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Un calcio ai debiti. La classifica dei club stranieri più indebitati

I festeggiamenti del Manchester United

Era un modello invidiato in tutto il mondo il Manchester United, con il suo inossidabile coach Alex Ferguson (23 anni ininterrotti sulla stessa panchina), i suoi campioni, il suo celebre stadio, l’Old Trafford, “Theatre of Dreams”.
E soprattutto i suoi soldi: Malcom Glazer, miliardario americano, proprietario; la Aig, prima compagnia assicuratrice del mondo, sponsor. Dopo il crollo delle borse che ha portato alla nazionalizzazione dell’Aig, il Man-U è soprattutto la squadra più indebitata d’Europa e quindi del mondo. Il marchio continua a vendersi da solo, il merchandising regge, ma a Glazer non bastano le prodezze di Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo per farsi passare il mal di testa e la necessità di trovare nuovi capitali. In arrivo, pare, dal Giappone e dall’Arabia. Allo United fa compagnia il Chelsea dell’oligarca russo Roman Abramovich. Tra i due club la rivalità non è solo calcistica, è un testa a testa a chi ha più debiti, con le cifre continuamente in crescita. In questa classifica seguono, in Premier league, l’Arsenal, che aveva puntato tutto sul nuovo stadio, e il Liverpool.

Doppia crisi per le squadre inglesi
Le società inglesi sono vittime della doppia crisi di quanto in passato aveva fatto la loro forza: il crollo del mercato immobiliare ha dimezzato il valore degli stadi e dei complessi commerciali annessi; i bagni in borsa e il deprezzamento delle materie prime hanno ridimensionato i capitali, pur sempre cospicui, di magnati russi e americani, arabi e orientali. Per non parlare degli sponsor: come l’Aig, anche la Northern Rock (Newcastle) è stata nazionalizzata. E adesso il club è in vendita. Il risultato di questo anno orribile è un debito complessivo stimato inizialmente in 2 miliardi di euro ma salito a 3,5. A occuparsene è Westminster, il parlamento britannico: l’All party football group, composto da 150 rappresentanti bipartisan dei Comuni e dei Lord, ha deciso di mettere sotto stretto controllo la gestiodopne del pallone. Dove, tuttavia, i debiti sono quantomeno serviti a dotarsi di stadi e infrastrutture, un patrimonio solido, che dovrebbe rivalutarsi.

Lacrime in Liga: primo per debiti il Real
Stesse lacrime nella Liga spagnola, secondo campionato del mondo per blasone e calciatori famosi. José Maria Gay, docente di economia all’Università di Barcellona, ha condotto uno studio sui bilanci dei 20 club della serie maggiore: risultato, debiti per 3 miliardi, che salgono a 3,5 con la seconda divisione. Non solo, Liga e serie B devono al fisco 627 milioni di euro di arretrati.
Francisco Izco, presidente dell’Osasuna, squadra di bassa classifica della Liga, è tra i pochi ad ammettere che la colpa non è solo della crisi finanziaria: “Viaggiamo da anni sopra le nostre possibilità, non abbiamo reagito al calo degli incassi, dei diritti tv e delle sponsorizzazioni”. La classifica dei debiti è guidata dal Real Madrid, segue il Valencia.
Ma i “galacticos”, forti dell’azionariato popolare nonché delle protezioni dell’establishment, sono tra quelli che dovrebbero superare la burrasca, assieme al Barcellona, all’Athletic Bilbao e allo stesso Osasuna. Molto più a rischio il Valencia, che ha praticato una gestione allegra in fatto di ingaggi (compresi quelli dei calciatori italiani) e oggi deve ai dipendenti, giocatori in testa, 16 milioni di euro in stipendi.

Bundesliga tedesca esempio di virtù
In questo panorama la Bundesliga tedesca appare un esempio di virtù. I debiti sono di “appena” 660 milioni e, soprattutto, i club hanno rinunciato agli ingaggi miliardari.
E l’economia della Germania, benché oggi in crisi profonda, è meno affidata alla finanza e al mercato immobiliare di quelle inglese e spagnola. Ma ciò che ha sempre costituito un elemento di ordine nei bilanci del calcio tedesco è il numero ridotto di squadre professionistiche: la Bundesliga 1 e 2 (di fatto le nostre serie A e B) hanno 36 squadre; la Zweite Liga altre 18. Totale, 54 club professionistici. In Italia sono 20 in A, 22 in B, 36 nei due gironi di Lega Pro Prima divisione (la ex C1), 54 nei tre della seconda divisione (ex C2). In tutto, 132 squadre. Che, in base alla legge firmata nel 1996 da Walter Veltroni (allora ministro dei Beni culturali con delega allo sport), devono avere “fine di lucro” e possono quotarsi in borsa. In pratica, presentare bilanci in utile. Tutto giusto, sulla carta. Solo che il patrimonio è costituito non dalla proprietà degli stadi o dai diritti di merchandising, ma dal cartellino dei giocatori.
Mentre entrate e uscite vengono date da incassi, diritti tv, sponsorizzazioni e ingaggi. È per questo che da noi si parla di risultato di gestione e non di debiti. Effetti: stato patrimoniale incerto, valutazioni gonfiate delle squadre e navigazione a vista da un campionato all’altro. E una torta di diritti che entro il 2010 si ridurrà alla sola serie A.

I NUMERI IN ROSSO DEL PALLONE
3,5miliardi di euro
è l’indebitamento nella Premier league (la massima
serie inglese) così come nella Liga, la serie A spagnola.
660milioni di euro, i debiti nella Bundesliga.
300milioni di euro, le perdite nella Serie A.

Le Considerazioni di Draghi: “Pil -5%. Servono subito le riforme”

Mario Draghi

Sedici pagine di testo, per le Considerazioni finali (qui il .pdf) del Governatore della Banca d’Italia, sono un record: di brevità. E questo la dice già lunga sul senso dell’appuntamento di quest’anno con Mario Draghi. Normalmente, poi, l’attesa per ciò che dice il numero uno di via Nazionale è concentrata sui cosiddetti motivi per il governo. Ma stavolta Draghi ha dovuto occuparsi principalmente di banche e di istituzioni finanziarie: sono loro le vere imputate per la crisi economica, e per la scarsa vigilanza e preveggenza su ciò che stava accadendo. E fatalmente il peso politico specifico della banca centrale, come per tutte le banche centrali del mondo, si è ridotto; la politica ha almeno temporaneamente ripres il proprio primato.

Comunque Draghi non ha mancato di recapitare le proprie terapie a Palazzo Chigi e dintorni. Partendo dalla considerazione che al termine della crisi l’Italia si ritrovera “non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall’aumento della disoccupazione”, ha chiesto a Berlusconi e ai suoi ministri di impiegare il prossimo arco di legislatura per riforme che consentano di riequilibrare i conti e di rendere più competitiva l’economia.

Le riforme da fare
In particolare:
* riforma delle pensioni, innalzando l’età dell’andata a riposo anche per garantire redditi più adeguati;
* attuazione piena del federalismo fiscale per sostituire le attuali erogazioni dello Stato alle regioni, basate su parametri storici, con standard di equilibrio fra entrate ed uscite;
* riforma della Pubblica amministrazione;
* guerra all’economia sommersa, che Draghi ha stimato nel 15% del Pil, una valutazione in realtà più prudente rispetto a quella convenzionale del25% degli anni passati;
* completamento della riforma della scuola;
* avvio effettivo delle grandi opere attraverso una selezione mirata di quelle davvero prioritarie: 200 progetti, secondo Draghi, sono troppi.

Nel complesso una lezioncina accettabile per il governo. Anche perché il numero uno di Bankitalia ha apprezzato quanto fatto finora, dal sostegno al lavoro alla scuola, fino ai capitali messi a disposizione di banche e risparmiatori attraverso i cosiddetti Tremonti-bond.
Ed infatti Berlusconi ha subito definito la relazione “positiva e attenta all’ottimismo”. Quanto alle riforme: “Stiamo lavorando per questo, faremo presto ciò che è necessario”.
La platea degli economisti e dei politici (nessun esponente del governo partecipa per tradizione all’assemblea) si è egualmente divisa fra chi ha visto un Draghi bacchettatore e chi invece sostenitore dell’esecutivo. Né l’uno né l’altro. Semplicemente, un governatore con altri problemi da risolvere.
Draghi non poteva non partire dalla crisi finanziaria, “nata altrove”, cioè negli Usa, e in questo passaggio è apparso un po’ assolutorio verso quegli organismi internazionali - dal Fondo monetario alla Banca mondiale, dalle banche centrali ai vari forum di cui egli stesso fa parte - che dovevano vigilare e prevedere, e non l’hanno fatto. Ha dato la colpa alle banche e al mercato che “accecato, perdeva la propria capacità diagnostica”. Si è augurato un sistema finanziario “in cui si coniughino innovazione e solidità, profitto e sostegno alle famiglie e alle imprese, con più regole, più capitali, meno debito”.
Si tratta dei cossidetti “global legal standard”, le nuove regole di vigilanza che dovrebbero essere approvate dal prossimo G8 dell’Aquila.

Lo stato delle aziende
Il governatore è apparso più concreto quando ha riferito di un’inchiesta sullo stato delle industrie condotta sul territorio dal servizio studi di Bankitalia e dalle strutture locali. All’interno di una discesa del Pil di circa il 5% nel 2009, e con una disoccupazione tra l’8,5 ed il 10%, Dragi ha fornito queste cifre:
* cali di fatturato del 20% per moltre imprese; riduzione degli investimenti del 12% per il totale di industria e servizi, e del 20% per le manifatture;
* metà delle 65 mila imprese con almeno 20 addetti coinvolte in processi di ristrutturazione. In questa cifra, due situazioni opposte: “le aziende finanziariamente più solide attutiscono l’effetto della congiuntura conolidando il primato tecnologico e diversificando gli sbocchi di mercato. Non poche, stimiamo più di 5.000 con quasi un milione di addetti”. All’altro estremo, “imprese che si erano molto indebitate, per espandersi anche sui mercati esteri, ora alle prese con il prosciugarsi del credito; si tratta di almeno 6 mila aziende che impiegano anch’esse quasi un milione di lavoratori”.
* a risentire della crisi, secondo l’inchiesta di Bankitalia, “sono soprattutto le imprese sotto i 20 addetti, nella sola manifattura se ne contano quasi 500 mila. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori è a volte a rischio la stessa sopravvivenza”.
* passaggio decisivo, ovviamente, i prossimi mesi.

Fare i banchieri quando va male
Poi il governatore è passato alle banche.
* “secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego alla richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni Novanta; era meno del 3% un anno fa. Oltre il 10% delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati”.
* ma le banche come devono comportarsi? “Non si può chiedere chiedere loro di allentare la prudenza nell’erogare il credito, non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio i bilanci e la fiducia di chi gli affida i propri risparmi. Quello che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali, circostanze”;
* più concretamente, Draghi ha chiesto alle banche di non applicare criteri automatici nell’erogazione di prestiti e fidi, ma di valutare caso per caso, soprattutto tornando al contatto diretto con i clienti, sul territorio.
* ma la sintesi del governatore è tutta in queste parole: “Occorre saper fare i banchieri anche quando va male”

Allarme-lavoro
Altrettanto preoccupanti i dati sull’occupazione.
“Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese”.
Draghi ha riconosciuto al governo di avere attuato meccanismi temporanei di sostengo al reddito. Ha chiesto però di approvare, tra le riforme, una revisione complessiva del sistema di welfare e degli ammortizzatori sociali. Cosa che è stata annunciata anche dal ministro Sacconi. E tuttavia proprio gli interventi pubblici per i disoccupati potrebbero portare il deficit di quest’anno al 4,5%, e nel 2010 al 5%.

L’importanza della fiducia
Un quadro tutto a tinte fosche? Draghi, che è certamente uomo pragmatico (era alla Gldman Sachs), non incline alla retorica, ha sottolineato l’importanza del fattore fiducia. Con un linguaggio quasi “berlusconiano” (come ha puntualmente sottolineato il premier). Ha infatti riassunto:”Occorre sanare la ferita che la crisi ha aperto nella fiducia collettiva: fiducia nei mercati, nei loro protagonisti, nel futuro di milioni di persone, nel contratto sociale che ci lega. Molto è stato fatto. Non è il lavoro di un giorno. Molto resta ancora da fare: per ricreare posti di lavoro, er restituire vigore alle imprese, per riparare i mercati finanziari, per meritare la fiducia dei cittadini”.
Ed ha concluso: “La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti, è possibile”.

Marchionne se vince prende tutto

Sergio Marchionne
Dannato poker, e dannata la fama che Sergio Marchionne si porta dietro di appassionato fin da ragazzo del gioco d’azzardo. Una favola, secondo il numero uno della Fiat, dovuta a una più innocua frequentazione della scala quaranta e dello scopone a Toronto, con il padre Concezio. «Casomai» ha ammesso di recente «il poker l’ho dovuto imparare più tardi, in Italia». Ma tant’è: per gli addetti ai lavori della finanza mondiale quella tra Marchionne e la Chrysler è una sfida da tavolo verde nella quale chi vince prende tutto e chi perde sparisce. Ancor più se all’accordo tra Fiat e Detroit si aggiungesse quello con la Opel. «Marchionne» sostiene The Economist «è abituato alle alte poste di poker industriale».
Eppure, in quella formula «the winner takes it all» c’è molto di vero e Marchionne è il primo a saperlo. Anzi, l’ha sempre saputo (e detto) da quando, chiamato nel 2004 da Gianluigi Gabetti e John Elkann al capezzale di una Fiat agonizzante, dopo quattro amministratori delegati saltati in due anni, decise di ribaltare la strategia impostata da Giovanni Agnelli per salvare il gruppo e l’onore della famiglia: molti debiti con le banche in Italia e un’alleanza di prestigio con la General Motors, il mito americano dell’Avvocato.
Marchionne stabilì invece che da quell’accordo, che assegnava alla Gm il 10 per cento della Fiat e un «put», l’obbligo ad acquistare il rimanente 90 su richiesta di Torino, bisognava liberarsi rapidamente, ottenendo dai manager di Detroit più dollari possibile. Quanto alle banche, l’élite del credito composta da Unicredit, Intesa, Sanpaolo-Imi e Capitalia (allora divise) aveva concesso alla Fiat un finanziamento da 3 miliardi di euro con la formula del «convertendo»: cioè tramutabile in azioni.
«L’Avvocato aveva agito seguendo la ritualità dei salotti buoni internazionali e italiani» sottolinea oggi Marco Ferrante, già autore di Casa Agnelli, un saggio documentatissimo sugli intrecci e lo stile della dinastia, e prossimo autore, sempre per la Mondadori, di Il caso Marchionne (titolo provvisorio). «Molta Trilateral, molto rispetto delle forme e delle apparenze, molta finanza, e anche un futuro garantito per la grande famiglia. Marchionne ci andò giù duro badando al sodo, cioè a capitalizzare senza troppi riguardi per gli interlocutori, per poi concentrarsi sul business dell’auto».
Lui, il manager nato a Chieti, cresciuto in Canada, di base a Zurigo, l’avvocato Agnelli non l’aveva mai conosciuto. Non ne aveva dunque subito il fascino, né il controllo felpato ma deciso. In compenso dalla Svizzera aveva imparato a conoscere benissimo punti di forza e di debolezza di industrie e banche. Così poté tenere inchiodato alla trattativa Rick Wagoner, il ceo della Gm di cui Barack Obama ha appena ottenuto la testa, dal Natale 2004 al febbraio 2005, pur sapendo che in caso di controversie il foro competente sarebbe stato quello di New York. Alla fine ottenne dagli americani 2 miliardi di dollari.
Due mesi dopo incontra i capi delle quattro banche italiane. Lasciati in anticamere in guanti bianchi, li convince a convertire i crediti in azioni, di fatto mettendo in cassaforte i 3 miliardi di euro. Ma non è tutto. I banchieri, Alessandro Profumo e Corrado Passera in testa, sono convinti di avere in tasca il 27 per cento della Fiat, contro il 22 che resterebbe agli Agnelli. La maggioranza, dunque. Invece, grazie a un controverso escamotage finanziario ideato da Gabetti, la famiglia riesce a mantenere il 30 per cento. Resta insomma padrona. E padrone delle strategie rimane dunque Marchionne.
Che a quel punto può lanciare la propria, solitaria, sfida: riportare la Fiat all’utile operativo nel giro di un anno; raddoppiare la quotazione di borsa, scesa a 6 euro; rilanciare le vendite sopra quota 2 milioni, riconquistare il 30 per cento del mercato italiano e installarsi tra i primi cinque produttori d’Europa.
Obiettivi tutti centrati: nel 2004 l’azienda perdeva 700 milioni di euro, nel 2005 guadagnava 1,4 miliardi; nel 2006 superava gli 1,8. Ma già in quel clima di miracolo Fiat, durante le celebrazioni per il lancio della 500, della Bravo e delle nuove Alfa Romeo, Marchionne avvertiva: «Nei prossimi anni assisteremo sui mercati mondiali a un processo di concentrazione e consolidamento impressionante. Sopravviverà chi potrà produrre almeno 5 milioni e mezzo di auto l’anno. Meglio se 6 milioni».
Come dire: siamo ancora vivi, però non abbiamo fatto nulla. Asticella nuovamente alzata, dunque, e sempre tutto di corsa per Marchionne. Che nelle pause torinesi trova comunque il tempo di licenziare un centinaio di manager, tra i quali alcuni top come il tedesco Herbert Demel, capo della Fiat Auto, e José Maria Alapont, della Maserati.
Il grande capo è e resta irrequieto. Chi lavora al suo fianco racconta che i pullover casual e lo stile da pacca sulle spalle non impediscono terribili scenate. Convoca i responsabili dei prodotti e impone il dimezzamento da 36 a 18 mesi dei tempi di sviluppo dei modelli. Chi non è d’accordo può imboccare la porta.
All’inizio del 2008, quando comincia a manifestarsi la crisi mondiale, mette in stand-by una serie di progetti in stadio avanzato, alcuni dei quali già annunciati alla stampa: soprattutto la più piccola e sportiva delle nuove Alfa, la Gta, e l’erede della 166, l’ammiraglia del gruppo. Delle Lancia, che prevedono un suv, una sportiva di stile rétro e una grande berlina, sopravvive l’erede della Ypsilon.
Nonostante tutto, nemmeno lui è infallibile. Sottovaluta la durata e la profondità della crisi. Un anno fa, aprile 2008, dichiara: «In 70-90 giorni avremo visto tutto ciò che c’è da vedere». Invece il ciclone è appena all’inizio, così nel primo trimestre 2009 Marchionne deve firmare un bilancio che dopo quattro anni di galoppo torna in rosso.
È a questo punto che il manager italo-canadese-svizzero (che della Confederazione ha da poco preso la cittadinanza) capisce che è tempo di giocare la sfida decisiva: conquistare la Chrysler, approfittando della bancarotta di Detroit e degli straordinari apprezzamenti rivolti alla Fiat da Obama in persona, significa non solo caricarsi dei problemi dell’auto americana, e al tempo spesso sbarcare negli Stati Uniti, ma soprattutto raggiungere una dimensione da 4 milioni e mezzo di auto l’anno, passando dal nono al sesto posto nel mondo.
Nel frattempo, con l’esistente, garantisce a fine 2009 di raggiungere comunque un utile netto di 100 milioni, sia pure al prezzo di un maggiore indebitamento. Eppure, non sembra più questa la partita di Marchionne. La sfida finale la sta ormai giocando tra Torino, Roma, Detroit, Washington, Rüsselsheim (sede della Opel) e Berlino. Chi vince prende tutto, ma chi perde difficilmente si rialza: neppure la Fiat, se resta da sola a Torino. Questo sì è un poker: dove almeno la posta in palio è nota, e tempo per truccare le carte non sembra ce ne sia.

Prezzi: chi risveglia lo spettro dell’inflazione

2007 da dimenticare, 2008 in peggioramento

Ventitremila miliardi di dollari, per metà provenienti dagli Stati Uniti. È la strabiliante somma, calcolata dalla Bloomberg International, prima rete mondiale di notizie e analisi economiche, di quanto è stato stanziato dai governi di tutto il mondo per fronteggiare la crisi. Uno sforzo che fa impallidire quello sostenuto dai soli americani nella Seconda guerra mondiale: 3.600 miliardi di dollari ai valori odierni. O quello del New deal, il piano di Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla Grande depressione: 500 miliardi.
Dunque se la luce in fondo al tunnel si inizia a intravedere, abbiamo però una certezza: anche se la crisi durerà meno delle precedenti sarà la più cara di tutte. Perciò la domanda decisiva a livello mondiale è già questa: che fine farà questa montagna di soldi messi in circolo? Potrà essere tenuta sotto controllo o, come dopo tutte le crisi del passato, genererà l’altro mostro che si chiama inflazione?

Europa sottozero nel 2009. Cominciamo dall’Italia. L’ultimo rapporto interno del ministero dell’Economia (16 marzo) prevede per il secondo trimestre un’inflazione in caduta: sotto l’1 per cento in media d’anno. E ciò per il calo di elettricità e gas che deve ancora scontare il deprezzamento del petrolio (tornato da settimane in risalita) e di prodotti legati alle materie prime, dalla pasta al cemento. Ancora più bassa l’inflazione stimata dalla Confindustria: 0,8.
La Germania viaggia sullo 0,4 per cento e secondo la Deutsche Bank si andrà sotto zero nel secondo semestre. Stessa situazione in Francia e soprattutto in Spagna, dove i prezzi sono già scesi a meno 0,1, minimo storico. Axel Weber, del consiglio dei governatori della Bce, prevede che i prezzi nell’intera zona euro non supereranno l’1 per cento. “L’Europa sarà in territorio negativo per un certo periodo” aggiunge Lucas Papademos, vicepresidente della banca centrale; che ha già all’ordine del giorno un altro taglio dei tassi rispetto all’1,5 attuale.

Dal 2010 prezzi in ripresa fino al 4 per cento. Tuttavia dalla fine dell’anno prossimo lo scenario cambierà. Dopo un biennio di piatta, è prevista una risalita che in un triennio potrebbe toccare il 4 per cento. Per la Confindustria i prezzi aumenteranno già nel 2010 all’1,5, il doppio rispetto a fine 2009. Secondo Norbert Walter, analista della Deutsche Bank, “la ripresa dell’inflazione è un dato certo, il problema è come controllarla”. E qui cominciano i dolori.
Perché, se la risalita dei prezzi sarà un segnale buono per l’economia, sulle politiche di controllo c’è da incrociare le dita. Un antipasto con largo anticipo c’è stato in Gran Bretagna il 24 marzo, quando sono stati diffusi i dati dell’inflazione di febbraio: un balzo inatteso al 3,2 per cento, il che ha tenuto gli investitori alla larga dall’ultima asta di titoli pubblici, con rendimenti non più appetibili di fronte alla ripresa del carovita. Risultato: il tesoro inglese non sa come finanziare il piano anticrisi, che secondo il Fondo monetario internazionale porterà nel 2010 a un deficit pubblico dell’11 per cento, quasi il triplo dell’Italia; mentre Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, afferma che “non vi sono più risorse per nuove misure”.
I timori per l’Italia. Fra i collaboratori di Giulio Tremonti l’ansia non è da meno. Già nel 2009 il rapporto tra deficit e pil supererà il 4 per cento. Uno sfondamento ancora fisiologico che potrà essere riassorbito dal 2010 se le aste di bot e btp continueranno ad andare bene. Il Tesoro ha portato i rendimenti a breve intorno all’1 per cento netto, quelli a medio termine intorno al 3 e quelli a 20 e 30 anni intorno al 5. “Il che” spiegano in via Venti Settembre “va bene per tutelare nell’immediato il capitale e in prospettiva per una ripresa dell’inflazione al 3-4 per cento”. Oltre queste soglie saranno guai: per l’Italia, ma anche per Francia (deficit oltre il 5 per cento), Germania, per non dire della Gran Bretagna.

Guerra Usa-Cina. Ai due estremi del mondo le strategie e la percezione dei fatti appaiono in contrasto. Negli Stati Uniti i nemici restano la crisi e la deflazione, cioè il contrario dell’inflazione. “Tutti gli sforzi vanno destinati a stimolare l’economia” afferma Janet Yellen, presidente della Federal reserve di San Francisco. “Per molto tempo a venire la disinflazione e la deflazione rappresenteranno rischi molto più alti dell’inflazione”.
La Fed ha la libertà di stampare dollari, anche se ora ha deciso di acquistare vecchie obbligazioni riciclandole come denaro liquido. Un primo, timido tentativo di frenare la massa monetaria in circolazione. Invece la Cina non la pensa affatto come gli americani. Dopo aver sottoscritto quasi un terzo del debito pubblico Usa, che ormai sfiora il 140 per cento del pil (Italia a 109 a fine 2009, secondo l’agenzia Standard & Poor’s), Pechino ha ingiunto alla Casa Bianca di smettere di gettare a piene mani sul mercato dollari destinati a svalutarsi. Fan Gang, della banca centrale cinese, è durissimo: “Come economia emergente temiamo moltissimo una ripresa dell’inflazione che erodendo il potere d’acquisto danneggerebbe i nostri commerci e la nostra crescita. Se gli Usa insistono dovremo pensare a una nuova unità di scambio, diversa dal dollaro”.
Come difendere il portafoglio. Nel frattempo, come difendere i risparmi? Come regolarsi per investimenti e mutui? Se finora i depositi sono stati garantiti dal governo, per i rendimenti bisognerà guardare ai tassi d’interesse determinati dalle decisioni della Bce. Dopo il prossimo taglio all’1 per cento è difficile che ve ne siano altri. È previsione comune che nel 2010 vi sia una risalita all’1,25-1,50. Poi la Banca centrale tornerà alla vecchia missione di combattere l’inflazione: più questa salirà, più aumenteranno i tassi. Un’opportunità per investire già oggi in titoli con cedole indicizzate all’inflazione in euro, come i BtI.
Chi deve stipulare o rinegoziare un mutuo, più che farsi ingolosire dai livelli minimi dell’Euribor, da cui dipendono i contratti a tasso variabile, farebbe meglio a optare almeno per le scadenze oltre 10 anni per i tassi fissi. L’indice Irs a cui questi sono legati offre mutui decennali al 3,4 per cento, più (come per i variabili) lo spread. Tenuto conto che l’Euribor è ormai all’1,5 per cento e che, dopo una risalita dell’inflazione al 3 per cento, gli interessi potranno addirittura triplicare. Un film già visto nel 2008: meglio evitare.

Oltre la crisi: dieci ragioni per essere ottimisti

Borsa di New York
C’è luce in fondo al tunnel? Se a dirlo è Nouriel Roubini, l’economista della New York University che con largo anticipo aveva previsto la crisi finanziaria e che è noto per i suoi scenari apocalittici, qualche motivo di speranza c’è, al di là dell’ottimismo mostrato dai governi. Secondo Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, la banca centrale Usa, la tempesta ha passato la fase acuta, la calma verrà a fine 2009 e la ripresa l’anno prossimo. Il suo collega della Bce Jean-Claude Trichet è appena più prudente: la crisi, sbarcata in Europa più tardi, se ne andrà un po’ dopo. Naturalmente non mancano i pessimisti: il loro guru è il premio Nobel Paul Krugman, critico con la Casa Bianca di Barack Obama. La sua sponda italiana è Alessandro Penati, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista di Repubblica: a suo avviso “il peggio deve ancora arrivare”.
Eppure se alziamo lo sguardo dalle diatribe tra economisti e guardiamo ai mercati e all’economia reale, dieci fondati motivi per essere (cautamente) ottimisti ci sono.

Il piano di Geithner piace ai mercati

Il piano da 500 miliardi di dollari di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro, è stato accolto dai rialzi in tutte le borse del mondo. Poi ci sono stati i ribassi, ma non come nei mesi scorsi. Soprattutto, è la prima volta che un progetto della nuova amministrazione Usa incontra il favore dei mercati. In che cosa si differenzia dai precedenti, che hanno già impegnato risorse per 787 miliardi? Nella strategia di fondo: anziché nazionalizzare banche, assicurazioni e agenzie di mutui, e concedere aiuti a pioggia ai settori in crisi (come l’auto), il piano Geithner si propone di ripulire dai titoli tossici i portafogli di aziende e famiglie. Coinvolgendo nell’opera i privati, generosamente protetti dai prestiti delle agenzie governative e dalla garanzia di ultima istanza della Fed.

La Federal reserve compra a piene mani
“La recessione negli Usa finirà nel 2009, la ripresa inizierà dal 2010, e nessun’altra grande banca americana fallirà”. È il verbo di Ben Bernanke, ripetuta nell’ultima settimana ben tre volte, a Phoenix, New York e Washington. Contemporaneamente la Federal reserve ha iniziato a comprare titoli pubblici a scadenze medie e lunghe. Con un doppio obiettivo: ridurre l’imponente debito americano e tenere sotto controllo i rendimenti, per mitigare il ritorno dell’inflazione, cioè il rischio maggiore della ripresa. Insomma, la Fed ha mostrato di non voler solo spegnere gli incendi, ma di puntare ad una “exit strategy”. Lo può fare perché non ha i vincoli di noi europei nello stampare e ritirare dollari, o addirittura attingere alle riserve come sta facendo in questi giorni. Né, come la Bce, deve mettere d’accordo 16 governi. A Bernanke basta agire in tandem con Obama, e pare che ci stia riuscendo.
Segnali positivi dall’industria
Ma ancora prima Wall Street e le borse mondiali hanno esibito una serie di rialzi concentrati su banche e assicurazioni: titoli paria fino a poche settimane fa. Che cosa fa sperare che non si tratti solo di speculazione? In primo luogo lo stabilizzarsi su un andamento piatto della produzione industriale mondiale, dopo i tonfi di tutto il 2008. Il segno meno aveva raggiunto il 31 per cento in Giappone, il 20,5 per cento in Spagna, il 19,5 per cento in Germania, il 15,5 per cento in Italia, il 14 per centoin Francia, l’11 per cento in Gran Bretagna e Usa. Gli indici generali sono ancora al ribasso, ma la produzione manifatturiera è ripresa tra dicembre e febbraio in Giappone e Stati Uniti. E ha arrestato il crollo in Europa: gli indicatori dei direttori acquisti (Purchasing Managers Index) pubblicati il 24 marzo sono meglio del previsto. Il Pmi manifatturiero è risalito leggermente a quota 34 da 33,5 di febbraio. Il Pmi dei servizi è passato a 40,1 da 39,2, contro previsioni di ulteriore peggioramento a 39,1.
Crescono le vendite di case
I dati più spiazzanti provenienti dagli Usa sono quelli del mercato immobiliare. Prima la costruzione di nuove case, aumentate a febbraio del 22,2 per cento, cioè 583 mila abitazioni, ben 150 mila più di quelle previste. Appena a gennaio la costruzione di case nuove si era ridotta del 10,2 per cento, toccando il minimo storico. Poi la vendita di immobili usati: più 5,1 rispetto a marzo, contro previsioni di meno 0,9 . Un mini-boom dovuto certo al calo dei prezzi del 15 per cento ed al fatto che la metà delle compravendite riguarda beni pignorati: ma è pur sempre dalla casa che tutto era partito.
Una crisi dura 18 mesi e siamo arrivati a 15
Siamo al 15mo mese di crisi, iniziata negli Usa a gennaio 2008 con il crac dei mutui subprime. Secondo le statistiche la durata media delle crisi, sempre più acute e brevi, è di 18 mesi. Se questa teoria verrà confermata, la fine del tunnel sarà a cavallo dell’estate. Ma c’è chi non è d’accordo, ed è proprio Roubini, stavolta nei suoi più congeniali panni di pessimista: “Questa non è una recessione a V, ma ad U, la ripresa non sarà veloce e verrà preceduta da alcuni mesi di economia piatta”. Comunque, già qualcosa.
L’Europa ha reagito con decisione
Dall’Europa, così come è arrivata dopo, la crisi se ne andrà in ritardo rispetto agli Usa. Tuttavia anche Trichet si sbilancia: “C’è una previsione generale di tutte le istituzioni pubbliche e private che il 2010 sarà l’anno della ripresa”. Fa ben sperare anche il decisionismo mostrato dai governi: l’Europa ha mobilitato risorse pari a quelle degli Usa. E, a differenza che in politica, stavolta ha reagito compatta.
Le materie prime stanno ripartendo
Il prezzo delle commodities - l’assieme di materie prime e servizi essenziali - sta ripartendo. In particolare di quelle “buone”, che individuano non beni rifugio (l’oro su tutti), ma i propellenti primari dell’economia: petrolio, cereali, metalli, carbone, noli marittimi. Il termometro-leader di queste voci si chiama Baltic dry index: nel 2008 tra giugno e dicembre era precipitato da 11.600 a 660 punti, perdendo il 94 per cento. Ora è ad un passo da quota 2.300, un rimbalzo del 250 per cento.
Meglio del previsto in Italia i bilanci aziendali
In Italia i consuntivi 2008 delle grandi aziende sono risultati migliori del previsto: Unicredit, Intesa SanPaolo, Mediaset, Mediolanum e Banco Popolare hanno in qualche modo sorpreso gli analisti, anche se ognuno ha poi seguito strategie diverse: l’Unicredit (2,6 miliardi di utile) non ha rinunciato al dividendo, sotto forma di azioni. Intesa (4 miliardi) ha deciso di mettere fieno in cascina, rinviando a tempi migliori. Forse, non ha escluso l’amministratore delegato Corrado Passera, già nel 2009.
Gli incentivi all’auto rianimano le vendite
Il mercato dell’auto europea si sta riprendendo. Gli incentivi, varati in Germania a gennaio e in Italia a febbraio, hanno già fatto volare del 40 per cento gli acquisti dei tedeschi, mentre da noi hanno ridotto le perdite: la Fiat ha ha registrato 70 mila ordini, il doppio rispetto a gennaio ed il 30 per cento in più ripetto a febbraio 2008.
Per marzo sia l’Unrae (l’associazione delle case estere in Italia), sia il centro studi Promotor vedono rosa: l’indice di affluenza negli show room è passato dal 4 per cento di gennaio ad oltre il 60 di marzo. Le vendite potrebbero raggiungere le 214 mila auto di un anno fa, con benefici soprattutto per Fiat e Ford. Il che rafforzerebbe Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, nel piano di acquisto della Chrysler e di sbarco nel mercato Usa.
Migliora l’export verso l’Europa
I consumi negli Usa e Gran Bretagna sono in ripresa. La Cina segnala un aumento dell’8 per cento della produzione industriale. L’Italia, in attesa di rivedere file di clienti nei negozi e soprattutto più posti di lavoro, deve per ora accontentarsi di segni positivi davanti all’import e all’export verso i paesi europei: rispettivamente più 2,1 per cento e più 1,3 rispetto a gennaio. Non è moltissimo, ma qualcosa si muove. Forse la fine del tunnel non è davvero così lontana.

Una pioggia di cifre negative. E l’Italia si scopre con “le stime alla gola”

Salvadanaio

Un bombardamento. Di stime e percentuali: tutte al ribasso. Stiamo parlando delle previsioni per l’economia italiana nel 2009. La Banca d’Italia ha rivisto le sue: meno 2,6%, rispetto al meno 2 calcolato a gennaio. Appena più ottimista la Confindustria: meno 2,5% a fine anno. Quanto al governo, il suo è un sorriso a denti stretti: nella nota di aggiornamento pubblicata a febbraio ha indicato un meno 2 per il 2009 ed un più o,3% per il 2010. Mentre il minsitro Tremonti proprio oggi certifica che il “2009 sarà più difficile dell’anno scorso, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”.
Due giorni fa l’Istat aveva rivisto al ribasso il consuntivo 2008 (non siamo quindi parlando di stime): l’anno si è chiuso con un Pil a meno 1% ed un quarto trimestre in calo dell’1,8 rispetto al trimestre precedente. Ed è questo dato negativo con conseguente trascinamento sul 2009, sommato alla fase acuta della crisi, ad aver convinto gli economisti di via Nazionale a rivedere all’ingiù le previsioni per tutto l’anno.
Naturalmente l’Italia non è sola in questa sorta di gioco al massacro delle cifre. Nel weekend ha destato raccapriccio il dato del quarto trimestre degli Usa: Pil a meno 6,2%, rispetto ad una stima preliminare di meno 3,8. Il più brusco ribasso dell’economia americana registrato dal 1982. L’America era da poco uscita dal deficitario quadriennio di Jimmy Carter, alla Casa Bianca c’era da un anno Ronald Reagan ma il famoso edonismo reaganiano, l’ondata di benessere e di follie di Wall Street, era ancora di là da venire. La crisi, allora, durò ventisei mesi, dal luglio 1981 al settembre 1983: poi gli States ripresero a galoppare (e Reagan fu rieletto). Se corsi e ricorsi hanno un senso, c’è speranza pure per noi di uscirne anche stavolta.
Ma perché questa grandinata di cifre, tutte negative? “In una situazione fortemente condizionata da un contesto globale, fare previsioni è difficile per chiunque” afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. “L’importante è mantenere sotto controllo la finanza pubblica”. Tradotto: ci andrà bene se il deficit non sfonderà di molto il 3% del Pil, e soprattutto se i titoli di Stato continueranno ad essere collocati presso i risparmiatori. Questa è infatti la vera scommessa del governo e del Tesoro.
Anche su questo fronte l’Italia è in numerosa compagnia. La Francia ha proprio oggi rivisto le stime sul proprio deficit a fine 2009: meno 5,6%, un record, fuori da ogni parametro di Bruxelles. Quanto agli Usa, il deficit federale salirà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% del Pil: il tetto massimo ragiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. I dati sul Pil e quelli sul deficit (e sul debito) sono come un cane che si morde la coda. Poiché il Pil fa da numeratore al deficit, più si riduce il primo più aumenta in proporzione il secondo. Per l’Italia, come abbiamo detto, ciò significa un rischio paese sul fronte dei titoli pubblici: finora gli investitori, nazionali e non, hanno continuato a comprarli, anche in mancanza di alternative. Ma domani? I fondi sovrani arabi, gonfi di liquidità e abbastanza al riparo dalla crisi, stanno a guardare, e questa potrebbe essere una via di salvezza. Basta del resto pensare che già oggi il 30% del debito americano è in mano a fondi cinesi.
Ma il calo del Pil riflette anche e soprattutto la crisi dell’economia reale, cioè aziende e posti di lavoro. Da questo punto di vista l’Isae, un altro istituto indipendente di grande prestigio, può indurre ad un timido ottimismo. Esattamente una settimana fa aveva anticipato Bankitalia, prevedendo un Pil 2009 a meno 2,6%. Ma ipotizzando una ripresa dello 0,4% nel 2010. Per quanto debole, il segno che il picco massimo della crisi lo stiamo vivendo esattamente in questi mesi.
Ma c’è da fidarsi? E perché questi continui ritocchi nelle previsioni? La realtà è che tutti gli istituti, comprese le banche centrali, sono abituati a ragionare su situazioni di normalità. Oscillazioni di decimi di punto, non di due o tre punti, o addirittura di dodici come negli Stati Uniti. Lo dimostra anche il numero di summit mondiali dedicati alla crisi: dieci negli ultimi sei mesi; e senza particolari risultati. Così come privi di grandi riscontri restano per ora i provvedimenti annunciati da Barack Obama per salvare banche, industria dell’auto e contemporaneamente per risanare il bilancio federale.
Tutto inutile, dunque? Siamo senza paracadute? “La realtà è che ci troviamo come all’inizio della seconda guerra mondiale, “scrutiamo l’orizzonte con i binocoli in mezzo alla nebbia” ha ammesso un paio di giorni fa Ben Bernanke, presidente della Fed, la banca centrale Usa. “Tuttavia poi fu inventato il radar”.
In attesa di munirci di qualcosa di simile, resta da consolarsi con le poche buone notizie di queste ore. In Europa la flessione degli acquisti è aumentata sì, ma un po’ meno del previsto: purtroppo per noi il secondo dato peggiore, dopo la Spagna, è proprio dell’Italia; mentre sembra reggere la Germania. E la Bce si accinge a tagliare di nuovo il tasso di sconto: dal 2 all’1,5%.

Falsi miti di piazza: se gli scioperanti non risultano in sciopero

Guglielmo Epifani

Scioperi o bluff? Astensioni vere dal lavoro, con sacrificio della busta paga, oppure assenze retribuite, malattie, ferie, permessi, se non autentiche furbate? I dati appena resi noti dal ministero della Funzione pubblica sul “novembre rosso” che ha coinvolto tutti i settori del pubblico impiego, fino a culminare, venerdì 14, nel blocco delle università e della ricerca, sembrano autorizzare la seconda ipotesi: solo il 10,96 per cento di docenti e ricercatori in servizio quel giorno, esclusi dunque gli assenti per motivi vari, ha aderito all’agitazione. Rimettendoci cioè lo stipendio.
I dati diffusi dagli uffici del ministro Renato Brunetta parlano chiaro. Il 14 novembre tutte le confederazioni, a eccezione della Cisl, hanno proclamato lo sciopero nelle università, negli enti di ricerca, nonché nel comparto Afam (Alta formazione artistica e musicale) e, a opera della sola Cgil, nell’Enac, l’ente per l’aviazione civile. Queste le cifre: su 141.182 dipendenti totali, quel giorno dovevano figurarne ufficialmente in servizio solo 20.305, tolte le molte assenze per ferie richieste, permessi e malattia. Altri 2.231 erano assenti per “altri motivi”. E 4.694 sono stati gli scioperanti in tutta Italia: poco più di un quarto di quanti avrebbero dovuto essere presenti.
Il calcolo, confermato dalle trattenute sulle retribuzioni (57.169 euro complessivi), rivela altri paradossi. Nelle università, il fulcro della protesta contro i decreti del ministro Mariastella Gelmini, le adesioni allo sciopero sono state del 27,44 per cento, appena superiori alla media. Ma tra docenti e ricercatori il numero di scioperanti effettivi crolla a picco: 614 docenti su 5.244 previsti in cattedra quel giorno (l’11,7 per cento) e 32 ricercatori su 652 (4,91 per cento). Totale partecipazione allo sciopero nel corpo docente: appunto quel misero 10,96 per cento.
Eppure, la Cgil ha fatto del 14 novembre una bandiera (così come per un altro “venerdì rosso”, lo sciopero generale di oggi, venerdì 12 dicembre), annunciando un corteo a Roma di 200 mila persone, tra cui i dirigenti della sinistra e del Pd, compreso Walter Veltroni. Sulla gente in piazza le cifre sono da sempre elastiche, ma sul calcolo delle assenze dal lavoro è più difficile barare. E dunque, in base alle retribuzioni di novembre, si scopre che se in alcune regioni l’astensione ha superato o sfiorato il 50 per cento (come in Veneto e Friuli-Venezia Giulia), in Lombardia è stata del 5,5 per cento, nel Lazio del 16,15, in Toscana del 27 per cento, in Puglia del 17.
E altrove non si è scioperato affatto, o si è preferito programmare gli orari in modo da tenere le aule chiuse. Più alta la partecipazione tra gli enti di ricerca, ma sempre molto inferiore al 50 per cento: per l’esattezza il 39,02, con punte all’Istituto di radioastronomia di Bologna, all’Istituto nazionale di statistica di Palermo, all’Osservatorio astrofisico di Arcetri (Firenze) e a quello astronomico di Roma, ma anche con il 13 per cento di scioperanti all’Istituto nazionale di astrofisica di Roma e all’Osservatorio astrofisico di Catania. E zero scioperanti all’Istituto nazionale di alta matematica Francesco Severi di Roma e alla Stazione sperimentale per l’industria di Milano.
Dice un sindacalista della Cgil: “Il successo di uno sciopero non si misura dalle sole astensioni dal lavoro, ma dalla mobilitazione e dalla visibilità mediatica. Per di più, con l’autonomia accademica, molte università possono programmare le lezioni in modo da non farle coincidere con le agitazioni. È uno dei motivi per cui gli scioperi avvengono quasi sempre di venerdì o lunedì, a ridosso dei finesettimana”. Ma che dire degli scioperi che quel 14 novembre hanno coinvolto altri settori del pubblico impiego, dalle agenzie fiscali agli enti locali, dagli enti pubblici non economici come l’Aci, l’Inps e l’Istat fino ai ministeri e al Servizio sanitario nazionale? Era la terza giornata di cosiddetto blocco, riservata al Sud Italia e alle Isole, dopo quelle di lunedì 3 (Centro Italia) e di venerdì 7 (Nord). Risultato: su 108.588 dipendenti in servizio, 9.277 hanno fatto sciopero. Neppure il 10 per cento. Percentuale che precipita al 5 negli enti locali.
La Cgil ha preferito non fornire cifre precise sull’astensione dal lavoro nel pubblico impiego il 14 novembre. Scegliendo invece di parlare di manifestanti nelle piazze: “Cinquantamila a Palermo” ha dichiarato il sindacato di Guglielmo Epifani “30 mila a Napoli, 10 mila a Cagliari, 3 mila a Potenza”. E così via. Totale, sempre secondo la Cgil, “102.750 lavoratrici e lavoratori che hanno partecipato alle manifestazioni nelle regioni del Sud e nelle Isole”. Mentre in tutto il Paese, “sommando le piazze delle tre giornate di lotta, hanno manifestato oltre 300 mila persone. Un numero enorme”.
I conti non tornano neppure al Nord. Tra persone in piazza e dipendenti in sciopero c’è già una bella differenza. E per questi ultimi parlare di successo della protesta appare difficile. Il 3 novembre, allo sciopero indetto in Toscana, Lazio, Marche e Umbria, l’adesione effettiva allo sciopero è stata di 21.196 dipendenti su 151.005 in servizio al netto di ferie e malattie: il 14 per cento.
Appena meglio il 7 novembre, al Nord: 55.373 in sciopero su 389.736 previsti in servizio, circa il 15 per cento. Tuttavia, un comunicato ufficiale della Cgil di quel 7 novembre affermava che “a Milano e Sesto San Giovanni per il comparto autonomie locali ha scioperato il 95 per cento dei lavoratori, al Comune di Milano una media del 50 per cento con oltre il 70 per cento dei servizi chiusi”. In base ai dati della Funzione pubblica risulta però che al Comune di Milano le trattenute per sciopero abbiano riguardato il 29,9 per cento dei dipendenti e a Sesto San Giovanni il 52,2. Non solo, dichiarava ancora la Cgil: “Nella sanità, all’ospedale Niguarda di Milano ha scioperato il 70 per cento, alle Molinette di Torino il 40. Le adesioni allo sciopero in Liguria registrano punte del 45 per cento all’ospedale genovese di San Martino e del 70 per cento al Gaslini”. Cifre che il ministero, sempre sulla base delle trattenute in busta paga, ridimensiona in misura imbarazzante: l’adesione effettiva allo sciopero sarebbe stata del 5,7 per cento al Niguarda, del 5,65 alle Molinette, del 17,2 al San Martino di Genova e del 32,5 al Gaslini.
Viene da chiedersi: come è possibile tanta disparità di numeri? “Semplice” afferma malignamente un dirigente di una confederazione concorrente. “Intanto la Cgil riempe le piazze per mascherare il calo di iscritti veri. E del resto i telegiornali e i talk-show sono abituati a presentare le notizie così: “Domani si fermano 1 milione di lavoratori di qua, 2 milioni di là”. La gente la dà per buona. E si crea comunque un clima da autunno caldo”.
La confederazione di Epifani non elude il problema, ma lo fa a modo suo. Nel comunicato del 7 novembre consiglia a Brunetta “di guardare le foto delle manifestazioni”. Mentre il 14 una nota dello staff del segretario chiede al ministro “se ha scomputato dai suoi dati il numero dei partecipanti alle assemblee in sede e fuori sede indette per l’intera giornata dalle altre organizzazioni sindacali e avallate da dirigenti compiacenti”. Che significa? Mistero. Ma, dopo lo sciopero del 12 dicembre, aspettiamoci un’altra guerra di percentuali.


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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