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Oltre 3 miliardi di euro. Tanto sono costate all’agricoltura e all’intera filiera agroalimentare italiana, in poco meno di 9 anni, le emergenze per Bse, l’aviaria e la mozzarella di bufala provocate da allarmismi ingiustificati e “gonfiati” da campagne mediatiche che hanno creato psicosi tra i cittadini, provocando un crollo verticale dei consumi. Un vero disastro che ha avuto conseguenze drammatiche per migliaia di imprenditori agricoli, agroindustriali e commerciali. È quanto sottolinea la Confederazione italiana agricoltori (Cia), che in una nota esprime “preoccupazione per vicende del genere, che potevano essere evitate solo se ci fosse stata un’informazione più chiara e responsabile da parte di tutti. Vicende che oggi rischiano di ripetersi per l`influenza suina, con effetti deleteri per un settore che già vive un momento di grande crisi”.
Per la Cia “in pochi anni, cioé da quando esplose il caso della Bse, si sono mandate in fumo moltissime risorse economiche che potevano essere destinate allo sviluppo e alla crescita non solo dell`apparato agroalimentare. Un danno enorme” sottolinea la Confederazione “che continuerà a far sentire i suoi effetti negativi per ancora molto tempo. L`influenza suina corre il pericolo di divenire l`ultimo anello di una serie di emergenze alimentari frutto di notizie allarmistiche prive di qualsiasi fondamento”.
“Basta citare che nel nostro Paese i casi di aviaria riscontrati sono stati nulli e che per la Bse è stata messa in piedi una macchina tra controlli, verifiche e interventi che ha da subito sgombrato il campo da eventuali contaminazioni. Stesso discorso per la mozzarella di bufala. Sono stati sufficienti poco meno di quindici giorni di allarmismi e di speculazioni per causare una situazione drammatica per gli allevamenti, per i caseifici, per tutta la catena commerciale. La psicosi diffusa tra la gente si è trasformata in un`onda devastante”.
La Cia invita i consumatori italiani ad acquistare carne suina e tutti i prodotti della salumeria: “Pericoli non ci sono assolutamente. Gli allevamenti nazionali sono sicuri e supercontrollati. E ogni allarmismo è, dunque, completamente fuori luogo. C`è bisogno di un`informazione corretta per scongiurare psicosi collettive che avrebbero solo un effetto disastroso per la nostra suinicoltura”.
Evitare l’insorgere di una psicosi da influenza suinaè anche l’invito dell’Adoc che chiede con urgenza la stesura di una norma sulla tracciabilità delle carni suine. “Va assolutamente evitato l’effetto psicosi, che potrebbe danneggiare l’economia delle famiglie e delle imprese del settore” dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc “l’allarme dell’influenza suina potrebbe spingere verso una speculazione sul prezzo dei prodotti suini e sulla percentuale di vendite degli stessi, con ripercussioni economiche nell’ordine di milioni di euro per tutto il settore”.
L’Adoc avverte anche i turisti in partenza per il Messico che è possibile chiedere il cambio del viaggio o la restituzione della somma versata. “Avvisiamo tutti coloro che sono in procinto di recarsi in Messico che è legittimo chiedere il cambio o il rinvio del viaggio” aggiunge Pileri “o la restituzione della somma già pagata. In caso di rinuncia al viaggio non si dovrà pagare alcuna penale dato che, secondo il Codice del Consumo, in presenza di emergenza sanitaria, politica, eventi naturali e, infine, di instabilità dovuta ad atti terroristici, i consumatori hanno diritto di recedere dal contratto senza preavviso, allorché la vacanza consista nel soggiorno in uno dei Paesi o in una delle località incluse nella lista del Ministero degli Esteri, senza alcuna decurtazione a titolo di penale”.
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La MAPPA globale aggiornata con el ultime notizie e segnalazioni dell’Oms (in inglese. Parole chiave: “H1N1″, “swine flu”)
La MAPPA con le segnalazioni raccolte da un ricercatore biomedico di Pittsburg
Pizza e birra fuori casa? Conti alle stelle e per le tasche di pochi.
Cenare al ristorante o mangiare in pizzeria costa sempre di più: in un anno, i prezzi hanno registrato rincari in media di quasi il 17%, con punte del 20%. Risultato? Le presenze di italiani e turisti ai tavoli dei locali pubblici risultano decisamente in calo, con una percentuale che sfiora il 13%. A dirlo è una indagine dell’Adoc. Ma, nonostante, i prezzi sempre più salati, la pizza sembra non temere alcunché: così, mentre tutti i ristoranti - da quelli di media e alta qualità ai locali specializzati in pesce o agli etnici - perdono colpi, con picchi anche del 25% in meno sulle presenze, le pizzerie sono le uniche a registrare un aumento dei consumi, nell’ordine del 2%.
“Mangiare in un ristorante di media qualità costa il 14,2% in più rispetto al 2007, in uno di alta qualità il 13,1%”, commenta Carlo Pileri, presidente dell’Adoc. Il che significa una spesa di circa 5 euro in più a persona, mentre in una pizzeria si arriva a pagare 18 euro a testa, spendendo circa 3 euro in più a persona (+20%), come in un locale etnico (+12%). “I rincari dei prezzi dei beni alimentari dell’ultimo anno” prosegue Pileri “hanno necessariamente portato ad un rialzo del costo di una cena al ristorante, causando anche un vistoso calo delle presenze, in media del 12,6%. Gli avventori di un ristorante medio sono diminuiti del 25%”. Una diminuzione, sottolinea, che interessa sia i ristoranti rimasti aperti nelle città d’arte come Roma, Firenze e Venezia, che quelli situati nelle località balneari.
In rialzo, invece, le pizzerie e le pizze a taglio, “che vedono incrementate del 2% le presenze, grazie ai prezzi più vantaggiosi rispetto alle alternative”. Ed è una scelta che conquista sempre di più anche i turisti stranieri, “per cui registriamo un aumento delle presenze del 12% rispetto al 2007.
D’altronde, con l’aumento del costo della vita, è sempre più difficile permettersi una cena fuori. O si rimane a casa o, al massimo, si va in pizzeria”, aggiunge Pileri, secondo cui “il settore della ristorazione, vitale per la nostra economia, va rilanciato. Non con fragili iniziative unilaterali” dice “ma mediante accordi con le associazioni dei consumatori, al fine di ribassare i menu”. Per l’Adoc è inoltre necessario agire sul fronte dei buoni pasto, che l’associazione “giudica inadeguati al costo della vita”: “In Italia il valore è fermo da 15 anni a 5,35 euro” continua Pileri “mentre negli altri Paesi europei l’adeguamento é già stato realizzato: in Spagna il valore defiscalizzato è di 9 euro, il 68% in più dell’Italia, in Francia 7 euro (+30%), in Portogallo 6,70 euro (+25%)”.
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Tutto pronto per l’agognato (dai commercianti) assalto ai capi in saldo invernale, stagione 2008. Apre le danze Napoli, il 2 gennaio. Seguono a ruota Roma, Torino, Milano e Palermo che daranno il via il 5 gennaio. Fremono nell’attesa Catanzaro e Campobasso, ultime a partire, il 15/01. In qualche negozio sono già in attività i pre-saldi, per la clientela affezionata. A questa categoria di clienti, spesso avvisati per telefono della possibilità di giocare d’anticipo, non è concesso acquistare prima del tempo stabilito, ma solo prenotare il capo.
Ogni famiglia - sono calcoli della Confcommercio - spenderà poco più di 500 euro per abbigliamento e accessori facendo lievitare a quasi 6,5 miliardi di euro il valore dei saldi invernali 2008 (quasi 2 miliardi di euro in più dell’anno scorso) con un’incidenza del 18% sul fatturato del settore. Le famiglie interessate ai saldi sarebbero 11,9 milioni circa la metà dei 23,9 milioni di nuclei familiari italiani. Un interesse determinato dagli sconti che, quest’anno, potranno essere anche maggiori “partendo già da un 40 per cento”, assicura Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia, associata a Confcommercio.
Opinioni diverse tra i consumatori. Pur apprezzando l’anticipazione degli sconti di fine stagione, Adusbef e Federconsumatori, però ribadiscono la necessità di “liberalizzarli definitivamente”. Secondo le due associazioni, ci sarà ripresa rispetto ai disastrosi risultati degli anni passati, poiché molti non hanno fatto acquisti a Natale. Le famiglie coinvolte saranno circa il 57%, pari a 13 milioni. Ognuna di loro spenderà una cifra pari a 373 euro (143 pro capite) per un totale di 4 miliardi e 932 milioni di euro. Ma sulle previsioni, riconoscono, cautela e prudenza sono d’obbligo. Profeta di sventura, invece, il Codacons. “Sarà un mezzo flop, com’è avvenuto negli ultimi due anni”.
L’associazione ritiene che si verificherà una flessione degli acquisti tra il 5 ed il 10 per cento rispetto ai saldi invernali del 2007, con una spesa pro-capite in calo a 125 euro. La ragione? “Prezzi nei negozi ancora troppo elevati” sostiene il presidente Carlo Rienzi “e un carovita particolarmente sentito nel 2007 determineranno, anche durante i prossimi saldi, una ulteriore diminuzione degli acquisti da parte dei cittadini i cui portafogli sono stati svuotati dagli aumenti di prezzi e tariffe registrati durante l’anno che sta per chiudersi”. Si associano al pessimismo l’Adoc (”Sono andate male le vendite prenatalizie e non si preannunciano buone neanche le vendite a saldo”) e Telefono Blu: “Assisteremo a qualche iniziale entusiasmo per la novità, ma poi sarà magra”. Colpa degli stipendi bassi e di una tredicesima destinata ad altre spese. Conti alla mano pertanto si può pensare che i 50-60 giorni di saldi potranno portare non più di 3,5 miliardi da parte delle 12/13 milioni di famiglie che decideranno di spendere. L’intenzione media della spesa sarà di poco superiore (parametro medio) a 280 euro a famiglia: nel nord sarà 350 €, nel centro 300 €, nel sud 250 €.
Parlano la stessa lingua le associazioni anche quando si tratta di mette in guardia i cittadini dal pericolo di essere truffati, magari con un abito spacciato per prodotto d’ultima moda e in realtà fondo di magazzino. “Telefono Blu - Sos Consumatori” ha attivato un apposito centralino per segnalare gli eventuali casi di difformità 199.44.33.78 ed il portale a cui inviare email (con il calendario di tutta Italia ) per segnalare tutti i problemi (irregolarità, mancanza di trasparenza, messaggi ingannevoli, scarsa informazione) e per dare consigli. Già, perché non va scordato che gli sconti di fine stagione sono anche buone opportunità per i negozianti di rifilare vere e proprie truffe.

Ecco allora come spendere meglio e far valere i propri diritti:
1) Ricordarsi il capo (fotografarlo) che ci interessa e il suo prezzo per capire l’esatto sconto: quello è il vero Saldo.
2) Visitare più di un negozio aiuta a non commettere errori. Vi è il rischio che venga messa in circolazione merce invenduta negli anni. Il negoziante deve dimostrare la veridicità di qualsiasi asserzione pubblicitaria. Meglio diffidare di sconti superiori al 50%.
3) Gli articoli esposti devono per legge riportare ben in chiaro i due prezzi, quello “pieno” e quello in saldo (percentuale). Le merci con sconti e ribassi devono essere separate in modo chiaro e inequivocabile da quelle non rientranti nella promozione. I prezzi sono quelli esposti e non quelli al banco e devono essere praticati senza limitazioni di quantità e senza abbinamento di vendita fino alla fine delle scorte.
4) Attenzione alle etichette, quelle di origine ci permettono di risalire al produttore, quelle di contenuto garantiscono la composizione del prodotto e le modalità di lavaggio per evitare rischi.
5) Conservare sempre lo scontrino, se la merce è difettosa, si può infatti optare per la restituzione del prodotto o spuntare ancora un prezzo inferiore.
6) Prova dei capi: non c’è obbligo. È rimessa alla discrezionalità del negoziante mentre per i pagamenti le carte di credito devono essere accettate da parte del negoziante qualora sia esposto nel punto vendita l’adesivo che attesta la relativa convenzione.
I VIDEO servizi:
Dal primo gennaio aumentano i biglietti dei treni veloci:
Riscossa per i giocattoli italiani:
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Un autunno caldissimo a suon di rincari. Riparte da qui la lunga stagione di milioni di famiglie italiane costrette a fare i conti con l’aumento dei principali generi alimentari, soprattutto pane, pasta e latte. E da qui riprende anche la protesta delle maggiori associazioni dei consumatori, appoggiate dal ministro Mastella e unite nel combattere il caro vita ma divise più che mai sui tempi e i modi.
Giovedì 13 Adoc, Adusbef, Federconsumatori, Codacons ma anche i produttori della Coldiretti, manifestano davanti a Palazzo Chigi per promuovere una giornata di sciopero della spesa e della pasta contro i recenti rincari. I consumatori chiedono nell’immediato il blocco dei prezzi e indicano l’obiettivo di tagliare del 5% le tariffe con l’accordo di tutte le parti interessate. Una riduzione che consentirebbe un risparmio per ogni nucleo di 1000-1200 euro l’anno.
Iniziativa lodevole, ribattono ironicamente le altre dodici associazioni che non aderiscono alla protesta, peccato che in molti casi gli aumenti siano stati “gonfiati” e che con tutto questo allarmismo “non si va da nessuna parte”. In ogni caso non vuol dire che la strada privilegiata sia meno dura. Anzi. Paolo Landi, di Adiconsum, tuona: “Bisogna boicottare chi aumenta i prezzi e favorire chi li mantiene invariati”. In sostanza se il prezzo di un tipo pasta aumenta in modo irragionevole, suggeriscono le associazioni dei consumatori, bisogna proprio smettere di comprarla. Non solo per un giorno. E il discorso vale per tutti i prodotti.

Gli italiani sono già i primi della classe in materia di risparmio tra gli scaffali dei supermercati: come spiega Federdistribuzione, organismo di coordinamento e di rappresentanza della grande distribuzione organizzata, un quarto della spesa viene fatta con prodotti in promozione e aumentano i clienti che scelgono marche private o i primi prezzi. Sul fronte rincari anche Federdistribuzione è costretta ad ammettere la dura realtà: “Ci sono e dipendono soprattutto dall’aumento delle materie prime nei mercati internazionali”, spiega Stefano Crippa. Più o meno il dieci per cento quello della pasta, circa la metà quello del latte. “Ma la stangata non sarà così pesante come dicono”. Nessun miracolo. Secondo una recente indagine della Ac Nielsen le famiglie italiane spendono ogni anno circa 80 euro per acquistare la pasta. Così in caso ci fosse l’aumento del dieci per cento, l’aggravio sarebbe al massimo di 8 euro. E poi, conclude Crippa, “l’incidenza della pasta sulla spesa è dello 0,3 per cento”. Tutta un’altra musica se si parla di bollette e carburanti. Il salasso è un piatto che va servito freddo. Come l’inverno che ci aspetta.
Il VIDEO servizio: