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	<title>Economia</title>
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	<description>Canale Economia di Panorama.it</description>
	<pubDate>Fri, 25 May 2012 17:27:41 +0000</pubDate>
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		<title>Burberry, la birra SABMiller, cinema, recessione inglese e felicità australiana</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/25/burberry-la-birra-sabmiller-cinema-recessione-inglese-e-felicita-australiana/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 17:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefania_medetti</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sono cinque curiosità (ma non per questo poco importanti). Hanno tenuto banco sulla stampa estera, e non solo, durante la settimana. Ve le proponiamo per il week end.
Più vetrine per Burberry
Per contrastare il difficile andamento dell’economia, Burberry punta ad accrescere del 14% la propria superficie di vendita nel corso di quest’anno. Oltre a spazi più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41592" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41592" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/opera-house-large.jpg" alt="La Opera House di Sidney (Credits: ANSA/FRANCESCO FIORAMONTI)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">La Opera House di Sidney (Credits: ANSA/FRANCESCO FIORAMONTI)</p></div>
<p>Sono cinque curiosità (ma non per questo poco importanti). Hanno tenuto banco sulla stampa estera, e non solo, durante la settimana. Ve le proponiamo per il week end.<span id="more-41588"></span></p>
<p><strong>Più vetrine per Burberry</strong><br />
Per contrastare il difficile andamento dell’economia, Burberry punta ad <a href="http://www.guardian.co.uk/business/2012/may/23/burberry-targets-luxury-markets-brazil-mexico" target="_blank">accrescere del 14%</a> la propria superficie di vendita nel corso di quest’anno. Oltre a spazi più ampi nelle capitali dello shopping - Londra in testa -, il marchio ha intenzione di aprire dieci nuovi negozi in Messico e in Brasile a cui andrà una parte dell’investimento da 200 milioni di sterline destinato allo spazio espositivo. Intanto, i profitti segnano +24%.</p>
<p><strong>La Cina mette le mani sul cinema americano</strong><br />
È firmata <a href="http://www.businessweek.com/articles/2012-05-22/how-the-deal-for-amc-entertainment-furthers-chinas-culture-agenda" target="_blank">Dalian Wanda</a> la più grande acquisizione cinese nel mercato americano. Il più importante gruppo di intrattenimento della Cina, infatti, ha acquisito per <strong>2,6 miliardi di dollari </strong>la Amc Entertainment Holdings, la seconda più grande catena di cinema negli Stati Uniti con 346 location. Una mossa che dovrebbe aiutare Dalian Wanda (che conta solo 86 cinema) a gestire una realtà imprenditoriale di maggiori dimensioni e, soprattutto, a sviluppare una via cinese all’industria cinematografica.</p>
<p><strong>I mercati emergenti fanno volare SABMiller</strong><br />
SABMiller, il secondo più grande produttore di birra al mondo, compensa i mancati introiti nel mercato europeo e nordamericano, grazie alle vendite in Colombia, Peru, Tanzania e Zambia. Il 70% del giro d’affari, ormai, <a href="http://af.reuters.com/article/commoditiesNews/idAFASM00030L20120524" target="_blank">proviene dai mercati emergenti</a>. Il birrificio, cresciuto velocemente negli ultimi vent’anni dal quartier generale in Sud Africa, prevede un incremento del 12% dei dividendi a fine anno.</p>
<p><strong>Il Regno Unito scivola nella recessione</strong><br />
Revisione al <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-18187354" target="_blank">ribasso per il Regno Unito</a>. Nei primi tre mesi dell’anno, infatti, l’economia ha registrato una contrazione dello 0,3%, riportando di fatto il Paese in recessione. Il settore delle costruzioni ha perso il 4,8%, nonostante un’accelerazione negli investimenti pubblici dell’1,6%, il maggior incremento registrato dal 2008 a oggi. Per cercare di stimolare la crescita, la Banca d’Inghilterra ha immesso finora in circolazione 325 miliardi di sterline, ma secondo Christine Lagarde, alla guida del Fondo Monetario Internazionale, potrebbe non essere ancora sufficiente.</p>
<p><strong>L’Australia è il Paese industrializzato più felice del mondo</strong><br />
In Australia sono più felici, secondo quanto risulta dalla classifica annuale<a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052702303610504577419320948930402.html?mod=WSJ_hp_us_mostpop_read" target="_blank"> Better Life Index</a> compilata dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo. Primo fra 34 Paesi industrializzati, l’Australia batte anche la Norvegia e gli Stati Uniti, da sempre primatisti, complice la quasi piena occupazione (ad aprile i disoccupati erano il 4,9%), la lontananza dalla crisi dell’Europa e nonostante un calo del turismo, una crescita del costo della vita e una moneta particolarmente forte.</p>
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		<item>
		<title>Consumi e nuove tecnologie: chi le usa davvero?</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/25/consumi-e-nuove-tecnologie-chi-le-usa-davvero/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 16:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia astarita</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[consumi]]></category>

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		<description><![CDATA[Smartphonatics sì o no? La corsa degli emergenti all'utilizzo dei servizi finanziari via cellulare bilancia la ritrosia degli occidentali ad affidarsi ai loro smarthphone anche per lo shopping]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_41597" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/grafico-large.jpg" alt="I servizi finanziari nel 2011 (Credits: The Economist)" width="500" height="468" class="size-large wp-image-41597" /><p class="wp-caption-text">I servizi finanziari nel 2011 (Credits: The Economist)</p></div><br />
Il 35% dei <strong>consumatori globali</strong> usa il <strong>telefono</strong> <strong>cellulare </strong>per gestire la maggior parte delle proprie spese e il 45% lo sfrutta per autorizzare i movimenti bancari. È questo il risultato raggiunto da uno studio congiunto realizzato da <em>ACI Worldwide</em>, una struttura che si occupa di pagamenti elettronici, e <em>Aite Group</em>, un Gruppo professionale di ricerca. Pubblicato sotto forma di grafico da <em><a title="the economist" href="http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2012/05/focus-3" target="_blank">The Economist</a></em>. <span id="more-41483"></span></p>
<p>Aice e Aci hanno coniato un nuovo termine per definire le persone che gestiscono acquisti, pagamenti e altri servizi finanziari attraverso il telefono cellulare. Li chiamano <em><strong>smartphonatics</strong></em>, in italiano <strong>maniaci dello smarthphone</strong>, ed è evidente che saranno le loro esigenze a continuare a stimolare il mercato dei <strong>servizi finanziari online</strong>.</p>
<p>Gli <em>smartphonatics</em> stanno crescendo a vista d&#8217;occhio soprattutto nei paesi in via di sviluppo.<strong> Cina e India</strong> in testa. Forse anche per la difficoltà di accedere in queste nazioni ai servizi finanziari con metodi tradizionali. Un problema lampante nel Subcontinente, dove gli <em>smartphonatics</em> arrivano al 60%, i possessori di conto corrente al 36 e quelli di carta di credito nemmeno al 2. Il contrario di quello che succede in <strong>Occidente</strong>. In Canada, ad esempio, hanno tutti un conto in banca, quasi tutti una carta di credito, e praticamente nessuno (7%) si considera uno <em>smartphonatic. </em>Potremmo dire la stessa cosa per <strong>Stati Uniti</strong>, <strong>Australia</strong>, <strong>Gran Bretagna</strong> e <strong>Svezia</strong>, mentre <strong>Sud Africa</strong> e <strong>Cina </strong>si avvicinano di più al modello indiano.</p>
<p>In generale, comunque, una buona parte degli intervistati ha ribadito il proprio interesse a sostituire le carte di credito con uno smarthphone, ma ha anche ammesso che la difficoltà più grossa è legata all&#8217;incapacità di saperlo usare correttamente.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://blog.panorama.it/economia/tag/il-grafico-della-settimana/">TUTTI I GRAFICI DELLA SETTIMANA</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Crediti alle imprese, tutti i dubbi delle pmi</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/25/crediti-alle-imprese-tutti-i-dubbi-delle-pmi/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 12:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuseppe.cordasco</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Google News]]></category>

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		<category><![CDATA[Confartigianato]]></category>

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		<description><![CDATA[I quattro decreti con i quali il governo intende sbloccare dai 20 ai 30 miliardi di debiti che l’amministrazione pubblica vanta con le imprese, conterrebbero una serie di limitazioni che potrebbero ridurre l’obiettivo di ridare liquidità alle aziende in un semplice buco nell’acqua. 
A lanciare l’allarme sono soprattutto le piccole e medie imprese, che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I quattro decreti con i quali il governo intende <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/crediti-e-pubblica-amministrazione-dal-governo-in-arrivo-i-primi-30-miliardi/" target="_blank">sbloccare dai 20 ai 30 miliardi di debiti </a>che l’amministrazione pubblica vanta con le imprese, conterrebbero una serie di limitazioni che potrebbero ridurre l’obiettivo di <strong>ridare liquidità alle aziende</strong> in un semplice buco nell’acqua. <span id="more-41602"></span></p>
<p>A lanciare l’allarme sono soprattutto le piccole e medie imprese, che si sono schierate in prima fila nel chiedere profonde modifiche al provvedimento così come concepito dall’esecutivo. “Non sono per niente fiducioso sul buon esito di questa iniziativa – attacca Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Piemonte -, che appare come un escamotage di Monti per risolvere i suoi problemi di reputazione dopo una fase di forti critiche”.</p>
<p>Si tratterebbe insomma di fumo lanciato negli occhi degli italiani, e questo perché secondo Felici ci sarebbero tanti,<strong> troppi paletti</strong> che il governo avrebbe messo all’interno dei decreti stessi, che sono però ancora in fase di definizione e dunque suscettibili di modifiche.</p>
<p><strong>Banche</strong><br />
“Innanzitutto – sostiene Felici - <strong>il fondo di garanzia</strong> istituito dal governo protegge le banche fino al 70% dei crediti vantati dalle imprese nei confronti dello Stato. L’ennesima conferma che gli istituti di credito proprio non vogliono farlo il loro mestiere e continuano a prestare denaro solo a fronte di coperture enormi”. Questo sarebbe dunque una sorta di peccato originale dei decreti, visto che le ingenti somme necessarie a garantire le banche, potrebbero essere sfruttate proprio per aumentare la liquidità alle imprese.</p>
<p><strong>Tempi</strong><br />
Se un’azienda deve ottenere dei soldi da un ufficio pubblico, secondo quanto previsto dai decreti del governo, potrà chiedere che entro 60 giorni questo certifichi suddetto debito. “Se però ciò non avviene – spiega Felici – allora l’impresa privata può mettere in mora l’amministrazione pubblica e inizia un altro <strong>percorso di certificazione, la cui durata è stata stabilita in un anno</strong>. Un tempo però decisamente troppo lungo, che rischia di far fallire comunque l’azienda impegnata a far certificare il proprio debito”.</p>
<p><strong>Regioni</strong><br />
Questa rappresenta, secondo le imprese, la nota più dolente dell’architettura legislativa messa in piedi dal governo. “La legge infatti – dice Felici - esclude dai benefici della certificazione e delle susseguenti compensazioni dei crediti con i debiti erariali, quelle <strong>Regioni che presentano difficoltà economiche</strong>”. Un elenco davvero molto nutrito, che comprende Regioni con la Sanità commissariata, come Lazio, Campania, Molise, Abruzzo e Calabria, e Regioni che stanno attuando piani di rientro come Puglia, Sicilia e Piemonte. “E’ evidente a tutti – attacca Felici – che escludere tutte queste Regioni dal programma di pagamenti, sarebbe come annacquare l’intero provvedimento ed è per questo che stiamo chiedendo con forza che i decreti vengano cambiati e le includano”.</p>
<p><strong>Ricorsi</strong><br />
“Alcune voci, che però al momento ancora non trovano conferma – rivela Felici – sostengono anche che nei decreti sarebbe previsto che le imprese private che avessero intentato una causa contro la pubblica amministrazione per avere quanto dovuto, non potranno ottenere la certificazione. Si tratterebbe ovviamente di una <strong>limitazione dal sapore fastidiosamente punitivo</strong> che nel caso dovrebbe essere assolutamente tolta. Al moneto però, come detto, si tratta solo di vox populi”.</p>
<p><strong>Equitalia</strong><br />
Esisterebbe infine un’ultima indiscrezione, che Felici però non si sente in nessun modo di alimentare, secondo cui le imprese che non avessero ricevuto <strong>cartelle esattoriali da Equitalia</strong> non potrebbero accedere alla certificazione e quindi alle possibili compensazioni con il fisco. Una misura che avrebbe del paradossale nel caso fosse confermata, perché vorrebbe dire penalizzare l’impresa che ha sempre pagato regolarmente le tasse, a favore di chi invece ha ricevuto un’ingiunzione da Equitalia.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Lavoro e giovani, caro Monti 8 miliardi non possono bastare</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/25/lavoro-e-giovani-caro-monti-8-miliardi-non-possono-bastare/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 12:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea.telara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Google News]]></category>

		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>

		<category><![CDATA[Gustavo Piga]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<category><![CDATA[Mario-Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il premier promette di usare 8 miliardi di fondi europei per dare lavoro a 128 mila ragazzi. Ma l’economista Gustavo Piga con rainer Masera e Fabrizio Onida rilanciano con un piano per 1 milione di assunzioni. Che costerebbe, però, il doppio ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41606" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41606" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/mario-monti1-large.jpg" alt="Mario Monti, presidente del consiglio italiano (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Mario Monti, presidente del consiglio italiano (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)</p></div>
<p>Circa <strong>8 miliardi di euro </strong> di investimenti per rilanciare l’occupazione giovanile. È la promessa impegnativa che arriva dal premier, Mario Monti che ha definito “catastrofici” i dati italiani sul numero dei senza lavoro tra chi ha meno di 24 anni. Secondo il presidente del consiglio, che ieri ha parlato al Forum Nazionale dei giovani, il governo ha ancora la possibilità di utilizzare una buona fetta dei fondi strutturali europei  (stanziati nel periodo 2007-2013) per aiutare 128 mila ragazzi di tutta la Penisola a trovare un’occupazione. Ma c&#8217;è chi ha presentato una proposta alternativa. Che costa, però, il doppio.<span id="more-41605"></span></p>
<p>“Mi fa piacere che il premier si sia finalmente impegnato per una cifra così consistente”, dice<strong> Gustavo Piga</strong>, professore  di economia politica dell’università di Roma Tor Vergata, “ma mi pongo subito un interrogativo: in che modo ed entro quali tempi, i soldi promessi dal governo potranno essere spesi?”</p>
<p>Secondo Piga, c’è infatti bisogno di misure urgenti, difficilmente attuabili attingendo ai<strong> fondi comunitari</strong>. Per questo propone da tempo un’alternativa: un piano per un nuovo &#8220;Rinascimento&#8221; guidato dai giovani, che prevede l’assunzione di  ben <strong>1 milione di ragazzi</strong> da impiegare nella valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del paese e nelle attività della pubblica amministrazione, volte ad accrescere la capacità produttiva nazionale. Le assunzioni avverrebbero attraverso  contratti di 2 anni, con uno stipendio di 1.000 euro per ogni giovane.</p>
<p>È un programma ambizioso, che costerebbe <strong>16 miliardi di euro</strong>, circa l’1% del Pil e che Piga ha lanciato attraverso un appello pubblico nel suo blog firmato da 1.500 persone, compreso un gruppo di  50 economisti, tra cui figurano nomi noti come Rainer Masera e Fabrizio Onida. “Lo abbiamo già inviato al premier e al presidente della Repubblica”, dice l’economista, “ma purtroppo non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta”.</p>
<p>Dunque gli 8 miliardi promessi da Monti non sono sufficienti?</p>
<blockquote><p>Più che altro, mi chiedo se verranno spesi bene. Tutti sappiamo che le nostre amministrazioni locali non sono particolarmente virtuose nell’impiegare i fondi comunitari e che, spesso, per utilizzare questi soldi ci vogliono delle procedure non proprio rapidissime, come i bandi, i concorsi e via dicendo.</p></blockquote>
<p>La vostra soluzione sarebbe più efficace?</p>
<blockquote><p>Proponiamo di rilanciare il servizio civile nazionale per i giovani, che oggi sta quasi scomparendo. Se venisse valorizzato, invece, potrebbe dare un grande aiuto all’economia del nostro paese. Ricordiamoci  il ruolo importante svolto nel dopoguerra o nel secolo scorso dal servizio militare, che  contribuì enormemente all’unificazione  e al progresso dell’Italia</p></blockquote>
<p>Il vostro progetto costerebbe 16 miliardi di euro, non sono un po’ troppi?</p>
<blockquote><p>Le rispondo con una domanda: sa quanto incassa ogni anno lo stato italiano di tasse?</p></blockquote>
<p>Lo dica lei…</p>
<blockquote><p>Circa 800 miliardi di euro. Non credo proprio che in questa montagna di soldi non si possano trovare le risorse.</p></blockquote>
<p>Non pensa che qualcuno vi accuserà subito di assistenzialismo?</p>
<blockquote><p>Può darsi. Ma oggi la situazione è talmente grave che c’è bisogno davvero di politiche anticicliche per rilanciare la domanda aggragata, ciè l’economia. Sono le stesse che fece Roosvelt negli anni ’30 in America. E’ vero che il nostro paese, per molti anni, ha speso male le risorse pubbliche, ma ciò non significa che lo stato debba rinunciare a svolgere il proprio compito. Sarebbe un atto di vigliaccheria.</p></blockquote>
<p>Perché?</p>
<blockquote><p>Faccio notare una cosa: oggi l’Italia cresce poco anche perché spende i soldi pubblici molto peggio di altri paesi , dagli Stati Uniti alla Cina, passando per la Francia, la Germania o le nazioni scandinave.</p></blockquote>
<p>Ma cosa farebbero i giovani assunti con il vostro piano?</p>
<blockquote><p>Darebbero un contributo significativo, quando ce n’è bisogno,  a far funzionare meglio molte infrastrutture della pubblica amministrazione. Anche girando per l’università, per esempio, mi rendo  spesso conto di una cosa: ci sono parecchi servizi che i ragazzi potrebbero svolgere benissimo, per far viaggiare a pieno ritmo la macchina organizzativa degli atenei, soprattutto dove si registra una carenza di personale.</p></blockquote>
<p>Ma basterà, tutto questo, per far ripartire l’economia?</p>
<blockquote><p>Sicuramente darebbe un grande contributo a fare entrare nel mercato del lavoro moltissimi giovani che rischiano di perdere per sempre le speranze. Non è vero che i nostri ragazzi sono ormai disillusi.  Di recente, ho fatto un sondaggio tra i miei studenti, per sondare come vedono il proprio futuro. Le risposte positive hanno superato abbondantemente quelle negative. Non possiamo perdere questa occasione prima che sia troppo tardi.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Dipendenti pubblici, se la Fornero vuole cambiare i licenziamenti vada fino in fondo</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/24/dipendenti-pubblici-se-la-fornero-vuole-cambiare-i-licenziamenti-vada-fino-in-fondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 17:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilaria.molinari</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Google News]]></category>

		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[dipendenti-pubblici]]></category>

		<category><![CDATA[Elsa Fornero]]></category>

		<category><![CDATA[licenziamenti]]></category>

		<category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Poter licenziare i lavoratori del pubblico in modo "simile" a quelli privati. Così il ministro del Welfare ha scatenato le polemiche. Ma secondo il giuslavorista Maurzio del Conte in realtà significherebbe continuare lungo la strada iniziata nel 1993. A patto che si riformi pesantemente l'intero settore ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41579" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41579" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/elsa-fornero2-large.jpg" alt="Elsa Fornero, ministro del welfare (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Elsa Fornero, ministro del welfare (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)</p></div>
<p>Il ministro del welfare <strong>Elsa Fornero</strong> è andata di nuovo dritta al punto: &#8220;Mi auguro che qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati sulla possibilità di licenziare sia inserito nella delega per i dipendenti pubblici&#8221;. Et voilà. Apriti cielo. I sindacati insorgono e la definiscono &#8220;il ministro dei licenziamenti&#8221;. Ma chi con il tema del lavoro ha a che fare tutti i giorni si domanda: dove vuole arrivare la signora ministra?<span id="more-41577"></span></p>
<p>Già, dove vuole arrivare. Solo il 3 maggio scorso il ministro della Funzione pubblica, <strong>Filippo Patroni Griffi</strong>, ha raggiunto un accordo con i sindacati su uno schema di delega per il lavoro pubblico che modifica anche la cornice normativa sui licenziamenti disciplinari. &#8220;Quello dei dipendenti pubblici non è un mercato e la riforma è del mercato del lavoro, perché ci sono regole diverse. Con Patroni Griffi siamo in contatto e stiamo lavorando insieme, non vogliamo che ci siano difformità di trattamento tra pubblico e privato. Non è possibile che diciamo certe cose sul privato e non le applichiamo sul pubblico&#8221;, ha aggiunto Fornero.</p>
<p>&#8220;Bene, quindi ora aspettiamo di capire cosa ha in testa&#8221; taglia corto <strong>Maurizio del Conte,</strong> giuslavorista dell&#8217;Università Bocconi di Milano. &#8220;Lo &#8220;strano&#8221; della<strong> riforma del lavoro</strong> pensata dal Governo Monti in effetti sta proprio nel trattare in modo diverso impiego pubblico e privato quando dal 1993 è stato avviato un processo di riavvicinamento tra i due settori con la <strong>privatizzazione del pubblico impiego</strong>&#8220;.</p>
<p>Quindi, un passo indietro. Almeno iniziale.</p>
<p>&#8220;Ora la Fornero dice che farà qualcosa di simile a quanto previsto per i privati&#8221; aggiunge del Conte. &#8220;Sicuramente è un segnale per far capire ai dipendenti pubblici che devono tornare a essere <strong>produttivi</strong>, ma significa pensare anche a un percorso distinto. Anche perché nel settore pubblico sarebbe impossibile fare quanto si sta facendo nel privato&#8221;.</p>
<p>A meno di una riforma radicale, che parta dall&#8217;introduzione della <strong>cultura dell&#8217;efficienza</strong> nel settore pubblico e della <strong>responsabilizzazione dei dirigenti</strong>.</p>
<p>Oggi infatti, nella pubblica amministrazione i licenziamenti sono praticamente assenti perché il dirigente che manda via un suo dipendente risponde del<strong> danno erariale</strong> in prima persona. Significa che se quel dipendente fa causa e la vince è il dirigente a doverne rispondere. &#8220;Quindi nessuno, nel pubblico, si addossa una simile responsabilità&#8221;, taglia corto del Conte.</p>
<p>La Fornero se vuole fare qualcosa di forte, deve &#8220;dare più potere ai dirigenti e contemporaneamente sgravarli della responsabilità erariale per il caso in cui abbiano esercitato il loro potere&#8221;.</p>
<p>Altrimenti, quella di oggi sarà stata solo un&#8217;esternazione polemica e nient&#8217;altro.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Confindustria, Giorgio Squinzi chiede meno tasse per le imprese</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 14:46:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Nathania Zevi
Ridurre la pressione fiscale  - una zavorra intollerabile per le imprese -  tagliando la spesa pubblica è l’appello lanciato oggi al governo dal neo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi nel suo discorso di insediamento.
Ricordando che l’impresa è motore della crescita e dell’occupazione, Squinzi ha intimato all’esecutivo di procedere con urgenza ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41565" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41565" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/confindustria-squinzi1-large.jpg" alt="Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)</p></div>
<p><strong>di Nathania Zevi</strong></p>
<p>Ridurre la <strong>pressione fiscale </strong> - una zavorra intollerabile per le imprese -  tagliando la spesa pubblica è l’appello lanciato oggi al governo dal neo presidente di Confindustria <strong>Giorgio Squinzi</strong> nel suo discorso di insediamento.<span id="more-41563"></span></p>
<p>Ricordando che l’impresa è motore della crescita e dell’occupazione, Squinzi ha intimato all’esecutivo di procedere con urgenza ad una riforma della pubblica amministrazione che sia in grado di ridurre considerevolmente la spesa ed alleggerire il carico fiscale  -  oltre il 68 percento -  che attualmente grava sulla piccola e media impresa.</p>
<p>Anche la <strong>lotta all’evasione</strong>, portata avanti con determinazione da Monti, è stata oggetto di analisi da parte del presidente dell’Assemblea degli imprenditori, che ha ricordato come questa sia necessaria a riequilibrare gli oneri tra i cittadini.</p>

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<p>Riguardo al tema della normativa e dei provvedimenti, Squinzi ha speso parole dure sulla riforma del lavoro e sulla cosiddetta “spending review”.</p>
<p>Parlando della <strong>riforma Fornero</strong> del mercato dell’occupazione Squinzi ha spiegato come questa appaia meno utile alla competitività del Paese e delle aziende di quanto gli imprenditori avessero inizialmente auspicato. “È una riforma che modifica il sistema in più punti, ma, a nostro giudizio, non sempre in modo convincente&#8221;. Gli imprenditori, ha aggiunto poi, sono “assolutamente contrari&#8221; ad ogni imposizione per legge di forme di cogestione o co-decisione” . Una nota polemica, questa, riferita alla norma spuntata nel corso della discussione della riforma in Senato e che prevede, per questo specifico tema, l’eventualità di una delega al governo.</p>
<p>Sulla <strong>spending review</strong>, poi, Squinzi ha sottolineato come all’Italia non occorra una “bella analisi dei tagli possibili”, ma tagli veri. “Gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perché l&#8217;azienda Stato non possa risparmiare come risparmia l&#8217;impresa nella quale lavorano, o come stanno risparmiando nelle loro famiglie”, ha ricordato.</p>
<p>E anche sul tema della legislazione, specie quella fiscale, il capo di <strong>Confindustria</strong> ha espresso un giudizio forte, apostrofando alcune delle norme presentate dal governo Monti “balzelli e tasse fantasiose che creano solo incertezza e sfiducia”. “Occorre privatizzare, oltre che liberalizzare, e valorizzare il patrimonio pubblico con l&#8217;obiettivo della riduzione del debito”.</p>
<p>Un appello accorato è stato poi lanciato da Squinzi alla pubblica amministrazione nel passaggio del discorso incentrato sulla necessità delle imprese di veder ripagati i propri crediti con lo Stato in un tempo ragionevole. “Lo Stato paga con ritardi sempre più ampi che non sono più tollerabili. Non sono degni di un paese civile&#8221;, ha aggiunto sottolineando che per le aziende si tratta di sopravvivenza, ma che la vita di queste è strettamente legata alla possibilità per lo Stato stesso di non affondare.</p>
<p>Ed in occasione del proprio insediamento Squinzi non ha risparmiato neppure le <strong>banche</strong>, che, ha ricordato, hanno ricevuto prestiti a tassi di interessi vantaggiosi da parte della Banca Centrale Europea. Prestiti che non si sono tradotti in un più facile accesso al credito per le imprese.</p>
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		<title>Cina, la Banca mondiale lancia l’allarme sulla mancata crescita</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 13:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia astarita</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L'economia cinese continua a rallentare. E senza un buon piano di riforme l'Asia potrebbe fare fatica a risollevarsi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3044" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-3044" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2009/12/yellow-river-highway-railway-dual-bridge-large.jpg" alt="Ponte ferroviario sul Fiume Giallo (AP Photo)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ponte ferroviario sul Fiume Giallo (AP Photo)</p></div>
<p>La <strong>Banca Mondiale</strong> è sempre più pessimista in merito alle <strong>potenzialità di crescita</strong> della Repubblica popolare. In piena sintonia con gli esperti dell&#8217;Ocse e del Fondo Monetario Internazionale, la stima sull&#8217;andamento del Pil cinese è stata portata <strong><a title="otto" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/04/17/cina-economia-cresce-solo-8-rischia-affondare/" target="_blank">dall&#8217;8,5 all&#8217;8,2%.</a></strong> Un <strong>rallentamento</strong> particolarmente pericoloso perché non indica soltanto il <a title="livello" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/04/05/cina-corruzione-blocca-crescita/" target="_blank">livello di crescita più basso </a>dall&#8217;ultimo decennio. Ma, soprattutto, perché potrebbe incidere negativamente <a title="andamento" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/02/lavoro-asia-ha-bisogno-delloccidente/" target="_blank">sull&#8217;andamento dei mercati del Sudest </a>asiatico. <span id="more-41467"></span></p>
<p>Gà in crisi relativa per l&#8217;impatto della turbolenza finanziaria internazionale, questi mercati potrebbero risentire moltissimo degli effetti di questa brusca frenata cinese. Le <strong>stime di <a title="regionali" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/18/cina-giappone-e-corea-del-sud-larea-di-libero-scambio-che-danneggia-leuropa/" target="_blank">crescita regionali</a></strong>, infatti, sono state ridotte dal 7,8 al 7,6%.</p>
<p>Per evitare che anche l&#8217;Asia entri in una spirale negativa da cui potrebbe uscire con fatica la Banca Mondiale ha sollecitato Pechino ad approvare degli aggiustamenti di <strong>politica fiscale</strong> che possano stimolare di più i <strong>consumi</strong> e a ridurre, almeno temporaneamente, gli <strong>investimenti in infrastrutture</strong>.</p>
<p>Al momento, i problemi più grossi per la Cina riguardano il generale <strong>ristagno delle importazioni</strong> dall&#8217;estero e l&#8217;incertezza sulla solidità del <a title="immobiliare" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/01/16/cina-gli-immobili-gonfiano-la-piu-grande-bolla-del-secolo/" target="_blank"><strong>mercato immobiliare</strong> </a>interno. Tuttavia, gli esperti di Washington ritengono che l&#8217;economia della Repubblica popolare non sia poi <a title="tanto" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/04/26/cina-sostenere-crescita-bisogna-convincere-cinesi-fare-figli/" target="_blank">così tanto in difficoltà</a>. O meglio, dal loro punto di vista basterebbe qualche piccola modifica nella stategia monetaria e fiscale, da decidere con la massima attenzione per evitare che <strong>inflazione</strong> e <strong>debito pubblico</strong> ne risentano, per permettere alla nazione di risollevarsi in meno di dodici mesi.</p>
<p>Come? Sicuramente evitando di continuare a concentrare la maggior parte di capitali in infrastrutture di cui, al momento, la Cina non ha così tanto bisogno. Pechino si dovrebbe occupare di <strong>sgravi fiscali mirati e spesa sociale</strong>. Perché è questo l&#8217;unico modo per con cui può realmente stimolare i consumi interni.</p>
<p>Non è chiaro se il Partito condivida o meno questo tipo di strategia, ma è possibile che la Banca Mondiale si sia affrettatata a indicare il suo antidoto per il rallentamento della crescita cinese dopo aver appreso da fonti anonime che il Governo è sul punto di approvare un nuovo piano per combattere la <strong>recessione</strong> focalizzato principalmente sulle infrastrutture.</p>
<p>Gli esperti di Washington hanno approfittato dell&#8217;occasione per mettere in guardia anche le altre economie della regione, già in crisi visto che un terzo delle loro esportazioni è diretto verso l&#8217;Europa, e il resto si divide principalmente tra Stati Uniti, Cina e Giappone. In questo caso, però, la ricetta proposta è diversa: il Sudest asiatico è stato spronato a puntare su <strong>innovazione e produttività</strong> se vuole avere qualche possibilità di superare questo difficile momento.</p>
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		<title>Crisi, l’Europa ora è davvero divisa</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/24/crisi-leuropa-ora-e-davvero-divisa/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 10:05:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Tutto rimandato a giugno. Sul diciottesimo vertice per discutere di crisi del debito sovrano è calato il sipario. Di applausi dal palcoscenico di Europa neanche l’ombra. Si è chiuso con un nulla di fatto. Troppe le divisioni che corrono sull’asse Parigi-Berlino. Meno sugli Eurobond, più sulla permanenza della Grecia nel club della moneta unica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9544" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-9544" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2010/09/europa-large.jpg" alt="Bruxelles da il via libera alla stretta sui debiti pubblici 'esagerati' (Credits: AP Photo/Valentina Petrova)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Bruxelles da il via libera alla stretta sui debiti pubblici &#39;esagerati&#39; (Credits: AP Photo/Valentina Petrova)</p></div>
<p><strong>di Micaela Osella</strong></p>
<p>Tutto rimandato a giugno. Sul diciottesimo vertice per discutere di crisi del debito sovrano è calato il sipario. Di applausi dal palcoscenico di Europa neanche l’ombra. Si è chiuso con un nulla di fatto. Troppe le divisioni che corrono sull’asse<strong> Parigi-Berlino</strong>. Non è più il braccio di ferro sugli eurobond a scaldare gli animi. Adesso l’unico vero dibattito che accalora è quello sulla permanenza della Grecia nel club della moneta unica.<span id="more-41557"></span></p>
<p>E mentre si rincorrono voci di piani di emergenza in mezza Europa, dal Wall Street Journal al Financial Times non si contano gli interventi a favore di un suo addio. Perché come ripete Costas Lapavitsas, professore dell’università Soas di Londra, oggi sul quotidiano britannico, il suo fallimento darebbe al Paese l’unica chance per riappropriarsi di una vita.</p>
<p>Le Borse ormai hanno perso ogni speranza. Dopo aver bruciato quasi 140 miliardi di capitalizzazione alla vigilia, anche stamattina girano in negativo. E’ ancora lo spettro dell’uscita della Grecia dall’eurozona a far paura. La fuga di notizie del presunto accordo da parte dei singoli Paesi europei per predisporre piani d&#8217;emergenza con annessa categorica smentita del ministero delle Finanze greco, a ventiquattro ore dal fattaccio, brucia ancora.</p>
<p>“E’ tutta racchiusa nel rimpallo di soluzioni la delusione dei mercati”, spiega Richard McGuire, strategist di Rabobank. Di fronte al presidente francese Francois Hollande, portavoce del partito della crescita, e alla sua proposta sugli Eurobond è sceso di nuovo il veto della cancelliera tedesca Angela Merkel. Solo al summit di fine giugno verrà concordato il quadro sul patto della crescita. Peccato che la pazienza sia esaurita e la crisi ormai divampata in tutta Europa.</p>
<p>Non nasconde delusione nemmeno Annalisa Piazza strategist di Newedge quando dice che “i mercati hanno sperato che il vertice portasse a una soluzione e invece ancora una volta, nessuna risposta è arrivata”. Chi invece una risposta la trova è Willem Buiter, capo economista di Citigroup. Per lui “la Grecia uscirà dall’unione monetaria a inizio 2013 e un contagio ad altri Paesi sarà inevitabile, anche perché sta già accadendo”. E, in effetti, forse non ha tutti i torti.</p>
<p>La corsa ai depositi in Grecia ha contagiato la Spagna. E qualche avvisaglia la si è vista in Inghilterra dove venerdì scorso i correntisti della filiale britannica del spagnola Santander hanno prelevato milioni di sterline, temendo il peggio. Crepe si sono aperte anche in Italia, con gli investitori esteri in allerta.</p>
<p>Il punto è uno solo. “Se la Grecia resta nell’euro, l’attende una morte lenta; se esce scatenerà una tempesta, ma almeno si darà un’opportunità di ripresa”, è la tesi di Costas Lapavitsas, professore di economia presso l’università Soas a Londra. “Nessuno – aggiunge – sa cosa potrebbe accadere, certo la Germania dovrebbe affrontare conseguenze disastrose”. Per una volta però questo non sarebbe un problema che spetterebbe ai greci risolvere.</p>
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		<title>Fiat, l’assalto all’Asia corre su una spider Alfa Romeo - Mazda</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 07:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuseppe.cordasco</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In casa Fiat è ormai un vorticoso giro su montagne russe tra buone e cattive notizie: le prime arrivano dal mercato globale, le seconde dall’Europa e dall’Italia in particolare.  E allora, se ieri si alzavano voci preoccupate per la cassa integrazione che colpirà i quadri di Mirafiori, oggi i toni sono quanto mai entusiastici dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41549" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41549" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/mazda-large.jpg" alt="Uno showroom Mazda a Tokyo (Credits: AP Photo/Itsuo Inouye)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Uno showroom Mazda a Tokyo (Credits: AP Photo/Itsuo Inouye)</p></div>
<p>In casa Fiat è ormai un vorticoso giro su montagne russe tra buone e cattive notizie: le prime arrivano dal mercato globale, le seconde dall’Europa e dall’Italia in particolare.  E allora, se ieri si alzavano voci preoccupate per la <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/fiat-a-mirafiori-la-cassa-integrazione-e-in-azienda-un-futuro-a-tinte-fosche/" target="_blank">cassa integrazione che colpirà i quadri di Mirafiori</a>, oggi i toni sono quanto mai entusiastici dopo l’annuncio di un <strong>progetto comune tra Alfa Romeo e Mazda</strong>. Il Lingotto e la casa giapponese hanno infatti firmato un protocollo d’intesa per realizzare una <strong>spider due posti con trazione posteriore</strong>.<span id="more-41515"></span></p>
<p>Per il marchio nipponico sarà la piattaforma su cui far nascere<strong> la nuova versione della Mx-5</strong>, mentre in casa Alfa il progetto è quello di ridare vita al <strong>mitico Duetto</strong>. “In realtà – spiega a <em>Panorama.it</em> l’economista Giuseppe Berta – il dialogo tra Lingotto e giapponesi era avviato da tempo. Si trattava di una delle ipotesi di <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/02/29/fiat-e-suzuki-il-cavallo-migliore/" target="_blank">alleanza strategica per il mercato asiatico </a>che più era nell’aria, insieme a Suzuki”. Per il momento però il progetto spider avrebbe un respiro molto contenuto, perché si tratterebbe di un’auto d’élite anche se pensata già per un mercato globale.</p>
<p>&#8220;Alla notizia della collaborazione – sottolinea Berta – è stato comunque dato un rilievo superiore alla sua effettiva portata, proprio perché potrebbe <strong>preludere ad una vera e propria alleanza</strong> di cui la Fiat ha assoluta necessità per <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/02/22/peugeot-addio-ora-la-fiat-guarda-alla-opel-ma-e-l%E2%80%99asia-la-sfida-decisiva-per-marchionne/" target="_blank">aggredire il mercato asiatico</a>. È dunque una sorta di messaggio che Marchionne lancia alla concorrenza, un gesto per il momento solo simbolico, ma che promette di avere conseguenze pratiche importanti”.</p>
<p>Fiat-Chrysler dunque appare sempre più lanciata a livello mondiale. E un ulteriore conferma arriva anche dal mercato sudamericano. In Brasile infatti, grazie anche al lancio di incentivi governativi per i mezzi pesanti, il Lingotto ha rafforzato la propria posizione nel settore dei camion. Una situazione che ribadisce <strong>il mercato brasiliano</strong> come uno dei capisaldi della strategia commerciale della società.</p>
<p>A fare da contraltare a tutto ciò ci sono però le pessime notizie che riguardano il <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/02/01/fiat-bene-l%E2%80%99america-male-l%E2%80%99europa-e-marchionne-chiede-liquidita-per-nuovi-blitz/" target="_blank">mercato automobilistico europeo</a>, e quello italiano in particolare. Una permanente <strong>situazione di crisi</strong> che ha spinto la Fiat, come sopra ricordato, a mettere in cassa integrazione i propri colletti bianchi di Mirafiori. “Una volta – spiega Berta - questa categoria di dipendenti poteva beneficiare di un occhio di riguardo della proprietà, perché si trattava di tecnici e ingeneri che stavano a stretto contatto con il potere centrale dell’azienda. Oggi abbiamo l’ulteriore conferma che <strong>in Fiat non esistono più luoghi protetti</strong>, e che, simbolicamente e anche praticamente, il potere centrale della società non è più a Torino”.</p>
<p>Segnali evidenti di una strategia aziendale che al Lingotto è in profonda trasformazione e nella quale, come più volte accennato,<strong> il</strong> <strong>mercato interno potrebbe risultare sempre più ininfluente</strong>. “Io comunque non enfatizzerei troppo la notizia della cassa integrazione – aggiunge Berta – anche perché si tratta solo di sei giorni. È anche vero però che la crisi che sta vivendo l’auto in Europa è sempre più nera, e gli sbocchi futuri la Fiat dovrà cercarli per forza di cose altrove, in Asia innanzitutto, come dimostra la collaborazione con Mazda&#8221;</p>
<p>&#8220;L’unica nota positiva sul fronte interno – conclude Berta -, viene dalla <strong>Nuova Panda</strong> che starebbe cominciando ad ottenere buoni riscontri commerciali”. Una flebile fiammella di speranza a cui si attaccano i migliaia di lavoratori Fiat in Italia.</p>
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		<title>Facebook, Zuckerberg ora deve fare i conti con la rabbia degli investitori</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2012 05:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilaria.molinari</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da New York e San Francisco sono partite azioni legali contro azienda e banche. Gli azionisti sono convinti che non sia stata detta tutta la verità sul reale stato di salute del social network. Che intanto, al Nasdaq ha perso il 15% in quattro sedute]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_41539" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41539" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/facebook2-large.jpg" alt="La scritta ''Facebook'' su una saracinesca in piazza Tahrir al Cairo (Credits: ANSA / FELIPE TRUEBA)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">La scritta &#39;&#39;Facebook&#39;&#39; su una saracinesca in piazza Tahrir al Cairo (Credits: ANSA / FELIPE TRUEBA)</p></div>
<p>Certo il giovane (e multimiliardario in dollari)<strong> Mark Zuckerberg</strong> tutto questo gran caos non se lo sarebbe mai aspettato. Eppure, a sole quattro sedute dalla quotazione di Facebook, sul titolo e sulla società di Menlo Park è caduta una vera e propria mannaia.<span id="more-41538"></span></p>
<p>Prima i <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/02/02/facebook-la-quotazione-in-borsa-e-pronta-e-ora/" target="_blank">dubbi sul reale valore</a> dell&#8217;ipo da 100 miliardi di euro. Poi <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/18/facebook-bene-lipo-al-nasdaq-ma-resta-qualche-perplessita/" target="_blank">il debutto al Nasdaq</a> senza infamia e senza lode. Ancora, <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/22/facebook-ipo-ecco-le-ragioni-del-flop/" target="_blank">il flop del -9%</a> del secondo giorno di negoziazione. L&#8217;ultima ieri: Facebook e le banche che hanno curato il collocamento in Borsa (da cui hanno ricavato un profitto di 100 milioni di dollari) sono finite al centro di una <strong>serie di azioni legali</strong>, tra cui alcune class action.</p>
<p>Il motivo? Gli azionisti non ci stanno e credono che dietro al crollo in Borsa di queste prime sedute ci sia una mancanza di chiare <strong>informazioni</strong> sull&#8217;azienda a tutti gli investitori e non solo a quelli principali, ovvero le banche.</p>
<p>Insomma, secondo gli americani che hanno comprato le azioni di Facebook, Zuckerberg e i suoi manager avrebbero provato a fari i furbetti e le informazioni più rilevanti (magari non proprio da cliccarci su un Like!) sullo stato di salute del social network se le sarebbero tenute per sé o al massimo condivise solo con i signori banchieri.</p>
<div id="attachment_41540" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-41540" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/facebook1-large.jpg" alt="La vetrina del Market Site del Nasdaq a New York con il crollo del titolo lunedì 21 maggio (Credits: LaPresse)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">La vetrina del Market Site del Nasdaq a New York con il crollo del titolo lunedì 21 maggio (Credits: LaPresse)</p></div>
<p>E così da Wall Street è partita l&#8217;azione legale. In prima fila lo studio Lieff Cabraser Heimann&amp;aBernstein che punta il dito contro il <strong>prospetto informativo</strong> della quotazione in Borsa, preparato (dicono) con &#8220;negligenza&#8221; e senza indicazione di dati importanti su &#8220;attività e prospettive&#8221; dell&#8217;azienda.</p>
<p>Da San Francisco, invece, lo studio Glancy Binkow&amp;Goldberg ha organizzato una class action contro i manager di Facebook, Morgan Stanley, Glodman Sachs e JpMorgan rei di non aver fatto sapere a tutti gli azionisti (ma solo a quelli più &#8220;rilevanti&#8221;) che avrebbero <strong>rivisto al ribasso le stime</strong> sulla società.</p>
<p>Il tema non è certo di poco conto se, come sembra, è arrivato anche sul tavolo del <strong>Congresso americano</strong>, dove la commissione bancaria del Senato sta esaminando la vicenda informalmente e la commissione finanza della Camera sta raccogliendo informazioni.</p>
<p>E Zuckerberg? Pare sia <strong>sparito</strong>. Non si fa vedere in azienda. La società si difende, le banche pure, dicono che sono accuse campate in aria e che i problemi non ci sono. Sarà. Ma per ora  il titolo con il ticker Fb segna un -15%. In quattro magre sedute a Wall Street.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Vertice Ue a Bruxelles: difficile l’accordo sulle soluzioni alla crisi</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/vertice-ue-a-bruxelles-difficile-laccordo-sulle-soluzioni-alla-crisi/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 16:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea.telara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L'incontro di questa sera tra i leader del Vecchio Continente rischia di finire in un nulla di fatto. Alberto Quadrio Curzio, economista dell'Università Cattolica, ne è convinto: la Francia insiste sugli Eurobond ma la Germania non cederà. E intanto resta aperta la partita della Grecia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_39923" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-39923" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/europa-large.jpg" alt="Credits: AP Photo/Markus Schreiber" width="500" height="299" /><p class="wp-caption-text">Credits: AP Photo/Markus Schreiber</p></div>
<p>Appena un&#8217;ora di discussione, o anche meno, e una cena informale, dove non si deciderà nulla di concret<strong>o</strong>, a meno che non emergano novità davvero clamorose. Si svolgerà probabilmente così la riunione di oggi dell&#8217;<strong>Eurogruppo</strong>, il <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/03/13/mario-monti-io-presidente-delleurogruppo-non-ho-tempo/" target="_blank">vertice dei capi di stato e di governo dell&#8217;Unione Europea</a>, in programma per questa sera. <span id="more-41498"></span></p>
<p>Terrà banco l&#8217;eventuale<strong> fuoriuscita della Grecia dall&#8217;euro</strong>, per la quale l&#8217;Ewg (il team di tecnici dell&#8217;Eurogruppo) ha invitato oggi i paesi del Vecchio Continente a preparare un piano di emergenza, per evitare conseguenze disastrose sull&#8217;economia del Vecchio Continente.</p>
<p><a href="http://blog.panorama.it/economia/tag/grecia/" target="_blank">TUTTO SULLA CRISI GRECA</a></p>
<p>Il tema più scottante, su cui un accordo appare molto lontano, è però la creazione degli <strong>Eurobond</strong>, i <a href="http://blog.panorama.it/economia/2011/11/23/six-pack-ed-eurobond-bene-purche-servano-allo-sviluppo-intervista-a-giacomo-vaciago/" target="_blank">titoli del debito pubblico europeo</a>, di cui la Germania non vuole neppure sentir parlare. La <a href="http://blog.panorama.it/mondo/2012/05/14/la-sconfitta-della-merkel-la-debolezza-delleuropa/" target="_blank">cancelliera tedesca</a>, <strong>Angela Merkel</strong>, appare però sempre più isolata: oggi, infatti, anche la Francia del <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/16/merkel-hollande-vogliono-la-grecia-nelleuro/" target="_blank">neopresidente</a> <strong>Francois Hollande</strong> comincia a insistere con forza sulla necessità di dar vita agli Eurobond, per traghettare il Vecchio Continente fuori dalla crisi finanziaria.</p>
<p>&#8220;Non credo che verranno prese decisioni importanti su questo tema prima del 2013&#8243;, dice l&#8217;economista <strong>Alberto Quadrio Curzio</strong>, p<a href="http://blog.panorama.it/economia/2011/12/18/malgrado-cameron-c%E2%80%99e-qualcosa-di-buono-nel-trattato-merkozy/" target="_blank">rofessore alla Cattolica di Milano</a> che resta comunque fiducioso: &#8220;prima o poi&#8221;, dice, &#8220;anche i tredeschi si convinceranno&#8221;.</p>
<p><strong>Perché? </strong></p>
<p>Innanzitutto<strong>, </strong>mi sembra che anche in Germania si stiano facendo strada correnti di pensiero favorevoli agli Eurobond, che diventeranno sempre più forti man mano che si avvicinerà l&#8217;appuntamento elettorale per il rinnovo del parlamento di Berlino, previsto per il prossimo anno.</p>
<p><strong>Intanto, però, bisogna convincere la Merkel&#8230;.</strong></p>
<p>E&#8217; vero. La rigidità dei tedeschi oggi è determinata da due ragioni: una d&#8217;interesse e l&#8217;altra causata dalla paura.</p>
<p><strong>In che senso?</strong></p>
<p>Con la crisi finanziaria e la salita degli spread, oggi lo stato tedesco riesce emettere titoli e a finanziarsi a tassi bassissimi, praticamente vicini allo zero. Per questo, il governo di Berlino non ha alcun interesse a creare un debito pubblico europeo, che gli costerebbe di più.</p>
<p><strong>Tutto qui? </strong></p>
<p>No. Come dicevo, ci sono anche delle ragioni legate alla paura. La Germania teme di verdersi costretta a ripagare i debiti che hanno fatto altri, cioè i paesi europei meno virtuosi dal punto di vista finanziario, senza ottenere in cambio delle politiche di vero risanamento e di rigore.</p>
<p><strong>Come si fa a convincere Berlino del contrario? </strong></p>
<p>Mettendo in cantiere un progetto di Eurobond ben fatto, che dia delle vere garanzie di soldità finanziaria,  crescita e sviluppo a tutti i paesi del Vecchio Continente. E&#8217; un tema di cui mi occupo da anni, cioè sin dal 2004, e che ho trattato anche nel mio ultimo libro: Economia oltre la crisi.</p>
<p><strong>In cosa consiste? </strong></p>
<p>Si prevede la creazione di un Fondo Finanziario Europeo, che emette titoli rappresentativi del debito pubblico di tutto il continente, garantito dall&#8217;insieme dei membri di Eurolandia, e che sostituisce in parte quello dei singoli stati. L&#8217;operazione, però, non è gratis: in cambio dei finanziamenti, ogni nazione dovrà  conferire al fondo degli asset, cioè delle attività: per esempio una quota delle proprie riserve di oro o le azioni delle società che gestiscono le grandi infrastrutture e le reti nazionali. Soltanto l&#8217;Italia,  potrebbe apportare una ricchezza di circa 200 miliardi di euro.</p>
<p><strong>Quale sarebbe il vantaggio? </strong></p>
<p>Gli stati che non attuano le politiche di rigore e non rispettano i parametri di bilancio europei, subirebbero delle sanzioni, perdendo una parte della ricchezza conferita al fondo. E&#8217; un modo per dare delle garanzie precise a chi, come il governo tedesco, teme una specie di sanatoria sul debito pubblico delle nazioni meno virtuose dell&#8217;area mediterranea.</p>
<p><strong>Gli Eurobond potranno sostituire tutto il debito pubblico del Vecchio Continente? </strong></p>
<p>No, non tutto. Credo che la dotazione del fondo possa arrivare fino a 3mila miliardi di euro circa, su un debito pubblico europeo che oggi si aggira sugli 8mila miliardi. Si tratta di una quota attorno al 40%.</p>
<p><strong>Ma quali sono i benefici che l&#8217;economia europea ricaverebbe dalla nascita degli Eurobond? </strong></p>
<p>Sostanzialmente tre. Innanzitutto, si allevierebbe il peso del debito pubblico su alcuni stati, consentendo loro di mettere in atto delle politiche per la crescita. Inoltre, si attirerebbero verso le  obbligazioni del debito pubblico europeo nuovi flussi di risorse in arrivo dal risparmio internazionale,  che attualmente si indirizza altrove, per esempio in America. Oggi, infatti, alcuni paesi del Vecchio Continente corrono anche un  rischio non trascurabile: quello di non riuscire a piazzare sul mercato  i propri titoli, perchè gli investitori non li vogliono.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Fiat, a Mirafiori la cassa integrazione e in azienda un futuro a tinte fosche</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/fiat-a-mirafiori-la-cassa-integrazione-e-in-azienda-un-futuro-a-tinte-fosche/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 14:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuseppe.cordasco</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[cassa-integrazione]]></category>

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		<category><![CDATA[Fiat]]></category>

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		<description><![CDATA[Sei giorni di cassa integrazione per gli impiegati di Mirafiori. È questa la notizia che ha messo in allarme tutto il mondo del lavoro che ruota intorno alla Fiat. E la ragione è molto semplice, secondo Edi Lazzi, responsabile Fiom per Mirafiori. “Negli ultimi dieci anni non era mai capitato che venissero messi in cassa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_11486" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-11486" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2011/01/mirafiori-large.jpg" alt="Gli stabilimenti di Mirafiori" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Gli stabilimenti di Mirafiori</p></div>
<p>Sei giorni di <strong>cassa integrazione per gli impiegati</strong> di Mirafiori. È questa la notizia che ha messo in allarme tutto il mondo del lavoro che ruota intorno alla Fiat. E la ragione è molto semplice, secondo Edi Lazzi, responsabile Fiom per Mirafiori. “Negli ultimi dieci anni <strong>non era mai capitato</strong> che venissero messi in cassa integrazione tutti gli impiegati. Ed è una pessima notizia, perché quando si fermano gli uffici di progettazione, allora davanti si comincia a vedere solo il buio”.<span id="more-41390"></span></p>
<p>E sì, perché sotto la semplice dicitura “impiegati”, a Mirafiori, si considerano non solo gli addetti all’amministrazione, ma soprattutto i tanti <strong>tecnici e ingegneri che rappresentano la testa pensante della Fiat</strong>. “Stiamo parlando in totale di circa 5.400 addetti- spiega Lazzi - appartenenti ai cosiddetti enti centrali, uffici dove tra gli altri sono dislocati il Centro stile e il Centro sviluppo e progettazione. I luoghi dove si gettano le basi del futuro produttivo della Fiat, ed è per questo che la notizia della cassa integrazione è davvero allarmante“.</p>
<p>E la preoccupazione è ancora maggiore se si pensa che allo stop di sei giorni programmato per il 14, 15 e 21 giugno e poi per il 12, 13 e 19 luglio, si aggiungeranno due ulteriori giornate di fermo, per <strong>un totale quindi di otto</strong>,  il 22 giugno e il 20 luglio, che saranno coperte attingendo però ai permessi personali dei dipendenti e non alla cassa integrazione.</p>
<p>Un quadro dunque poco incoraggiante, che si va a sommare alla <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/03/23/fiat-e-ora-anche-le-bisarche-inguaiano-marchionne/" target="_blank">situazione già di per sé preoccupante </a>del settore propriamente produttivo di Mirafiori, la Carrozzeria, dove purtroppo il rapporto dei circa 5.500 lavoratori con la cassa integrazione negli ultimi anni è stato continuativo. “E’ dal 2008, quando ci furono due settimane di fermo, che gli operai della catena di montaggio fanno i conti con la cassa integrazione – spiega Lazzi -, con un crescendo sempre più preoccupante. Nel 2009 infatti ci furono 10 settimane di stop, che diventarono 42 nel 2011. Per arrivare al 2011, quando non solo è partita la cassa integrazione straordinaria, ma <strong>su 260 giorni di lavoro teorici, i lavoratori ne hanno trascorsi 213 in cassa</strong>”.</p>
<p>Ma se in un momento di crisi, lo stop imposto agli operai, seppur sempre doloroso e amaro per migliaia di famiglie, può essere considerato un elemento quasi naturale, la <strong>cassa integrazione per i quadri e per i colletti bianchi</strong> fa riflettere <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/02/22/peugeot-addio-ora-la-fiat-guarda-alla-opel-ma-e-l%E2%80%99asia-la-sfida-decisiva-per-marchionne/" target="_blank">sul futuro stesso della Fiat</a>. “Dopo l’annuncio dei vertici del Lingotto – sottolinea Lazzi – non solo noi del sindacato abbiamo espresso forti perplessità, il che può essere considerato fisiologico, ma anche osservatori esterni e autorevoli hanno posto seriamente il problema di quale futuro produttivo abbia in mente la Fiat in Italia”.</p>
<p>Ed è proprio per questo che ancora una volta dal fronte sindacale si è alzata forte la richiesta affinché i vertici del Lingotto si siedano intorno ad un tavolo con parti sociali e governo per <strong>definire quali siano i propri impegni per il futuro</strong>. “Finora infatti – attacca Lazzi - troppe volte è accaduto, ad esempio proprio a Mirafiori, che si facessero annunci dell’inizio della produzione di nuovi modelli, che poi puntualmente sono stati spostati in Serbia o altrove&#8221;.</p>
<p>&#8220;E’ ora che Sergio Marchionne ci venga a dire quello che ha intenzione di fare, e non, come già avvenuto, con un incontro a quattr’occhi con Mario Monti, che è sembrato più l’appuntamento tra due privati cittadini, ma in un consesso pubblico – conclude il sindacalista della Fiom – che faccia chiarezza e ridia un po’ di<strong> speranza ai migliaia di lavoratori Fiat</strong>”.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Crediti e pubblica amministrazione: dal Governo in arrivo i primi 30 miliardi</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/crediti-e-pubblica-amministrazione-dal-governo-in-arrivo-i-primi-30-miliardi/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 09:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo morici</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[debiti]]></category>

		<category><![CDATA[Pubblica-ammistrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[È la prima boccata d'ossigeno per le imprese strozzate dalla mancanza di liquidità. Ma ancora non basta: le aziende coinvolte sono in tutto 150 mila per un totale di 70 miliardi di debiti da parte dello Stato. E si spera in un intervento delle banche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_40678" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-large wp-image-40678" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/mario-monti-large.jpg" alt="Mario Monti, presidente del Consiglio (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)" width="500" height="300" /><p class="wp-caption-text">Mario Monti, presidente del Consiglio (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)</p></div>
<p>È una boccata d&#8217;ossigeno alle imprese strozzate dalla mancanza di liquidità. Ma forse giunge troppo tardi. Ieri il governo ha dato il via libera a quattro decreti che sbloccano il recupero dei crediti dalla <strong>pubblica amministrazione</strong>. Si tratta, secondo quanto annunciato dal premier <strong>Mario Monti</strong>, di una quota di 20 – 30 miliardi. Ma la cifra da coprire, secondo le stime di<strong> Confidustria</strong>, è pari a più del doppio: oltre <strong>70 miliardi</strong> che toccano il portafoglio di 150.000 imprese.<span id="more-41462"></span></p>
<p>Certo, lo sblocco dei pagamenti è importante, come ha ricordato Monti per “dare carburante” alle nostre imprese che “affrontano con determinazione la crisi, non hanno abbassato la testa, soprattutto quelle più piccole e più innovative”. E il governo si è impegnato a recepire entro la fine dell&#8217;anno, quindi in anticipo sui tempi, la direttiva Ue sul tema, rispetto al termine comunitario di metà marzo 2013.</p>
<p>In altre parole gli enti pubblici, quando la normativa entrerà a regime, saranno costretti a pagare le imprese rispettando termini di tassativi a 30 o 60 giorni. E sarebbe davvero una svolta epocale per tutte le aziende che lavorano con il pubblico e che ad oggi sono costrette ad attendere fino a 300 giorni, un record europeo che spinge numerosi player stranieri (e quindi potenziali investimenti) lontano dalla Penisola.</p>
<p>A questo si aggiunge l&#8217;<a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/04/12/crediti-pubblica-amministrazione-banche-anticipare-70-miliardi-imprese/">impegno da parte delle banche</a> di mettere sul tavolo <strong>20 miliardi</strong> per l&#8217;anticipo dei crediti, come ha ricordato <strong>Giuseppe Mussari</strong>, presidente dell&#8217;<strong>Abi</strong>, con tassi praticati alle aziende inferiori a quelli di mercato. Da parte delle imprese, <strong>Alleanza delle cooperative</strong> e <strong>Rete Imprese Italia</strong>, c&#8217;è soddisfazione, anche se le associazioni ricordano che purtroppo molte aziende sono già fallite.</p>
<p>Ma come potranno gli imprenditori in concreto ottenere i soldi indietro dallo Stato? L&#8217;ente debitore ha 60 giorni di tempo per rispondere alla richiesta di certificazione dell&#8217;impresa, che dovrà compilare un semplice modulo in cui indicare la data di pagamento “inferiore ai 12 mesi a partire dalla presentazione dell&#8217;istanza”.</p>
<p>Se l&#8217;ente non risponde in tempo, arriva un commissario che nei successivi 60 giorni risponderà al debitore. Insomma, si tratta di attendere al massimo altri quattro mesi. Ottenuta la certificazione, l&#8217;impresa potrà compensare il suo credito con debiti iscritti a ruolo entro il 30 aprile 2012 oppure ottenere una serie di compensazioni: tributi erariali, regionali e locali, contributi assistenziali, previdenziali e assicurativi.</p>
<p>L&#8217;ultima possibilità per l&#8217;impresa, infine, è quella di ottenere un&#8217;anticipazione bancaria, assistita da una garanzia fino al 70% da parte del Fondo centrale di Garanzia, o fare una cessione, pro soluto o pro solvendo, presso intermediari finanziari.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Social network: chi li usa tanto (e bene) fa carriera</title>
		<link>http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/social-network-chi-li-usa-tanto-e-bene-fa-carriera/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 08:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto.catania</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Una ricerca condotta da Millward Brown per Google rivela: l’impiego dei social media in ambito aziendale migliorerebbe le performance aziendali, aumentando il tempo libero a disposizione dei dipendenti e migliorandone in molti casi il percorso professionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-41439" href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/23/social-network-chi-li-usa-tanto-e-bene-fa-carriera/google-plus/"><img class="alignnone size-large wp-image-41439" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/google-plus-large.jpg" alt="google-plus" width="500" height="300" /></a></p>
<p>Chi l’ha detto che i <strong>social network</strong> sono una piaga per i lavoratori, che sono roba da perditempo o fannulloni stipendiati e che presto o tardi verranno bloccati da tutte le aziende?</p>
<p>Uno <a href="http://services.google.com/fh/files/misc/google_emea_social_report_2012.pdf" target="_blank">studio</a> condotto da Millward Brown per Google sembra dimostrare il contrario: l’impiego dei social media in ambito aziendale migliorerebbe le performance aziendali, aumentando il tempo libero a disposizione dei dipendenti finanche a cambiarne (in meglio) la <strong>carriera</strong>.</p>
<p><span id="more-41422"></span></p>
<p>La ricerca, condotta su un campione di 2700 dipendenti di aziende italiane ed europee che utilizzano <strong>social network tradizionali</strong> (come Facebook, Google+, LinkedIn, Twitter, etc.) e <strong>aziendali</strong> (vedi Jive, Yammer e Chatter), sfata innanzitutto un mito, quello secondo cui i social network sono un fenomeno circoscritto al mondo dei nativi digitali. Sono invece i <strong>senior manager</strong> gli utenti più propensi ad utilizzare gli strumenti sociali in ambito lavorativo: il 42% di loro li utilizza giornalmente, l’83% almeno una volta la settimana (contro il 17% e il 47% dei cosiddetti <strong>junior</strong>).</p>
<p>Il motivo di tanto attaccamento sta nei miglioramenti riscontrati in tutte quelle dinamiche che favoriscono la crescita del business. Miglioramenti tangibili in alcune aree ben specifiche, spiega la survey: nella <strong>condivisione di idee</strong> tra team geograficamente dispersi, ad esempio (79%), ma anche nella <strong>produttività</strong> (76%) e nel <strong>reperimento più rapido di informazioni, persone e competenze</strong> (72%).</p>
<p>I manager &#8220;consumati&#8221; ritengono che l’uso degli strumenti sociali possa ad esempio ridurre il tempo dedicato ad attività quali lettura e invio di email, viaggi per riunioni d’affari e reperimento di informazioni di oltre il 25% e aumentare la <strong>velocità delle decisioni </strong>del 26%. Significa che un &#8220;lavoratore sociale&#8221; risparmia in media 4 ore di tempo ogni settimana rispetto a un pari non sociale già solo scremando il traffico in entrata e in uscita nella casella di posta.</p>
<p>I risultati più sorprendenti sono però quelli che sottolineano gli <strong>effetti</strong> che un uso intensivo dei social media può determinare sul <strong>business reale</strong> e sulle <strong>carriere dei lavoratori</strong>. Secondo lo studio, infatti, le aziende che crescono di più in termini di fatturato sono anche quelle che credono di più nei network sociali: più dell’80% delle realtà che hanno fatto registrare una crescita superiore al 10% nell’ultimo anno fiscale utilizza questi strumenti per migliorare le connessioni nel business, il 66% per migliorare la produttività e il 59% come strumento a supporto delle vendite.</p>
<p>Per i dipendenti le notizie sono ancora migliori: il 38% di chi usa con regolarità i social media anche in azienda si dichiara molto soddisfatto del proprio posto di lavoro (in confronto al 18% dei non utilizzatori), <strong>l’86% è stato promosso di recente</strong> e il 72% pensa che lo sarà a breve, contro il 61% e il 39% dei lavoratori &#8220;asociali&#8221;.</p>
<p>Naturalmente si tratta di risultati che vanno presi con le pinze per ammissione dello stesso Roberto Rossi, Innovation Director di Millward Brown Italia: <em>“Non possiamo dire con certezza che esiste un rapporto causa-effetto fra questi aspetti, di certo è molto probabile che le aziende che credono nei social media sono anche quelle più dinamiche dal punto di vista dell’innovazione; allo stesso modo le persone che investono nelle proprie relazioni sociali sono anche quelle più dinamiche nella propria carriera”</em>.</p>
<p>Da sottolineare il fatto che l’<strong>Italia</strong> sia, insieme alla Spagna, il Paese più social-entusiasta: il 74% degli intervistati tricolori è convinto che i nuovi tool saranno in grado di avere un impatto positivamente rilevante sull’evoluzione delle modalità lavorative. Quanto alle <strong>percentuali di utilizzo</strong>, più di un terzo del campione italiano (34%) ha dichiarato di usare i social tool pubblici (Facebook, Google+, LinkedIn, Twitter, etc.) almeno una volta al giorno, il 23% li usa quasi tutti i giorni, l’11% almeno una volta la settimana, l’8% qualche volta al mese, il 3% almeno una volta al mese, il 7% solo occasionalmente e il 14% mai. Meno intensivo è l’uso degli strumenti social spiccatamente aziendali, con un 24% del campione che dichiara di non averli mai usati.</p>
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		<title>Grexit, l’ipotesi che potrebbe diventare una tragedia (greca)</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 18:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zornitza_kratchmarova</dc:creator>
		
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“Dio ha creato la Grecia affinché gli italiani potessero guardarsi indietro e scoprire che esisteva un popolo peggiore di loro”. Pare che a formulare la frase sia stata in più occasioni la lingua biforcuta dello statista inglese Winston Churchill. Non prendiamocela con il popolo, per carità. Ma con i suoi governanti si. Eccome! 
Perché se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-41433" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2012/05/grexit-large.jpg" alt="grexit" width="500" height="300" /></p>
<p><a href="http://blog.panorama.it/economia/tag/parole-bulgare/"><img class="alignleft" style="margin-right: 1em;float: left" src="http://blog.panorama.it/economia/files/2011/11/strip-post-parole-bulgare.jpg" alt="Parole Bulgare" width="100" height="75" /></a>“Dio ha creato la Grecia affinché gli italiani potessero guardarsi indietro e scoprire che esisteva un popolo peggiore di loro”. Pare che a formulare la frase sia stata in più occasioni la lingua biforcuta dello statista inglese <strong>Winston Churchill</strong>. Non prendiamocela con il popolo, per carità. Ma con i suoi governanti si. Eccome! <span id="more-41420"></span></p>
<p>Perché se <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/21/grecia-nuovo-piano-in-sei-punti-per-evitare-225-miliardi-di-danni-per-leuropa/" target="_blank">Atene è sull’orlo del baratro</a> lo si deve a una politica sconsiderata durata anni, anni e anni. Peccato che a pagarne le conseguenze saremo tutti noi. Paghiamo pure ora, che sia chiaro! Ma semmai il <strong></strong><strong>Grexit</strong> dovesse verificarsi davvero (fatto da non escludere!) sarà il delirio. Altrochè tragedia greca!</p>
<p>Ma andiamo con ordine. Grexit sta per “uscita della Grecia dall’euro”. A coniare questo obbrobrio linguistico sono stati i signori in grisaglia del colosso finanziario Usa <strong>Citigroup</strong>. Pura fantascienza? No, purtroppo. E per assistere a questa prima assoluta (mai uno Stato del “club dei 17” ha voltato le spalle alla moneta unica!) potrebbe bastare aspettare fino il 17 giugno quando si terranno le elezioni all’ombra del Partenone convocate in fretta e furia dopo il “non-esito” dell’ultima consultazione.</p>
<p>Parafrasando George Clooney nei panni del festaiolo made in Campari si potrebbe aggiungere: “<strong>No governo, no party</strong>”. Quindi? Mettiamo che si decida per l’abbandono dell’euro. Come verrebbe gestito? Con quali conseguenze?</p>
<p>In soldoni: durante un week-end qualsiasi (sicuramente accadrebbe d’estate quando tutti sono sotto l’ombrellone a tentare di sembrare felici a ogni costo!), a mercati chiusi, Atene farà sapere ai maghi di Bruxelles che esce dall’euro. La Banca centrale greca convertirà il convertibile (depositi, crediti e debiti) in dracme agganciandolo al tasso di cambio usato ai tempi dell’ingresso nella moneta unica: <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/16/grecia-34075-dracme-minimo-varranno-un-euro/" target="_blank">340,75 dracme per un euro</a> (1 gennaio 2002)! Et voilà! Quello sarà l’inizio della fine!</p>
<p>Perché con la riapertura delle Borse la <strong>dracma</strong> perderà almeno il<strong> 40-50% del proprio valore</strong>. Ma c’è chi ipotizza addirittura il 70%. Risultato: tutti o quasi saranno ridotti alla fame o quasi. È come se dall’oggi al domani ognuno di noi perdesse il 40-70% dei propri averi!  Chiaro?</p>
<p>Risultato: tra corse agli sportelli, crac da brividi, dazi reintrodotti nell’immediato ed effetti-contagio di ogni genere e sorte ci sarà il panico. Con costi che potrebbero sfiorare anche i 100 miliardi l’anno per la sola Europa. E c’è chi si è preso la briga di calcolare quanto un simile evento peserebbe <a href="http://blog.panorama.it/economia/2012/05/10/grecia-se-esce-dalleuro-litalia-perde-due-punti-di-pil/" target="_blank">sulle tasche di ciascuno di noi</a>. Italiani e spagnoli manco a dirlo pagherebbero più di tutti: 9.500-11.500 euro a cranio è la forchetta ipotizzata. Ai tedeschi andrebbe un po’ meglio: 8.500-10.500. E via di questo passo…</p>
<p>Come dire: non ci resta che incrociare le dita e sperare che non succeda! Frau Angie (Angela Merkel) vorrebbe un <strong>referendum sull’euro</strong> da tenersi insieme alle elezioni greche. L’idea insomma è che i greci non sarebbero così stupidi da seppellirsi (e seppellirci!) con le loro stesse mani. Ma la cancelliera tedesca è talmente odiata da quelle parti che difficilmente le si darà ascolto. O no?</p>
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