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acquisizioni


di Walter Rahue
Per l’Alfa Romeo si è preso ancora due anni di tempo prima di sferrare il prossimo attacco. La moglie Ursula invece dovrà pazientare di più. Nel 2002, al momento di lasciare la presidenza del consiglio di amministrazione della Volkswagen, Ferdinand Piech le aveva promesso di girare il mondo con lei in barca a vela e di tornare soltanto ogni tre mesi a Wolfsburg. Da allora però lo yacht di lusso dei Piech è ancora ormeggiato nel porto olandese di Ijsselmeer mentre il proprietario è rimasto al timone della prima casa automobilistica europea dove, anche in veste di presidente del consiglio di sorveglianza, resta l’eminenza grigia, la mente e il regista di tutte le più spettacolari operazioni del gruppo, compresa la recente acquisizione della Italdesign di Giugiaro e il tentativo di scalata all’Alfa. Continua

Bulgari (Credits: LaPresse)
AGGIORNAMENTO:
L’interesse di Swatch per Bulgari , in realtà, non sembrerebbe reale. La notizia, infatti, è stata smentita sia da Swatch che dai vertici di Bulgari. Da parte di Swatch, infatti, si sono registrati i commenti del Presidente Nick Hayek, il quale ha sostenuto che non sono in corso negoziati per l’acquisizione della casa di gioielleria italiana, neppure confidenziali; la famiglia Bulgari, invece, ha diramato un comunicato in cui viene ribadito che non c’è alcun interesse alla vendita dell’azienda.
Il mercato ha reagito con vigore alla notizia della possibile trattativa e ieri mattina le quotazioni di Bulgari a Milano hanno visto impennarsi il proprio valore. Già in chiusura di serata, tuttavia, gli scambi azionari sono rientrati nella normalità.
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La stampa tedesca, solitamente ben informata, ha riportato una dichiarazione del CEO del Gruppo Swatch, Nick Hayek, il quale ha definito il marchio italiano della gioielleria Bulgari “interessante“, scatenando le speculazioni su un possibile interesse del colosso svizzero a una scalata della famosissima ditta italiana.
Bulgari è stata fondata nel lontano 1884 da un immigrato di origini greche che aprì un negozio di argenteria a Roma battezzandolo con una versione italianizzata del proprio cognome (si chiamava Sotiros Voulgaris). Da allora, la società ha percorso moltissima strada, fino a diventare il terzo marchio della gioielleria a livello mondiale. Allo storico negozio di via Condotti, aperto nel 1905, oggi si affiancano altri 350 punti vendita in tutto il mondo, mentre Bulgari ha diversificato le proprie attività, producendo capi d’abbigliamento, profumi e lanciandosi nel 2001 nel mercato del turismo con la creazione di una catena di alberghi di lusso.
Dal 1884, la proprietà è rimasta nelle mani della famiglia, che ne ha mantenuto il controllo anche dopo la quotazione in borsa del 1995. Oggi, la maggioranza del pacchetto azionario è di proprietà dei fratelli Paolo e Nicola: quest’ultimo, però, già lo scorso dicembre aveva ceduto quattro milioni di azioni per ricavare liquidità per nuove iniziative imprenditoriali. La crisi economica dell’ultimo biennio non ha risparmiato Bulgari, che sta faticando a uscire dal tunnel, a differenza di altri grandi marchi del lusso: anche nell’ultimo trimestre 2009 si sono registrate forti perdite e una contrazione delle entrate di oltre il 5%, nonostante le severe misure di ristrutturazione decise in estate che avevano portato anche a licenziamenti e alla chiusura di alcuni negozi. Potrebbe essere questa situazione critica ad aver suscitato gli appetiti del Gruppo Swatch, che acquisendo la compagnia italiana consoliderebbe la posizione di leader mondiale del settore che gli garantisce il controllo, oltre alla società che produce orologi in plastica, anche di marchi importanti come Omega, Tiffany, Tissot e Longines.

La sede di Acea a Roma (Ansa)
Una maxi utility con 9 miliardi di euro di capitalizzazione e 18 miliardi di fatturato. Un gigante, che potrebbe operare alla pari con i colossi italiani come Eni, Enel ed Edison. Questa l’ipotesi - assai suggestiva - delineata dal direttore dell’Osservatorio Agici - Accenture 2010, Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi. Continua

Panoramica prodotti Nestlé (Credits: sito web Nestlé)
Con un fatturato di 74 miliardi di Euro, la Nestlé è la più grande azienda mondiale nel settore alimentare, da oggi di nuovo pronta ad espandersi. Continua
La pubblicità cambia volto e in futuro potrebbe essere solo via internet o digitale. Lo rivela una ricerca dell’Ibm, dal titolo quanto mai emblematico La fine della pubblicità tradizionale, secondo cui gli spot tradizionali si stanno dimostrando sempre meno efficaci e gli inserzionisti avvertono il rischio di spendere molto per ottenere poco. Al contrario, la tecnologia digitale via tv, computer e telefonino offre a quegli stessi inserzionisti l’opportunità di investire in una pubblicità più interattiva e tagliata a misura dei gusti del singolo. Nel 2007, secondo Itmedia Consulting, considerando il solo mercato dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, la pubblicità su internet valeva già 22 miliardi di dollari su un totale di 320 miliardi di dollari spesi in pubblicità. Ma nel 2010 questa quota dovrebbe salire a 40 miliardi di dollari su un totale di circa 370. Altre società di consulenza per i media lanciano previsioni ancora più ardite e stimano in 65 miliardi di dollari la pubblicità globale su internet nel 2008, fino a salire a 106 miliardi nel 2011. La pubblicità digitale continua a crescere anche sul mercato italiano e nel 2008 raggiungerà i 917 milioni di euro, con un balzo del 33,5 per cento rispetto all’anno precedente. Le stime relative alla chiusura del 2008 sono state elaborate dall’Interactive advertising bureau Italia (Iab), l’associazione che raggruppa i maggiori operatori della pubblicità online, sulla base del risultato del primo semestre. “L’Italia continua la sua corsa, anche se è ancora uno dei paesi con una quota online ancora sproporzionata rispetto agli investimenti sugli altri media - dice Layla Pavone, presidente di Iab Italia - Nel nostro paese, e nel mondo, esistono enormi margini di crescita per il futuro del web come media pubblicitario, sia in termini di acquisizione di quote di mercato, sia in termini di investimento per utente”.
I giganti del web stanno diventando i nuovi protagonisti del business. Tra aprile e maggio 2007 sono state concluse acquisizioni di aziende di pubblicità online per 12 miliardi di dollari. La metà dei top manager interpellati in una ricerca di Accenture, una delle maggiori aziende mondiali nella consulenza direzionale, system integration and technology, ritiene addirittura che internet diventerà il primo canale pubblicitario nei prossimi cinque anni. E, secondo la relazione dell’Upa, Utenti pubblicità associati, presentata meno di un mese fa dal neo presidente Lorenzo Sassoli dè Bianchi, nel 2008 gli investimenti pubblicitari su internet supereranno per la prima volta in Italia la raccolta del settore radiofonico. Grazie ad un incremento del 29,8 per cento sul 2007, infatti, il web assorbirà 675 milioni di euro contro i 520 milioni dell’anno precedente. Contemporaneamente la radio passerà da 598 a 623 milioni (+ 4,2 per cento) confermando in ogni caso il suo buono stato di salute. A fine anno, internet rappresenterà il 6,3 per cento della torta pubblicitaria contro il 5,9 per cento della radio. Vale la pena di segnalare che, a parte internet e la radio, l’unico settore che cresce più della media è la pubblicità esterna (+ 4,8 per cento), mentre la televisione, crescendo dell’1,6 per cento, mantiene il suo peso preponderante assorbendo il 48,5 per cento della raccolta, pari a 5 miliardi 179 milioni di euro.
È stata Google, che, offrendo agli inserzionisti la possibilità di fare pubblicità mirata sul singolo cliente-internauta, ha gettato le basi per un cambiamento epocale. Ora, però, paradossalmente, la stessa “grande G” è in crisi per la pubblicità su You Tube, tanto che il Wall Street Journal sottolinea come, a poco più di venti mesi dall’acquisto per 1,7 miliardi di dollari da parte di Google, gli incassi pubblicitari del primo semestre si sono attestati al di sotto delle previsioni e, secondo le stime, non dovrebbero superare nel 2008 quota 200 milioni di dollari. Ai profitti inferiori al previsto si aggiungono poi le critiche di alcune società che non gradiscono di vedere il proprio marchio accanto ai video amatoriali. Viacom e la Premier league di calcio inglese hanno citato in giudizio You Tube per aver pubblicato video televisivi infrangendo così i diritti d’autore (leggi l’articolo di Panorama.it sull’argomento). Inoltre, molti clip tra quelli generati autonomamente dagli utenti sono troppo corti, un minuto o anche meno, per includere un messaggio pubblicitario da 15 o 30 secondi. Cause che avrebbero costretto i tecnici di Google a mettere in piedi un programma, nome in codice “Project Spaghetti”, per risolvere una lista di 105 problemi rilevati nella vendita pubblicitaria su YouTube. Una delle prime misure suggerite per aumentare in fretta i contratti sarebbe di abbassare del 10 per cento i costi degli spazi pubblicitari. Google prevede anche di accettare inserzioni da far comparire prima o dopo i video su YouTube, un formato che piace ai pubblicitari ma non entusiasma gli utenti di internet. Nella nuova strategia pubblicitaria di Google dovrebbe rientrare anche il recente acquisto per 3,2 miliardi di dollari di DoubleClick che inserisce spot pubblicitari in base alle visite dei navigatori online. Secondo gli analisti, la riuscita di questa nuova strategia porterà i suoi frutti entro dieci anni.

Le linee guida per il salvataggio della compagnia sono state illustrate in un piano definito dallo stesso amministratore delegato di Alitalia, Maurizio Prato, “di sopravvivenza”. Fuga da Malpensa, caccia all’investitore generoso, riduzione degli organici, dietro front su Alitalia Servizi (che non sarà ceduta a Fintecna). Ecco l’onesto e preoccupato grido d’allarme del management (”un trend di perdite insostenibile”), come è stato sintetizzato dalla compagnia in un comunicato di cinque pagine (qui in .pdf).
Per quanto riguarda invece l’elaborazione quantitativa e finanziaria del piano, ”verrà completata e discussa in Consiglio di amministrazione il prossimo 7 settembre”. Essa non terrà ancora conto, spiega la compagnia, dell’apporto di nuove risorse finanziarie mediante un consistente aumento di capitale, ”che potranno dunque essere destinate ad un miglioramento e consolidamento degli stessi obiettivi di piano, in un’ottica di un forte ridimensionamento del debito e di prime azioni di recupero dello sviluppo”.
LEGGI ANCHE: Ultima chiamata per il volo Az 2008 - Il DOSSIER ALITALIA

Dietro Carlo Toto c’è solo Carlo Toto. Se si rivolgesse oggi al patron di AirOne la domanda rivolta a Ricucci all’epoca dei furbetti del quartierino, la risposta ufficiale sarebbe che dietro l’imprenditore abruzzese nella corsa per Alitalia non c’è nessun altro, se non i finanziamenti delle banche. La stessa risposta data durante la gara indetta dal Tesoro, poi archiviata per mancanza di concorrenti.
Ma nel corso di un colloquio con il presidente della Camera Fausto Bertinotti, Toto è tornato a ribadire l’intenzione di volere presentare un’offerta vincolate per la maggioranza della compagnia di bandiera, ma ad alcune condizioni che chiariscono molte cose: che vengano eliminati alcuni vincoli contrattuali poste nel bando di gara. Essenzialmente l’obbligo di Opa sull’intero capitale sociale di Alitalia e il divieto di cedere il controllo della compagnia prima di tre anni.
Sarebbe proprio quest’ultima clausola la più difficile da digerire. Il motivo? L’impossibilità per Toto di realizzare il suo vero piano su Alitalia che porta dritto alla Germania. In realtà, secondo alcune indiscrezioni molto attendibili, dietro l’imprenditore abruzzese ci sarebbe il vettore tedesco, Lufthansa, già partner di AirOne che, dopo alcuni tentennamenti, avrebbe deciso di sondare più da vicino il terreno per rilevare Alitalia. I rumor sempre più frequenti relativi a contatti a livello diplomatico tra Roma e Parigi per favorire la discesa in campo di Air France, avrebbero messo in allarme il vettore tedesco che teme di essere schiacciato dalla compagnia rivale.
Insomma la vendita di Alitalia potrebbe assumere nelle prossime settimane i contorni di una sfida nei cieli europei. Lufthansa non ha comunque intenzione di scoprire da subito la carte per non avvantaggiare gli avversari e per questo motivo avrebbe scelto di mandare in avanscoperta Toto. L’imprenditore abruzzese conosce molto da vicino il dossier essendo arrivato a un passo dall’offerta vincolante per Alitalia. Il ritiro dell’ultima ora sarebbe dipeso, secondo le motivazioni ufficiali di Toto, dall’impossibilità di mettere in piedi un piano di rilancio per Alitalia a causa delle condizioni molto stringenti poste dal ministero dell’Economia. Molto più probabilmente il ritiro si è reso obbligatorio perché le banche non hanno aperto i rubinetti spaventate dal fatto che Toto volesse acquisire Alitalia interamente a debito.
Il fatto che il patron di AirOne sia tornato alla carica con più decisione non può che significare che finalmente ha trovato un partner forte su cui contare e a cui rivendere Alitalia. E la partnership con Lufthansa è già consolidata.