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Dieci regole per uno scudo efficace

cassaforte

Il primo passo per il rientro dei capitali nascosti nei paradisi fiscali e la loro riemersione in un conto corrente italiano sarà la presentazione in banca di una dichiarazione riservata sulle attività finanziarie da rimpatriare. Sarà una domandina scritta in cui bisognerà specificare, in cambio dell’impegno a non trasferire l’informazione alle autorità, che cosa si possiede e dove. Lo prevedono i testi sui quali stanno lavorando gli esperti del governo in vista del terzo scudo fiscale, procedura che intende fare rientrare in Italia ricchezze nascoste all’estero grazie al pagamento di un’aliquota a forfait per la regolarizzazione.
L’iniziativa non è solo italiana. Fa parte di un più vasto intervento in materia di paradisi fiscali, condiviso da quasi tutti i governi dei più importanti paesi occidentali. A cominciare dagli Stati Uniti di Barack Obama, dalla Germania del cancelliere Angela Merkel, dalla Francia di Nicolas Sarkozy e dalla Gran Bretagna del premier Gordon Brown, un paese che fino a ieri ha trattato con benevolenza la trasformazione di tante piccole ex colonie in eden del segreto bancario.
L’obiettivo è duplice: obbligare gli “stati a fiscalità vantaggiosa” ad adottare regole di trasparenza che non consentano agli stranieri di nascondere i propri averi agli occhi del fisco e della magistratura del paese di provenienza; fare rientrare capitali ingenti nelle rispettive economie, contribuendo così ad alleviare la crisi e a fornire nuove risorse ai governi.
Il ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, presidente di turno del G8 economico, sul tema della trasparenza ha avviato da mesi l’elaborazione di una tavola dei nuovi comandamenti, il cosiddetto global legal standard (vedere Panorama 7). Più in particolare, sullo scudo fiscale molti esperti sono al lavoro per preparare un provvedimento che sia in armonia con le scelte dei paesi partner. L’Italia non è costretta in via di principio ad attendere l’elaborazione di regole uguali per tutti, neppure in Europa. Però il governo non intende procedere senza il consenso e il coordinamento almeno informale con gli altri paesi. La prudenza è dettata dalla necessità di evitare ostacoli in sede internazionale e anche di coprirsi le spalle in vista di polemiche interne considerate già messe in conto.
Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha già detto che la proposta di fare rientrare i capitali detenuti all’estero illegalmente per reinvestirli in Italia “può considerarsi un vero e proprio riciclaggio di denaro sporco”. Pier Luigi Bersani, tra i leader del Pd, ha usato un altro linguaggio ma non è stato meno duro nella sostanza, ricordando l’esperienza già fatta con i precedenti provvedimenti di scudo fiscale varati dai governi Berlusconi.
Ecco perché il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha chiarito che lo scudo fiscale sarà attivato solo in collegamento con quanto faranno gli altri paesi industrializzati su questo tema. E i tempi, proprio per questa ragione, saranno legati ai prossimi vertici del G8 e del G20, a cominciare dagli incontri sui temi economici fissati per la fine di maggio.
Al di là dei collegamenti internazionali, lo stato di avanzamento del lavoro svolto dagli esperti consente già adesso di stimare in circa 500 miliardi di euro l’ammontare dei capitali potenzialmente interessati e di delineare quali potrebbero essere i dieci punti chiave del terzo scudo fiscale italiano allo studio delle autorità, dopo quelli varati nel 2001 e nel 2003.
1. Lo scudo potrà essere attivato da persone fisiche, enti non commerciali e società semplici residenti in Italia.
2. Il periodo in cui si potrà aderire andrà, se ci saranno i tempi e gli accordi per farlo, dal 1° luglio al 31 dicembre di quest’anno.
3. Potrà essere chiesto il rimpatrio solo di attività finanziarie (depositi, azioni, obbligazioni, fondi…) possedute fuori dal territorio nazionale già al 31 dicembre 2007.
4. Coloro che vorranno usufruire di questa possibilità dovranno presentare in banca una dichiarazione riservata, indicando una per una le attività finanziarie che intendono fare rientrare. Inoltre dovranno attestare che quelle risorse le possedevano all’estero almeno al 31 dicembre del 2007. La domanda dovrà essere scritta su un modello che l’Agenzia delle entrate dovrebbe mettere a punto entro pochi giorni dall’entrata in vigore della legge.

Lo scudo fiscale in Ue

5. Niente nomi: la banca dovrà rilasciare al cliente una copia della dichiarazione riservata. Ma allo Stato comunicherà soltanto l’entità della ricchezza rientrata e le somme versate a titolo di aliquota di regolarizzazione.
6. L’aliquota da versare allo Stato ancora non è stata fissata. Verrà decisa all’interno di una forchetta che va da un minimo del 5 per cento a un massimo del 10. Sarà un prelievo molto più pesante del 2,5 per cento degli scudi fiscali attuati in precedenza in Italia, anche perché la quota del passato verrebbe oggi considerata troppo bassa dai paesi partner europei.
7. Si potrà avere uno sconto sostanzioso, rispetto all’aliquota del prelievo di regolarizzazione, se chi fa rientrare i capitali in Italia prometterà, nella dichiarazione riservata, di investire tutto in depositi fruttiferi postali e in altri titoli pubblici indicati dal ministero dell’Economia. In sostanza, saranno emissioni destinate a finanziare investimenti. Se servirà, anche la ricostruzione dopo il devastante terremoto che ha colpito L’Aquila. Se per esempio l’aliquota normale fosse del 7 per cento, chi investe in questi titoli potrebbe pagare solo il 5 o anche il 4 per cento, e così via.
Ma attenzione: l’investimento dovrà essere fatto subito e durare almeno dieci anni. Se dunque i titoli non verranno sottoscritti con celerità o saranno venduti dopo poco tempo, la banca depositaria provvederà a trattenere direttamente anche la parte di aliquota relativa allo sconto goduto, girando i denari allo Stato.
8. Lo scudo proteggerà i cittadini che faranno rientrare i capitali in Italia da accertamenti tributari e contributivi ed estinguerà le sanzioni per non avere dichiarato le proprie disponibilità all’estero.
9. Lo scudo dovrebbe escludere, secondo buona parte dei testi finora elaborati, anche la punibilità di alcuni reati tributari, penali o previsti dalla legge fallimentare in relazione alle somme fatte rientrare in Italia.
10. Gli intermediari non dovranno comunicare allo Stato dati e notizie contenuti nelle dichiarazioni riservate se vi sarà un accertamento tributario e previdenziale. Le informazioni dovranno essere invece date tutte nei casi di accusa di riciclaggio o di reati connessi alla criminalità organizzata.
Infine, nel caso si ricorra allo scudo fiscale per fare tornare in Italia soldi provenienti da attività diverse da quelle per le quali il provvedimento dovrebbe sancire la non punibilità, ci potrà essere sanzione, secondo alcuni dei testi allo studio, con un’ammenda amministrativa pari al 100 per cento delle somme indicate nella dichiarazione riservata.

Lo scudo fiscale negli anni passati

Numeri da ricordare: 5,9

Nel primo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo, e cioè l’intera ricchezza prodotta dal paese, è diminuito del 2,4 per cento rispetto al quarto trimestre del 2008 e addirittura del 5,9 per cento rispetto al primo trimestre del 2008 e al calo del Pil in Usa.


5,9.
Tutta la ricchezza prodotta dagli italiani è ri-sultata inferiore del 2,4 per cento nel primo trimestre del 2009 rispetto al primo trimestre dello scorso anno. Ma soprattutto è risultata in calo del 5,9 per cento rispetto ad un anno fa. Il risultato negativo, ha segnalato l’Istat, è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto di agricoltura, industria e servizi.
Nel primo trimestre il PIL è diminuito in termini congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente, dell’1,9 per cento nel Regno Unito e dell’1,6 per cento negli Stati Uniti. In termini tendenziali, cioè rispetto ad un anno fa, il PIL è diminuito del 4,1 per cento nel Regno Unito e del 2,6 per cento negli Stati Uniti.

La partenza lenta di Cai: Compagnia Aerea In ritardo

aliferma

“Per un mese, dal 27 febbraio al 28 marzo, abbiamo messo sotto esame la tratta Roma-Milano. A volte i voli cancellati sono stati 9 su 88. L’Alitalia dice che sul territorio nazionale le cancellazioni sono state meno del 2 per cento del totale. Ma qui, sulla tratta più importante per il Paese, si è superato anche il 10. E non va bene”. Il viceministro alle Infrastrutture, Roberto Castelli, uno dei politici più rappresentativi della Lega, ci tiene a non sollevare polveroni sulla nuova Alitalia. “Ho voluto solo segnalare questo problema” spiega a Panorama. “Non sono pentito. Ho approvato il decreto che prevede per tre anni la protezione dall’Antitrust. Era necessario. Ma chi esercita quello che è diventato una specie di monopolio temporaneo ha una responsabilità in più: il servizio deve essere soddisfacente”.
L’efficienza prima di tutto. Senza se, senza ma e, per una volta, senza troppe divisioni tra maggioranza e opposizione. Anche il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, Pd, polemizza sul monopolio nella rotta Milano-Roma e racconta le disavventure vissute in aeroporto dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, del Pdl, e dal segretario del Pd, Dario Franceschini.
Non c’è più dubbio, insomma: i primi mesi di vita della nuova Alitalia, presa in carico dalla cordata di imprenditori privati guidati da Roberto Colaninno, sono stati a dir poco travagliati, con ritardi, cancellazioni, intoppi. E se all’inizio ha prevalso l’indulgenza, ora tutti desiderano capire se le disavventure imposte ai viaggiatori siano state incidenti di percorso, il sintomo di un problema strutturale o qualcosa di diverso.
Tra il pubblico, per esempio, si è diffuso il sospetto che molti voli siano stati accorpati per riempire meglio gli aerei. L’ipotesi, smentita da Rocco Sabelli, amministratore delegato della nuova Alitalia, non ha trovato riscontro nei primi rapporti della Guardia di finanza all’Antitrust: finora le cancellazioni avrebbero avuto, secondo la Gdf, un andamento “random”, non sistematico. Ma il problema non cambia: dove sta l’efficienza promessa dai privati?
I dati sono significativi. Secondo la compagnia, in questi mesi sarebbero stati cancellati tra l’1 e il 2 per cento di tutti i voli previsti. Dal 2 all’8 febbraio il tasso di regolarità sarebbe sceso al 96,2 per cento a causa del maltempo. Quanto alla tratta Roma-Milano, le cancellazioni sarebbero dipese, secondo l’Alitalia, anche dalla necessità di non accavallare a causa dei ritardi partenze fissate a distanza di 15-20 minuti l’una dall’altra.
I ritardi, in effetti, sono stati da allarme rosso. Nel primo trimestre del 2009 quelli oltre i 15 minuti negli arrivi all’aeroporto di Fiumicino, che è diventato lo scalo madre della compagnia, sono stati pari al 22 per cento dei voli, contro il 19 del primo trimestre 2008. Nelle partenze da Fiumicino i ritardi oltre i 15 minuti hanno riguardato il 44 per cento dei voli contro il 19,5 dei primi mesi 2008. E con aprile la puntualità media totale della compagnia si è assestata al 70,8 per cento.
Alcune associazioni di consumatori, come il Codacons, stanno preparando una richiesta di risarcimento. Altre stanno per ricorrere contro il monopolio sulla rotta Milano-Roma.
Che cosa non ha funzionato? E, soprattutto: ci sono prospettive migliori? I guai sono nati da alcuni nodi venuti tutti insieme al pettine. Il primo riguarda l’efficienza dei servizi di terra, gestiti dalla nuova Alitalia a Fiumicino. Vito Riggio, presidente dell‘Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, di fronte all’accumularsi delle notizie, e in vista della relazione che dovrà presentare sul settore aereo giovedì 14 maggio alle Camere, ha avviato un confronto tecnico con la compagnia. Ma su questo punto ha già le idee chiare: “Se grosso modo un volo su quattro è in ritardo, c’è qualcosa che non va. E il problema riguarda Fiumicino”. Spiega Riggio: “Se i primi aerei da Fiumicino partono in orario e poi, quando ritornano sullo scalo romano, c’è un ritardo sulle partenze, questo vuol dire che non sono efficienti il normale avvicendamento, le pulizie, lo scarico dei bagagli, i rifornimenti, il catering, insomma ciò che serve per far ripartire un aereo”.
Dice Riggio a Panorama: “Le compagnie low cost ci mettono al massimo 35 minuti, l’Alitalia tra i 40 e i 50. Non va bene. La puntualità delle low cost è del 98 per cento. E allora, siccome siamo il paese più aperto, tranne che sulla tratta Milano-Fiumicino, questo è un problema: l’Alitalia deve poter reggere la concorrenza”.
L’efficienza dei servizi di terra a Fiumicino è dunque il primo punto. In Alitalia lo sanno, la compagnia ha avviato la rinegoziazione dei contratti di handling. E ha messo nel conto malumori, proteste, ripercussioni. Ma spera di superare l’ostacolo man mano che si andrà a regime.
Il secondo nodo riguarda l’integrazione fra Alitalia e Air-One. Dice ancora Riggio: “Hanno fatto l’integrazione degli aeromobili, ma non degli equipaggi. Così l’equipaggio deve essere tutto Alitalia o tutto AirOne. Con la conseguenza di ritardi e anche di qualche cancellazione”. I problemi riguardano l’abilitazione all’uso delle diverse macchine, la formazione, l’uniformità di trattamento.
La vetustà degli aerei è il terzo punto caldo: ogni mese entrano in funzione due nuove macchine, ma intanto vola una flotta che ha i suoi anni.
L’Alitalia sta inoltre procedendo all’armamento delle diverse basi in Italia: Torino, Napoli, Catania e Venezia, oltre Roma e Milano. Il progetto sulla carta era chiaro. Il trasferimento dei tecnici, degli assistenti di volo e dei piloti ciascuno sulla propria base in prospettiva deve produrre un calo dei costi e una migliore efficienza. Ma intanto ci sono le resistenze, come indica il racconto di Sabelli: “Il 29 marzo abbiamo trasferito una cinquantina di manutentori da Roma nelle quattro sedi. Una parte non voleva il trasferimento, alcuni si erano messi in malattia, generando una solidarietà che ci ha messo in difficoltà”.
Infine, i prezzi. Secondo il sito Volaregratis l’Alitalia pratica rincari pesanti nelle tratte dove non ha concorrenti, come quella per Lametia Terme. La compagnia ha risposto indirettamente presentando all’Enac un dato generale: il prezzo medio dei biglietti è calato del 10 per cento rispetto al 2008.
Insomma, i problemi sono numerosi e si mischiano a timidi progressi. Oltre il 65 per cento dei posti oggi è occupato. Non solo, l’Alitalia affronta la crisi dell’economia con la ristrutturazione già fatta e un basso prezzo dei carburanti, mentre le altre compagnie vedono crollare i ricavi e devono tagliare posti di lavoro. Colaninno e Sabelli ostentano dunque ottimismo. Ma la verità è che quattro mesi non bastano per avere un responso. Bisognerà aspettare almeno giugno, luglio e agosto per cominciare a capire davvero le chance della nuova compagnia.

I ritardi Alitalia a Fiumicino

Il VIDEO servizio:

Numeri da ricordare: -23,8

La recessione ha prodotto un crollo della produzione industriale. L’Istat ha infatti comunicato che a marzo la produzione industriale è calata del 4,6 per cento rispetto a febbraio e del 18,2 per cento rispetto a un anno prima. Ma se si tiene conto dei giorni effettivamente lavorati la produzione è scesa in un anno del 23,8 per cento, il calo piu’ ampio dall’inizio della nuova serie storica delle statistiche, nel 1990 (leggi tutto)

23,8. Rispetto al marzo del 2008 la produzione industriale ha subito in Italia un calo del 23,8 per cento, se si tiene conto dei giorni effettivamente lavorati. La recessione ha prodotto dunque un rallentamento pari a quasi un quarto dell’intera produzione industriale annua. La media dei primi tre mesi dell’anno si è chiusa in negativo del 9,8 per cento rispetto al trimestre precedente. Il calo trimestrale diventa del 21,7 per cento su base annua corretta per i giorni lavorativi.
Quanto ai diversi settori di attività economica, a marzo 2009 l’indice della pro-duzione industriale corretto secondo i giorni effettivamente lavorati ha registrato, rispetto a marzo 2008,una sola variazione tendenziale positiva: nel comparto della farmaceu-tica di base e preparati farmaceutici (+5,3 per cento). Le diminuzioni più marcate hanno riguardato la metallurgia e i prodotti in metallo (-38,6 per cento), le apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-36,4 per cento), i mezzi di trasporto (-30 per cento)”.

Quando il debitore è lo Stato: quei “pagherò” che strangolano le aziende

 Emma Marcegaglia

La cooperativa Magnifica faceva assistenza scolastica. La cooperativa Isvar si occupava di riabilitazione per disabili. Adesso sono chiuse. Non ce l’hanno fatta a vivere con i pagamenti dei servizi che arrivavano in ritardo». Sergio D’Angelo, portavoce del cosiddetto terzo settore per la Campania, racconta di queste chiusure con tristezza, ma anche con personale preoccupazione. È il presidente del consorzio Gesco, 35 cooperative di servizio, 2.200 operatori, 70 milioni l’anno di fatturato: un piccolo impero, con spalle sufficienti per resistere. Ma neppure lui può scherzare: «Abbiamo un credito di 14 milioni nei confronti di diverse amministrazioni pubbliche. È stato accumulato a causa dei ritardi nei pagamenti, che qui in Campania arrivano anche a 2 anni. Grazie alle banche riusciamo a pagare gli stipendi. Il tasso di interesse? Intorno al 6 per cento, un onere pesante per chi, come noi, lavora con scarsi margini operativi».
Con la crisi dell’economia e la stretta del credito il problema dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione è diventato un macigno. Industrie grandi e piccole, artigiani, commercianti, cooperative e perfino iniziative non-profit sono in difficoltà. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stima che il debito accumulato valga circa 30 miliardi di euro. I calcoli della Confindustria si aggirano intorno ai 70 miliardi. E c’è perfino chi, come la Confcooperative, arriva a indicare una cifra complessiva, compresi i debiti di comuni, regioni, asili, mense, pulizie e servizi sociali vari, che va ben oltre i 100 miliardi.
Il governo è corso ai ripari con alcuni provvedimenti. Altre iniziative sono ancora in corso di definizione, come l’intervento della Cassa depositi e prestiti, che richiede un cambiamento di statuto. Ma le procedure burocratiche ci hanno già messo la zeppa. «Il decreto per la certificazione dei crediti, necessaria per facilitare il confronto con le banche, è in vigore» dice a Panorama Giuseppe Morandini, vicepresidente della Confindustria. «Va bene, solo che il regolamento di attuazione non c’è. E dunque, nei fatti, nulla si muove».
Per ora, insomma, i ritardi mietono vittime. L’ufficio studi della Confartigianato ha calcolato in 135 giorni lo slittamento medio dei pagamenti da parte di ministeri, comuni, asl. Secondo la Confcooperative, i ritardi si aggirano intorno ai 300-350 giorni. In molti casi la realtà va oltre. Lo raccontano i numerosi testimoni che si possono incontrare girando per l’Italia, come ha fatto Panorama.
«La mia storia è simile a quella di tante piccole imprese in Sicilia» dice Filippo Ribisi, di Palermo, installatore di impianti elettrici e di sicurezza. L’azienda ha un fatturato annuo di 800 mila euro. Almeno 100 mila sono di crediti nei confronti di varie amministrazioni pubbliche. «Ci sono casi di ritardi di 1 anno nel pagamento delle fatture. Per fortuna la mia azienda è consolidata. Però i problemi con le banche non sono secondari: da noi il denaro costa di più che altrove, siamo intorno al 10 per cento». Se tutto va bene, ovviamente. Perché dice Ribisi che le fatture si possono anche scontare allo sportello: «Se però l’ente non paga nei termini stabiliti, i 90 o i 120 giorni, la banca considera l’operazione come un extrafido. E allora altro che 10 per cento».
Ad aggravare la situazione è stata, secondo l’imprenditore palermitano, la trasformazione delle municipalizzate in società di diritto privato: «Prima l’ente pubblico, se voleva fare un’opera, doveva trovare i fondi. Così, a fine lavoro, potevano esserci ritardi collegati solo ad aspetti burocratici. Adesso la ricerca dei fondi comincia quando si finisce il lavoro e si emette la fattura. Se la liquidità non c’è, bisogna aspettare. Nessuno sa quanto».
L’Italia non è tutta uguale. Ma non si pensi che al Nord si possa brindare ovunque. Anna Villa, presidente della Elleuno, impresa cooperativa che aderisce alla Confcooperative, 2.400 operatori, 64 milioni l’anno di fatturato ottenuto lavorando per 52 strutture pubbliche per larga parte del Nord, è chiara: «Alcune amministrazioni pagano regolarmente. Ora, per esempio, posso portare il caso del comune di Venezia o della asl di Bologna. Molte altre no. Non importa chi ha vinto le elezioni. E qui faccio l’esempio dei comuni di Milano e di Torino».
«Per fortuna» aggiunge Villa «siamo una realtà grande e forte, per cui possiamo rivolgerci al sistema bancario. Però mi chiedo: noi il 27 del mese dobbiamo pagare il personale, compresi i contributi. E stiamo parlando di medici, infermieri, autisti, fisioterapisti, di tutti coloro che servono. Se non offrissimo noi quel servizio, quello stesso personale dovrebbero pagarlo le amministrazioni pubbliche. Non dopo sei mesi, ma ogni mese. Possibile che non lo capiscano?».
Qualche tentativo di rinnovamento si coglie. Maurizio Genesini, manager della Lavanderia Zbm di Arco, nel Trentino, oltre che presidente dell’associazione di settore, racconta del caso Lombardia, dove pure c’è una situazione diversa da ente a ente. «La regione ha canalizzato i pagamenti attraverso la Finlombarda. Le fatture, vistate dalle amministrazioni, passano a questa finanziaria, la quale eroga i soldi. Tutti i fornitori sono sullo stesso piano, non ci sono figli e figliastri. E pur con ritardo, tra 5 e 6 mesi, c’è una situazione gestibile».
Già, perché il problema non sono solo i ritardi, ma anche l’incertezza. Dice ancora Genesini: «Il Lazio ha fatto una cartolarizzazione dei debiti a metà 2008, ma non si sa quando, e se, ce ne sarà un’altra».
Il Lazio è la maglia nera anche secondo un altro colosso della lavanderia industriale, la Servizi ospedalieri del gruppo Manutencoop, 1.200 addetti, 100 milioni di fatturato annuo, quattro stabilimenti in diverse regioni e un credito in arretrato con la pubblica amministrazione che arriva intorno al 70 per cento del giro di affari. Racconta l’amministratore delegato Andrea Gozzi: «Noi registriamo un ritardo medio nei pagamenti di 265 giorni. Ma è, appunto, una media. Nel Lazio i ritardi raggiungono i 400 giorni, oltre i 90 canonici. Seguito a ruota dalle amministrazioni della Calabria con 280 giorni, dell’Abruzzo con 228. Perfino le amministrazioni dell’Emilia-Romagna pagano con 126 giorni. I più regolari sono gli enti del Trentino, che a noi versano il dovuto entro i 90 giorni e della Toscana con 39 giorni, oltre i 90».
«Il problema» racconta Gozzi «è la differenza tra lo slittamento degli incassi dalla pubblica amministrazione e i nostri ritardi nel pagamento dei fornitori. Questi riusciamo a pagarli non oltre i 110 giorni. La differenza che si crea per questa sfasatura di tempi la colmiamo con i prestiti che prendiamo in banca. Costo intorno al 4 per cento».
Dagli artigiani alle coop, dal terzo settore fino ai colossi dell’industria e dei servizi: nessuno sfugge. Pure l’Enel, gigante dell’energia, non fa mistero di vantare crediti da varie amministrazioni pubbliche, dall’Ente acquedotti siciliani al Consorzio di approvvigionamento idrico di terra e lavoro, dalla asl Napoli 1 al comune di Modica. In tutto, circa 500 milioni di euro. Il problema è generale.
Tutte le associazioni imprenditoriali apprezzano per questo gli interventi decisi dal governo e quelli dei quali ancora si discute. Chiedono che si stringano i tempi e che si faccia di più. Ribadisce Morandini: «C’è bisogno di risultati immediati. Noi abbiamo fatto proposte per spezzare in due il problema. L’ipotesi è semplice: fissiamo tempi inderogabili per i pagamenti da oggi in poi. Per il debito facciamo un piano di rientro serio, insieme con le banche. Abbiamo bisogno che quei soldi ritornino subito nelle casse delle imprese. Le banche possono anticiparci i denari, ma senza un piano condiviso gli anticipi vengono considerati un fido personale; e dunque prosciugano il castelletto che ognuno di noi può avere presso le aziende di credito. In un momento come questo non va bene».

Numeri da ricordare: 6,1

In Europa la fiducia fa un timidissimo capolino. Ma negli Usa continua la gragnuola di dati negativi sull’economia. L’ultimo è assai pesante. Nel primo trimestre del 2009 l’economia degli Stati Uniti ha subito una decrescita del 6,1 per cento, dopo il calo del 6,3 per cento del quarto trimestre 2008 (leggi tutto).

6,1. Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti nel primo trimestre 2009 ha registrato una contrazione del 6,1 per cento, dopo il -6,3 del quarto trimestre 2008. E’ la prima stima del Pil ed e’ nettamente peggiore rispetto alle previsioni di una flessione del 4,7 per cento. La flessione dell’economia è testimoniata poi anche da altri se-gnali. Le richieste di mutui ipotecari negli Stati Uniti sono diminuite del 18 per cento la settimana scorsa, trainate dalla flessione dei rifinanziamenti, nonostante il basso livello dei tassi di interesse sui prestiti immobiliari.

Oltre gli sportelli. Ma sai chi ti presta i soldi?

Un esercito di mediatori

L’appuntamento è per il 31 maggio. Entro quella data, per la prima volta nella loro storia, le società che non sono una banca ma offrono credito al consumo, prestiti personali, dilazioni di pagamento, fideiussioni, cambi, money transfer e mille altri servizi per l’uso del denaro dovranno fornire alla Banca d’Italia parecchie informazioni: statistiche su ciò che fanno, conto economico, conto patrimoniale, e pure le attività che non figurano nel bilancio. È una rivoluzione per quelli che i tecnici chiamano in modo burocratico “intermediari finanziari non bancari identificati nell’articolo 106 del testo unico bancario”. E non solo per loro.
L’accensione dei riflettori riguarda tutto il vasto esercito di persone e società, oltre 170 mila operatori, che a vario titolo hanno lavorato fino a oggi con il denaro degli italiani per larga parte fuori dalle luci della ribalta. Il cambiamento è cominciato nel 2008, quando tutto questo mondo è passato sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Negli uffici di via Nazionale, a Roma, è apparsa subito chiara la diversità fra i controlli previsti sull’attività delle banche e quelli, assai meno stringenti, che la legge imponeva su questo altro tipo di intermediari del denaro, fino ad allora seguiti dall’Uic, Ufficio italiano cambi. Così, in attesa di norme più adeguate, proposte e già in discussione in Parlamento, è stato avviato un lavoro di verifica sul campo. In pochi mesi sono state spedite migliaia di raccomandate. Sono state intensificate le verifiche nei casellari giudiziari sull’onorabilità delle persone. Sono partite le prime ispezioni. Si è intensificata la collaborazione con la Guardia di finanza. E sono scattate anche operazioni di pulizia, come la cancellazione di oltre 10 mila “agenti in attività finanziaria”.
I risultati consentono oggi di andare alla scoperta di questo mondo poco conosciuto ma così importante nella gestione dei nostri soldi. La punta ben visibile è composta da pochi intermediari non bancari di grandi dimensioni, sottoposti a una vigilanza simile a quella delle aziende di credito e con obblighi patrimoniali e di informazione molto rigorosi. Sono appena 180 imprese (i tecnici vi si riferiscono citando l’articolo 107 del Testo unico bancario, Tub): offrono leasing, factoring, credito al consumo. Sono società anche importanti, come le finanziarie legate alle aziende produttrici di automobili. E in questo gruppo stanno per essere compresi i cosiddetti consorzi fidi. Anche se l’attività è la stessa, molto più lasco è il regime al quale devono sottostare tutti gli altri operatori, che sono davvero numerosi. Alla fine del 2008, per esempio, erano 1.189 le aziende che, inquadrate nell’articolo 106 del Tub, offrivano leasing, factoring, credito al consumo, prestiti, money transfer e servizi di pagamento.
Nei primi mesi del 2009 già sono arrivate domande per farne nascere altre 170. Eppure, nessuna di queste ha l’obbligo di avere un patrimonio adeguato al giro di affari. Basta avere un capitale minimo (600 mila euro). Pure i poteri della Banca d’Italia sono limitati. Da qui, la decisione di avviare quantomeno una verifica. Il 5 gennaio la banca centrale ha disposto l’obbligo di inviare informazioni statistiche ogni semestre. Una per una queste imprese sono state interpellate per raccomandata. Le risposte dovranno arrivare entro il 31 maggio. La Banca d’Italia le userà per creare un database che consenta di comprendere meglio che cosa fanno queste imprese, e come lo fanno. Ancora più deciso è stato l’intervento su una quarantina di aziende che, nell’ambito di questo stesso gruppo, offrono garanzie su prestiti e fideiussioni per partecipare a gare e appalti. La crisi incombe, alcune di queste imprese potrebbero essere chiamate a onorare gli impegni. Così è stato previsto che la natura di un’attività del genere comporti l’obbligo di avere un capitale più robusto e quantomeno un’adeguata disponibilità di liquidi sempre pronti.
È stato anche avviato un monitoraggio specifico. Tra i diversi intermediari di denaro i due gruppi più numerosi riguardano tuttavia gli “agenti in attività finanziaria” e i mediatori creditizi. L’elenco degli agenti comprende 49.366 persone fisiche e 4.284 società. Che cosa fanno? Per metà sono sub money transfer, cioè raccolgono il denaro degli immigrati per conto di un’azienda più grande e lo trasferiscono all’estero, per esempio con la piattaforma Western Union. L’altra metà degli agenti, grazie alla delega ottenuta da un’impresa del settore, commercializza prodotti bancari: mutui, credito al consumo, prestiti e altro. Nel 2008 la Banca d’Italia ha inviato a questi soggetti circa 60 mila lettere per chiedere l’esistenza dei requisiti di iscrizione. In base alla legge, per essere agenti e maneggiare il denaro dei clienti basta una fotocopia certificata del diploma di scuola media superiore; una fotocopia della carta di identità; l’autocertificazione sui requisiti di onorabilità. E il mandato della società per la quale lavorano. A settembre, accertato a più riprese che molte risposte non erano arrivate, e condotte molte verifiche presso i casellari giudiziari, la Banca d’Italia ha promosso la cancellazione di oltre 10 mila agenti (una piccola parte ha poi fatto domanda di reiscrizione). Ma ci vorrà poco a recuperare. Ogni anno, tra mediatori e agenti, fanno domanda 30 mila nuovi addetti. Ancora più numerosi sono i “mediatori creditizi”: 98.614 persone fisiche e 9.029 società. La differenza rispetto agli agenti è semplice: fanno lo stesso lavoro però sono liberi professionisti. Offrono ai propri clienti i prodotti bancari delle finanziarie e delle banche. Hanno obblighi di trasparenza e di segnalazione ai fini delle norme contro il riciclaggio del denaro sporco. La Guardia di finanza svolge molte verifiche, ma i mediatori sono così numerosi che è difficile condurre un esame di massa. Su segnalazione della Gdf, dal 2008 ne è stato cancellato qualche centinaio. Basta riflettere sul numero di questi intermediari (da non confondere con i promotori finanziari sottoposti al controllo della Consob) per capire il motivo che ha spinto Banca d’Italia e ministero dell’Economia a ipotizzare un irrobustimento delle norme di iscrizione, di vigilanza, di prudenza. Le novità sono state inserite in un disegno di legge che recepisce alcune direttive europee. Su diversi temi è stato registrato un consenso unanime, per esempio sull’irrobustimento dei criteri di iscrizione o sull’istituzione di un organismo di categoria. Su altri due punti c’è invece una forte resistenza delle categorie interessate.
Il primo riguarda la previsione di rendere incompatibili l’attività di agente e quella di mediatore. Sostiene Maurizio Del Vecchio, presidente della Fimec, una delle associazioni del settore: “Se vuoi trattare diversi prodotti, devi ricoprire tutti e due i ruoli, perché le grandi imprese di credito al consumo vogliono agire solo tramite agenti, mentre se vuoi vendere mutui o altre attività puoi farlo solo se sei mediatore. E allora: o non si prevede l’incompatibilità o si permette che le due figure facciano tutto”. Il secondo punto di scontro riguarda l’obbligo di costituirsi in società per i mediatori. Dice ancora Del Vecchio: “Va bene solo se ci permettono di fare una semplice snc, che costa poco”. Che cosa accadrà? Intanto i riflettori sono stati accesi. Il resto dipende dall’iter della legge con le nuove regole.

Un esercito di mediatori


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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