Archivio per autore: » paolo.madron

Tarak Ben Ammar, 57 anni, è nato in Tunisia. Suo padre è stato ambasciatore e ministro della repubblica e suo zio, Habib Burghiba, il liberatore della Tunisia, che conquistò l’indipendenza dalla Francia. Laureato in relazioni internazionali alla Georgetown University di Washington, è uomo d’affari e produttore cinematografico. Sue le produzioni della Traviata di Franco Zeffirelli, I predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg, recentemente Hannibal. Socio della Lux di Ettore Bernabei, da sempre ha ottimi rapporti con Rupert Murdoch. Nel 1983 ha creato con Silvio Berlusconi la Quinta Communications, società cinematografica e di distribuzione. Dal 1995 al 2003 è stato consigliere d’amministrazione della Mediaset. Dal 2003 siede nel cda della Mediobanca, in rappresentanza del gruppo degli azionisti francesi.
A Milano non sta tirando una bella aria per voi francesi. Alessandro Profumo ha detto che non molla la Mediobanca altrimenti le Generali ve le mangiate voi o l’Intesa Sanpaolo.
No. Profumo non si riferiva a noi ma ad Axa, che per Generali potrebbe essere un pericolo, visto che in borsa vale di più. Del resto tutti sanno bene che nel 2003 noi francesi abbiamo posto fine alla guerra italo-italiana su Mediobanca stabilizzandone l’azionariato.
Però il matrimonio tra Unicredito e Capitalia vi ha spiazzato. Infatti avete detto: giù le mani da Mediobanca.
Sì, ma l’avevamo detto a anche a Giovanni Bazoli quando voleva comprare la Capitalia. Mediobanca appartiene a se stessa, deve rimanere indipendente. È per questo che Unicredito venderà la sua quota e in piazzetta Cuccia Profumo ha subito lasciato ogni carica.
Scusi, cosa pensa di questa «volatilità» del presidente delle Generali, Antoine Bernheim: un giorno sta con Bazoli, l’altro si rimangia tutto dopo una telefonata di Cesare Geronzi…
La telefonata a Bernheim l’ho fatta io, non Geronzi. Lui non ha dato ragione a Intesa, ma ha detto che tutto dipende da dove andranno le azioni di Unicredito. Lei capisce bene che dove finirà quel pacchetto non è ininfluente per l’indipendenza di Mediobanca e di Generali.
Però l’uscita di Bernheim è stata interpretata come un avallo alle preoccupazioni di Bazoli.
Proprio perché qualcuno ha insinuato che quelle parole le avesse dettate Bazoli sono intervenuto, facendo presente a Bernheim il rischio di un’interpretazione pro Intesa del suo intervento. Poi, sa, era in assemblea e lui l’italiano non lo parla molto bene.
Unicredito e Intesa adesso sono più rivali che mai. Come fa Bernheim a fare il vicepresidente della seconda e contemporaneamente il presidente della più importante, via Mediobanca, partecipazione della prima?
Proprio Bernheim in Intesa è la garanzia che Bazoli non avrà sorprese, e Generali non sarà mai il pupazzo di Mediobanca. Almeno finché in piazzetta Cuccia ci siamo noi francesi.
Se le Assicurazioni Generali non sono di nessuno, il «Corriere della sera» a chi appartiene?
A troppa gente. Sarebbe meglio che ci fosse un solo editore, tipo Murdoch o simili. Il Corriere invece è più affollato di un club di tennis o di golf.
Perché voi francesi non volete più Gabriele Galateri in Mediobanca?
Non solo noi. Gabriele è stato bravo ma con il sistema duale separiamo chi lavora da chi fa l’azionista. Arrivando Geronzi, non c’è posto per due presidenti.
Non crede che il romano Geronzi padrone della finanza milanese verrà accolto con qualche mugugno?
E io cosa dovrei dire? Se hanno sopportato la presenza di un tunisino e dei francesi nel salotto buono…
Ma c’era già Afef che aveva tracciato il solco. Convivranno Geronzi e Profumo?
Non ho dubbi in proposito. La presenza di Cesare proteggerà Mediobanca dai giochi di potere, come abbiamo fatto noi da quando siamo entrati quattro anni fa. Allora il titolo quotava 7 euro, ora è arrivato a 17.
Sicuro che tra i due prima o poi non saranno scintille?
Certo, di solito sono gli opposti che convivono al meglio.
- Tags: Confindustria, giovani, industria, intervista-canaglia, Linda-Lanzillotta, Luca-Cordero-di-Montezemolo, Mario-Monti, Massimo-DAlema, Matteo-Colaninno, Piaggio, Pier-Luigi-Bersani, politica, Tommaso-Padoa-Schioppa
-

Matteo Colaninno, 36 anni, sposato, è presidente nazionale dei giovani imprenditori e vicepresidente della Confindustria.
È vicepresidente del gruppo Piaggio, il più importante nel mercato delle due ruote a livello continentale, cui fanno capo alcuni tra i più prestigiosi marchi del settore, con 7 mila dipendenti, sette stabilimenti e attività commerciali in oltre 50 paesi. Nel 2001 è stato protagonista, insieme con altri investitori, del rilancio della Banca popolare di Mantova, diventandone vicepresidente. Ha ricoperto dal 2003 la carica di vicepresidente di Yes for Europe, la Confederazione europea dei giovani imprenditori.
È dura fare un convegno una settimana dopo l’intervento di Luca di Montezemolo. Direi che il presidente vi ha rubato la scena.
Io direi di no. Il tema delle riforme, che dà il titolo al convegno di Santa Margherita, è sempre stato al centro dei nostri discorsi. E poi sono iniziative che facciamo con e dentro la Confindustria.
Sarà, ma una volta i giovani erano l’ala movimentista della Confindustria. Un ruolo che, con Antonio D’Amato prima e con Montezemolo adesso, vi hanno rubato i grandi.
Come presidente mi sembra di aver movimentato parecchio. Nel 2005 abbiamo ribadito il valore dell’impresa familiare quando tutti la incolpavano di essere un fattore di crisi. Poi abbiamo rilanciato l’importanza della governance, e quindi della responsabilità dell’impresa, che vuol dire fare, oltre che chiedere.
I maligni dicono che si parla di voi due volte all’anno, in coincidenza con i vostri convegni di Capri e Santa Margherita. E pensare che lei voleva eliminarli…
Ma come, se siamo sempre in tv… Anzi, sono stato il loro più strenuo difensore, perché i due convegni sono un appuntamento fondamentale del nostro dibattito.
C’è chi ha accusato Montezemolo di avere omesso dalla sua relazione ogni accenno autocritico alla categoria. Provvederà lei nel suo discorso di Santa Margherita?
Abbiamo sempre fatto autocritica, se necessario ne faremo ancora. Ma non bisogna esagerare, se no diventa masochismo. Comunque cercherò di accontentarla.
Da industriale, qual è il peggior difetto degli industriali?
L’innamoramento totale verso l’impresa, che può condurre a qualche errore nella gestione. È un problema emerso con particolare evidenza negli ultimi cinque anni.
Due domande in una: tendenza Montezemolo (impresa che fa politica) o tendenza Sergio Marchionne (impresa lontana dalla politica); e che cosa pensa degli industriali che scendono in campo?
Da leader dei giovani non ho dubbi che fare impresa e sentirsi ceto dirigente non vuol dire confinarsi dentro i cancelli dell’azienda. L’industriale è un cittadino, e come tutti i cittadini ha diritto di impegnarsi per il bene della cosa pubblica.
Dia serenamente un voto al governo e uno all’opposizione.
Darei un 6 al governo, che è la media fra alcuni voti alti dei riformisti e voti molto bassi della sinistra antagonista. All’opposizione darei un 7 pieno. Mi sembra tonica pur nelle sue diverse articolazioni.
Chi salvate del governo oltre a Pierluigi Bersani, di cui siete da sempre degli estimatori?
Sicuramente Massimo D’Alema, che ha interpretato molto bene la politica estera del nostro Paese. Poi Linda Lanzillotta, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e Giovanna Melandri, che per i giovani non si è mai tirata indietro.
Famiglia o Dico?
Totalmente per la famiglia. Senza se e senza ma.
D’accordo con quello che ha detto Mario Monti sul fatto che le banche sono un potere occulto?
No, io la questione la vedo in positivo. Le imprese e l’economia del mondo hanno bisogno di forti aggregazioni bancarie, su questo non ci piove. Il resto è una derivata, secondaria e soprattutto temporanea.

Carlo Salvatori, amministratore delegato della Unipol, ha fatto tante cose, dunque ha un curriculum troppo lungo che a malincuore bisogna sintetizzare. Nato a Sora (Frosinone) il 7 luglio 1941, coniugato, con tre figli, laurea in economia e commercio presso l’Università di Bologna e in scienze bancarie presso l’Università di Siena, ha lavorato alla Banca nazionale del lavoro, dove è stato direttore centrale. Poi è passato in Ambroveneto diventandone presto ad, quindi in Cariplo come direttore generale. Dal gennaio 1998 al novembre 2000 è ad della neonata Banca Intesa. Dal maggio 2002 fino al settembre 2006 è vicepresidente della Mediobanca. Dal maggio 2002 al gennaio 2006 ha assunto la carica di presidente del gruppo Unicredito Italiano prima di approdare in Unipol.
Visto che ha lavorato con tutti e tre i dioscuri del credito, ci dice chi è il migliore?
Conosco bene Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo. Invece il rapporto con Cesare Geronzi e la Banca di Roma è stato molto limitato, meno di sei mesi (infatti nel curriculum ufficiale non ve ne è traccia, ndr). Bazoli è un grande presidente perché sa dare molto spazio agli operativi. Profumo invece era lui l’operativo e possiede una straordinaria capacità di gestire la struttura.
Si aspettava un matrimonio così veloce tra Unicredito e Capitalia?
Dal punto di vista industriale ci sta tutto. Hanno realizzato un grande gruppo, così come avevano fatto prima Intesa e Sanpaolo Imi. Unicredito ha in più la dimensione internazionale. Prevedo grandi sinergie nei costi e nei ricavi.
È vero che quando era in Unicredito già avevate pensato di mangiarvi la Capitalia?
Mi consenta di non esprimermi. È una cosa che lascio dire a lei.
Va bene, la dico io. Ma una banca grande è sempre sinonimo di grande banca?
Se gestite bene, le banche grandi sono sinonimo di grande banca. Sia in Intesa sia in Unicredito ci sono persone che lo sanno fare bene.
Dicono che Bazoli sia molto arrabbiato. Ha rilasciato al Sole 24 Ore un’intervista parlando a nuora perché suocera intenda.
Non mi pare. C’era invece una condivisione dell’operazione. Del resto avendone realizzata una lui di analoga non poteva certo eccepire. Mi sembrava sincero quando ha detto che ora ci sono due gruppi a supportare l’economia di questo Paese.
Dicono invece che sia molto arrabbiato con lei, perché ha fatto saltare le nozze Mittel-Hopa.
La nostra resistenza non era certo nei confronti di Mittel e del progetto di Bazoli. Era sulla valutazione di quell’operazione così come ci era stata prospettata, perché non tutti gli azionisti venivano trattati allo stesso modo.
L’Unipol si sposerà o resterà zitella con la sua bella e ambita dote di 2 miliardi e passa?
Abbiamo definito un piano industriale di solida crescita interna. Se poi ci si presenterà qualche opportunità sul mercato, la valuteremo.
Il collateralismo dell’Unipol con i Ds è finito perché alla sua guida non c’è più Giovanni Consorte o perché non ci sono più i Ds?
Ma quale collateralismo! L’azienda fa il suo lavoro, la politica ne fa un altro. Cosa vuole che c’entri la politica nella gestione di un grande gruppo bancario e assicurativo? Sempre a fare queste inutili dietrologie…
Scusi, mi sembrava che qualche telefonata con i Ds fosse intercorsa ai tempi in cui l’Unipol stava per prendersi la Bnl…
Sono cose che ho letto sui giornali, ma di cui non voglio discutere. Si tratta di questioni che appartengono alla sfera privata delle persone.
Con Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia si sono fatti due grandi matrimoni in meno di un anno. Allora vuol dire che il tappo del sistema era veramente Antonio Fazio.
Forse certe operazioni di oggi non andavano bene allora. C’è un tempo e un tempo. Con Fazio era la fase dell’uscita dalla foresta pietrificata del credito. Con Bankitalia gestione Draghi il momento di dare spazio alle attese di crescita e aggregazione del sistema bancario.

Diciamo la verità. Mai fusione bancaria fu più intrigante. E non solo perché il matrimonio tra Unicredit e Capitalia forma, d’un sol botto, il più grande agglomerato bancario del vecchio continente, ma per la natura stessa degli sposi. Perché, a salire sull’altare, sono un banchiere mercatista, Alessandro Profumo, e uno di relazione, Cesare Geronzi. Uno che ha in sommo fastidio salotti buoni e padrinaggi politici, l’altro che proprio sulla politica ha costruito camaleontescamente la sua fortuna. Perché, nella sua oramai lunga carriera, Geronzi è stato di tutto: democristiano, andreottiano, berlusconiano, prodista, dalemiano, ed alla bisogna è sempre pronto a cambiare. Profumo, invece, è genericamente di sinistra: come direbbe Silvio Berlusconi, è uno di quei banchieri che hanno votato alle primarie dell’Ulivo, è che perciò sta inequivocabilmente dall’altra parte. Ma che quando Prodi si arrabbiò perché mollò di botto la sua poltrona di amministratore del Corriere della Sera, fece spallucce.
Profumo, ha ragione, preferisce giocare sulla scena internazionale. E dio sa quanto è stato tirato per la giacchetta affinché accettasse la fusione con Roma, se era per lui, la banca guardava dritta a Parigi, a quella Société Générale che sarebbe stata la seconda preda d’oltralpe, dopo la tedesca Hvb. Pazienza, il progetto pare rinviato a miglior data, a quando cioè il neo inquilino dell’Eliseo Nicolas Sarkozy avrà deciso dove orientare la barra dell’altero e altezzoso capitalismo francese. Naturalmente, fatte le nozze ora bisogna vedere come andrà la convivenza: così, senza metterci le mani, la potenza del colosso fa impallidire quella pur ragguardevole di Sanintesa, la banca nata dal matrimonio milan-torinese tra Sanpaolo e Intesa. Sulla carta, Un-italia diventa socio forte di Mediobanca, Generali e Corriere della Sera. Insomma, una banca che sbanca, che si prende tutto. Impossibile da accettare, anche in un paese per il quale l’antritrust è materia da accademia. Bisognerà dunque vedere come il grande albero verrà sfrondato: per ora, si sa solo che la partecipazione in Mediobanca, che per la somma dei sue istituti arriva al 18%, verrà dimezzata. Per il resto si vedrà.
Dicevamo della convivenza: Profumo e Geronzi sono banchieri di indole diversa, diciamo pure opposta. Che comandi il più giovane non ci sono dubbi, ma che Geronzi accetti un ruolo di rappresentanza non esiste. Due ipotesi: che lo mettano a fare il vice presidente in attesa che il presidente tedesco di Unicredit faccia le valige, che gli assegnino mano libera sulle partecipazioni. Visto il calibro delle suddette, un ruolo di straordinario potere per il settuagenario banchiere di Marino. Uno che non ha votato alle primarie dell’Ulivo, che per questo (ma non solo) gode della stima di Berlusconi, ma che intrattiene con D’Alema un proficuo e longevo rapporto di simpatia.
Legami importanti in un paese dove, malgrado Profumo, le azioni – purtroppo ancora- si pesano e non si contano.
LEGGI ANCHE: Di che colore è Uni-Cap

Franco Tatò, 1932, è laureato in filosofia all’Università di Pavia. È stato, fra l’altro, amministratore delegato di: Deutsche Olivetti, Mannesmann-Kienzle, Arnoldo Mondadori Editore, Triumph Adler, Fininvest, Enel. Attualmente è amministratore delegato dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e, da lunedì 7 maggio, della Gemina. Ha scritto: Autunno tedesco - Cronaca di una ristrutturazione impossibile (Sperling & Kupfer, 1992); A scopo di lucro. Conversazioni con Giancarlo Bosetti sull’industria editoriale (Donzelli, 1995); per Baldini Castoldi Dalai Essere competitivi. Le esperienze di due protagonisti, con Riccardo Ruggeri, amministratore delegato della New Holland, (1995); Perché la Puglia non è la California (2000); Diario tedesco. La Germania prima e dopo il muro (2004).
Amministratore delegato della Treccani, idem di Finanza & Mercati, la casa editrice di Danilo Coppola. Adesso anche ad della Gemina, che controlla gli aeroporti di Roma. Va bene che lei è eclettico, ma non è che sta facendo troppe cose?
Certo non sono poche, ma io mi so organizzare.
Glielo chiedo perché, come dicono le nonne, a voler fare troppe cose si rischia di non farne nessuna bene.
È una questione di lucidità, di controllo e collaborazione. Sono positivo. E poi alla fine il miglior giudice saranno i risultati.
Ma non è che prendendo le redini della Gemina si è andato a infilare in un vespaio?
Forse, ma ho preso una bottiglia di sciroppo antipunture.
È la sua seconda volta con i Romiti. In Hdp furono loro a chiamarla, adesso mi par di capire che hanno subito la sua nomina.
In questo caso credo che l’abbiano subita altri, non loro. E lo dico senza alcuna cattiveria, perché spero di riuscire a dare un contributo nell’interesse di tutti gli azionisti.
Ha qualche idea su come uscire dallo stallo che si è creato nella Aeroporti di Roma, dove tutti litigano con tutti?
Certamente, ma non credo che tutti sarebbero d’accordo. Per esempio, parlando da utente, comincerei dal far funzionare meglio l’aeroporto.
E l’incarico in Finanza & Mercati l’ha accettato in omaggio alla sua vecchia e mai tramontata passione per l’editoria?
Anche, ma le rispondo citando il titolo di un mio vecchio libro: “A scopo di lucro”.
È vero che quando è arrivato nella casa editrice si è messo le mani nei capelli perché ha trovato un buco di 32 milioni di euro?
Le perdite del 2006 hanno natura prevalentemente straordinaria. Adesso vedremo che cosa sapremo fare. La squadra che è all’opera mi sembra di buona qualità e spero sia possibile impegnarsi tutti insieme per un giornale veramente innovativo.
Non sono incarichi di seconda fila, soprattutto per uno che in passato ha guidato corazzate come Fininvest, Mondadori ed Enel?
A me piace lavorare, fare bene cose concrete. Le dimensioni sono problemi di altri. Se non mi offrono qualcosa di più grande, peggio per loro.
Mi dica in due parole la sua opinione sulla vicenda Telecom. So di chiederle uno sforzo supremo di sintesi.
È una vera vicenda italiana, una summa di come non si dovrebbero fare le cose. Non sono sicuro che ci sia la voglia di imparare, anche se nell’ultimo periodo si è fatto qualche sforzo apprezzabile.
Faccia lo stesso sul Partito democratico, lei che è sempre passato per un manager progressista e “di sinistra”.
Non sono mai stato di sinistra. Io sono anche di sinistra, nel senso che sostengo le persone che stimo indipendentemente dal loro schieramento. Il Partito democratico mi sembra una grande opportunità per buttare i simboli delle vecchie ideologie e partecipare a qualcosa di nuovo.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/telecom_assemblea/normal_telecom_assemblea_10.jpg)
Il governo di salvezza telefonica, ovvero le prove di future larghe intese sulla gestione della Telecom, sono rinviate. Le banche, grazie a un compromesso tra i due salotti buoni del capitalismo italiano (quelli di Mediobanca e di Intesa Sanpaolo) scendono per prime in campo. Poi, in un secondo tempo, toccherà agli industriali, se mai Roberto Colaninno, Silvio Berlusconi e gli altri temerari che vorranno essere della partita se la sentiranno di affiancare, in posizione largamente minoritaria, un colosso dalle possenti spalle qual è Telefonica.
Dimenticavamo: con i due salotti arrivano anche gli spagnoli, ovvero il più bel gruppo di telecomunicazioni che ci sia oggi in Europa. Prendono la maggioranza relativa di Olimpia, la cassaforte che controlla il 18% della Telecom, al valore di 2,82 euro ad azione.
Se qualcuno volesse far loro uno scherzo, potrebbe comprarsi in borsa un pacchetto di titoli a un prezzo ben più conveniente, visto che il loro presso viaggia intorno ai 2,3 euro. È uno dei tanti paradossi di questa operazione, salutata da molti come l’ennesimo trionfo del capitalismo di relazione: quello, per dirla alla Enrico Cuccia, dove le azioni si pesano e non si contano.
La conquista di Olimpia non risponde infatti ai requisiti di una impeccabile operazione di mercato. Certo, salva la Pirelli di Marco Tronchetti Provera dal tracollo, consentendole di incassare oltre 3 miliardi di euro che ne azzerano di colpo i debiti e consentono una politica di robusti investimenti. Ma non stava scritto da nessuna parte che il genero di Leopoldo dovesse essere salvato dopo la caterva di errori con cui ha gestito la Telecom, a cominciare dallo spropositato esborso fatto inizialmente per comprarla.
Salva la politica, che ha sin qui pasticciato sullo scorporo della rete fissa, ma che ora può dire che l’italianità è salva, anche se pesantemente contaminata dalla presenza iberica. Ma non stava scritto da nessuna parte che per preservare l’italianità si dovesse imbastire un’operazione a valori che non hanno riscontro con quelli del mercato (si può, tra l’altro, pagare alla Pirelli un premio di maggioranza solo perché è il primo socio di una scatola che ha dentro un esiguo 18% della Telecom? Di solito il premio di maggioranza si paga quando si acquista una quota che mette al riparo da possibili ribaltoni).
Si salva, infine, l’intero sistema finanziario, che mal avrebbe tollerato di vedersi sfilare la Telecom dal primo ricco messicano che ci aveva messo gli occhi addosso. Lo fa a caro prezzo, ma non importa. Come ha recentemente detto Giovanni Batoli, il superpresidente di Intesa, esistono due tipi di capitalismo: quello che guarda al profitto e risponde al mercato sovrano, e quello che invece ha a cuore gli assetti complessivi di una società, e che quindi si deve fare carico di interventi anti economici pur di non veder compromessa la stabilità di tutto un sistema. Il caso Telecom risponde decisamente a quest’ultimo modello.
Un’ultima riflessione, visto che lunedì in borsa si scatenerà la bagarre. Gli azionisti della Pirelli sono in paradiso, perché sono gli unici che traggono beneficio dalla vendita. Quelli della Telecom, almeno momentaneamente, all’inferno. Per la seconda volta in pochi anni il cambio di proprietà dell’azienda in cui hanno investito i loro risparmi (non essendoci Opa) è cosa che non li riguarda, che li taglia completamente fuori.
- Tags: america-movil, att, azioni, Banche, Capitalia, cordata, Generali, Intesa-San-Palo, Marco-Tronchetti-Provera, Mediobanca, Olimpia, Pirelli-Olimpia, telecom
-

Spiega il più politico dei banchieri, romano, occhialuto e bianco di capelli, che, siccome adesso ci sono i congressi dei Ds e della Margherita, tutto si ferma per almeno un paio di settimane, vicenda Telecom compresa.
Un simpatico modo per dire che, nonostante il gran daffare di banche, industriali, intermediari, gruppi più o meno blasonati, faccendieri e avventurieri, nei destini del colosso telefonico i politici sono entrati a piedi uniti, tanto che adesso, giocoforza, qualunque esito avrà bisogno della loro benedizione.
Con questo non è detto che lo stop venga per nuocere perché, dopo mesi di trattative, la carne al fuoco è talmente tanta che occorre mettere un po’ di ordine fra le proposte che cadono di continuo sui vari tavoli, e poi ripartire. Il punto è però: da dove?
Di certo c’è che Marco Tronchetti Provera, nonostante la calma olimpica ostentata negli ultimi giorni (”Pirelli non ha alcuna fretta di vendere e soprattutto non lo farà mai a prezzi che la penalizzano” va dicendo in giro), di fretta invece ne ha tanta. Gli azionisti della società mugugnano, il patto di sindacato è spaccato dopo che le Generali e la Mediobanca non hanno gradito il benservito dato alla meteorica presidenza targata Guido Rossi, e di certo avrebbero preteso la testa di Tronchetti se non fosse che, dice un banchiere che è della partita, “ci sono pezzi importanti di sistema, da Giovanni Bazoli a Luca di Montezemolo, che inspiegabilmente stanno ancora con lui”.
Il problema, come sempre, sta nei soldi. Ovvero nel fatto che il presidente della Pirelli non intende vendere a meno di 2,8 euro, il prezzo che gli aveva fatto balenare l’accoppiata american-messicana, ora monca dopo che l’At&t ha salutato chiamandosi fuori. A quel prezzo per azione, rilevare la quota Telecom di Olimpia costa poco più di 4 miliardi di euro. E una cordata italiana, come vorrebbero Massimo D’Alema e Romano Prodi (che divergono però sui nomi di chi debba farne parte), non ce la fa a materializzarsi.
Per cui, nonostante il successo bipartisan, la soluzione “inciucista” con dentro Roberto Colaninno e la Fininvest resta ancora una suggestiva ipotesi d’accademia. Non fosse altro perché, nonostante impegno e progetti (il capo della Piaggio, ignorando la massima nietzschiana per cui non si torna mai dove si è stati felici, dovrebbe fare il presidente della nuova società che rileverebbe il controllo della Telecom), la coperta è corta.
Mettiano, ma non è detto, che la holding del Biscione ci metta 500 milioni, altri 300 li scucirebbe Colaninno. Poi ci sono le banche, 500 potrebbero arrivare girando la quota nella Pirelli Pneumatici che possiedono, qualche altra milionata di euro la porterebbero industriali (si parla di Leonardo Del Vecchio, Diego Della Valle, forse i Pesenti) che avrebbero dato una generica disponibilità.
Già, si ha un bel dire che in giro di soldi ce ne sono una caterva, ma da qui a mettere insieme 4 miliardi ce ne passa. E soprattutto molti continuano a non capire perché si debba strapagare una quota, quella della Olimpia, che per la sua esiguità è ben lungi dal garantire la ferrea presa sulla Telecom. A quei valori, meglio andare direttamente in borsa e fare provvista di azioni senza passare per le forche caudine di patti e contropatti tra soci che stanno a monte.
E poi c’è la politica, che non molla la presa, e che di fronte a certi matrimoni, seppur d’interesse, si mostra maldisposta. Mettere assieme Silvio Berlusconi e Colaninno, ipotesi che al Cavaliere piace meno di quanto piaccia a qualcuno dei suoi collaboratori, non è facile da far digerire ai falchi degli opposti schieramenti. La stessa Unità, che pure aveva dato senza acrimonia la notizia dell’eretico avvicinamento (riunione nella casa romana del Cavaliere tra Fedele Confalonieri e il ragioniere mantovano, con l’infaticabile Ruggero Magnoni della Lehman Brothers a fare da mediatore), il giorno dopo ha sparato ad alzo zero.
Ergo, si devono battere altre strade, ma quel che più occorre battere è la diffidenza tra i vari protagonisti della vicenda, che si accentua ogni giorno che passa. Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per esempio, continuano a guardarsi in cagnesco e a lavorare su scenari diversi. La banca di Bazoli era pronta a fare tutto da sola pagando le Telecom di Tronchetti 2,7 euro. Poi si era detta pronta, per bocca di un convinto Corrado Passera, ad appoggiare la cordata tex-mex, mezzo evaporata, che peraltro a Palazzo Chigi andava di traverso. Ora pare voler riconsiderare lo scenario che prevede la scissione della Pirelli (il filone su cui dall’inizio si era messa a lavorare piazzetta Cuccia) purché il mercato non storca troppo la bocca.
Ma l’ipotesi di fare due Pirelli fotocopia, con una che controlla solamente la Olimpia, e poi consentire agli azionisti dell’una di concambiare le azioni ricevendo carta e contanti dell’altra, non piace anzitutto a Tronchetti, che vorrebbe uscire di scena con un bell’assegno da 3 miliardi (tanto vale l’80 per cento che Pirelli detiene in Olimpia).
Se si pretende la soluzione tutta italiana (e certo gli afflati regolatori sulla rete fissa che il governo si è improvvisamente scoperto rendono difficile guardare oltralpe), la scissione resta la meno costosa, perché si porta a casa con 1 miliardo e mezzo di spesa e il mal di pancia degli azionisti che hanno comprato in borsa.
Il fatto è che la scissione, e qui la babele è completa, non entusiasma nemmeno alcuni grandi soci della Mediobanca.
Si sa che, sebbene abbia ripetuto ai quattro venti di volerne restar fuori, l’Unicredito di Alessandro Profumo fa da consulente alla Deutsche Telekom su un piano che prevede una fusione con la Telecom via conferimento della Tim. Peccato che nella neonata società i tedeschi si terrebbero stretta la maggioranza assoluta.
Il banchiere Cesare Geronzi, invece, fa da tramite con i palazzi della politica e sembra giocare più in proprio che in nome della Capitalia, la quale ha detto e ridetto di non aver partecipato al furibondo rastrellamento di titoli Telecom che ha preceduto l’assemblea di lunedì 16 aprile. Geronzi sente spesso D’Alema, un po’ meno Prodi, e ha sempre orecchie per Berlusconi. Risultato? Ha tentato di convincere Tronchetti a mollare il protettorato della Intesa Sanpaolo e la nefanda, a suo dire, influenza dell’advisor Gerardo Braggiotti, finendo col litigarci.
Adesso anche lui guarda il cielo in attesa di eventi, sapendo bene che qualche nube può arrivare da Trieste, visto che obtorto collo l’assemblea delle Generali si appresta a rinnovare il triennale mandato di Antoine Bernheim alla guida della compagnia. Solo che l’ultraottuagenario napoleonico banchiere continua imperterrito a dire: “Le Generali sono io” in barba alle sane e buone regole di corporate governance che vorrebbero da lui un atteggiamento meno oltranzista.
Insomma, dopo mesi che si intessono e disfano trame, dopo che in borsa la speculazione ha scorrazzato libera come le vacche nelle praterie, dopo che l’assemblea Telecom è servita da cassa di risonanza allo show (gustoso, ma anche angoscioso) di un comico, dopo che la magistratura ha allungato la sua ombra su spiati e spiandi, siamo di nuovo tornati al punto di partenza. Si ricomincia dalla decisione di Tronchetti che non vede l’ora di guardare la vicenda Telecom al passato, e ricomincia la girandola di riunioni nel tentativo di indurlo a più miti propositi. Nel pomeriggio di martedì 17 aprile, all’indomani della estenuante assemblea di Rozzano cui non ha partecipato, prima ha visto Ruggero Magnoni poi è andato di nuovo in Mediobanca, un po’ il suo calvario, a prendere altre reprimende da chi non capisce perché faccia di testa sua, senza consultarsi almeno per telefono con i suoi soci.
Ma Tronchetti è ormai preda della sindrome Ferruzzi, pensa che la Mediobanca voglia togliergli tutto così come fece con l’impero di Raul Gardini. Inutile evocargli lo spettro di soluzioni che per Tronchetti suonerebbero più beffarde di quelle che teme.
Nell’ultima settimana, si sono infittite le voci di una possibile opa sulla Pirelli, che taglierebbe la testa a tutto e anche a lui. Operazione relativamente poco costosa, visto che in borsa capitalizza 4,5 miliardi, e che dallo spezzatino delle sue partecipazioni si potrebbe ricavare più di quello che si spende per comprarla.
Oppure, ma sul versante basso della catena, il lancio di un’offerta pubblica sulla Telecom (nonostante il grande agitarsi di tutti, gli spagnoli della Telefónica restano i maggiori indiziati) cui difficilmente il governo potrebbe fare argine sventolando i vessilli dell’italianità.
O, ancora e molto meno costoso, l’acquisto di una quota inferiore al 29 per cento del capitale, in modo da prendere due piccioni con una fava: il controllo del gruppo e la neutralizzazione della partecipazione detenuta dalla Olimpia. A quel punto Tronchetti rischierebbe di portarsi addosso una insostenibile zavorra da 3 miliardi destinata a impiombare la Pirelli e tutte le sue possibili mosse.