

«Ha mai la sensazione di essere il nuovo Enrico Mattei, nel mirino delle multinazionali americane e francesi?». La domanda, preceduta dagli scongiuri di non fare la stessa fine del gran capo dell’Eni, coglie di sorpresa
Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, il colosso italiano che opera a livello mondiale nel settore dell’aeronautica, della difesa e della sicurezza. Ma è solo un attimo,
com’è nel suo carattere di toscanaccio doc, nato 73 anni fa a Castagneto Carducci, in provincia di Livorno. «No, affatto. Continua
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- Lunedì 14 Giugno 2010

Gasdotti (foto Yan Ping/XinHua/Xinhua Press/Corbis)
È l’effetto domino applicato al
Grande gioco dell’energia. Conquistato il primo, cadono a uno a uno tutti gli altri paesi come i pezzi del domino. Ora tocca alla Francia, poi, entro la fine dell’anno, alla Croazia e probabilmente all’Austria.
In precedenza avevano ceduto la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria, la Grecia, la Slovenia e soprattutto la Turchia. Risultato: nel nuovo «Great game» del gas, l’oro azzurro che deve riscaldare le case degli europei, vince la Russia.
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- Mercoledì 2 Dicembre 2009
- Tags: barack-obama, crisi, Davos, finanza, forum, G20, G8, idee, Klaus-Schwab, liberismo, mercato, produzione, Stato, word-economic
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La montagna era incantata. Tutti i governanti, i banchieri, gli imprenditori e i guru, che s’inerpicavano fino ai 1.560 metri di Davos, sembravano possedere la bacchetta magica con cui governare il mondo. È stato così per 38 anni. Il 39° no.
La definizione di “montagna incantata”, attribuita nel 1924 da Thomas Mann alle cime di Davos, rimane attuale nel 2009. Ma nessuno fra quanti parteciperanno, dal 28 gennaio al 1° febbraio, al World economic forum (Wef) è più in grado di fare magie nei nuovi scenari geopolitici che si sono aperti, l’estate scorsa, quando è esplosa la devastante crisi finanziaria ed economica.
Lo stato del mondo non è buono e tutti sperano anzitutto nella nuova amministrazione americana di Barack Obama per risolvere gli annosi conflitti mediorientali e sedare i nuovi confronti politico-militari. Lo stato dell’economia è ancora peggiore. I paesi avanzati sono in recessione. Quelli in via di sviluppo sono stati costretti a rallentare la corsa e alcuni a frenare bruscamente, con le prime sommosse popolari in Russia, Cina e Grecia. Il pendolo oscilla da un eccesso all’altro: dalla sacralità del mercato senza regole al ritorno dello stato padrone. Toccherebbe ai leader politici e imprenditoriali rallentare l’oscillazione e invece non accade per la confusione che regna sovrana. A tutti i livelli.
Sintomatico un sondaggio della società di consulenza americana Booz & Co., che sarà presentato a Davos. “A dicembre” spiega a Panorama Fernando Napolitano, direttore della sede italiana, “abbiamo consultato 832 manager in tutte le aree del mondo. Il 40 per cento ha abbandonato la tradizionale fiducia. Ma l’aspetto più preoccupante è che un terzo degli intervistati si dice scettico sui piani di business che presumibilmente hanno loro stessi scritto”.
L’imperativo dettato dal fondatore del Wef di Davos, Klaus Schwab, è “rimodellare il mondo post-crisi”. Proveranno a farlo i 2.500 partecipanti, fra cui 40 capi di stato e di governo: dal premier cinese Wen Jiabao al cancelliere tedesco Angela Merkel. A loro Schwab darà così il benvenuto: “Se è vero che nessun leader può scansare le impellenti sfide quotidiane, ancora più decisiva è l’azione nel lungo periodo che avrà conseguenze per le generazioni future”.
I rischi globali, denunciati nel rapporto prevertice, sono in aumento. Quelli fiscali, si legge nel documento di 35 pagine, “sono raddoppiati, se non triplicati”. I massicci piani di salvataggio approvati dai vari governi potrebbero minacciare alcuni paesi, come Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia, che hanno già robusti deficit. Ancor più grave è il pericolo di un “atterraggio brusco” della Cina, principale creditore dell’America, la cui crescita potrebbe rallentare sotto il 6 per cento. Né si prevede che le borse possano recuperare presto il 50 per cento del valore perso in media nel 2008. C’è poi un gap fra buone intenzioni e realtà quotidiana. Da una parte i governanti proclamano la loro fedeltà ai principi dello stato di diritto e del libero mercato contro le sirene del protezionismo; dall’altra nei singoli paesi vengono di continuo innalzate barriere sotto la pressione dell’opinione pubblica.
Infine permane il pericolo del cambiamento del clima, che va a colpire soprattutto le zone più povere del pianeta a causa della mancanza di infrastrutture e la debolezza delle istituzioni. Gli analisti del Wef invitano a trovare “soluzioni di lungo periodo, di tipo olistico e interdisciplinare”. Formula generica, che deve fare i conti con l’incertezza e la complessità del momento.
Mario Moretti Polegato, presidente del gruppo Geox, uno dei pochi italiani a Davos, tenterà di rispondere alla sfida presentando un “Manifesto postcrisi per l’impresa”: “L’impresa deve tornare ai fondamentali. Occorre offrire prodotti e servizi innovativi ai clienti-consumatori in una logica di mercato globale”. Meno finanza, più produzione, meno bonus fantasmagorici ai manager e più sobrietà.
Resta da definire il difficile equilibrio fra capitalismo di mercato e stato. Soprattutto va ridisegnata l’architettura del governo del mondo. La formula del G8 è anacronistica. Quella del G20 (il 90 per cento del pil globale) contiene molte incognite. La presidenza italiana del prossimo vertice, in luglio alla Maddalena, proverà a sperimentare il G14, alleanza fra le otto economie più avanzate più Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa e, quasi per certo, Egitto.
È il riconoscimento definitivo dello spostamento dell’asse del potere. A Davos si faranno le prime prove d’autore per riscoprire la magia della montagna incantata di Thomas Mann.
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- Mercoledì 28 Gennaio 2009