
La crisi è ancora più pesante per chi vive in affitto. Aumenta infatti il canone medio e cresce il numero di famiglie che, non potendo acquistare una casa, cerca di concludere un contatto di locazione, ma diminuiscono le risorse pubbliche a sostegno degli inquilini con redditi bassi.
Secondo la ricerca presentata oggi da Cgil e Sunia (Sindacato nazionale unitario inquilini e assegnatari) in dieci anni, dal 1999, i prezzi degli affitti sono cresciuti fino al 145% nelle grandi città. Attualmente il canone medio è di 1.100 euro al mese, mentre per i contratti in corso il prezzo medio è di 740 euro, e solo il 15% dei contratti viene agevolato dallo Stato.
Così che l’incidenza sul reddito della spesa per l’affitto continua a rimanere alta, sopra il 50%. L’indagine traccia vaste “aree di disagio abitativo” tra chi vive in affitto in Italia, circa il 20% delle famiglie. I dati elaborati su Roma e Milano registrano 30.000 famiglie in graduatoria per un alloggio pubblico, 16.000 sfratti e 44.000 richieste di contributi all’affitto. L’emergenza abitativa allarga ancora i suoi confini quando nelle statistiche si fanno rientrare gli immigrati e gli studenti fuori sede.
Se si guarda all’offerta di case in affitto, che pure è aumentata, si nota l’innalzamento della disponibilità sul mercato di tagli piccoli, sopratutto bilocali, situati in zone periferiche. “Questa è una semi-novità che rappresenta l’espulsione dal centro delle famiglie in affitto”, ha spiegato Luigi Pallotta, segretario generale del Sunia. Le richieste di locazione sono in rialzo, ha sottolineato il sindacalista, anche a causa della crisi che ha determinato un calo delle compravendite residenziali: nel terzo trimestre del 2008 il ribasso registrato è stato del 13%. Pallotta ha, poi, osservato come la contrazione delle compravendite non abbia colpito solo le grandi città, ma anche quelle medie.
Per quanto riguarda le differenze territoriali, i canoni maggiori si registrano al centro di Roma e Milano (2.300 e 2.250 euro al mese). In generale i prezzi più alti si trovano nel Nord e nel Centro Italia, fa eccezione Torino, dove il canone medio (850.000 euro al mese) è uguale a quello dei Capoluoghi meridionali “Le istituzioni si sono dimenticate di chi vive in affitto”, ha ammonito Paola Agnello Modica, segretaria confederale della Cgil. “È necessaria” ha aggiunto “una risposta del governo che continua ad annunciare un piano casa mentre erode le già scarse risorse a disposizione”. Secondo l’indagine, il Fondo di sostegno all’affitto dal 2000 si è ridotto del 44,41% e si prevede che nel 2011 segnerà un meno 66,58%.
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Aumento dei prezzi alla produzione, inflazione che galoppa, costi di trasporto che volano, a causa dei record fatti segnare dalla benzina. Tanto basta perché cresca il consumo di prodotti locali e di stagione che due italiani su tre dichiarano di acquistare con regolarità.
E dal Veneto alla Calabria le amministrazioni regionali si attivano con l’approvazione di leggi a favore dei cibi a “chilometri zero”, promosse con la raccolta di firme dalla Coldiretti, che sanciscono la preferenza per i prodotti locali in mense, ristoranti e grande distribuzione per combattere i rincari dovuti all’aumento del costo dei trasporti e l’impatto sul clima provocato con l’emissione di gas serra dei mezzi di trasporto. In Italia, dove l’86 per cento delle merci viaggia su strada, secondo lo studio Coldiretti-Swg “L’opinione degli italiani sull’alimentazione”, con il risparmio i cittadini riscoprono il legame con il proprio territorio e si rifugiano negli alimenti prodotti nella zona in cui vivono, tanto che due su tre li consumano con regolarità.
“Mangiare prodotti locali a ‘chilometri zero’ significa infatti anche risparmiare e combattere l’inflazione con cibi locali e di stagione che non subiscono troppe intermediazioni e non devono percorrere lunghe distanze prima di giungere sulle tavole”, dice una nota della Coldiretti. Un pasto medio percorre più di 1.900 km per camion, nave e/o aeroplano prima di arrivare sulla tavola: privilegiando l’acquisto di prodotti locali e di stagione, oltre a risparmiare, si salva l’ambiente dall’inquinamento dovuto all’emissione di gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. Secondo una analisi della Coldiretti, il vino dall’Australia per giungere sulle tavole italiane percorre oltre 16mila chilometri con un consumo di 9,4 chili di petrolio e l’emissione di 29,3 chili di anidride carbonica, mentre le prugne dal Cile devono volare per dodicimila chilometri con un consumo di 7,1 kg di petrolio, e la carne argentina viaggia per undicimila bruciando 6,7 chili di petrolio ed emettendo 20,8 chili di anidride carbonica per il trasporto con mezzi aerei.
Il consiglio regionale del Veneto ha da poco approvato una legge (”Norme per orientare e sostenere il consumo dei prodotti agricoli di origine regionale“) che riguarda la ristorazione pubblica, quella delle mense degli ospedali e delle scuole, ma anche ristoranti, supermercati, mercati di piazza. In sintesi, si dispone che i gestori della ristorazione collettiva affidata da pubbliche amministrazioni si attengano scrupolosamente alla regola che i prodotti impiegati per la preparazione dei cibi siano di provenienza regionale almeno per il 50 per cento. Si stabilisce inoltre che i Comuni destinino ai banchi degli agricoltori il 20 per cento dei banchi per la vendita di prodotti regionali e si promuove inoltre il prodotto veneto anche in ristoranti alberghi e negozi: agli esercizi che si riforniranno almeno per il 30 per cento di prodotti veneti la Regione assegnerà una sorta di contrassegno doc. Dovranno parlare veneto anche i supermercati che, a partire dal 2009, disporranno di aree destinate esclusivamente alla vendita di prodotti regionali. Il progetto autarchico è passato non senza una articolata discussione volta a sistemare alcuni punti del testo sul quale restano molti dubbi riguardanti la conformità con le disposizioni europee. Per la maggioranza che governa il Veneto, si tratta di un passo importante che precede il federalismo.
La campagna della Coldiretti ha avuto terreno fertile anche in Calabria, dove esiste una legge molto simile a quella promossa in Veneto, e trova conferma nelle scelte commerciali di una grande catena della distribuzione americana. La notizia, infatti è di questi giorni: nei 3800 punti vendita Wal-Mart di Los Angeles sopra il bancone dell’ortofrutta è stato messo un cartello “prodotto locale”. Si fa strada quindi nella nazione che ha generato i supermercati smisurati e i fast food, la chiara volontà di avere negozi che indicano la provenienza della merce locale coltivata dai produttori della zona. “Si assiste ad una lenta, ma ormai decisiva rivoluzione del buon cibo che ha trovato anche negli Stati Uniti terreno fertile” commenta Pietro Molinaro presidente della Coldiretti Calabria. “Dobbiamo avere consapevolezza delle potenzialità immense che abbiamo nella nostra regione, creando un gioco di squadra tra imprese ed istituzioni e costruendo una regione di eccellenza agroalimentare e di turismo di qualità che valorizzi le risorse locali”.
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