Archivio per autore: » paolo.manzo

Brasile-Ue: gli 007 sanitari cercano la tregua nella guerra della bistecca

Alcune mucche nei box di una stalla italiana
Un guerra sulla bistecca. Solo così può essere definita la misura adottata dalla Commissione europea che, a partire dal 31 gennaio scorso, ha messo al bando la bistecca brasiliana dal Vecchio Continente. Una guerra che in un primo momento sembrava potesse addirittura finire di fronte al tribunale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) perché la decisione dell’Unione europea di sospendere l’importazione di carne verde-oro lo scorso 31 gennaio a Brasilia non se l’aspettava nessuno. “Stiamo lavorando per il ricorso all’Omc”, aveva spiegato Reinhold Stephanes, il ministro dell’Agricoltura del governo Lula che tuttavia, pochi giorni fa ha dovuto ammettere a denti stretti che sì, in effetti il Brasile aveva violato le norme sanitarie dell’Unione europea.
Arrabbiato, anzi furioso per la misura adottata da Bruxelles anche il presidente Lula, il quale all’inizio di febbraio era esploso di fronte a un gruppo di fotografi: ”L’Europa ha la mucca pazza, eppure continua a pontificare”. L’ex sindacalista si era detto scandalizzato per il divieto europeo e aveva suggerito al presidente della Camera, Arlindo Chinaglia, la formazione di una commissione di deputati da spedire d’urgenza a Bruxelles per discutere la questione.

Di tutt’altro avviso, naturalmente, Bruxelles mentre felice si era detta la Coldiretti, associazione degli imprenditori agricoli italiani, che aveva applaudito al blocco Ue sia per i “rischi sanitari” sia per “la concorrenza sleale nei confronti degli allevatori nazionali che rispettano precise condizioni igienico sanitarie”. Sul banco degli imputati i focolai di afta esplosi in passato in alcune zone del paese.
La misura della Commissione europea e la sequela di dichiarazioni e controdichiarazioni tra Bruxelles e Brasilia hanno comunque aperto un dibattito destinato a durare ancora almeno un paio di mesi. Da un lato quelli che giudicano la misura della Ue una tutela della salute dei consumatori, dall’altro coloro che la considerano una mera pratica protezionistica. Proprio in queste ore, una delegazione brasiliana è rientrata da Bruxelles dopo aver tentato, inutilmente, di sbloccare l’impasse. Il prossimo appuntamento, adesso, è fissato per il 25 febbraio quando un folto gruppo di 007 sanitari della Unione Europea arriverà a San Paolo per restarci sino all’11 marzo. Obiettivo visitare gli allevamenti e stabilire quali rientrano nei parametri sanitari di Bruxelles. Di certo c’è che, rispetto alle prime dichiarazioni roboanti di Lula e Stephanens, il governo brasiliano ha fatto chiaramente capire che pur di riprendere a vendere le sue bistecche, è pronto a cedere alle richieste europee. E, se tutto andrà come previsto a Brasilia, da aprile la carne brasiliana, questa volta solo quella controllata e certificata, potrebbe tornare sulle nostre tavole.

Da segnalare che molto interessati alla questione, in Italia, sono gli amanti della bresaola della Valtellina. Nonostante il marchio igp (indicazione geografica protetta), infatti, è prodotta in gran parte con la carne di zebù brasiliana che dal 31 gennaio è stata bloccata dalla decisione di Bruxelles. “Quella verde-oro è carne magra e va benissimo per le nostre bresaole. Sono ormai decenni che la acquistiamo e il motivo è semplice: solo quella va bene per il nostro prodotto. Quella italiana ed europea sono troppo grasse”, aveva detto qualche giorno fa Emilio Rigamonti, presidente del consorzio che tutela proprio la bresaola della Valtellina e anche lui furioso per l’embargo comunitario.

Chávez all’attacco di Parmalat e Nestlé

Dopo l’industria del greggio adesso Hugo Rafael Chávez Frías vuole nazionalizzare anche il latte. E a rischiare in Venezuela sono gli impianti di Parmalat e Nestlè. La minaccia di esproprio è arrivata nel corso della sua consueta apparizione televisiva settimanale in cui il presidente ha parlato di “sabotaggio vero e proprio”, dichiarando senza mezzi termini che “se è provato che Nestlé o Parmalat, con diversi mezzi di pressione e ricatto come quello di offrire denaro in anticipo, stanno portando via latte non lavorato o stanno lasciando impianti statali a corto di latte di cui abbiamo bisogno, questo si chiama sabotaggio”. E ha quindi aggiunto che “la Costituzione deve essere applicata e il Governo deve intervenire ad espropriare gli impianti”. L’accusa dunque è stata esplicita.
Secondo Chávez le due aziende alimentari, tra cui la Parmalat a capitale tutto italiano, si starebbero accaparrando la totalità del prodotto, lasciando le aziende statali e le cooperative senza il latte necessario. Agli occhi del leader venezuelano si tratterebbe di una “cospirazione economica” bella e buona, di fronte alla quale il Venezuela tutto è chiamato ad agire “per difendere la sicurezza nazionale”.
Immediate le ripercussioni in borsa. Lunedì 11 febbraio il titolo Parmalat ha segnato una flessione del 2,48%. In calo anche la svizzera Nestlè (-1,74%). E tornano a tremare gli investitori italiani. Dalle periodiche comunicazioni fornite dalla Consob si apprende infatti che IntesaSanpaolo detiene il 2,438% di Parmalat. Più precisamente, il 2,21% è detenuto direttamente, mentre la restante quota fa capo ad altre società del gruppo.
L’ipotesi di esproprio di Parmalat e Nestlè non è che il punto di arrivo di mesi di profonda, e non sempre positiva trasformazione per il Venezuela. Da tempo ormai il paese è a corto di beni alimentari primari come latte, uova, zucchero e carne mentre la politica del governo di Caracas continua a muoversi in una direzione sola: contro gli Stati Uniti e contro le multinazionali. Oltre a Parmalat e Nestlè Chávez, nel corso della sua apparizione televisiva si è scagliato anche contro gli Usa minacciando il governo Bush di tagliare le forniture di petrolio dopo il congelamento di asset venezuelani del valore di 12 miliardi di dollari che Exxon Mobil ha ottenuto da alcuni tribunali nell’ambito della battaglia sugli indennizzi per il piano di nazionalizzazione del petrolio. “Prendi nota, mister Bush, mister Danger” ha urlato l’ex tenente-colonnello dei paracadutisti. “Se ci colpite, noi colpiremo voi e non manderemo più petrolio all’Impero”.

Brasil Telecom venduta per 1,84 miliardi di euro. Ma manca l’annuncio ufficiale

il post decreto Bersani | Foto di Diamond Geyser tratta da Flickr
Telecom Brasile sarebbe stata venduta alla Oi (ex-Telemar), operatore telefonico brasiliano. Il primo a dare la notizia è stato ieri il blog di Lauro Jardim, giornalista economico di Veja, il più venduto settimanale brasiliano. Titolo che lasciava pochi spazi a dubbi: Telemar compra Brasil Telecom. Tre post uno di seguito all’altro in cui venivano descritti i dettagli dell’”affare dell’anno”. In sintesi. Dopo due mesi di negoziazioni, nella notte di lunedì 7 gennaio si è giunti a un accordo e Oi dovrà pagare 4,8 miliardi di reais a Telecom, pari a circa 1,84 miliardi di euro. La nuova superoperatrice telefonica sarà controllata dal gruppo Andrade Gutierrez, di proprietà dell’imprenditore Sérgio Andrade e dalla holding La Fonte, di Carlos Jereissati. Il BNDES, la Banca nazionale per lo sviluppo economico sociale del governo verde-oro, finanzierebbe parte dell’affare. Sinora nessuno dei due operatori telefonici ha confermato la conclusione dell’affare, solo la Oi ha detto attraverso un comunicato che le negoziazioni si sono intensificate “nelle ultime ore”. Secondo i mass-media brasiliani l’attesa nel dare l’annuncio sarebbe dovuta al fatto che tutte le parti in gioco stanno aspettando la modifica della legislazione brasiliana sulle telecomunicazioni, attesa entro fine gennaio. Allo stato vigente, infatti, l’accorpamento delle due compagnie telefoniche in una sola non è consentito. Di certo che le azioni di Oi sono schizzate in alto negli ultimi giorni, mentre quelle di Telecom Brasil sono in calo.

Martin Lousteau, il ministro argentino dell’economia è il più precario che ci sia

Il ministro dell'economia argentino che ha assunto l'incarico il 10 dicembre 2007 sotto la presidenza di Cristina Kirchner

Tifoso sfegatato dell’Independiente e del suo miglior calciatore (el maestro Ricardo Bochini); capelli lunghi alla Batistuta; un’età – 37 anni compiuti il giorno dell’Immacolata - che da noi lo farebbe rientrare di diritto nella categoria dei “bamboccioni” di Padoa-Schioppa; un passato da corrispondente di guerra in Afghanistan per il settimanale argentino El Planeta urbano; istruttore di tennis mancato in un club esclusivo del quartiere Palermo, a Buenos Aires, dopo una brutta lesione al ginocchio che gli fece appendere la racchetta al chiodo.
Stiamo parlando del nuovo ministro dell’Economia argentino - o flamante, come dicono più pomposamente sulle sponde del Río de la Plata.

Neanche a Buenos Aires, dove negli ultimi 50 anni di ministri dell’Economia ne sono succeduti 53, uno come Martín Lousteau lo avevano visto mai. Non fosse altro che per l’età dal momento che ha già infranto un record, quello di più giovane ministro argentino dell’Economia di tutti i tempi. Comunque, dati i finali ingloriosi dei suoi predecessori, è difficile che possa far peggio.

Dal ministro dell’Economia del genocida Videla, Martinez De Hoz, denunciato di recente per apologia della dittatura, a quello di Menem e De La Rúa, Domingo Cavallo, ricordato più per il “corralito”, ovvero il blocco dei conti bancari, che per i meriti accademici, la storia dei ministri dell’Economia argentini è degna di un thriller alla Stephen King.
Pastore, Pugliese, Rapanelli, Cavallo I, Machinea, Cavallo II, Frigeri, Lavagna I, Lavagna II, Miceli, Peirano. Non fatevi ingannare, non si tratta di una squadra di calcio, bensì degli undici ultimi ministri dell’Economia di origine italiana che negli ultimi 25 anni si sono succeduti al comando del dicastero che decide le politiche monetarie e fiscali per dare all’Argentina la stabilità e il futuro radioso che meriterebbe questo paese ricco di risorse e di terra.

Invece della stabilità, tuttavia, le performance economiche del Paese del Tango negli ultimi 25 anni ricordano quelle di un ottovolante. Prima l’epoca della plata dulce, ossia dei “soldi facili”, di inizio dittatura (1976-1980) quando era sufficiente mettere i risparmi in banca perché, con rendimenti di gran lunga superiori all’inflazione reale, il denaro si moltiplicasse. Poi la crisi del 1989, quando dopo una svalutazione del cambio ricordato ancora oggi come “Rodrigazo”, l’inflazione superò il 2mila% in un anno. A seguire il boom degli anni Novanta sino a quando, a causa di una insostenibile parità di 1 a 1 nel rapporto peso-dollaro, il sistema crollò a fine 2001. “Corralito”, default e i tristemente noti tango bond furono la conseguenza di quell’ultima crisi in cui in 12 mesi al ministero dell’Economia si succedettero addirittura in sette: Manichea, López Murphy, Cavallo II, Capitanich, Frigeri, Lenicov e Lavagna…

In quanto a stabilità dunque, il giovane Lousteau difficilmente potrà far peggio. Inoltre, il ministro dell’Economia uscente Peirano gli lascia un Paese il cui Pil cresce dal 2003 a ritmi quasi cinesi (una media del 9% l’anno), con un ciclo che appare dunque fortunato. Il condizionale è però d’obbligo sull’ottovolante argentino e le sfide che ha di fronte Lousteau sono tante: dall’inflazione (che, dopo quella venezuelana, è la più alta del Continente), all’ammodernamento dell’apparato produttivo.

Di sicuro il ragazzo ci sa fare – un master alla London School of Economics, in politica dal 1996 e più giovane presidente (dal 2005 al 2007) del Banco de la Provincia de Buenos Aires – e ha le idee chiare. I suoi obiettivi, più volte ribaditi, sono una politica monetaria che favorisca la svalutazione del peso per spingere le esportazioni delle commodities agricole che, a loro volta, devono essere tassate per garantire entrate fiscali. Sarà questa la ricetta giusta che consentirà al giovane Lausteau dalla folta chioma di restare in sella più a lungo dei suoi predecessori?

Roger, l’Agnelli che domina il Brasile

Roger Agnelli è il direttore-presidente della brasiliana Vale do Rio Doce, la seconda impresa al mondo nel settore estrattivo e minerario
Di nome fa Roger, come tanti altri qui in Brasile. Di cognome, invece, Agnelli. In Italia, sinonimo di ricchezza e successo imprenditoriale, non importa se la parentela sia reale o fittizia. Dal 2001 Roger Agnelli è il direttore-presidente della brasiliana Vale do Rio Doce, la seconda impresa al mondo nel settore estrattivo e minerario (dopo l’anglo-australiana BHP Billiton) passata già alla storia per aver lanciato quest’anno il più grande programma di investimenti mai portato avanti prima d’ora nella storia mineraria del pianeta: 59 miliardi di dollari Usa da spendere tra 2008 e 2012.

Degli Agnelli di Torino Roger assicura di non essere parente ma, al di là dell’enorme giro di soldi che è riuscito a far gravitare intorno a sé, c’è chi dice assomigli molto a Giovannino. Tra le altre curiosità, è un seguace del Bahaismo, una curiosa religione di tipo monoteistico nata in Iran durante la metà del XIX secolo e ancora seguita nel mondo, i cui membri - 7 milioni in oltre duecento Paesi – dicono di seguire alla lettera gli insegnamenti del fondatore Bahá’u'lláh.

Economista di formazione, il pallino di Roger Agnelli rimane la gestione d’impresa. Dichiara di avere un solo obiettivo: investire le immense risorse di cui dispone nel modo più efficiente possibile. A guardare i risultati, sembra proprio che ci sia riuscito egregiamente. “Nei prossimi cinque anni creeremo 62mila posti di lavoro”, assicura in un’intervista esclusiva che uscirà sul settimanale brasiliano CartaCapital all’inizio del 2008, “e saremo i maggiori produttori al mondo di nichel”.
Il presidente brasiliano Lula e Roger Agnelli, il direttore-presidente della brasiliana Vale do Rio Doce (la seconda impresa al mondo nel settore estrattivo e minerario), entrambi con berretto da ferrovieri all'inaugurazione del treno della Vale do Rio Doce a Ouro Preto (Minas Gerais) in Brasile<br />
Vicino al presidente Lula di cui ammira soprattutto il fatto che abbia inserito l’inclusione sociale tra le priorità del Brasile, Roger Agnelli ha un unico cruccio: il sistema tributario nazionale. “Violento, inefficiente e complesso” dice. E per questo ha più volte lanciato appelli affinché la riforma tributaria diventi la priorità del governo brasiliano nel 2008.

Constantino jr, il giovane re dei cieli brasiliani fa rotta sull’Europa

Constantino de Oliveira Jr, 38 anni, è il fondatore di Gol, la compagnia aerea low cost sudamericana che ha comprato anche la storica compagnia di bandiera brasiliana Varig. Forbes lo ha inserito nella lista degli uomini più ricchi al mondo
Dal nulla in pochi anni ha trasformato l’aviazione del Sud America. Constantino de Oliveira Jr, o Constantino Jr come lo conoscono qui, età 38 anni, ex campione di Formula 3, è entrato così di diritto non solo nell’Olimpo degli uomini più ricchi del mondo, come decretato dalla rivista statunitense Forbes, ma ha spiazzato l’intero Brasile. È lui il nuovo Paperon de Paperoni, l’imprenditore di punta del momento destinato ad occupare la scena, secondo le previsioni, anche nei prossimi anni.

Originario di una delle regioni più povere del Brasile, lo Stato di Minas, deve la sua fortuna ad un’intuizione. In America Latina non esisteva una compagnia aerea a basso costo. E così fonda nel 2002 la Gol che in pochissimo tempo riesce a spazzar via la concorrenza: oggi vale sei miliardi di dollari Usa e trasporta venti milioni di passeggeri l’anno. Falliscono, così, la TransBrasil e la Vasp. Per arrivare al colpo finale: portare alla crisi anche la Varig, la compagnia di bandiera storica del Brasile. Naturalmente ricomprata poi quest’anno da Constantino stesso.

Con uno spiazzante colpo di scena: adesso anche Varig è in crescita e si sta allargando in tutta l’America Latina e, udite udite, anche in Europa.
Un aereo della compagnia low cost sudamericana Gol, fondata dal brasiliano Constantino de Oliveira Jr.
Mentre l’impero di Constantino Jr cresce a dismisura gli esperti non cessano di interrogarsi su quale sia la vera chiave di successo del business di questo re Mida sudamericano. È lui stesso che prova a spiegarlo: “Tra qualche anno la Gol sarà migliore di quella di oggi”, che tradotto in scelte aziendali significa aprirsi alle tecnologie: la Gol offre infatti ai passeggeri senza bagaglio la possibilità di fare il check-in direttamente dal cellulare, mantiene basse le tariffe (anche se ancora non riusce ad eguagliare le offerte dell’europea RyanAir) e apre continuamente nuove rotte.
Oggi la Gol vola oltre che in Brasile, in Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia e sta arrivando anche in Perù e Cile. Constantino jr è fiero del paradigma economico che è riuscito a creare in tutto il Sudamerica, ma ci tiene a non mostrare troppo orgoglio. Quando gli si chiede come sta, pare che risponda, “Si sopravvive…”.

Porto in Italia l’energia brasiliana. Parola di Gabrielli, O rey dell’oro nero

Il presidente della multinazionale Petrobras José Sergio Gabrielli de Azevedo
Adesso è “O rey” dell’oro nero. Dopo l’annuncio della scoperta nella baia di Santos di riserve petrolifere per otto miliardi di barili, il presidente della multinazionale Petrobras José Sergio Gabrielli de Azevedo, “O Gabrielli” come lo chiamano a San Paolo, merita di diritto questo nuovo soprannome. Del resto non potrebbe essere diversamente: con la scoperta il Brasile entra nel gotha dei paesi petroliferi al pari di Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria, potrebbe diventare presto un membro dell’Opec e se già prima questo ex professore di Economia all’Università di Bahia era noto per la sua giovialità oggi che è a Roma per il World Energy Council non c’è da stupirsi nel vederlo passeggiare con stampato in viso un sorriso a 32 denti.

Panorama.it lo ha intervistato poche ore prima che partisse per l’Italia nella sede della Petrobras di San Paolo, il centro economico-finanziario del Brasile.
Come vede il futuro della Petrobras dopo questa scoperta “rivoluzionaria”?
La nostra visione è di lungo periodo. Ciò che posso dirle è che entro il 2020 ci vediamo tra le cinque più grandi imprese di energia integrata al mondo.
Nello specifico, come pensate di farcela?
Raddoppieremo la nostra produzione di petrolio e di gas e nel 2015 arriveremo a 4,5 milioni di barili. La metà della produzione attuale dell’Arabia Saudita. E badi, la Petrobras da sola, non il Brasile… Inoltre passeremo dalla capacità di raffinazione attuale di 1,8 milioni di barili a 3,4 milioni e costruiremo un enorme complesso petrolchimico, investendo 8,4 miliardi di dollari, che processerà 150 mila barili di “olio pesante” (un greggio molto viscoso, quasi solido, identificato con il termine chimico di “bitume”, nda). Sempre entro il 2015 Petrobras sarà leader mondiale nella produzione di biodiesel e un grande player globale nella commercializzazione dell’etanolo. Tutti questi elementi fanno sì che la Petrobras abbia una visione molto “poderosa” del suo futuro.
Quanto state investendo per portare avanti questa visione “poderosa”?
22,5 miliardi di dollari l’anno, 112,4 miliardi di dollari di qui al 2012. Questo, dopo aver pagato i dividendi e con un prezzo del petrolio stimato a 35 dollari al barile (oggi il prezzo sfiora i 100 dollari al barile, nda), va a generare 104 miliardi di dollari di cassa. Come vede il nostro non è un problema finanziario…
Se ci sono, allora, quali sono i problemi per Petrobras?
Il nostro vero problema è che la catena dei fornitori brasiliani cresca al pari dell’industria brasiliana per essere in grado di rispondere alla nostra domanda. Altro problema è che abbiamo bisogno di preparare molta gente, basti pensare che entro il 2008 formeremo 77mila persone. Infine abbiamo bisogno di capacità di gestione per poter portare avanti i duemila progetti che fanno parte del piano di crescita di cui le ho parlato. Di questi progetti, 454 hanno un valore superiore ai 25 milioni di dollari.
Uno dei vostri obiettivi è quello di diventare nei prossimi anni leader mondiali nella produzione di biodiesel. Come risponde alle critiche degli ambientalisti su questa nuova tipologia di carburante che toglierebbe spazio alle coltivazioni per uso alimentare?
Dal punto di vista ambientale la monocultura della canna da zucchero, il nostro biodiesel è ricavato dalla canna, è un problema. Come si risolve? Con una politica di mappatura e di autorizzazioni delle aree in cui si può far crescere la coltivazione della canna. In un paese grande come il Brasile si può fare senza minacciare la produzione di alimenti utilizzando le aree disboscate già esistenti. Certo, in questo caso il mercato non può essere lasciato libero e c’è bisogno di un’azione regolatrice dello stato. Che fa la Petrobras dal canto suo? Sta entrando nel settore del bioetanolo da esportazione attraverso impianti nuovi in cui esigiamo condizioni ambientali e sociali adeguate.
Dopo l’annuncio della scoperta nella baia di Santos di riserve petrolifere per otto miliardi di barili, il Brasile potrebbe entrare nell'Opec
Molti, soprattutto la destra brasiliana, vi accusano di essere stati troppo teneri con la Bolivia di Evo Morales, che nazionalizzando gli idrocarburi ha toccato soprattutto gli interessi della Petrobras. Cosa ci può dire al riguardo?
Che la Bolivia oggi fornisce il 50% del gas brasiliano e il 70% del gas di San Paolo, il centro industriale del paese. Noi siamo la maggior impresa venditrice e distributrice di gas nel paese e, quindi, non possiamo non tenere in considerazione la nostra principale fonte di fornitura. Per questo, quindi, manterremo la maggior pazienza possibile, la maggior capacità di negoziazione possibile con la Bolivia, per garantire i nostri contratti sino al 2019.
Che rapporti ha Petrobras con l’Italia?
La Novo Pignone di Firenze, per esempio, produce per la General Electric compressori ed è un nostro grande fornitore. Con l’Eni in particolare abbiamo un accordo che coinvolge alcuni interessi comuni che stiamo sviluppando nell’area dell’interscambio tecnologico e dei biocombustibili ma, per ora, non posso darle ulteriori dettagli. Abbiamo molti fornitori italiani.
Vista la vicinanza geografica dell’Italia con l’Africa non avete in mente partnership con imprese italiane per aprirvi nuove strade in questo continente ricco di petrolio?
In passato abbiamo già avuto partnership al pari di dispute con imprese italiane in Africa, un continente dove siamo presenti in Angola, Senegal, Nigeria, Libia, Tanzania e Mozambico. In Marocco vorremmo entrare. Crediamo tuttavia che sia importante per parecchie altre imprese brasiliane un avvicinamento con l’Italia per incrementare le relazioni con l’Africa. Ma la Petrobras oggi ha relazioni dirette con l’Africa e non ha bisogno di passare dall’Italia per entrare su questo mercato.


richard-branson
richard-branson



rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101