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La crisi si prepara a colpire anche la stagione dei saldi, in partenza domani, con vendite previste in calo del 30 per cento. A descrivere questo scenario “poco incoraggiante” sono le associazioni dei consumatori, secondo cui “si registrerà una forte diminuzione anche dei beni di lusso, segno che la recessione non ha colpito solo le famiglie più povere ma anche la classe media”. Per il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, “quest’ultimo dato è particolarmente preoccupante perché dimostra come la crisi si stia allargando alle classi sociali benestanti. A risentirne, quindi, saranno anche i saldi sulle griffe, sui beni di lusso. Un fenomeno, questo, che si sta verificando anche negli altri paesi europei”.
Quest’anno solo il 50 per cento delle famiglie italiane riuscirà a fare acquisti a prezzi scontati, l’altra metà invece non avrà il budget necessario per fare shopping. “È la prima volta che si verifica un fenomeno del genere”, ha spiegato Trefiletti, aggiungendo che “la spesa media a famiglia dovrebbe attestarsi a 317 euro, a 120 euro quella pro capite”. Previsioni meno fosche arrivano dall’Adiconsum, secondo cui la diminuzione dei consumi dovrebbe attestarsi attorno al 10 per cento.
“In realtà” ha spiegato il segretario generale, Paolo Landi “gli effetti della crisi ancora non si sono manifestati nel portafoglio della gente. È più la preoccupazione per un futuro poco rassicurante a frenare le spese dei consumatori. C’è da considerare inoltre” ha proseguito Landi “che grazie alle riduzioni dei prezzi dei carburanti, delle tariffe energetiche e della possibilità di spalmare la rata del mutuo, il potere d’acquisto medio delle famiglie aumenterà tra 600 e 1500 euro all’anno”. Il consumatore, ha avvisato Landi, “dovrà fare attenzione alla qualità del prodotto in saldo. C’è inoltre un malcostume abbastanza diffuso con il quale i prodotti vengono riprezzati evidenziando, ad esempio, uno sconto del 45% mentre in realtà lo sconto vero è del 15%”. Adiconsum prevede nei prossimi mesi, saldi e promozioni anche su beni diversi dall’abbigliamento: “Ritengo che anche prodotti come auto ed elettrodomestici saranno toccati dal fenomeno”.
Un calo del 20 per cento è quello che prevede, invece, Telefono Blu che “conferma la difficoltà che avranno i saldi quest’anno”. Il loro anticipo non ha neanche l’effetto sorpresa sperato e nemmeno il tentativo di accreditare una maggior spesa per famiglia. Secondo l’associazione la strategia da seguire doveva essere quella di farli coincidere “con Natale come si fa ad esempio a Londra.
C’è poi un problema maggiore. I saldi sono oramai superati e spesso inutili. I consumatori hanno bisogno di concorrenza vera tutto l’anno, e quindi dai vestiti a molti altri oggetti i prezzi dovrebbero essere dimezzati esattamente come si tenta di fare con i saldi”. Circa gli sconti sui prodotti, “quest’anno ci saranno vendite per saldo progressive, prima con riduzioni del 30%, poi del 50% e infine anche del 70%”.
A causa della grande incertezza, ha evidenziato Telefono Blu, “l’intenzione media di spesa è di poco superiore (come dato medio) ai 280 euro, al Nord sarà di 350, nel sud 250 e nel centro di 300, ma si potranno registrare anche qui fenomeni a macchia di leopardo in base agli sconti e al pregio delle merci. In particolare, la tendenza delle famiglie italiane sarà quella “laddove avanzino quattrini, di risparmiarli in previsione anche del nuovo anno. Ricordiamo che comunque i saldi costituiscono nell’arco di un anno ben un quinto delle vendite del settore tessile e intorno al 20% delle altre vendite”. L’estate 2008 ha avuto il primo campanello di allarme con una riduzione del 7% medio. Nel mese di dicembre i consumi hanno segnato un preoccupante -10%. Si prospetta una debacle intorno al 20% a meno che i prezzi e le merci invendute ovvero l’incrocio qualita’/prezzo non valgano la pena. Ruolo molto rilevante nel variare il successo di questa iniziativa lo avranno gli Outlet e gli ipermercati, che per la prima volta supereranno il 40% delle vendite, al tradizionale rimane il 60%. Solo a fronte di capi invenduti di stagione di buon pregio e a forti sconti in percentuale potrebbe modificarsi il dato riducendo il 20%.
L’associazione ha dato inoltre alcune regole da tenere presente:
1) ricordarsi il capo (fotografarlo) che interessa e il suo prezzo per capire l’esatto sconto (pieno e in saldo), quello è il vero saldo, nelle promozioni possiamo invece trovare merce invenduta degli anni precedenti. Attenzione anche al prezzo di partenza.
2) visitare più di un negozio aiuta a non commettere errori. Vi è il rischio che venga messa in circolazione merce invenduta negli anni. Il negoziante deve dimostrare la veridicità di qualsiasi asserzione pubblicitaria. Lo spazio dei saldi deve essere ben chiaro.
3) attenzione alle etichette, quelle di origine ci permettono di risalire al produttore, quelle di contenuto garantiscono la composizione del prodotto e le modalità di lavaggio per evitare rischi.
4) conservare sempre lo scontrino, se la merce è difettosa, si può infatti optare per la restituzione del prodotto o ancora un prezzo inferiore.
5) infine, salvo casi eccezionali e comprovati non si puo’ vietare di provare la merce in vendita, occorreranno pertanto un apposito camerino e spazi necessari anche per le scarpe.

Illegittima, perché in contrasto con la normativa in materia. Così ha stabilito il Garante per la privacy in merito alla diffusione online delle dichiarazioni dei contribuenti relative al 2005 da parte dell’Agenzia delle Entrate. Il giudizio del Garante arriva alla fine dell’istruttoria avviata subito dopo che il sito web dell’Agenzia era stato preso letteralmente preso d’assalto da navigatori in cerca dei dati relativi alle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Lunedì 5 maggio l’Agenzia aveva fornito al Garante i chiarimenti sulla pubblicazione online degli elenchi dei contribuenti, sottolineando che alla base della decisione c’era “l’applicazione della normativa sulla predisposizione e pubblicazione degli elenchi dei contribuenti e di quella del codice dell’amministrazione digitale varato nel 2005 che impone alla PA di utilizzare come strumento ordinario di fruibilità delle informazioni la modalità digitale. Un insieme di disposizioni che disegnano un quadro di trasparenza fiscale al quale l’Agenzia ha inteso attenersi”.
Chiarimenti che l’Autorità per la privacy non ha ritenuto sufficienti: “Il Collegio (composto da Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan, Giuseppe Fortunato), nel ribadire quanto già sostenuto nel provvedimento con il quale aveva immediatamente invitato a sospendere la pubblicazione online”, continua il Garante “ha stabilito che la modalità utilizzata dall’Agenzia è illegittima. L’Agenzia delle entrate dovrà quindi far cessare definitivamente l’indiscriminata consultabilità, tramite il sito, dei dati relativi alle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2005″.
La decisione dell’Agenzia secondo il Garante contrasta con la normativa in materia dei dati personali. “In primo luogo - spiega l’Autorità - perché il Dpr n.600/1973 stabilisce che al direttore dell’Agenzia delle entrate spetta solo il compito di fissare annualmente le modalità di formazione degli elenchi delle dichiarazioni dei redditi, non le modalità della loro pubblicazione, che rimangono prerogativa del legislatore. Attualmente - sottolinea il Garante -, per le dichiarazioni ai fini dell’imposta sui redditi, la legge prevede unicamente la distribuzione degli elenchi ai soli uffici territoriali dell’Agenzia e la loro trasmissione ai soli comuni interessati e sempre con riferimento ai contribuenti residenti nei singoli ambiti territoriali”.
L’inserimento dei dati in Internet, inoltre, appare al Garante non proporzionato rispetto alla finalità della conoscibilità di questi dati: “L’uso di uno strumento come Internet rende indispensabili rigorose garanzie a tutela dei cittadini. L’immissione in rete generalizzata e non protetta dei dati di tutti i contribuenti italiani (non sono stati previsti “filtri” per la consultazione on line) da parte dell’Agenzia delle entrate ha comportato una serie di conseguenze: la centralizzazione della consultazione a livello nazionale ha consentito, in poche ore, a numerosissimi utenti, non solo in Italia ma in ogni parte del mondo, di accedere a innumerevoli dati, di estrarne copia, di formare archivi, modificare ed elaborare i dati stessi, di creare liste di profilazione e immettere ulteriormente dati in circolazione, ponendo a rischio la loro stessa esattezza. Tale modalità ha, inoltre, dilatato senza limiti il periodo di conoscibilità di dati che la legge stabilisce invece in un anno”.
L’ulteriore diffusione online delle dichiarazioni dei redditi “può esporre a conseguenze di carattere civile e penale”, avvisa infine il Garante della privacy, sottolineando che dovrà essere bloccata la diffusione dei dati su tutta la rete Internet. Secondo l’Autorità, “va ritenuta illecita anche l’eventuale ulteriore diffusione dei dati dei contribuenti da parte di chiunque li abbia acquisiti, anche indirettamente, dal sito Web dell’Agenzia”.
Tra le altre cose l’Autorità stabilisce che i mezzi d’informazione potranno rendere noti i dati dei contribuenti che, per il ruolo svolto, sono di sicuro interesse pubblico, a patto che le informazioni vengano reperite secondo la legge, cioè presso i Comuni.
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Il sito dell’Agenzia delle entrate ha pubblicato le cifre dichiarate e le tasse pagate da ogni cittadino nel 2005. Secondo voi è giusto?

Venti miliardi: circa 520 euro per ognuno dei 38 milioni di contribuenti italiani. È il maxi risarcimento chiesto dal Codacons e presentato al pubblico ministero romano Franco Ionta, titolare di un’indagine per violazione delle norme penali sulla privacy in seguito alla pubblicazione in Rete dei redditi denunciati per il 2005. Nell’istanza l’associazione dei consumatori domanda anche il sequestro degli elenchi detenuti da chiunque, anche attraverso l’oscuramento dei siti che ancora li offrono in visione gratuita o a pagamento. “Chi vuole mettere il naso negli affari altrui deve avere un interesse qualificato e concreto” ha sottolineato Carlo Rienzi, presidente del Codacons, evidenziando che “è invece sicuramente da escludersi la possibilità di pubblicare tutte le denunce dei redditi su internet in modo generalizzato, e ciò innanzitutto perché tale pubblicazione non garantisce più né sui soggetti che ne vengono in possesso, né sul rispetto dei limiti temporali della pubblicità degli atti”.
Da domani sarà al vaglio di Ionta anche la documentazione dell’Agenzia delle Entrate relativa alla immissione nella rete telematica dei dati riguardanti i redditi per il 2005. Dopo l’esame degli atti, saranno convocati dirigenti e funzionari del fisco per sentire la loro versione e, probabilmente, anche il vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco: la sua posizione di quest’ultimo sarà subordinata all’eventuale configurazione di responsabilità nella vicenda. In questi giorni la polizia postale sarà molto attenta a monitorare non solo internet, ma anche qualsiasi altra forma di uso improprio dei dati. La norma che regola la violazione della privacy prevede infatti la reclusione dai sei mesi a tre anni.

Dopo lo stop del Garante per la privacy, è la magistratura a occuparsi delle dichiarazioni dei redditi finite sul web. La procura di Roma ha aperto d’ufficio un fascicolo processuale, per il momento contro ignoti, sulla base del presupposto che la pubblicazione di dati, anche non sensibili, come quelli sui redditi denunciati dagli italiani nel 2005, è comunque sottoposta a delle cautele e a delle modalità che non espongano a rischi i contribuenti. In sostanza, per la procura, è vero che si tratta di informazioni la cui accessibilità è regolamentata dalle norme, ma la loro pubblicazione in modo indiscriminato, e alla mercé di chiunque, non sarebbe consentita e potrebbe causare dei problemi ai titolari dei 730 e dei 740. Gli accertamenti sono stati affidati alla polizia postale e già nelle prossime ore dovrebbe essere acquisita, presso l’Agenzia delle Entrate, tutta la documentazione in merito. In particolare il procuratore aggiunto Franco Ionta vuole identificare chi abbia disposto la messa in rete dei dati e ricostruire tutti i passaggi della decisione che, a detta del viceministro Vincenzo Visco, è stata presa in applicazione della legge. Le stesse persone, ragionevolmente, saranno poi convocate in procura per dare la loro versione. Ieri il Codacons aveva annunciato l’invio di denunce a 104 Procure italiane affinché si indagasse sulla vicenda.
Arriverà lunedi, invece, la risposta dell’Agenzia delle Entrate alla richiesta di delucidazioni, fatta dal Garante della privacy, sulla diffusione on line dei redditi 2005: nel documento, elaborato dai tecnici del fisco, saranno forniti all’Autorità i chiarimenti sull’interpretazione della norma che riguarda la diffusione e la pubblicazione dei dati relativi alle dichiarazioni. Per martedi il Garante ha convocato un consiglio straordinario dei commissari per pronunciarsi sulla vicenda.
I testi delle dichiarazioni dei redditi del 2005 sono scomparsi dal web, ma sono tuttora accessibili sulla rete “peer to peer” (pari a pari) di eMule, un software utilizzato per condividere file: la comunità italiana è la più numerosa nel mondo tra quelle che utilizzano il programma di filesharing.

Ufficialmente non ci sono più. Ma per chi volesse di nuovo consultarli, i redditi degli italiani rimangono in rete e sono ancora rintracciabili. Come? Grazie a Emule, un sistema di file sharing in peer to peer, si può accedere alle dichiarazioni dei contribuenti relative al 2005 impostando una semplice ricerca da un qualsiasi motore, aggirando così lo stop imposto dal Garante della privacy alla pubblicazione on line decisa dall’Agenzia delle entrate.
Un’operazione in linea con la “filosofia” dello scambio di file, un sistema di link e di rimandi che accompagna il navigatore fino a scovare l’elenco della discordia: dati, nomi e imponibili. E questo perché qualcuno, prima che la decisione del viceministro Visco di rendere consultabili online i redditi degli italiani spingesse il Garante della Privacy a far fare marcia indietro all’Agenzia delle Entrate, era già riuscito a copiare le tabelle dei redditi, inserirle in reti peer to peer e renderle accessibili attraverso programmi di condivisione dati.
Insomma è successo proprio quello che paventavano le persone che mercoledì 30 aprile, dopo aver scoperto di essere finite con la propria cartella fiscale on line, hanno tempestato di telefonate le associazioni dei consumatori: i dati sono entrati nel mare magnum della rete e basta poco perché qualche navigatore ci si imbatta.
Infatti, l’aver messo in circolo i file ha subito scatenato un vero e proprio tam tam in Rete, soprattutto tra chi non ha fatto in tempo a sbirciare, dal buco della serratura, i redditi altrui. Blog e forum sono pieni di gente che domanda come (e se sia legale o meno) si può scaricare i dati fiscali e di gente disposta a spiegarlo.
La questione, che ha sollevato una ridda di polemiche e diviso gli stessi italiani, continua a tenere banco: e, nelle ultime ore, è arrivata anche la presa di posizione dell’Adiconsum, associazione dei consumatori. Rendere note le dichiarazioni dei redditi degli italiani è stata “una scelta giusta, ma realizzata male” dice il presidente Paolo Landi: “I colpevoli di questa grande superficialità burocratica non possono restare a gestire un servizio così delicato”.
Per l’Adiconsum, considerando il rischio di truffe basate sul furto di identità, è ora “indispensabile un appello da parte delle istituzioni ai vari motori di ricerca su internet e a tutti coloro che hanno registrato i dati dell’Agenzia delle entrate a evitare di rimettere in rete” le informazioni che erano state diffuse. Anche se si tratta di “una scelta di trasparenza che possiamo condividere” dice Landi, l’Adiconsum “condivide la decisione dell’Autorità della privacy per aver interrotto e sospeso questa applicazione”.
Ma forse lo stop è arrivato davvero troppo tardi: il peer to peer non si è fermato davanti al divieto dell’Autorità.
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di Raffaella Galvani
Alla Lidl, catena di 450 discount in Italia, non hanno perso tempo. Mentre l’Istat mette le assicurazioni di mezzi di trasporto in testa alla hit parade dei rincari (più 142,5 per cento tra il 1995 e il 2007), e le associazioni dei consumatori denunciano casi di caropolizze del 30 per cento, dal 1° marzo la Lidl propone anche assicurazioni low cost, in partnership con la Genertel. Offrendo ai titolari della carta di credito Lidl-card polizze Rca bonus malus della Genertel.it, scontate del 15 per cento per le auto e del 10 per cento per le moto. Lo sconto sale fino al 40 per cento per chi sceglie la formula a franchigia Rca low cost Lidl. E la Lidl non è la sola, visto che la catena di supermercati Sma, a fine gennaio, ha lanciato la campagna “taglia il costo della polizza rc auto” e offre ai titolari della Carta Club di convertire i punti della spesa in uno sconto fino a 50 euro su una polizza rc auto della Aurora Assicurazioni, raddoppiabile a 100 dalla compagnia entro il 31 ottobre. Che cosa sta succedendo da giustificare tanto attivismo? Ed è davvero allarme polizze, come farebbe pensare l’intervento di Mister prezzi, Antonio Lirosi, che ha chiamato a rapporto per chiarimenti giovedì 6 marzo l’Ania, associazione degli assicuratori guidata da Fabio Cerchiai, e l’Isvap, l’istituto di controllo del settore? Panorama ha cercato di fare il punto della situazione a un anno dall’entrata in vigore della liberalizzazione Bersani che avrebbe dovuto portare una diminuzione delle tariffe.
Grazie alla scomparsa della esclusiva degli agenti (in pratica possono vendere polizze di più compagnie), al divieto di avere prezzi minimi e sconti massimi, alla durata annuale del contratto con portabilità della classe di rischio e al rimborso diretto del danno da parte della propria compagnia. E invece? “Nessun invece. Nei primi nove mesi del 2007 il prezzo medio effettivamente pagato dall’assicurato è diminuito del 2,4 per cento” sostiene il direttore generale dell’Ania Giampaolo Galli. La prova, secondo l’Ania, è nei numeri: il fatturato delle compagnie per l’auto è calato dello 0,7 per cento, mentre il parco circolante è aumentato dell’1,5-2. Ma siamo sul piano delle medie. Di certo, come confermano alla 6Sicuro, società del gruppo di brokeraggio assicurativo Assiteca specializzata nella rca che ha individuato (tabelle) le polizze più convenienti per cinque profili tipo, dal neopatentato al cinquantenne, di tre grandi città, Milano, Roma e Napoli, il mercato liberalizzato è ancora in alto mare. “Tra la tariffa migliore e la peggiore sul mercato abbiamo trovato differenze che vanno da un minimo del 36 per cento per la donna 38enne di Milano con Fiat Panda a un massimo del 189, per esempio nel caso del 43 enne romano proprietario di Bmw, con molti casi tra il 60 e il 90 per cento” dice Luciano Lucca, presidente dell’Assiteca, che con la 6Sicuro opera nella rc auto come consulente indipendente. Ma identificare le migliori non è facile e il consumatore rischia di perdersi tra milioni di dati, visto che ogni compagnia indica tariffe diverse per città, tipologia di vettura, caratteristiche del guidatore.
Anche se l’Isvap prevede per l’autunno l’entrata in funzione del preventivatore informatico, che consentirà via internet con un solo clic di scoprire, almeno secondo le tariffe ufficiali, le prime dieci compagnie più convenienti per ogni singolo caso. “E ancora non siamo alla soluzione finale, perché le compagnie, per pilotare i clienti sulle formule che vogliono spingere, stanno utilizzando massicciamente la leva degli sconti, peraltro liberalizzati dalla Bersani ” precisa Lucca. Insomma, un incubo di numeri incomprensibili per i non addetti ai lavori. Risultato? “Dopo anni in calo, le chiamate dei consumatori allo sportello nazionale (cui si aggiungono 360 sportelli territoriali) sono aumentate del 16 per cento, non solo per capire i meccanismi della riforma ma in particolare per segnalare rincari e problemi con l’indennizzo diretto” conferma Fabrizio Premuti, responsabile assicurativo Adiconsum. Perché gli attesi ribassi che la Bersani avrebbe dovuto portare non ci sono stati, secondo gli utenti come pure secondo l’Isvap. L’istituto di controllo delle assicurazioni ha rilevato che le tariffe al 1° ottobre 2007 rispetto al 2006 sono salite del 2,7 per il guidatore quarantenne, del 3,7 per il 18enne neopatenato, del 3,9 per il diciottenne con moto e del 7,5 per il diciottenne con motorino. E la tendenza, come hanno segnalato a Mister prezzi, si è accentuata nei mesi successivi. Il tutto mentre, secondo l’Isvap, nel primo semestre 2007 il costo medio dei sinistri pagati è sceso da 4.064 a 3.647 euro e gli utili del ramo sono saliti di 185 milioni, nonostante un aumento del 5 per cento del numero di sinistri pagati. Ma bisogna fare delle distinzioni.
Secondo l’Adiconsum, che ha esaminato oltre 1.300 profili e 74 mila dati, i picchi negativi riguardano le polizze delle moto, dove si sono avuti aumenti medi del 30 per cento e punte del 50. Il motivo? Ci sono compagnie come Genertel o Genial Lloyd che sulle due ruote avevano tariffe molto basse e quindi molti clienti: con il nuovo sistema dell’indennizzo si sono trovate in difficoltà, dato che per l’assicuratore che paga il suo assicurato è previsto un recupero forfettizzato unico per qualsiasi tipo di mezzo, mentre il costo di un sinistro di una moto è mediamente molto più elevato di quello dell’auto. Così al momento dei rinnovi hanno preteso pesanti aumenti per compensare le perdite. “La soluzione che chiederemo a Lirosi? Creare dei rimborsi forfettari diversi per tipologie di veicoli” spiega Galli. Per le auto, alla Adiconsum i dati indicano un aumento medio delle polizze del 2-3 per cento, anche se ci sono punte del 6-7 per alcune aree come il Napoletano o figure come i neopatentati. Ma non solo, perché con la riforma Bersani molti neopatentati, su cui da sempre gravano i prezzi e i rincari più elevati, hanno potuto usufruire del bonus malus agevolato che consente consente di ottenere per il figlio o il parente la classe di merito del padre o del familiare, generalmente migliore e quindi meno costosa. Conseguenza: per recuperare le compagnie si sono buttate ad aumentare anche del 6 per cento le tariffe della prima categoria, quella dal prezzo agevolato in cui si trovano guidatori virtuosi e di mezza età e in cui oggi è concentrata la gran parte degli assicurati. Del resto, se alla stessa Adiconsum ammettono che in alcune aree, specie al Sud, c’è un uso illecito (falsi certificati di famiglia) di questa opportunità, le compagnie sono ben decise a salvare i loro conti. O, come dicono in gergo, l’equilibrio tecnico del ramo. E segnalano un altro problema: quello del malus, il rincaro della tariffa, che con la Bersani scatta solo se si individua un responsabile “principale” di un incidente (il che è difficile se ci sono più di due auto coinvolte) o se esiste un concorso di colpa almeno del 50 per cento. E, visto che l’assicuratore rimborsa il sinistro ma non recupera il premio, si rifà su altre categorie.

Insomma, se il 3 per cento di aumento medio rilevato dagli sportelli Adiconsum sembra poco, è chiaro che nasconde situazioni singole più elevate. Ed è comunque in contrasto con una riforma da cui tutti, dai consumatori all’Isvap, si attendevano un calo dei prezzi a seguito di diminuzioni dei costi stimati tra il 7 e l’8 per cento. Anche il risarcimento diretto che avrebbe dovuto ridurre i contenziosi, e consentire alle compagnie di indirizzare gli assicurati verso carrozzerie convenzionate, non sta funzionando come si sperava come tagliaprezzi. Per esempio, secondo quanto è stato segnalato all’Adiconsum, le Generali concederebbero una riduzione di appena il 3 per cento a chi si impegna a effettuare le riparazioni presso i meccanici della compagnia. “Il risarcimento diretto è una misura eccellente per migliorare il servizio al cliente ma anche in paesi come Francia o Belgio dove funziona da dieci anni non ha impedito un rincaro delle tariffe” commenta Lucca. Certo, bisogna considerare che il mondo assicurativo è particolare, che i tempi tecnici sono lunghi e quindi non ci si possono attendere grandi cambiamenti a breve (su questo concordano sia gli addetti ai lavori come l’Assiteca sia gli utenti Adiconsum), ma secondo i rappresentanti dei consumatori l’atteggiamento nei confronti della riforma è poco collaborativo, soprattutto da parte delle grandi compagnie, da Allianz-Ras a Generali, da Fondiaria- Sai a Unipol, rigide in particolare per quanto riguarda l’eliminazione dell’esclusiva degli agenti.
Diverso il comportamento delle medie compagnie, come la Cattolica, la Helvetia, la Axa, che vedono nella riforma Bersani opportunità di crescita sul mercato. Certo che, volendo, i consumatori italiani avrebbero un’arma in mano, visto che con la nuova legge le polizze decennali sono illegali e basta un preavviso di 15 giorni per cambiare assicuratore. Ma ai lamenti, per ora, non seguono i fatti. All’Assiteca hanno fatto i conti: nel 2000 in Italia l’8 per cento degli assicurati cambiava assicuratore ogni anno contro il 12,5 dell’Europa, oggi l’Europa è al 22 per cento, l’Italia al 5. E qui Bersani non c’entra.
di Maria Spigonardo e Luca Dello Iacovo
Provoca reazioni contrastanti l’emendamento sulla class action approvato in Senato e che presto sarà discusso alla Camera. “Se non si riuscisse ad apportare modifiche al testo, questa finta class action” spiega il presidente del Codacons, Carlo Rienzi “potrebbe rallentare sino alla paralisi ogni azione di risarcimento nei confronti di banche, assicurazioni e multinazionali che mettono in atto comportamenti lesivi dei diritti dei consumatori”. A scatenare la reazione del Codacons è stata soprattutto la tempistica: “Non c’è danno punitivo ed i consumatori potranno avere un risarcimento solo se giovani, visto che dovranno aspettare almeno 20 anni prima di poter avere una liquidazione dei danni. Almeno 3, infatti, i giudizi, con almeno 3 gradi l’uno, per un totale di 9 processi”. Finora esclusa dalle associazioni dei consumatori che possono intentare una causa collettiva, l’Aduc sta portando avanti una lunga battaglia per far sì che alla Camera il provvedimento venga stralciato. Intanto, in pochi mesi, la petizione a sostegno della loro proposta di legge presentata in Aula dagli onorevoli Poretti e Capezzone ha già avuto oltre 100mila adesioni. “Non sono ancora chiari i criteri con sui saranno scelti i soggetti” spiega il presidente dell’Aduc Vincenzo Donvito. Dubbi arrivano anche dagli imprenditori: il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha parlato di “class action alla amatriciana”. Perplessità da parte di Confcooperative. E gli avvocati sono scettici: “È un pasticcio: mancano i filtri giudiziari e si rischia di ingolfare la macchina della giustizia” dice Andrea Pasqualin dell’Organismo unitario dell’avvocatura italiana (Oua).
Il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, non nega la necessità di alcune modifiche ma è convinto di dover portare a casa il provvedimento per non rischiare di perderlo. “L’opposizione a questa norma sembra incredibile ed indifendibile, opposizione che sarebbe solo tesa alla difesa di un mercato poco trasparente e poco chiaro, anziché ricercare un mercato in cui il rispetto delle regole sia elemento fondamentale della competitività e della concorrenza” chiarisce Trefiletti. Il presidente di Adiconsum Paolo Landi è stato già alcuni anni fa uno dei primi e più agguerriti sostenitori dell’introduzione delle class action nel sistema normativo italiano. E sottolinea: “Tra la perfezione e il nulla è meglio difendere la legge così come è passata al Senato. Certo qualche modifica deve essere fatta ma credo sia necessario aspettare il regolamento attuativo”. Il punto più critico dell’emendamento Manzione- Bordon alla legge finanziaria, secondo Landi, è la mancanza di un procedimento di urgenza. “Non possono passare vent’anni per avere un risarcimento di 50 euro” osserva Landi. Favorevole all’emendamento Legambiente: “Chiederemo di far parte della lista di soggetti con diritto di richiedere la class action, un elenco che dovrebbero compilare i ministri della giustizia e il ministro dello Sviluppo economico” sottolinea Francesco Ferrante di Legambiente. E sostengono l’azione collettiva dei consumatori anche Cittadinanzattiva, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori.
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Non fare mai il passo più lungo della gamba. Non lasciarsi influenzare dall’andamento giornaliero dei tassi. Non confidare su potenziali aumenti del proprio reddito. Pretendere la trasparenza e contrattare con la banca le condizioni migliori: è un diritto garantito dalla legge.
Prima di decidere con chi contrarre il mutuo confrontare il maggior numero di proposte possibili. Occhio agli interessi moratori e al costo dell’assicurazione sull’immobile. Meglio il tasso fisso per chi vuole avere certezza dei propri impegni economici e quello variabile per chi ha un reddito medio alto e non rischia insolvenze nel caso di aumento del costo delle rate. Ecco cosa bisogna assolutamente sapere secondo l’associazione dei consumatori Adiconsum e il mensile GuidaMutui, prima di addentrarsi nella giungla dei prestiti per l’acquisto di una casa.
Perché dopo la mancata applicazione della portabilità prevista dal decreto Bersani, la crisi Usa e l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse, la scelta del mutuo è diventata sempre più difficile. Per questo Adiconsum e GuidaMutui hanno messo a punto un vademecum che verrà presentato domani a Roma. “Da un lato - spiega Fabio Picciolini, segretario nazionale Adiconsum - cerchiamo di dare consigli diversi da quelli “interessati” delle agenzie e dall’altro vorremmo aiutare i consumatori a fare una scelta compatibile con il proprio bilancio familiare”.
Per chi invece ha già un mutuo, Adiconsum annuncia importanti novità. “Il decreto Bersani - aggiunge Picciolini - prevedeva la portabilità del mutuo a costo zero. Le banche, grazie ad alcuni escamotage, sono riuscite a non adeguarsi e a farne le spese sono stati come sempre i consumatori”. Oggi per cambiare banca bisogna prima estinguere il vecchio mutuo (con tutte le spese che ne derivano) e poi affrontare una seconda volta i costi di un nuovo contratto.
Per “saltare” i numerosi ostacoli burocratici, Adiconsum sta contrattando con dieci importanti istituti di credito (tra cui Monte dei Paschi di Siena, Bnl, Unicredit e Intesa San Paolo) la possibilità per gli utenti di rinegoziare il mutuo a costo zero senza cambiare banca. “Ci sono due modi- conclude Picciolini -. Uno è l’allungamento della durata del mutuo, l’altro consiste nell’ulteriore abbassamento dello spread, che soprattutto nel caso di mutui vecchi è ormai fuori mercato”. E proprio quest’ultima ipotesi sembra aver raccolto il maggiore consenso. Le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile negli anni passati dovrebbero essere le prime a godere, secondo Adiconsum, dell’accordo con le banche.
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di Angelo Pergolini
All’Associazione bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità. Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno (seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per cento.

Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”. Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850 euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea, che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70 per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili. Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).

“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo. Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati. Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40 per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata può anche raddoppiare. Altro che bello.
(ha collaborato Simonetta Cotellessa)
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Un autunno caldissimo a suon di rincari. Riparte da qui la lunga stagione di milioni di famiglie italiane costrette a fare i conti con l’aumento dei principali generi alimentari, soprattutto pane, pasta e latte. E da qui riprende anche la protesta delle maggiori associazioni dei consumatori, appoggiate dal ministro Mastella e unite nel combattere il caro vita ma divise più che mai sui tempi e i modi.
Giovedì 13 Adoc, Adusbef, Federconsumatori, Codacons ma anche i produttori della Coldiretti, manifestano davanti a Palazzo Chigi per promuovere una giornata di sciopero della spesa e della pasta contro i recenti rincari. I consumatori chiedono nell’immediato il blocco dei prezzi e indicano l’obiettivo di tagliare del 5% le tariffe con l’accordo di tutte le parti interessate. Una riduzione che consentirebbe un risparmio per ogni nucleo di 1000-1200 euro l’anno.
Iniziativa lodevole, ribattono ironicamente le altre dodici associazioni che non aderiscono alla protesta, peccato che in molti casi gli aumenti siano stati “gonfiati” e che con tutto questo allarmismo “non si va da nessuna parte”. In ogni caso non vuol dire che la strada privilegiata sia meno dura. Anzi. Paolo Landi, di Adiconsum, tuona: “Bisogna boicottare chi aumenta i prezzi e favorire chi li mantiene invariati”. In sostanza se il prezzo di un tipo pasta aumenta in modo irragionevole, suggeriscono le associazioni dei consumatori, bisogna proprio smettere di comprarla. Non solo per un giorno. E il discorso vale per tutti i prodotti.

Gli italiani sono già i primi della classe in materia di risparmio tra gli scaffali dei supermercati: come spiega Federdistribuzione, organismo di coordinamento e di rappresentanza della grande distribuzione organizzata, un quarto della spesa viene fatta con prodotti in promozione e aumentano i clienti che scelgono marche private o i primi prezzi. Sul fronte rincari anche Federdistribuzione è costretta ad ammettere la dura realtà: “Ci sono e dipendono soprattutto dall’aumento delle materie prime nei mercati internazionali”, spiega Stefano Crippa. Più o meno il dieci per cento quello della pasta, circa la metà quello del latte. “Ma la stangata non sarà così pesante come dicono”. Nessun miracolo. Secondo una recente indagine della Ac Nielsen le famiglie italiane spendono ogni anno circa 80 euro per acquistare la pasta. Così in caso ci fosse l’aumento del dieci per cento, l’aggravio sarebbe al massimo di 8 euro. E poi, conclude Crippa, “l’incidenza della pasta sulla spesa è dello 0,3 per cento”. Tutta un’altra musica se si parla di bollette e carburanti. Il salasso è un piatto che va servito freddo. Come l’inverno che ci aspetta.
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