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Quella pausa pranzo preziosa come l’oro. E i buoni pasto non bastano più

Ticket restaurant
Pausa pranzo ma quanto mi costi? Dopo aver colpito beni primari, impennato i valori delle bollette, falcidiato i consumi, il caro vita arriva a ripercuotersi anche sui buoni pasto. Secondo la Fipe-Confcommercio e l’Anseb (l’associazione delle società emettitrici di buoni pasto) il costo di un pranzo nella prima parte del 2008 ha registrato un aumento del 4%, e un rincaro del 141% dal 2001. Per sette italiani su 10 è dunque diventato impossibile pranzare al ristorante. Milano è sul podio nella classifica della pausa mangereccia più cara. Seconda solo a Pavia (10,58 euro), la città meneghina vede il prezzo di un pasto completo sfiorare in media i 9,86 euro, mentre il valore defiscalizzato del ticket restaurant è fisso a 5,29 euro da 11 anni. “Il problema principale sta proprio in questo” spiega Sandro Fertino, presidente Anseb. “Il decreto legislativo che ha fissato il prezzo dei buoni pasto nel 1997 ha semplicemente convertito la cifra da lire (10.000) in euro. E questa non tiene conto né dell’inflazione né degli aumenti esponenziali del caro vita”.

Se a Milano un panino, mezza bottiglia d’acqua e caffè costano fra i 6 e gli 8 euro, contro i 5 euro di importo medio del ticket, ormai a mezzogiorno solo il 34% dei lavoratori consuma un vero e proprio pranzo. La maggioranza (67%) ripiega invece su pizza (32%) o tramezzini (35%). La tendenza dei consumatori è prendersela con chi i prezzi delle cibarie li stabilisce. «Il panino è arrivato a costare come un pranzo intero! I baristi ci speculano», si lamenta una signora al bancone di un bar della stazione Centrale. Ma spesso, anche gli esercenti non se la passano benissimo. “Le commissioni che siamo costretti a pagare su ogni ticket sfiorano orma il 10%” spiega Emma Tullo, barista della “Maison” di via Filzi . “I contratti che firmavamo fino a un paio di anni fa con le società emettitrici stabilivano un costo del 7%. L’ultima volta che sono andata a riscuotere i corrispettivi mensili dei ticket, il valore per il quale avevano mangiato i clienti era di circa 1.500 euro. Nelle nostre casse ne sono arrivati 1.400″.

Il valore dei ticket è stabilito dalle aziende sulla base del prezzo fissato dal decreto del ’97. “Ovviamente” conclude Fertino, “finché il governo non aggiorna i buoni pasto adeguandoli al costo della vita, anche i datori di lavoro continueranno a fornire ticket di valore inadeguato”.

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Ferie all’italiana: è boom degli agriturismi

Un agriturismo

Percorsi naturalistici nelle campagne e itinerari gastronomici battono mare, sabbia e ombrellone. Quest’anno sembra proprio che il Ferragosto italiano debba tingersi di verde, e il boom delle prenotazioni in agriturismo per i tre giorni del ponte conferma il trend. Vuoi per le uggiose previsioni meteo che scoraggiano gli spiaggianti, vuoi per il buon rapporto qualità-prezzo-relax offerto dalle vacanze campagnole, per il prossimo week end le 18mila aziende agricole del paese registrano un generale tutto esaurito. Secondo le stime dell’Agriturist - l’associazione nazionale per l’agriturismo, l’ambiente e il territorio - è stato prenotato il 95 per cento dei 190mila posti disponibili nelle strutture italiane. “Prevediamo una durata media del soggiorno di circa 3 giorni, e un totale di 550 mila presenze. La spesa media sarà di 60 euro a persona e il fatturato complessivo di 33 milioni di euro”, ha detto il direttore Giorgio Lo Surdo. Ma se per la vacanza di mezza estate gli italiani hanno aperto più volentieri il borsellino, il pienone atteso per il 15 non compenserà la penuria di prenotazioni del resto dell’estate. La tendenza 2008, per la Coldiretti, chiama in causa una generale riduzione della durata dei soggiorni vacanzieri e una ricerca certosina tutta italiana orientata al low cost. E nonostante gli allori di Ferragosto, anche il settore agrituristico ha quest’anno registrato un calo del fatturato per le singole aziende. Che ad agosto sfiora il -7,5 per cento.

I soggiorni si sono infatti ridotti a una media di cinque giorni, con aumento esponenziale di quelli brevissimi da due notti. Si tira poi ulteriormente la cinghia, propendendo per la soluzione più economica possibile. Un trend piuttosto problematico per le aziende. Secondo il direttore di Agriturist, gli agriturismi si trovano a dover fare i conti con “una maggiore quantità di ospiti in periodi meno lunghi”. Con tutte le difficoltà a incastrare e conciliare le diverse prenotazioni.
Seppur per poco tempo, con un ombrello in borsa e la pancia a capanna, i vacanzieri del ponte scelgono allora di trascorrere vacanze bucoliche nella natura. Senza trascurare il palato. Se equitazione, tiro con l’arco, trekking, visita a percorsi naturalistici e archeologici o semplici passeggiate in campagna sono le attività gettonate dagli ospiti, secondo gli operatori del settore “il passatempo preferito “rimane oziare con le gambe sotto il tavolo assaggiando i prodotti tipici della casa”.

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Slovacchia: canti e danze per spiegare l’euro agli zingari

zingari romathan
“Il tasso di cambio è di 30,126 corone per un euro” ritmano tre donne con ampie sottane colorate, danzando sul palco al suono dei violini zigani. Sì, le tre donne cantano.

Lo sguardo da queste parti si perde nella desolata pianura a sud di Kosice, cittadina slovacca quasi al confine con l’Ungheria, ed è interrotto solo dai fumi esalati dell’acciaieria US Steel. Ma nel teatro Romathan, gli spettatori di uno show particolare dimenticano per un attimo il degrado quotidiano. Gli attori della compagnia teatrale di Saca-Kosice entrano in scena. Sbandierando a suon di musica un convertitore di valuta, spiegano al pubblico di famiglie zingare quanto varrà la moneta che tra sei mesi sostituirà la vecchia corona. E raccontano cosa significherà per i rom slovacchi passare all’euro.

In seguito al sì dell’Unione europea all’ingresso della Slovacchia in eurolandia - prevista per il 1° gennaio 2009, la Banca centrale del paese dell’Est europeo ha deciso di informare nel dettaglio di questo cambiamento anche i 160 mila rom più disagiati. Quelli poveri, che vivono alle periferie delle città in bidonville e baracche spesso sprovviste anche di elettricità o acqua corrente. E di farlo con un’iniziativa culturale. Quaranta spettacoli, un parterre di canti, balli tradizionali e scenette comiche messi in scena nel Romathan di Kosice. Un teatro creato negli anni ‘90 proprio per salvaguardare la cultura zingara nell’area. I testi delle canzoni sono sul tema dell’euro e le migliori saranno registrate e trasmesse dalla televisione nazionale sotto forma di video clip.
Palazzo Euro, Francoforte

“L’accoglienza del pubblico per ora è buona”, ha detto Milan Godla, fondatore del teatro. Ma proprio perché l’iniziativa si rivolge a una fascia povera e con grandi difficoltà, la cura degli organizzatori deve essere grande. “La maggior parte di questi zingari è disoccupata e ha un’istruzione molto limitata - ha sottolineato Jana Kovacova, portavoce della Banca centrale slovacca -. Bisogna dedicare loro un’attenzione particolare perché si tratta di una minoranza penalizzata”. Secondo Kristina Magdolenova, direttrice dell’agenzia di stampa rumena che partecipa al programma pedagogico, non è di secondaria importanza anche la barriera linguistica. “Dobbiamo spiegare a queste persone come entrerà in vigore l’euro, ma nella loro lingua, il rumeno, o non capiranno”. Le danze a suon di moneta continuano, e per ora gli zingari continuano ad applaudire.

Export, acquisizioni e hi tech: ecco l’Italia da primato

Un calzaturificio

Un Giano bifronte, fiaccato dalle accuse di scarsa competitività e di inaffidabilità politica. Ma allo stesso tempo permeata da un inaspettato dinamismo economico. È un insolito ritratto del nostro paese quello dipinto dall’ultimo studio Censis, L’ascesa dei segmenti vitali, spunto di riflessione sugli snodi della società italiana. Bollata nell’immaginario comune come paese in crisi, l’Italia sembra, contro ogni previsione, avere ancora qualche asso nella manica.
A cominciare dalla competitività sui mercati internazionali. Sebbene arranchi sul fronte interno, negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato agli altri paesi un volto incredibilmente vitale. Tra il 2002 e il 2007, secondo il rapporto del Censis, l’export è cresciuto del 93,2 per cento in termini nominali, dietro solo a Cina e Germania. Mantenendo il suo settimo posto nella graduatoria mondiale dei paesi esportatori, l’Italia ha saputo tener testa alla tigre cinese, riuscendo a rimanere l’unica economia occidentale ad aver difeso saldamente la propria quota di mercato (9,5%).
Ed è sempre all’estero che anche l’imprenditoria italiana sembra avere avuto un exploit. Dal 2004, le aziende nostrane hanno espanso la propria rete d’impresa oltre confine sia ampliando le attività d’origine, sia acquisendo nuovi marchi, catene commerciali e filiere distributive. A buon rendere. In tre anni le operazioni di merger e acquisition sono quasi qudruplicate, da 32 a 116. E il controvalore delle operazioni è passato da 4 a 60,2 miliardi di euro. Le aziende italiane hanno fatto “shopping” soprattutto negli Stati Uniti. Approfittando del “minidollaro” e delle potenzialità dell’economia nordamericana, hanno acquisito ben 21 aziende oltreoceano. Seguono le operazioni in Germania (13), Inghilterra (10) e Francia (9).
L’Italia si trova sul gradino più alto del podio europeo anche in un altro campo. Quello delle tecnologie. Sono 33.500 le imprese high tech presenti sul suolo nazionale pari al 24% delle aziende del continente. Un primato poco valorizzato se si pensa che poi, in termini di produzione di valore aggiunto, l’Italia slitta tristemente al quarto posto.
Un quadro dunque insolitamente positivo. Un’Italia che rispolvera le sue potenzialità ritrovandole nella capacità dei molti imprenditori che, come sostiene il Censis, “hanno saputo innovarsi, ripensando a 360 gradi il proprio modo di essere e fare impresa e adattandosi a un contesto che li ha voluti più competitivi e creativi. Un processo che ha investito l’intera piramide produttiva, senza escludere le piccole imprese che sono riuscite a innescare dal di dentro processi virtuosi di crescita e innovazione”.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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