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Con l’obiettivo di dare vita alla nuova compagnia di bandiera italiana, è stata costituita la società “Compagnia aerea italiana”. Secondo quanto riferiscono fonti vicine al dossier Alitalia, sono 16 i soci che al momento hanno sottoscritto quote paritetiche simboliche per poche migliaia di euro; fra gli altri, anche il presidente del gruppo Pirelli Marco Tronchetti Provera e il gruppo Gavio. Rocco Sabelli è l’amministratore unico della neocostituita società mentre Roberto Colaninno è il presidente.
Sono sedici i primi soci che hanno sottoscritto quote paritetiche simboliche e pari a poche migliaia di euro nella società Compagnia Aerea Italiana, costituita con l’obiettivo di dare vita alla nuova compagnia di bandiera italiana.
Ecco di seguito i partecipanti:
- Roberto Colaninno (attraverso IMMSI), che sarà il presidente della nuova società
- Gruppo Benetton attraverso Atlantia
- Gruppo Aponte
- Gruppo Riva
- Gruppo Fratini attraverso FINGEN
- Gruppo Ligresti attraverso FONSAI
- Equinox
- Clessidra
- Gruppo Toto
- Gruppo Fossati attraverso FINDIM
- Marcegaglia
- Caltagirone Bellavista attraverso Acqua marcia
- Gruppo Gavio attraverso ARGO
- Davide Maccagnani attraverso MACCA
- Tronchetti Provera
- Intesa Sanpaolo
Novità anche per il partner internazionale: domani emissari di Intesa Sanpaolo voleranno a Parigi per un incontro con i vertici di Air France-Klm che il giorno dopo dovrebbe riunire un Cda straordinario. Sempre domani è stato convocato un cda straordinario di Atlantia per valutare l’ingresso del gruppo nella cordata di imprenditori che sosterrà il piano di salvataggio. L’investimento della compagnia, controllata dai Benetton, dovrebbe aggirarsi intorno ai 100 milioni di euro.
Oggi invece a Palazzo Chigi c’è stato un vertice tecnico tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e i ministri Giulio Tremonti, Altero Matteoli e Claudio Scajola. Sul tavolo, la modifica della legge Marzano, passaggio decisivo per la realizzazione del piano Fenice messo a punto da Intesa Sanpaolo che prevede la nascita di una newco, ripulita dei debiti della ’vecchià Alitalia e di una “bad company”. Nel corso del vertice, Letta, Tremonti, Matteoli e Scajola avrebbero studiato le modifiche alla Marzano che saranno contenute in un decreto legge ad hoc da approvare al Consiglio dei ministri di giovedì prossimo.
Un fascicolo intestato “atti relativi a”, ossia al momento senza notizie di reato è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Roma sulla vicenda Alitalia. Il fascicolo è stato aperto dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal Pm Stefano Pesci dopo la denuncia presentata dal Codacons che ipotizzava sul dissesto della compagnia di bandiera i reati di malversazione e truffa per il conseguimento di illecite erogazioni pubbliche.
Nella denuncia del Codacons si fa anche riferimento ai compensi percepiti negli ultimi anni dagli amministratori delegati che si sono succeduti al vertice della compagnia di bandiera, in particolare a quello percepito da Maurizio Prato che “in cinque mesi avrebbe raccolto 326.414 euro guadagnando 2.170 euro al giorno, ma compensi maggiori erano stati riconosciuti dal suo predecessore Giancarlo Cimoli che soltanto nel 2006 avrebbe percepito 1 milione 536 mila euro, pari a 6.400 euro al giorno con il bilancio di Alitalia che subiva perdite per 626 milioni di euro”.
Il Codacons stima, nell’esposto presentato alla Procura di Roma, che in dieci anni Alitalia e’ costata ai consumatori circa cinque miliardi e 187 milioni di euro, ricordando che sempre nel 2007 la compagnia di bandiera ha chiuso il suo diciannovesimo bilancio (su venti) in passivo.
All’attenzione della Procura anche il valore azionario di Alitalia: nel 2001 un’azione dell’azienda valeva 8.5 euro mentre oggi ne vale 0.4.
Infine il Codacons affronta nell’esposto anche gli ultimi sviluppi sul piano politico aziendale di Alitalia con la ipotetica scissione in due rami di azienda con una new company e una bad company. “Tale scissione” si legge nella denuncia “ha senso solo in presenza di dissesto patrimoniale quando cioé l’ammontare dei debiti risulta superiore al valore delle attività e la loro vendita eventuale non sarebbe in grado di garantire il rimborso integrale ai creditori”.
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All’inizio era uno smilzo documento di cinque cartelle in sette punti, firmato Ap Holding, la controllante dell’AirOne: toni ottimistici, diplomatico nei contenuti. Oggi è un dossier di 80 pagine redatto dall’Intesa Sanpaolo (cioè dall’amministratore delegato Corrado Passera e dal direttore generale corporate Corrado Micciché), advisor del governo e partner della stessa AirOne. Denominato piano Fenice, è egualmente positivo riguardo al futuro dell’Alitalia, ma assai più pragmatico sui sacrifici e sui costi nell’immediato. Tra i due progetti per la nascita della nuova Alitalia sono passati 4 mesi, è uscita di scena l’Air France, si è materializzata la cordata nazionale di imprenditori disposti a sborsare tra 700 milioni di euro e 1 miliardo, a condizione però di ridimensionare le ambizioni di Carlo Toto, il patron dell’AirOne. Ma soprattutto il prezzo del petrolio è aumentato del 40% ed è drasticamente peggiorata l’economia internazionale.
Il nuovo progetto. Ciò che è rimasto immutato fra i due piani non è poco: il modello di business e la strategia a breve e lungo termine, articolata in tre punti. Primo: la nuova compagnia opererà “point to point”, con collegamenti diretti fra grandi città, abbandonando il sistema degli hub (megaeroporti al centro di scali satelliti) caro all’Air France e al vecchio management Alitalia. Punto due: resta l’obiettivo di stringere in 2-3 anni un’alleanza industriale e forse anche finanziaria con uno dei tre grandi vettori europei. In ordine di preferenza (o speranza), Lufthansa, British Airways (che sta discutendo una fusione con l’Iberia) e una ripescata Air France. Infine, condizione perché l’azienda si risani e ambisca a tornare appetibile anche in vista di accordi futuri, il posizionamento sul mercato. Per il quale, recita il piano Fenice, “Nuova Alitalia ha tutti i requisiti per competere con successo sul mercato domestico e internazionale. Nasce da una forte discontinuità con il passato mediante l’integrazione della parte sana di Alitalia con AirOne”. E resta valida l’indicazione dell’Ap Holding: “Nuova Alitalia sarebbe fin da subito il quarto operatore europeo, più grande di altri concorrenti continentali (Iberia, Sas, Turkish Airlines) e mondiali (Cathay, Emirates, Virgin) di successo”.Quanto alla flotta, sarà di 165 aerei. I vecchi Md 80 impiegati sul breve-medio raggio saranno sostituiti da 130 Airbus 320 e 321; 25 gli aerei sul medio-lungo raggio fra Boeing 767 e 777 e Airbus 330 e 340. Saranno acquistati 10 Bombardier Crj, bimotori per le rotte regionali. Il tutto per risparmiare carburante, manutenzione, equipaggi e diversificare i fornitori, cioè per non dipendere troppo dall’Airbus. Un’esigenza avvertita dalla Finmeccanica, partner della Boeing. C’è anche l’ipotesi di dismettere la flotta e di prendere gli aerei in leasing.
Il profilo della “newco”. Insomma, sul tavolo del governo c’è la proposta di far nascere un’Alitalia in formato leggero, attraverso una “new company” ricapitalizzata per circa 1,2 miliardi, affidata a un manager imprenditore apprezzato come Rocco Sabelli, ex amministratore delegato della Piaggio. Ma con forti tagli al personale e, per chi resterà, un contratto nuovo, con minore costo del lavoro. Niente più guerra tra Malpensa e Fiumicino: entrambi manterranno i principali collegamenti internazionali (circa 70 l’aeroporto lombardo, oltre 50 quello romano) e agiranno in parallelo con altri quattro scali: Venezia, Torino, Napoli e Catania. Con l’obiettivo per ora di conquistare il 60% del mercato interno (l’Alitalia è precipitata al 43%, rispetto all’80% dei concorrenti europei nei loro mercati).
La newco avrà tra i soci la cordata tricolore che parteciperà a un aumento di capitale da 0,7-1 miliardo di euro: dal fondo Clessidra di Claudio Sposito ai gruppi Benetton, Ligresti, Gavio, Pirelli, Marcegaglia, Aponte, Riva, Fossati, forse Roberto Colaninno, le merchant bank Morgan Stanley e Nomura, fino al fondo Equinox di Salvatore Mancuso e alla stessa Intesa che potrebbe riservarsi il 10%. Toto non apporterà capitali ma conferirà l’azienda, la flotta, i diritti di atterraggio e una quota di mercato interno pari al 23%, il tutto valutato 300-350 milioni; la Nuova Alitalia si accollerà i suoi 150 milioni di debiti. La newco implica una “bad company”, un’area di parcheggio di personale in esubero e attività da dismettere, e con l’eredità della causa da 1,25 miliardi intentata alla vecchia Alitalia dalla Sea, l’azienda proprietaria di Malpensa. Quello degli esuberi è il capitolo più spinoso e anche la partita che resterà aperta fino all’ultimo.
Silvio Berlusconi ha imposto lo slittamento dell’accordo a settembre, per evitare uno scontro con i sindacati in piena estate. Il piano di Toto elencava, su 3.800 esuberi diretti, 2.750 in Az fly e 1.050 in Az service. Nel progetto Fenice salirebbero almeno a 5mila nell’intero perimetro dell’Alitalia: 2mila in Az fly, altri 2mila di contratti a termine non rinnovati e un migliaio in Az service. Ma qui le cifre ballano: i servizi di terra occupano 7mila persone; secondo l’ipotesi più drastica, si potrebbe arrivare quasi a dimezzarle. Quindi, fra dipendenti e non, si oltrepasserebbero i 6mila esuberi da confinare nella “bad company” o da mettere in cassa integrazione. Un prezzo richiesto dai privati, che secondo alcune fonti entrano a condizione di investire in una compagnia aerea e non in un’azienda metalmeccanica con duplicati e vecchie sacche di inefficienza. “Problema che del resto” osservano gli advisor “la proposta dell’Air France tagliava alla radice scaricando i costi dell’intera area manutenzione sullo Stato italiano”. “A noi interessa soprattutto che gli aerei volino, più che gli esuberi” afferma pragmaticamente una fonte non sospetta come Luigi Angeletti, segretario della Uil. “Siamo interessati a discutere un piano industriale razionale, piuttosto che astrattamente di tagli”. Però i sindacati sono sul piede di guerra.
C’è anche un altro problema che sta facendo venire il mal di testa ai tecnici dei ministeri Economia e Welfare: si chiama Fondo volo, il comparto speciale dell’Inps che garantisce la previdenza a piloti, hostess e dipendenti delle compagnie aeree. Il bilancio preventivo 2008 segnala già un disavanzo di 9,6 milioni di euro e una perdita patrimoniale di 43,6. Il patrimonio del fondo è in calo costante da 3 anni: dai 351 milioni stimati a inizio 2006 si è passati a 237 del preventivo 2008. Il fondo non è in grado di reggere l’urto di migliaia di dipendenti a spasso. Dunque si sta pensando a uno dei classici contenitori di stato, tipo la Fintecna. Un salvataggio, questo, da Prima repubblica? Purché ne valga la pena.
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E ora il futuro di Alitalia potrebbe non essere così nero. S’intravede infatti la tanto attesa e sperata soluzione. Occhi e aspettative si concentrano sulla messa a punto del piano di salvataggio affidato all’advisor Intesa Sanpaolo. “Ormai è pronto”, secondo le indiscrezioni: Intesa potrebbe tirare le somme entro sabato 2 agosto, o anche prima. “È vicina la soluzione per il rilancio a capitale italiano della compagnia di bandiera”, fa eco il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, a margine dell’assemblea annuale di Sviluppo Italia precisando che gli strumenti “devono essere definiti”.
Non commenta, quindi, Scajola le notizie pubblicate su alcuni quotidiani secondo cui sarebbe vicino il commissariamento di Alitalia: “Quando qualcuno lavora” afferma “bisogna lasciarlo lavorare in silenzio rispettando il suo lavoro”. Alitalia, sottolinea il ministro, “è un problema ormai da tanti e tanti anni. È un problema che è stato sottovalutato e si è incancrenito. È un problema che stava per avere una soluzione da noi non condivisa e cioè, di fatto, la svendita alla Francia di una compagnia che è molto utile per l’economia italiana e per il turismo italiano”.
Per trovare una soluzione, prosegue Scajola, il governo “ci ha lavorato sopra, utilizzando come strumento Banca Intesa che sta preparando un piano industriale”. Per il ministro è ormai prossima la soluzione: “Credo che si sia vicini ad una conclusione” ribadisce ancora Scajola “che potrà rilanciare una compagnia a capitale italiano significativa e utile per il rilancio di un paese che non dimentichiamolo, è una delle grandi potenze mondiali, ma che deve recuperare l’orgoglio di sentirsi un grande Paese nel novero del mondo globalizzato che cresce”.
L’agenda prevede che l’8 agosto il board di Alitalia si riunisca per approvare i risultati del semestre ed è probabile che i vertici della compagnia ritengano importante avere il nuovo piano già sul tavolo: servono elementi nuovi per sostenere nei documenti di bilancio, ancora una volta, che è possibile salvare l’azienda e che è stato quindi giusto mantenere il precario equilibrio dei conti sul filo del fallimento. Rischio che Alitalia ha schivato grazie all’intervento del governo, per il prestito da 300 milioni e il decreto che ne ha permesso l’iscrizione in bilancio a copertura dell’erosione del capitale.
Un salvataggio in extremis che, sulla base delle prime valutazioni, Bruxelles giudica “illegittimo”, un aiuto di Stato non consentito. Ora, però, si attende che Intesa Sanpaolo riferisca al cda di Alitalia l’esito di un lavoro che va definito anche con il Governo, ed in particolare con il Tesoro che ha in mano le azioni della compagnia da cedere a nuovi soci.
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Dalla padella nella brace. I sindacati dell’Alitalia che nelle settimane precedenti alle elezioni di metà aprile assestarono il colpo decisivo e mortale alla trattativa con l’Air France ora si sentono con l’acqua alla gola. Ufficialmente non lo ammettono, anzi fanno sfoggio di compostezza e invitano alla cautela: “Non mettiamo il carro davanti ai buoi” ammoniscono dalla Cgil rifiutandosi di esaminare le indiscrezioni di stampa nelle quali si parla di tagli e si delinea il futuro della compagnia. Mentre Stefano De Carlo, influente vicepresidente dell’Anpac, il sindacato dei piloti che all’Alitalia ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo, ostenta con Panorama un aplomb invidiabile: “Ci vuole prudenza”.
Ma basta grattare un po’ la superficie ed esce un’altra verità: di fronte alle indiscrezioni e alle voci che circolano intorno al piano Alitalia, che l’advisor Intesa Sanpaolo, sotto la guida di Corrado Passera, sta preparando con la società Boston consulting e lo studio Bonelli-Erede-Pappalardo, i sindacalisti di tutte le sigle sono più che perplessi. Sono proprio imbufaliti, compresi molti della Cisl, a suo tempo recisamente contrari all’ipotesi di cessione della compagnia ai francesi. Anche se Raffaele Bonanni non ha nascosto di essere disponibile a sedere ad un tavolo per Alitalia anche se si trovasse in presenza di un piano che individua 4mila esuberi: “Basta che ci siano gli ammortizzatori sociali adeguati”. Senza ammetterlo, tutti quanti sperano, anche se con argomentazioni e accenti diversi, che la politica alla fine ci metta una pezza.
Detto in altri termini: sperano che il governo, in particolare il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che dell’Alitalia è l’azionista principale, e che ha scelto proprio l’Intesa come advisor nell’operazione, prima che sia troppo tardi eviti ciò che essi considerano “uno scempio”. Sperano, cioè, che il ministro con la sua autorevolezza intervenga per mettere sui binari giusti il piano prima della presentazione ufficiale. Perché se in quel progetto dovessero essere confermate le anticipazioni circolate, messi alle corde i sindacati non avrebbero probabilmente altra scelta che tornare all’azione facendo ripartire l’ostruzionismo, anche a rischio di essere additati al pubblico ludibrio come i becchini della compagnia.
In quel caso la strada del non impossibile salvataggio e dell’auspicabile rilancio dell’azienda si trasformerebbe di nuovo in un percorso di guerra. E sarebbe un guaio per tutti. Data ultima per la presentazione del piano è la metà d’agosto e i sindacati confidano, da questo punto di vista in coincidenza con il management aziendale guidato da Aristide Police, che sia Passera sia Tremonti si prendano il tempo di riflessione necessario, non per allungare il brodo, che non conviene, con le perdite che ogni giorno si mangiano il prestito dello Stato, ma per evitare decisioni dalle quali poi sarebbe difficile tornare indietro.
Sia i sindacalisti sia i dirigenti dell’azienda giudicano un segnale incoraggiante l’ufficiosa derubricazione dell’ordine del giorno nel consiglio d’amministrazione Alitalia, venerdì 18 luglio, da data per la presentazione ufficiale del piano a occasione di approfondimento,
Per l’Anpac e gli altri sindacati la strada è ancora più impervia rispetto a quella di alcuni mesi fa perché ai loro occhi, e agli occhi di molti dipendenti, il piano Passera così come emerge dalle anticipazioni sarebbe più indigesto di quello dell’Air France. Quest’ultimo prevedeva la riduzione di oltre 2 mila dipendenti, che sarebbero potuti diventare quasi 7 mila includendo i potenziali “esuberi” dell’Alitalia Service (servizi a terra). Il piano Passera prevederebbe un taglio di 5-6 mila lavoratori, cifra non molto distante da quella ipotizzata dai francesi.
L’aspetto che più preoccupa i sindacati è il piano industriale. “Parlare di esuberi è sempre doloroso, ma non sono 500 in più o in meno a fare la differenza in questa situazione di sfascio e con il petrolio a 150 dollari. Il problema è che senza un piano credibile della compagnia di bandiera rischia di restare solo la bandiera. Sono sorpreso, per esempio, che non si parli più di alleanza internazionale: senza un partner estero l’Alitalia muore” lamenta Claudio Claudiani della Cisl trasporti.
I sindacati temono che l’Alitalia sommata all’AirOne di Carlo Toto possa tutt’al più diventare una SuperAirOne, abbastanza grande a livello regionale, con il 70-80 per cento del traffico italiano, ma con una proiezione internazionale insufficiente, destinata a vivacchiare qualche tempo, al massimo qualche anno, ma inesorabilmente votata al declino perché sprovvista della massa critica di traffico necessaria per alimentare l’autofinanziamento e investimenti da compagnia di bandiera.
Attacca De Carlo dell’Anpac: “Con l’Air France i tagli all’occupazione e all’attività Alitalia erano del 25 per cento, con il piano Passera di cui si vocifera sarebbero addirittura del 60. Se l’Intesa Sanpaolo intende favorire l’AirOne, con cui è fortemente esposta, inventando una compagnia nella quale investendo poco ottiene un ritorno quasi immediato, anche se effimero, allora l’operazione è perfetta. Ma siamo sicuri che ciò che va bene all’Intesa vada bene anche al Paese e all’Alitalia?”.
Già ad aprile i capi sindacali avevano rischiato di perdere la faccia di fronte a molti dei loro iscritti, i quali erano arrivati a organizzarsi in proprio con manifestazioni spontanee, non riuscendo a capire perché i loro rappresentanti si stavano opponendo all’accordo con i francesi.
Particolarmente incomprensibile risultava l’atteggiamento dei capi Anpac, favorevoli per mesi all’Air France, fino al punto di volare a Parigi per discutere direttamente con il presidente della compagnia transalpina, Jean-Cyril Spinetta. I punti oscuri e spinosi dell’intesa con i francesi, però, erano così tanti, e soprattutto non si capiva bene quale ruolo avrebbe potuto avere davvero la cenerentola Alitalia nei confronti della ricca Air France, che alla fine la linea sindacale ufficiale fu digerita dalla maggioranza. Ma la storia, com’è noto, difficilmente si ripete.
La Lega Calcio ha scelto la Infront Sports & Media come advisor nelle attività di offerta e commercializzazione, in forma centralizzata, dei diritti audiovisivi individuati e regolati dal decreto legislativo del 9 gennaio 2008, a partire dal campionato 2010/2011. Infront possiede tutte le competenze specifiche e tecniche richieste per affiancare la Lega Calcio in questo ambito: il primato della gestione dei diritti web e di telefonia mobile del campionato italiano di calcio; la gestione dei diritti media e marketing delle principali discipline nel panorama dello sport mondiale tra cui il calcio, gli sport invernali e il campionato mondiale di superbike; il fatto di essere l’operatore leader nel mondo nella produzione del segnale televisivo, aggregazione e distribuzione di contenuti per piattaforme media.
La società svizzera, con sede a Zug e con oltre 400 dipendenti che operano in 24 uffici dislocati in 11 paesi, tra cui l’Italia dove lavorano 130 persone, gestirà le immagini, in diretta e in sintesi delle partite di serie A e B, in chiaro e a pagamento, su tutte le piattaforme tecnologiche, dal satellite al digitale terrestre, da internet ai cellulari, fino al 2013. Un piatto ricco, stimato da alcune società di consulenza oltre i 2 miliardi e mezzo di euro complessivi).
Il gruppo multimediale va ricordato per l’esperienza maturata in occasione dei mondiali di calcio nel 2002 e nel 2006 quando, oltre al completo controllo della produzione ha anche gestito la commercializzazione e distribuzione di tutti i diritti media ad oltre 500 broadcaster in tutto il mondo. In aggiunta a ciò, a partire dalla prossima stagione e per quattro stagioni consecutive sarà una divisione posseduta interamente da Infront, la Hbs, ad occuparsi della produzione completa della Ligue 1, il massimo campionato francese di calcio.
Risolta la questione dell’advisor restano in Lega Calcio molti altri problemi. Nessun paese in Europa ha legato le sue fortune economiche del calcio di vertice alla vendita dei diritti televisivi. I ricavi da stadio nei più importanti campionati europei arrivano al 35 per cento; in Italia non si supera il 15 per cento perchè gli impianti non sono di proprietà dei club e i ricavi sono dunque limitati solo all’evento calcistico. Come spesso ripete Adriano Galliani, vice presidente del Milan, il fatturato della serie A italiana è di appena 1.350 milioni di euro, poco più della metà rispetto alla Premier league inglese e anche Germania e Spagna (dove non esiste la mutualità verso le squadre più piccole) sono più ricche di noi, grazie anche ad una tassazione più vantaggiosa rispetto a quella italiana.
Soldi in giro ce ne sono pochi e le grandi non sembrano voler investire come gli anni passati. Così come non sono intenzionate ad aiutare le squadre di serie B, ancora senza un contratto televisivo, alle quali andranno appena 65 milioni di euro per la cosiddetta mutualità, rispetto ai 95 richiesti. Una squadra di B è già fuori gioco: in serata in presidente del Messina ha annunciato di essere sommerso dai debiti e di voler ricominciare dal campionato dilettanti. L’Avellino, che dovrebbe subentrare, non avrebbe la documentazione necessaria in quanto anch’essa alle prese con una grave crisi economica. In totale, 17 squadre, tra serie B e C, sono state bocciate dalla Covisoc, l’organo di controllo della Lega, e rischiano la radiazione. L’organizzazione non è più in grado di sopportare un sistema con 132 squadre (20 in A, 22 in B e addirittura 90 in C). È arrivato il momento di pensare ad una riforma dei campionati e ad una riduzione degli organici. Se ne parla, ma nessuno ha mai preso il coraggio di fare proposte. Intanto il calcio italiano ha finito i soldi, ma a Galliani e Moratti ditelo sottovoce.
Sì a nuove partnership per il rilancio di Alitalia solo dopo la definizione di un piano industriale. Il presidente della compagnia di bandiera, Aristide Police, ricorda che Intesa SanPaolo sta lavorando “molto intensamente ad un piano industriale sostenibile per poter procedere in piena continuità aziendale ad un rilancio dell’azienda”. E spiega: “È un piano con l’ingresso di capitale fresco e tendente al rilancio con la ricapitalizzazione. Poi ci sarà la ricerca di un’ulteriore consolidamento di partnership internazionali esistenti, ovvero alternative”. Precisa Police: “L’advisor ci dice che sta lavorando al piano industriale. Poi le aggregazioni sono tutte benvenute, ma la cosa più importante è costruire un piano che per costi e ricavi sia sostenibile e profittevole e punti al rilancio”.
Da via XX Settembre arrivano ulteriori indicazioni: “Vogliamo che il nostro Paese abbia una compagnia di bandiera, efficace ed efficiente” dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti “serve per lo sviluppo del Paese, per servire la sua industria aperta al mondo e la sua vocazione turistica”. E chiarisce: ”Non è più tempo di soluzioni provvisorie”: per Alitalia, dice, ”vogliamo una soluzione imprenditoriale solida”. Nessun intervento statale, dunque. Nelle ultime settimane, rende noto il ministro dell’Economia, AirFrance-Klm ha avviato azioni verso la compagnia di bandiera.
Entro luglio gli scenari per Alitalia saranno delineati. Nell’assemblea di azionisti prevista per sabato prossimo, 28 giugno, “Sicuramente avremo indicazioni, l’advisor ci dà questo annuncio. Siamo ben felici di conoscerlo e di poterlo condividere” ricorda Police. Il numero uno di Alitalia ha poi detto che domani è previsto un consiglio di amministrazione, ma per ragioni di ordinaria amministrazione. Sul fronte degli esuberi Police risponde così: “Mi sembra assolutamente prematuro parlarne. Tutti i piani e le offerte precedenti prevedevano delle esigenze dal punto di vista della ristrutturazione e di strumenti di ammortizzatori sociali, però ora siamo in una fase anteriore”.
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