Geronzi, banchiere romano
Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.

Consorte: Addio Unipol, ti penso con affetto

Giovanni Consorte si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all'indomani della fallita opa sulla Bnl.
Giovanni Consorte (Chieti,1948), laureato in ingegneria chimica all’Università di Bologna, ha iniziato in Montedison per poi, nel 1976, approdare alla Lega delle cooperative, responsabile di un piano per la gestione dei processi di cambiamento di grandi cooperative. Nel 1979 viene assunto come dirigente nell’Unipol Assicurazioni, di cui, nel 1996, diventa presidente e amministratore delegato. Dal novembre 1991 al giugno 1996 cura la ristrutturazione prima finanziaria e poi societaria della finanziaria di controllo del Gruppo Unipol denominata Unipol Finanziaria (oggi Finsoe). A partire dal dicembre ‘98 ha curato la ristrutturazione del Banec e successivamente il lancio dell’Unipol Banca. Si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all’indomani della fallita opa sulla Bnl.
Perché si è incaponito a dire la sua sulla vicenda Unipol-Bnl?
Perché l’Italia ha perso una grande, storica banca che oggi paga le tasse a Parigi. Perché l’Unipol non ha potuto completare la sua strategia di sviluppo. E infine perché, a livello mediatico, sono stato e sono tuttora oggetto di ogni tipo di cattiverie e illazioni.
Chi è il più colpevole per aver fermato l’Unipol? Fazio, il Corriere, D’Alema, Berlusconi, la Consob?
Molti hanno impedito il matrimonio Unipol-Bnl e tutti, ciascuno per il ruolo avuto, sono stati posti all’attenzione delle autorità inquirenti. Certo Ivano Sacchetti non hanno fatto nulla contro l’operazione, che avrebbe creato valore e occupazione.
Non le hanno nuociuto gli intrecci con la Hopa e la Lodi di Gianpiero Fiorani?
Per quanto riguarda la Lodi, Ivano Sacchetti e io avevamo solo rapporti in quanto clienti, come è stato ampiamente dimostrato anche nell’incidente probatorio, e siamo stati in alcuni casi danneggiati. Il rapporto con Hopa è stato trasparente e ben definito e ha fatto realizzare utili a Unipol e alle cooperative, nel pieno rispetto delle regole del mercato. Avevamo alternative?
Sì: poteva fare più cooperazione e meno finanza.
Ho sempre agito nell’interesse di Unipol e delle cooperative, producendo valore, salvando e creando negli anni migliaia di posti di lavoro. Non vorrà sostenere, come hanno già fatto, che le cooperative debbano occuparsi solo di supermercati o di servizi sociali…
Lei oggi per le cooperative e per l’Unipol è come Stalin per il Pcus del XX congresso: un idolo da rimuovere.
Per un gruppo di dirigenti sono un’ombra incombente e ingombrante. Credo che i cooperatori e i dipendenti si ricordino, nella loro attività lavorativa quotidiana, di me per le motivazioni che hanno caratterizzato la vita dell’Unipol e per quello che abbiamo realizzato.
Faccia un virtuosismo di sintesi e spieghi la genesi dei 50 milioni di consulenza che tutti le rinfacciano.
Quei soldi ( 25 miei e 25 di Sacchetti) sono stati il riconoscimento per l’attività di supporto a Hopa, nell’ambito della vicenda Bell-Olivetti-Telecom. Tali compensi sono pervenuti con regolari bonifici bancari e operazioni borsistiche perfettamente corrette. Quando quesi soldi saranno dissequestrati non mi comprerò barche, ma li impiegherò utilmente nel mondo produttivo.
Si è sentito tradito da qualcuno?
Sì, da quelli che mi hanno condannato senza conoscere, cancellando 25 anni di vita, di sacrifici e di passione. Ma la vita è ancora lunga e la ruota girerà.
Si iscriverà al Partito democratico o resta fedele alle vecchie bandiere?
Non si possono cancellare 40 anni di impegno, di passioni e sacrifici. Ma soprattutto non si possono cancellare 100 anni di storia e di valori universali come l’uguaglianza, la laicità, il riformismo e il garantismo. Sono i valori dell’Internazionale socialista che implicano un confronto con gli altri, ma non un annichilimento. Il nuovo non è confusione.
Si sente ancora il Cuccia rosso o i suoi referenti di una volta hanno tutti preso le distanze?
Ricevo quotidianamente manifestazioni di affetto, di solidarietà e di fiducia da vecchi e nuovi amici.
A un certo punto sembrava volesse riprendersi l’Unipol. Discorso chiuso o ci riproverà?
L’Unipol seguirà la propria strada e le cooperative saranno responsabili del suo destino. Per me è un capitolo chiuso per sempre, con affetto. Ora faccio altro.

A Geronzi 20 milioni di euro. Come premio alla carriera

Atmosfera emozionante, un filino malinconica, facce tristi al consiglio d’amministrazione di Capitalia di martedì.
L’ultimo, a meno di sorprese, dell’era Geronzi, visto che a settembre si procederà alla fusione con Unicredito. Di Capitalia, in tutti questi anni, Geronzi ha fatto da inventore e da padre nobile, attraversando tutte le tappe che dalla originaria fusione tra Cassa di Roma, Banco di Roma e Banco di Santo Spirito, passando per Bi Pop e Banco di Sicilia, ha dato origine a uno dei più potenti e ramificati gruppi bancari del paese.
A Cesare Geronzi che usciva di scena, era dunque d’obbligo dare un riconoscimento, anche per il fatto che il banchiere di Marino, nella sua quarantennale carriera, non aveva mai goduto di stock options, a differenza di molti suoi colleghi (da Matteo Arpe a Gabriele Galateri, tanto per citare gli ultimi). Di qui, la decisione del cda di staccargli un assegno da 20 milioni di euro.
Con qualche consigliere che, di fronte a una cifra che gli doveva sembrare esigua, insisteva perché la banca fosse più generosa. Alla fine si è optato per i 20 milioni, che sono comunque un bel prendere, anche pensando al fatto che Geronzi non esce di scena ma si trasferisce alla guida di Mediobanca, in quella Milano che lo aspetta al varco per saggiarne le intenzioni.
LEGGI ANCHE: Unicredit, gli esuberi da fusione fanno saltare gli uomini Capitalia

Ricucci: La legge vieta forse di comprare il Corriere?

Stefano Ricucci, opera da 25 anni nel settore immobiliare e finanziario, è stato azionista di Bnl, Alitalia, Capitalia, Hopa, Popolare di Lodi, Antonveneta e Rcs Mediagroup. Coniugato dal 9 luglio 2005 con l'attrice Anna Falchi, ha un figlio di 14 anni
“Sono nato a Roma l’11 ottobre 1962. Diplomato odontotecnico al George Eastman di Roma, ho poi conseguito una laurea breve in economia presso la Clayton University di San Marino, insieme a Gioacchino Paolo Ligresti, mio compagno di corso. Ho cominciato a fare l’immobiliarista a 19 anni, e nel 1989 ho fondato la Magiste, holding che raggruppa le mie attività immobiliari. Opero da 25 anni nel settore immobiliare e finanziario. Sono stato azionista di Bnl, Alitalia, Capitalia, Hopa, Popolare di Lodi, Antonveneta e Rcs Mediagroup. Coniugato dal 9 luglio 2005 con l’attrice Anna Falchi, ho un figlio di 14 anni, Edoardo, che amo molto. Mi piace giocare a tennis, a golf, e sciare d’inverno. Attualmente abito a Roma ma ho casa anche a Milano nella centralissima via Borgonuovo”. (Stefano Ricucci su se stesso).
Che sta facendo dottor Ricucci? Lei che per un’estate ha fatto tremare tutti i salotti buoni di questo Paese ha voltato pagina?
Perché parla al passato? Ho 44 anni, non sono morto e continuo a fare quello che facevo prima, l’immobiliarista. Lei invece perché continua a parlare male di me?
L’ho fatto quando strombazzava in giro che stava per lanciare l’opa sulla Rcs. Le opa si fanno, non si dicono.
Ma di che opa parla? Non avevo i soldi per lanciare l’opa. Ho comprato titoli Rcs perché i suoi 15 soci sono il gotha del capitalismo. Volevo avere il 20 per cento per convocare un’assemblea ordinaria e illustrare il mio piano industriale.
Ma lei aveva un piano industriale, davvero voleva fare l’editore?
Perché, Benetton, Toti e Della Valle sono editori? Volevo essere il sedicesimo socio, rimanere con il 4-5 per cento e il resto ricollocarlo. Insomma, contribuire a tirar fuori il valore reale della casa editrice. Quel titolo era sottovalutato e lo è ancora. Non lo dico io, ma Mediobanca, Morgan Stanley e altre banche di rango.
Allora come spiega che il gotha al suo apparire se la sia fatta sotto?
Non so come mai mi abbiano temuto. Sono il massimo del capitalismo italiano, io ero entrato proprio perché attratto dalla loro presenza.
Cosa ha fatto allora che non rifarebbe adesso?
Non comprerei più una sola azione di banche o giornali. Ma continuerei a fare solo il mio mestiere, l’immobiliarista.
Si consoli, alla fine ne è venuto fuori senza perdere tutto. Di solito a chi sfida il gotha va molto peggio.
È vero. Peccato che nessuno lo scriva, ma lo scorso 24 maggio la Cassazione ha confermato il dissequestro dei mezzi propri, circa 100 milioni di euro, messi a garanzia del finanziamento per l’acquisto di titoli Antonveneta. Adesso aspetto la revoca del fallimento di Magiste International, che in 18 mesi ha restituito al sistema bancario nazionale e internazionale 1,6 miliardi di euro.
Posso ringraziarla a nome di tutti i giornalisti per averci regalato due impagabili metafore?
Se allude ai “furbetti del quartierino”, l’espressione mi scagiona. Si riferiva alla vicenda Antonveneta, dove sono parte lesa. La furbetta era la Popolare di Lodi che aveva lanciato un’opa con un prospetto informativo falso e finanziato gli amici a tassi agevolati. Se la Bpi non si fosse messa di mezzo, io avrei consegnato i miei titoli Antonveneta all’Abn Amro, come poi ho fatto. E l’altra espressione?
“Fare i froci col culo degli altri”. L’ha detto perché, scusi la volgarità, qualcuno ha cercato di farlo col suo?
Quell’espressione non è mia. Comunque non penso che qualcuno abbia approfittato di me. Certo, non sono stato trattato secondo il principio che la legge è uguale per tutti. Ho dovuto aspettare 18 mesi per avere un dissequestro che a tutti quanti, Popolare di Lodi compresa, è stato concesso subito.
Forse perché chi tocca il Corriere della sera muore?
Scusi, sta scritto nel Codice penale che chi tocca il Corriere muore? Se così fosse, mi sarei ben guardato dal comprarne le azioni. Ma fino a prova contraria la Rcs è un’azienda quotata sul mercato.
Il Corriere non lo ha comprato, ma almeno lo legge?
Certo che lo leggo, così come Il Sole e La Stampa. Ma la lettura della mazzetta la comincio sempre con La Repubblica.

Christillin: con Galateri si sono comportati male

Evelina Christillin
Di origini valdostane, è nata e abita a Torino. Laureata in storia e demografia storica, ha pubblicato diversi libri e saggi. Dal 1978 al 1985 ha lavorato all’ufficio stampa Fiat occupandosi degli eventi sportivi (corse e rally) e della stampa estera. Nel 1998-99 è stata presidente esecutivo del Comitato promotore Torino 2006 e lo ha guidato al successo nell’ottenere i XX Giochi olimpici invernali del 2006. È stata vicepresidente vicario del Toroc. Attualmente è consigliere di amministrazione della multinazionale elettronica Saes Getters di Milano, presidente della Filarmonica ‘900 del Teatro Regio di Torino, consigliere di amministrazione del Teatro Regio di Torino, presidente della Fondazione Teatro stabile. È inoltre docente di storia dello sport all’Università di Torino e lavora nel Gruppo cultura della Juventus.
Secondo molti lei è una famelica cacciatrice di poltrone. Non a caso ha un curriculum straboccante. Si dice che dopo la presidenza del Teatro stabile volesse quella della Juventus.
Al Teatro stabile mi ha voluto il sindaco Sergio Chiamparino. Invece quella della Juventus è una palla grossa come una casa.
Mi tolga una curiosità: per parlare con lei si chiama casa Agnelli. Fungono anche da suoi centralinisti?
Sì, è una buffa cosa. Ma siccome loro hanno i numeri di tutti, hanno anche il mio. Se no c’è il cellulare…
Non sapevo di questa “batteria” sabauda. Sull’eredità dell’Avvocato sta con la figlia Margherita o con il resto della famiglia?
I grandi dolori vanno rispettati. Voglio bene a Margherita, con cui sono cresciuta e ho fatto le scuole. Stesso discorso per Marella, che è stata per me come una seconda madre. Certo è che io non avrei reso pubblica la controversia attraverso i giornali.
Le Olimpiadi a Torino sono state un successo, anche suo personale. A proposito: qualche fornitore lamenta ancora di non essere stato pagato.
Abbiamo pagato tutti e chiuso i conti alla grande con solo 11 milioni di deficit su un bilancio di 5 miliardi.
Lo sa che a Torino mugugnano perché dicono che la banca di casa, il Sanpaolo, ci ha rimesso nella fusione con l’Intesa?
Lamentarsi è qualcosa di connaturato al dna dei torinesi, che sono sempre propensi a guardare indietro e poco avanti. Ma adesso va meglio e si piange un po’ meno.
Con il mondo Fiat in che rapporti è rimasta?
Buonissimi con i ragazzi Elkann, che ho visto crescere. Molto buoni con l’ad Sergio Marchionne, per quel poco che si riesce a vederlo, dato che se non è in giro per il mondo sta chiuso in ufficio. E per fortuna i risultati di tanto lavoro si vedono. Ottimi con Luca di Montezemolo, che è stato il mio primo capo insieme con Marco Benedetto.
A proposito di Benedetto: tra lei e L’Espresso sono volati gli stracci. L’ha fatta imbufalire che abbiano scritto della sua separazione?
Scrivono che io e Gabriele (Galateri di Genola, ndr) siamo separati perché uno vive a Milano e l’altro a Torino. Ma non c’è niente di vero.
Mondo ingrato, ha visto che in Mediobanca lo hanno scaricato come un pacco postale?
Devo dire che Gabriele a Mediobanca, per unanime riconoscimento, ha fatto un ottimo lavoro. Per questo la decisione di metterlo da parte è incomprensibile e, nei modi in cui è avvenuta, non di grandissimo buon gusto.
Non per trovare il pelo nell’uovo, ma lui però si è lasciato rosolare a fuoco lento. Pare tornerà a Torino, in Ifi, al posto di Gianluigi Gabetti.
Di guerriglieri in famiglia ce n’è già uno. Lui nella vicenda, a differenza di altri, ha dimostrato grande fair play. Sul suo ritorno, sa come diciamo noi piemontesi? “Ca fasa chiel, che faccia lui”.
Scusi se metto dito fra moglie e marito, ma alcune uscite mondane del suo coniuge hanno alimentato le voci di una vostra separazione.
Può darsi. Ma io ho fatto il giudice del pattinaggio per tanti anni. E ho imparato che talvolta, nella vita, è meglio glissare.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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