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Adiconsum

di Raffaella Galvani
Alla Lidl, catena di 450 discount in Italia, non hanno perso tempo. Mentre l’Istat mette le assicurazioni di mezzi di trasporto in testa alla hit parade dei rincari (più 142,5 per cento tra il 1995 e il 2007), e le associazioni dei consumatori denunciano casi di caropolizze del 30 per cento, dal 1° marzo la Lidl propone anche assicurazioni low cost, in partnership con la Genertel. Offrendo ai titolari della carta di credito Lidl-card polizze Rca bonus malus della Genertel.it, scontate del 15 per cento per le auto e del 10 per cento per le moto. Lo sconto sale fino al 40 per cento per chi sceglie la formula a franchigia Rca low cost Lidl. E la Lidl non è la sola, visto che la catena di supermercati Sma, a fine gennaio, ha lanciato la campagna “taglia il costo della polizza rc auto” e offre ai titolari della Carta Club di convertire i punti della spesa in uno sconto fino a 50 euro su una polizza rc auto della Aurora Assicurazioni, raddoppiabile a 100 dalla compagnia entro il 31 ottobre. Che cosa sta succedendo da giustificare tanto attivismo? Ed è davvero allarme polizze, come farebbe pensare l’intervento di Mister prezzi, Antonio Lirosi, che ha chiamato a rapporto per chiarimenti giovedì 6 marzo l’Ania, associazione degli assicuratori guidata da Fabio Cerchiai, e l’Isvap, l’istituto di controllo del settore? Panorama ha cercato di fare il punto della situazione a un anno dall’entrata in vigore della liberalizzazione Bersani che avrebbe dovuto portare una diminuzione delle tariffe.
Grazie alla scomparsa della esclusiva degli agenti (in pratica possono vendere polizze di più compagnie), al divieto di avere prezzi minimi e sconti massimi, alla durata annuale del contratto con portabilità della classe di rischio e al rimborso diretto del danno da parte della propria compagnia. E invece? “Nessun invece. Nei primi nove mesi del 2007 il prezzo medio effettivamente pagato dall’assicurato è diminuito del 2,4 per cento” sostiene il direttore generale dell’Ania Giampaolo Galli. La prova, secondo l’Ania, è nei numeri: il fatturato delle compagnie per l’auto è calato dello 0,7 per cento, mentre il parco circolante è aumentato dell’1,5-2. Ma siamo sul piano delle medie. Di certo, come confermano alla 6Sicuro, società del gruppo di brokeraggio assicurativo Assiteca specializzata nella rca che ha individuato (tabelle) le polizze più convenienti per cinque profili tipo, dal neopatentato al cinquantenne, di tre grandi città, Milano, Roma e Napoli, il mercato liberalizzato è ancora in alto mare. “Tra la tariffa migliore e la peggiore sul mercato abbiamo trovato differenze che vanno da un minimo del 36 per cento per la donna 38enne di Milano con Fiat Panda a un massimo del 189, per esempio nel caso del 43 enne romano proprietario di Bmw, con molti casi tra il 60 e il 90 per cento” dice Luciano Lucca, presidente dell’Assiteca, che con la 6Sicuro opera nella rc auto come consulente indipendente. Ma identificare le migliori non è facile e il consumatore rischia di perdersi tra milioni di dati, visto che ogni compagnia indica tariffe diverse per città, tipologia di vettura, caratteristiche del guidatore.
Anche se l’Isvap prevede per l’autunno l’entrata in funzione del preventivatore informatico, che consentirà via internet con un solo clic di scoprire, almeno secondo le tariffe ufficiali, le prime dieci compagnie più convenienti per ogni singolo caso. “E ancora non siamo alla soluzione finale, perché le compagnie, per pilotare i clienti sulle formule che vogliono spingere, stanno utilizzando massicciamente la leva degli sconti, peraltro liberalizzati dalla Bersani ” precisa Lucca. Insomma, un incubo di numeri incomprensibili per i non addetti ai lavori. Risultato? “Dopo anni in calo, le chiamate dei consumatori allo sportello nazionale (cui si aggiungono 360 sportelli territoriali) sono aumentate del 16 per cento, non solo per capire i meccanismi della riforma ma in particolare per segnalare rincari e problemi con l’indennizzo diretto” conferma Fabrizio Premuti, responsabile assicurativo Adiconsum. Perché gli attesi ribassi che la Bersani avrebbe dovuto portare non ci sono stati, secondo gli utenti come pure secondo l’Isvap. L’istituto di controllo delle assicurazioni ha rilevato che le tariffe al 1° ottobre 2007 rispetto al 2006 sono salite del 2,7 per il guidatore quarantenne, del 3,7 per il 18enne neopatenato, del 3,9 per il diciottenne con moto e del 7,5 per il diciottenne con motorino. E la tendenza, come hanno segnalato a Mister prezzi, si è accentuata nei mesi successivi. Il tutto mentre, secondo l’Isvap, nel primo semestre 2007 il costo medio dei sinistri pagati è sceso da 4.064 a 3.647 euro e gli utili del ramo sono saliti di 185 milioni, nonostante un aumento del 5 per cento del numero di sinistri pagati. Ma bisogna fare delle distinzioni.
Secondo l’Adiconsum, che ha esaminato oltre 1.300 profili e 74 mila dati, i picchi negativi riguardano le polizze delle moto, dove si sono avuti aumenti medi del 30 per cento e punte del 50. Il motivo? Ci sono compagnie come Genertel o Genial Lloyd che sulle due ruote avevano tariffe molto basse e quindi molti clienti: con il nuovo sistema dell’indennizzo si sono trovate in difficoltà, dato che per l’assicuratore che paga il suo assicurato è previsto un recupero forfettizzato unico per qualsiasi tipo di mezzo, mentre il costo di un sinistro di una moto è mediamente molto più elevato di quello dell’auto. Così al momento dei rinnovi hanno preteso pesanti aumenti per compensare le perdite. “La soluzione che chiederemo a Lirosi? Creare dei rimborsi forfettari diversi per tipologie di veicoli” spiega Galli. Per le auto, alla Adiconsum i dati indicano un aumento medio delle polizze del 2-3 per cento, anche se ci sono punte del 6-7 per alcune aree come il Napoletano o figure come i neopatentati. Ma non solo, perché con la riforma Bersani molti neopatentati, su cui da sempre gravano i prezzi e i rincari più elevati, hanno potuto usufruire del bonus malus agevolato che consente consente di ottenere per il figlio o il parente la classe di merito del padre o del familiare, generalmente migliore e quindi meno costosa. Conseguenza: per recuperare le compagnie si sono buttate ad aumentare anche del 6 per cento le tariffe della prima categoria, quella dal prezzo agevolato in cui si trovano guidatori virtuosi e di mezza età e in cui oggi è concentrata la gran parte degli assicurati. Del resto, se alla stessa Adiconsum ammettono che in alcune aree, specie al Sud, c’è un uso illecito (falsi certificati di famiglia) di questa opportunità, le compagnie sono ben decise a salvare i loro conti. O, come dicono in gergo, l’equilibrio tecnico del ramo. E segnalano un altro problema: quello del malus, il rincaro della tariffa, che con la Bersani scatta solo se si individua un responsabile “principale” di un incidente (il che è difficile se ci sono più di due auto coinvolte) o se esiste un concorso di colpa almeno del 50 per cento. E, visto che l’assicuratore rimborsa il sinistro ma non recupera il premio, si rifà su altre categorie.

Insomma, se il 3 per cento di aumento medio rilevato dagli sportelli Adiconsum sembra poco, è chiaro che nasconde situazioni singole più elevate. Ed è comunque in contrasto con una riforma da cui tutti, dai consumatori all’Isvap, si attendevano un calo dei prezzi a seguito di diminuzioni dei costi stimati tra il 7 e l’8 per cento. Anche il risarcimento diretto che avrebbe dovuto ridurre i contenziosi, e consentire alle compagnie di indirizzare gli assicurati verso carrozzerie convenzionate, non sta funzionando come si sperava come tagliaprezzi. Per esempio, secondo quanto è stato segnalato all’Adiconsum, le Generali concederebbero una riduzione di appena il 3 per cento a chi si impegna a effettuare le riparazioni presso i meccanici della compagnia. “Il risarcimento diretto è una misura eccellente per migliorare il servizio al cliente ma anche in paesi come Francia o Belgio dove funziona da dieci anni non ha impedito un rincaro delle tariffe” commenta Lucca. Certo, bisogna considerare che il mondo assicurativo è particolare, che i tempi tecnici sono lunghi e quindi non ci si possono attendere grandi cambiamenti a breve (su questo concordano sia gli addetti ai lavori come l’Assiteca sia gli utenti Adiconsum), ma secondo i rappresentanti dei consumatori l’atteggiamento nei confronti della riforma è poco collaborativo, soprattutto da parte delle grandi compagnie, da Allianz-Ras a Generali, da Fondiaria- Sai a Unipol, rigide in particolare per quanto riguarda l’eliminazione dell’esclusiva degli agenti.
Diverso il comportamento delle medie compagnie, come la Cattolica, la Helvetia, la Axa, che vedono nella riforma Bersani opportunità di crescita sul mercato. Certo che, volendo, i consumatori italiani avrebbero un’arma in mano, visto che con la nuova legge le polizze decennali sono illegali e basta un preavviso di 15 giorni per cambiare assicuratore. Ma ai lamenti, per ora, non seguono i fatti. All’Assiteca hanno fatto i conti: nel 2000 in Italia l’8 per cento degli assicurati cambiava assicuratore ogni anno contro il 12,5 dell’Europa, oggi l’Europa è al 22 per cento, l’Italia al 5. E qui Bersani non c’entra.
di Maria Spigonardo e Luca Dello Iacovo
Provoca reazioni contrastanti l’emendamento sulla class action approvato in Senato e che presto sarà discusso alla Camera. “Se non si riuscisse ad apportare modifiche al testo, questa finta class action” spiega il presidente del Codacons, Carlo Rienzi “potrebbe rallentare sino alla paralisi ogni azione di risarcimento nei confronti di banche, assicurazioni e multinazionali che mettono in atto comportamenti lesivi dei diritti dei consumatori”. A scatenare la reazione del Codacons è stata soprattutto la tempistica: “Non c’è danno punitivo ed i consumatori potranno avere un risarcimento solo se giovani, visto che dovranno aspettare almeno 20 anni prima di poter avere una liquidazione dei danni. Almeno 3, infatti, i giudizi, con almeno 3 gradi l’uno, per un totale di 9 processi”. Finora esclusa dalle associazioni dei consumatori che possono intentare una causa collettiva, l’Aduc sta portando avanti una lunga battaglia per far sì che alla Camera il provvedimento venga stralciato. Intanto, in pochi mesi, la petizione a sostegno della loro proposta di legge presentata in Aula dagli onorevoli Poretti e Capezzone ha già avuto oltre 100mila adesioni. “Non sono ancora chiari i criteri con sui saranno scelti i soggetti” spiega il presidente dell’Aduc Vincenzo Donvito. Dubbi arrivano anche dagli imprenditori: il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha parlato di “class action alla amatriciana”. Perplessità da parte di Confcooperative. E gli avvocati sono scettici: “È un pasticcio: mancano i filtri giudiziari e si rischia di ingolfare la macchina della giustizia” dice Andrea Pasqualin dell’Organismo unitario dell’avvocatura italiana (Oua).
Il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, non nega la necessità di alcune modifiche ma è convinto di dover portare a casa il provvedimento per non rischiare di perderlo. “L’opposizione a questa norma sembra incredibile ed indifendibile, opposizione che sarebbe solo tesa alla difesa di un mercato poco trasparente e poco chiaro, anziché ricercare un mercato in cui il rispetto delle regole sia elemento fondamentale della competitività e della concorrenza” chiarisce Trefiletti. Il presidente di Adiconsum Paolo Landi è stato già alcuni anni fa uno dei primi e più agguerriti sostenitori dell’introduzione delle class action nel sistema normativo italiano. E sottolinea: “Tra la perfezione e il nulla è meglio difendere la legge così come è passata al Senato. Certo qualche modifica deve essere fatta ma credo sia necessario aspettare il regolamento attuativo”. Il punto più critico dell’emendamento Manzione- Bordon alla legge finanziaria, secondo Landi, è la mancanza di un procedimento di urgenza. “Non possono passare vent’anni per avere un risarcimento di 50 euro” osserva Landi. Favorevole all’emendamento Legambiente: “Chiederemo di far parte della lista di soggetti con diritto di richiedere la class action, un elenco che dovrebbero compilare i ministri della giustizia e il ministro dello Sviluppo economico” sottolinea Francesco Ferrante di Legambiente. E sostengono l’azione collettiva dei consumatori anche Cittadinanzattiva, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori.
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Non fare mai il passo più lungo della gamba. Non lasciarsi influenzare dall’andamento giornaliero dei tassi. Non confidare su potenziali aumenti del proprio reddito. Pretendere la trasparenza e contrattare con la banca le condizioni migliori: è un diritto garantito dalla legge.
Prima di decidere con chi contrarre il mutuo confrontare il maggior numero di proposte possibili. Occhio agli interessi moratori e al costo dell’assicurazione sull’immobile. Meglio il tasso fisso per chi vuole avere certezza dei propri impegni economici e quello variabile per chi ha un reddito medio alto e non rischia insolvenze nel caso di aumento del costo delle rate. Ecco cosa bisogna assolutamente sapere secondo l’associazione dei consumatori Adiconsum e il mensile GuidaMutui, prima di addentrarsi nella giungla dei prestiti per l’acquisto di una casa.
Perché dopo la mancata applicazione della portabilità prevista dal decreto Bersani, la crisi Usa e l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse, la scelta del mutuo è diventata sempre più difficile. Per questo Adiconsum e GuidaMutui hanno messo a punto un vademecum che verrà presentato domani a Roma. “Da un lato - spiega Fabio Picciolini, segretario nazionale Adiconsum - cerchiamo di dare consigli diversi da quelli “interessati” delle agenzie e dall’altro vorremmo aiutare i consumatori a fare una scelta compatibile con il proprio bilancio familiare”.
Per chi invece ha già un mutuo, Adiconsum annuncia importanti novità. “Il decreto Bersani - aggiunge Picciolini - prevedeva la portabilità del mutuo a costo zero. Le banche, grazie ad alcuni escamotage, sono riuscite a non adeguarsi e a farne le spese sono stati come sempre i consumatori”. Oggi per cambiare banca bisogna prima estinguere il vecchio mutuo (con tutte le spese che ne derivano) e poi affrontare una seconda volta i costi di un nuovo contratto.
Per “saltare” i numerosi ostacoli burocratici, Adiconsum sta contrattando con dieci importanti istituti di credito (tra cui Monte dei Paschi di Siena, Bnl, Unicredit e Intesa San Paolo) la possibilità per gli utenti di rinegoziare il mutuo a costo zero senza cambiare banca. “Ci sono due modi- conclude Picciolini -. Uno è l’allungamento della durata del mutuo, l’altro consiste nell’ulteriore abbassamento dello spread, che soprattutto nel caso di mutui vecchi è ormai fuori mercato”. E proprio quest’ultima ipotesi sembra aver raccolto il maggiore consenso. Le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile negli anni passati dovrebbero essere le prime a godere, secondo Adiconsum, dell’accordo con le banche.
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- Tags: Abi, Adiconsum, Banca-dItalia, Banche, casa, costi, debiti, denaro, ministero-dellEconomia, mutui, Nomisma, Paolo-Landi, prestiti, rate, tassi
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di Angelo Pergolini
All’Associazione bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità. Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno (seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per cento.

Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”. Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850 euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea, che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70 per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili. Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).

“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo. Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati. Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40 per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata può anche raddoppiare. Altro che bello.
(ha collaborato Simonetta Cotellessa)
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Un autunno caldissimo a suon di rincari. Riparte da qui la lunga stagione di milioni di famiglie italiane costrette a fare i conti con l’aumento dei principali generi alimentari, soprattutto pane, pasta e latte. E da qui riprende anche la protesta delle maggiori associazioni dei consumatori, appoggiate dal ministro Mastella e unite nel combattere il caro vita ma divise più che mai sui tempi e i modi.
Giovedì 13 Adoc, Adusbef, Federconsumatori, Codacons ma anche i produttori della Coldiretti, manifestano davanti a Palazzo Chigi per promuovere una giornata di sciopero della spesa e della pasta contro i recenti rincari. I consumatori chiedono nell’immediato il blocco dei prezzi e indicano l’obiettivo di tagliare del 5% le tariffe con l’accordo di tutte le parti interessate. Una riduzione che consentirebbe un risparmio per ogni nucleo di 1000-1200 euro l’anno.
Iniziativa lodevole, ribattono ironicamente le altre dodici associazioni che non aderiscono alla protesta, peccato che in molti casi gli aumenti siano stati “gonfiati” e che con tutto questo allarmismo “non si va da nessuna parte”. In ogni caso non vuol dire che la strada privilegiata sia meno dura. Anzi. Paolo Landi, di Adiconsum, tuona: “Bisogna boicottare chi aumenta i prezzi e favorire chi li mantiene invariati”. In sostanza se il prezzo di un tipo pasta aumenta in modo irragionevole, suggeriscono le associazioni dei consumatori, bisogna proprio smettere di comprarla. Non solo per un giorno. E il discorso vale per tutti i prodotti.

Gli italiani sono già i primi della classe in materia di risparmio tra gli scaffali dei supermercati: come spiega Federdistribuzione, organismo di coordinamento e di rappresentanza della grande distribuzione organizzata, un quarto della spesa viene fatta con prodotti in promozione e aumentano i clienti che scelgono marche private o i primi prezzi. Sul fronte rincari anche Federdistribuzione è costretta ad ammettere la dura realtà: “Ci sono e dipendono soprattutto dall’aumento delle materie prime nei mercati internazionali”, spiega Stefano Crippa. Più o meno il dieci per cento quello della pasta, circa la metà quello del latte. “Ma la stangata non sarà così pesante come dicono”. Nessun miracolo. Secondo una recente indagine della Ac Nielsen le famiglie italiane spendono ogni anno circa 80 euro per acquistare la pasta. Così in caso ci fosse l’aumento del dieci per cento, l’aggravio sarebbe al massimo di 8 euro. E poi, conclude Crippa, “l’incidenza della pasta sulla spesa è dello 0,3 per cento”. Tutta un’altra musica se si parla di bollette e carburanti. Il salasso è un piatto che va servito freddo. Come l’inverno che ci aspetta.
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Comincia il Piemonte, in una giornata inconsueta per gli acquisti: domenica 1 luglio. Segue Napoli il 2 luglio, la Liguria il 6, mentre a Milano, Palermo, Bologna, Bari, Ancona e Trieste i saldi cominceranno il 7 luglio. A Roma e a Firenze si attenderà fino al 14 luglio, a Venezia al 15. L’ultimo capoluogo sarà Bolzano, il 16 luglio. A Milano in particolare i saldi si spettacolarizzano con la Notte Bianca dello shopping: negozi aperti by night in centro.
Il popolo dei “saldisti”, come li definisce Alfredo Ricci, Presidente di Fismo-Confesercenti (Federazione Settore Moda), scalpita in attesa di sconti e ribassi. “Esiste una vera e propria categoria di consumatori che acquista solo durante i saldi e in questo modo si adegua alla diminuzione del proprio potere d’acquisto. Ma i saldi rappresentano un’occasione anche per i commercianti, per tentare di risollevare le sorti aziendali e poter ottenere parte di quella liquidità necessaria per gestire l’attività in maniera economicamente sana”. Insomma dal 1 luglio si realizzerà l’incontro fra i desideri dei consumatori, che scaldano le carte di credito in attesa delle occasioni, e dei commercianti che sperano in una boccata di ossigeno. Sì perché i dati non sono confortanti: un calo del 4% delle vendite a maggio, addirittura del 15% a giugno. Con questi numeri chi lavora nel settore moda e abbigliamento, stretto fra tasse, contraffazioni e strapotere degli outlet, spera nelle promozioni estive per risollevarsi da mesi fallimentari. Complice anche il clima orientato al bello stabile che invoglia ad acquistare costumi e bermuda scontati.
Un business enorme, quello dei saldi, se si considera che con le vendite di fine stagione le aziende incassano oltre il 35% del fatturato stagionale, secondo le previsioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Nello stesso studio si chiarisce che ogni famiglia spenderà in media 261 euro, mentre l’acquisto medio per persona arriverà a 104 euro. Ma le proiezioni danno una lieve flessione rispetto al 2006: 3.105 milioni di euro contro i 3.132 dell’estate scorsa.
L’anno prossimo, anche per evitare polemiche e spaccature fra negozianti divisi fra chi vorrebbe anticipare e chi posticipare le vendite straordinarie, si cercherà di andare verso un’unica data: “I commercianti, per evitare confusione, sono orientati ad ottenere una data unica nazionale. Al momento stiamo valutando le ipotesi del 2 gennaio e 2 luglio anche se, oggettivamente, appaiono troppo ravvicinate”, aggiunge Ricci.

Occhio ai mutui. La Banca centrale europea ha fatto salire ancora il costo del denaro arrivato al 3,75 per cento, il livello massimo del 2001, è non è ancora finita. Jean-Claude Trichet l’ha detto chiariamente: c’è il rischio inflazione e la Bce è pronta a intervenire. Nessuna sorpresa quindi se dovesse arrivare un altro ritocco fino e oltre il 4 per cento. Probabilmente entro giugno. Risultato?
Secondo l’Adiconsum a causa del rialzo dei tassi deciso dalla Bce le rate dei mutui variabili cresceranno “da 50 a 100 euro” in più ogni mese e “da 600 a 1.200 euro” in più all’anno. L’associazione dei consumatori accusa di “miopia” la politica della Bce che “per i soli mutui fondiari, in 15 mesi ha fatto bruciare alle famiglie italiane una intera mensilità di stipendio o addirittura due delle pensioni”.
La decisione di Trichet non mancherà di pesare anche su chi paga a rate. La stima stavolta è dell’Adusbef: su un debito da 6 mila euro da ripagare in 5 anni, la maggiorazione sarà di 93 euro.