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Parla Toto: “Su Alitalia se saremo chiamati faremo la nostra parte”

Carlo Toto

“Ho molto creduto nel progetto Alitalia, ora seguiamo gli eventi. Quello di cui sono convinto è che senza Air One l’operazione Alitalia è molto difficile, se non impossibile: solo integrando le due compagnie si raggiunge una quota di mercato interno paragonabile a quelle delle principali concorrenti europee e si può creare una compagnia nazionale efficiente. Se saremo chiamati dal ministero dell’Economia faremo la nostra parte”.

Così Carlo Toto, presidente della Air One, in un’intervista pubblicata sul numero di Panorama in edicola da venerdì 20 giugno.
Riguardo a un eventuale ingresso di un partner estero in Alitalia, Toto sostiene con Panorama che “far entrare una compagnia straniera in Alitalia in questa fase è prematuro: l’Italia ha un mercato di 80 milioni di passeggeri che partono e arrivano dai suoi aeroporti, appena 1 milione in meno della Francia. Ma la Francia raccoglie altri 30 milioni di passeggeri nei mercati limitrofi, mentre l’Italia appena 10 milioni. Se l’Italia si riappropria dei clienti che ora vanno nel mondo via Parigi o Francoforte, potrà avere un mercato che consentirà il riequilibrio di Alitalia e la sua crescita”.
Per quanto riguarda il futuro della Air One, il 26 e il 27 giugno inizieranno i primi collegamenti tra Malpensa e Chicago e Boston. “Quest’anno” ha dichiarato Toto a Panorama “arriveremo a 850 milioni di fatturato ed il piano a 5 anni su cui siamo concentrati prevede che nel 2012 avremo un giro d’affari di 2 miliardi, con oltre 100 aerei di cui circa 20 a lungo raggio.
Sul fronte della compagnia di bandiera, intanto, l’aula del Senato ha definitivamente convertito in legge il decreto (varato dal Governo Prodi lo scorso 23 aprile) che autorizza un prestito ponte di 300 milioni ad Alitalia. I voti favorevoli sono stati 154 (la maggioranza richiesta era di 141), quelli contrari 119, 7 gli astenuti. In dissenso dal gruppo del Pd, si sono astenuti i due senatori radicali, Donatella Poretti e Marco Perduca. Contro la conversione del decreto hanno votato i senatori dell’Italia dei Valori che hanno criticato le procedure seguite dal governo per concedere il prestito ponte e, in particolare perché il provvedimento sottrae 205 milioni alle piccole e medie imprese. Il Pd ha votato contro il provvedimento perché con le modifiche apportate alla Camera esso va contro gli obblighi previsti dal diritto comunitario.
In particolare, nel testo della legge è stato inserito l’articolo 4 del decreto legge fiscale sull’Ici che consente di trasformare il “prestito ponte” in patrimonio netto della Compagnia in caso di riduzione del capitale sotto il minimo previsto dal codice civile. Il nuovo testo, che ha fatto proprio l’articolo 1 del decreto legge sul monitoraggio della spesa, prevede alcune deroghe alla legge 474 del 1994 sulle privatizzazioni, con la nomina di un advisor (già individuato dal consiglio dei Ministri in Intesa Sanpaolo). Advisor che potrà agire in conto terzi o anche in proprio.

Via libera al prestito per Alitalia, ma l’Ue indaga

Il Centro Direzionale Alitalia a Roma

Via libera della Camera al prestito ponte per Alitalia: l’Aula ha approvato la conversione in legge del decreto che prevede uno stanziamento di 300 milioni per la compagnia di bandiera. Ma la Commissione europea, come atteso, ha dato il via all’indagine destinata ad accertare se l’intervento pubblico in favore del vettore nazionale sia un aiuto di Stato compatibile con le norme comunitarie sul mercato unico europeo. Bruxelles, però, precisa che non si tratta di una procedura d’infrazione: in altri termini, l’apertura di un’inchiesta approfondita non pregiudica in alcun modo la decisione finale della Commissione, ma consentirà a tutte le parti interessate al dossier di esprimere il proprio punto di vista.

Getta acqua sul fuoco il presidente della compagnia di bandiera, Aristide Police: “Ritengo che l’intervento su Alitalia non sia affatto un aiuto: è un prestito con scadenza e tassi di interesse peraltro salati”, assicurando che tutti gli interventi adottati sia dal passato governo che da quello attuale sono “conformi al diritto comunitario”. “Non a caso si chiama prestito-ponte” ha precisato Police “perché serve per il raggiungimento di una sponda che stiamo perseguendo con convinzione, grazie anche all’importante advisor che il governo ha scelto per completare il processo di privatizzazione”. Ricordando le ragioni che già il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva addotto all’Unione Europea, nel giustificare il proprio operato, il presidente dell’aviolinea nazionale ha ribadito che il prestito, “non è un aiuto né tanto meno illegittimo, ma uno strumento per consentire la privatizzazione, per stare sul mercato e non fuori con il sussidio dello Stato”. E Police non esclude la possibilità di un prestito dalle banche, a condizioni migliori di quelle previste dal decreto.
Intanto il governo prepara una lettera con le risposte per Bruxelles. “Non sono molto preoccupato per il problema di infrazione sollevato dalla Commissione europea perché quella siamo in grado di risolverla. E spiegheremo i motivi del decreto passato oggi alla Camera” afferma il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. E aggiunge: “Sono molto più preoccupato dalla situazione dell’Alitalia, anche se stanno lavorando molto bene e sono fiducioso che si troverà una soluzione. Entro trenta giorni risponderemo alla Commissione europea”.

Ora il provvedimento torna in Senato perché differente dal decreto originario e dal testo licenziato da Palazzo Madama, dove dovrà essere ratificato senza modifiche entro il 22 giugno. A Montecitorio la conversione è stata approvata stamane dopo molte sedute dedicate a esaminare le proposte di modifica esaminate avanzate dall’opposizione, ed in particolare dall’Italia dei Valori. Il nuovo testo incorpora una serie di norme introdotte con altri decreti in materia di scelta e ruolo dell’advisor per la privatizzazione della compagnia di bandiera, esenzione dagli obblighi di trasparenza in termini di comunicazioni al mercato, utilizzazione del prestito a copertura delle perdite.
In particolare, nel testo licenziato dalla Camera è stato inserito l’articolo 4 del decreto legge fiscale sull’Ici che consente di trasformare il prestito in patrimonio netto della Compagnia in caso di riduzione del capitale sotto il minimo previsto dal codice civile. Inoltre, il testo che sarà trasmesso al Senato ha poi fatto proprio l’articolo 1 del decreto legge sul monitoraggio della spesa che prevede alcune deroghe alla legge 474 del 1994 sulle privatizzazioni, con la nomina di un advisor ( già individuato dal Consiglio dei Ministri in Intesa SanPaolo). Advisor che potrà agire in conto terzi o anche in proprio. E questa ultima possibilità è stata molto criticata dall’opposizione visto che l’istituto di credito guidato da Corrado Passera è già sceso in campo a fianco dell’Air One nella gara di privatizzazione dell’Alitalia predisposta dal Governo Prodi. Un’ulteriore novità riguarda la sospensione degli obblighi informativi al mercato da parte della compagnia di bandiera. E tale decisione ha indotto la Consob a sospendere la quotazione in Borsa del titolo.

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Su Alitalia l’altolà di British Airways e Ryanair

Libonati lascia

Alitalia “difficilmente può sopravvivere”, assicura l’amministratore delegato di British Airways, Willie Walsh. Ma, aggiunge in un’intervista all’Ansa, il “sostegno finanziario” del governo italiano “non è giusto”, altera la concorrenza: la Commissione europea dovrebbe intervenire “in modo netto”, prendendo “una posizione chiara contro questo intervento”.
Il numero uno di British Airways, in un colloquio a margine dell’assemblea annuale dell’associazione delle compagnie aeree Iata a Istanbul, rileva che Alitalia “è in una situazione di difficoltà incredibile perché la compagnia non ha più forza finanziaria”. “Io mi chiedo semplicemente” dice Willie Walsh “come possa sopravvivere”. L’intervento del governo italiano con l’utilizzo del prestito da 300 milioni per salvare il capitale altera la concorrenza? “Penso che non sia giusto che il governo italiano dia sostegno finanziario ad Alitalia, non sono d’accordo”, dice Walsh, che sollecita un intervento di Bruxelles: “Credo che la Commissione Europea debba assumere una posizione netta e chiara. Penso che la situazione di Alitalia richieda che sia la stessa Alitalia a doverla affrontare. E non il governo italiano”.
Gli obblighi dell’Ue Bruxelles “deve prendere una posizione forte per avere credibilità non solo in Europa, ma in tutto il mondo. E questo significa che le possibilità di sopravvivenza per Alitalia sono molto basse”. British Airway non ha alcun interesse per la compagnia italiana e non ha valutato un progetto di acquisizione, indica Walsh. “No, nessun progetto. Io so che c’erano alcune compagnie interessate, come AirFrance-Klm, ma British non ha mai avuto alcun interesse, e ancor meno adesso. Alitalia non aggiungerebbe alcun valore strategico a British Airways”. Alitalia, spiega, “è una situazione molto difficile”, anche perché non ha vissuto la fase di cambiamento, negli anni scorsi, che ha reso più forti molte altre compagnie.
Anche Ryanair è scesa in campo, sostenendo che i 300 milioni di euro concessi dal governo all’Alitalia e trasformati in patrimonio netto, sono “oltraggiosi”. Così il responsabile finanziario della compagnia irlandese, Jimmy Dempsey: “Gli aiuti di Stato hanno fatto sì che Alitalia restasse operativa negli ultimi 10 anni, dovrebbero lasciarla fallire. Noi continuiamo a segnalare queste cose alla Commissione Europea, ma per ora non ci sono novità”. Dempsey in realtà vede come “ancora possibile” un accordo con Air France/Klm, che “continuerà a guardare ad Alitalia”.
Su Malpensa, per cui Ryanair aveva fatto un’offerta che avrebbe comportato l’apertura di una base con 12 aerei, poi rifiutata dalla Sea, Dempsey afferma: “Potrebbero cambiare idea, perchè è l’unico modo per salvare Malpensa. Loro hanno fatto un accordo con Air One, ma tra 12 mesi Air One potrebbe essere in fallimento a causa dell’aumento del prezzo del carburante”.

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Calcio: in Lega arrivano 12 offerte per gestire 2,5 miliardi di euro di diritti tv


Il Consiglio di Lega Calcio ha preso visione delle offerte degli advisor candidati ad affiancarla nella vendita dei diritti televisivi. Interpellato da Panorama.it, l’ufficio stampa conferma che “sono arrivate in sede 12 buste contenenti offerte articolate e soddisfacenti le aspettative. L’elenco dei candidati, in ordine alfabetico, è: Dla Piper, Img Media, Infront, Innova et Bella, Lehman Brothers e Kpmg, Mediobanca, Octagon, Rai Trade, Rothschild, Sportfive, Unipol merchant, e Value Partners. “. Smentite, dunque, le notizie trapelate, secondo cui sarebbero state soltanto due le offerte arrivate in via Rosellini. “Ad ogni consigliere di Lega – aggiungono – verrà consegnata una copia delle offerte, con obbligo di riservatezza, poi si riunirà un comitato di presidenza, allargato ad Urbano Cairo e Claudio Lotito, e questo comitato dovrà valutare l’entità delle singole proposte e fare una prima scrematura. Alla fine delle consultazioni, verrà convocata l’assemblea generale per la decisione”. Non trapela nessuna cifra ufficiale, ma si sa soltanto che il presidente Matarrese vuole chiudere la partita entro tre settimane.
In ballo ci sono le immagini, in diretta e in sintesi delle partite di serie A e B, in chiaro e a pagamento, su tutte le piattaforme tecnologiche, dal satellite al digitale terrestre, da internet ai cellulari, fino al 2013. Un piatto ricco, stimato da alcune società di consulenza oltre i 2 miliardi e mezzo di euro complessivi. Ma anche il banco di prova della legge Melandri, quella che lo scorso anno ha rivoluzionato la gestione dei diritti tv del calcio togliendo la contrattazione alle singole squadre e restituendola alla Lega Calcio, la confindustria dei club del pallone. Una partita difficile perché nasce già in mezzo a polemiche e a parecchi elementi di incertezza. A creare perplessità, due cose in particolare. Intanto la mancanza di indicazioni precise su cosa viene chiesto ai candidati advisor e sui parametri in base ai quali avverrà la selezione. La seconda ragione di perplessità è nella modalità scelta per retribuire il lavoro dell’advisor: una percentuale non sul valore dell’operazione ma sulla quota di ricavi dalla vendita dei diritti che sarà eccedente gli 850 milioni annui per i tre anni, ovvero la cifra che rappresenta la richiesta ‘base’ della Lega. Al di sotto di questa cifra, insomma, nulla.
Il ritorno dei diritti tv in capo alla Lega è un passaggio molto più complicato di quanto non si immagini. Pende già, per esempio, sulla vicenda un ricorso di Sky in sede europea. “Il meccanismo uscito dall’approvazione parlamentare e il successivo decreto attuativo presentano diversi rilievi in materia di Antitrust - spiega il vicepresidente di Sky Italia Andrea Scrosati - Sky contesta che la Lega possa costruire dei pacchetti misti di partite di serie A e di B, costringendo a comprare e mettere in onda partite dal bassissimo appeal. Prima, trattando con le singole squadre, si acquistava tutto. Adesso la legge ha trasferito alla Lega solo il diritto di immagine. Chi si aggiudicherà il diritto dovrà poi andare a contrattare con le singole squadre che restano titolari del diritto di ripresa”. Altre grane arrivano dall’Antitrust che ha avviato un’istruttoria per verificare se “la Lega Calcio, anche attraverso delibere associative, abbia limitato la facoltà delle squadre del campionato di calcio di serie B di commercializzare autonomamente i diritti di trasmissione delle partite disputate, ponendo in atto condotte lesive della concorrenza e pregiudicando l’interesse degli operatori della comunicazione ad acquisire contenuti di rilievo per il proprio palinsesto”. La nuova disciplina su diritti del calcio prevede la possibilità, nella fase transitoria fino al 2010, che i singoli club vendano separatamente i diritti non ancora ceduti, sia pur previa autorizzazione della Lega stessa. In questo modo, la condotta della Lega potrebbe aver negato ai tifosi la possibilità di seguire le partite attraverso le diverse piattaforme. L’istruttoria si concluderà entro il 15 aprile 2009.
Una volta scelto l’advisor, la Lega dovrà formalizzare i pacchetti per le varie piattaforme e mandarle all’approvazione di Antitrust e AgCom. E non sarà un passaggio solo formale. Poi si comincerà a discutere di soldi. Gli 850 milioni annui chiesti dalla Lega sono tanti. La tornata attuale di diritti, che termina con il 2009, è stata quella dominata da Mediaset che ha comprato tutto, dal “chiaro” storicamente appartenuto alla Rai e al suo “90° minuto”, al satellite di Sky, che da Mediaset ha dovuto comprare le partite che trasmette. Mediaset ha speso sui 650 milioni l’anno. Ai quali vanno aggiunti i soldi pagati da Telecom per le squadre in esclusiva per il digitale terrestre di La7, un po’ di calcio sulle Iptv e sui telefonini, qualche coppa e torneo estivo. Sommando il tutto si arriva a una stima complessiva di circa 750 milioni. Rispetto ai quali gli 850 rappresentano un 13% in più. Quanto al digitale terrestre, resta un mercato povero. Il valore dei diritti infatti non si calcola in base agli spettatori, ma a quanto pagano gli utenti. In altri termini, i 4,5 milioni di abbonati Sky valgono molto di più dei 4,5 milioni di utenti con decoder del dtt: i primi pagano decine di euro al mese fisse; gli altri vedono una partita ogni tanto. È dal satellite, dalle casse di Sky, che arriva l’80% del totale dei soldi che entrano nelle case del calcio italiano. E la tv di Murdoch, in virtù della forza economica di cui gode, fa pressioni per ottenere ulteriori possibilità di sfruttamento. Ossia, sostanzialmente, più finestre: partite anche il lunedì, il venerdì e forse anche il mercoledì. Come fanno in Inghilterra, il modello da seguire visti anche i risultati che incassa. Dai diritti tv, che è riuscito a vendere fino all’India e a Singapore, ai campi di gioco, dove i soldi incassati si trasformano in risultati sportivi: nelle semifinali di Champions league, che si giocano domani, tre squadre su quattro sono inglesi. E l’Italia, per ora, sta a guardare.

Alitalia a picco: tra richieste di esuberi e svalutazioni, la s-vendita slitta a fine anno

[i](Credits: Alitalia)[/i]
Archiviato il dossier Iberia, anche British Airways sarebbe di nuovo in pista per Alitalia, spalla a spalla con Tpg che ha già avuto modo di guardare da vicino i conti della compagnia di bandiera. Al momento non ci sono conferme ufficiali.

Da quel poco che trapela si intuisce tuttavia che anche l’interesse della compagnia di sua Maestà non sarebbe in grado di riportare il sereno intorno alla vendita di Alitalia su cui il mercato ha definitivamente perso la speranza che possa chiudersi entro l’anno. Non a caso i titoli della compagnia di bandiera sono andati a picco a Piazza Affari. La scadenza per la scelta del compratore con cui avviare la trattativa diretta per la vendita di Alitalia è stata di nuovo rinviata a metà dicembre ma lo slittamento è solo un modo per prendere tempo rispetto a una situazione che è chiara da tempo sia al presidente di Alitalia, Maurizio Prato, che all’advisor Citi.

E cioè che nessuna delle grandi compagnie con cui finora sono stati avviati contatti è pronta a mettere mano al portafoglio pur di avere il controllo di Alitalia. Le azioni di quest’ultima sarebbero state valutate zero e, come se non bastasse, al governo sarebbe stato chiesto di farsi carico dell’allontanamento da Alitalia di circa 5.000 dipendenti in esubero attraverso ammortizzatori sociali.

Sarebbero arrivati a questa conclusione sia i consulenti di Air France-Klm che quelli di Lufthansa che, peraltro, avrebbero chiesto in continuazione ulteriore tempo proprio per valutare il dossier Iberia su cui British Airways studiava un’opa a circa 3 euro per azione. La rinuncia del vettore inglese al dossier spagnolo spiana la strada alla Caja de Madrid che punta dritto al 23,5 di Iberia, una partecipazione che mette la compagnia al riparo da scalate ostili, e al contempo potrebbe rimettere l’acceleratore alla vendita di Alitalia. Sempre che il governo accetti i diktat di Air France e Lufthansa. Richieste da cui non dovrebbe discostarsi la compagnia inglese visto che starebbe valutando i conti di Alitalia insieme a Tpg, il fondo di private equity Usa che ha studiato il dossier Alitalia a lungo prima di farsi da parte senza però rinunciare definitivamente a tornare in pista.

Sullo sfondo resta l’offerta di Air One appoggiata da Banca Intesa, ma molto probabilmente il governo ha capito che la proposta d’acquisto può fare ben poco per il rilancio di Alitalia. Aeroflot invece si è definitivamente ritirata dalla corsa.

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Air One pronta ad atterrare su Alitalia con Intesa e non solo. Sempre che Parigi…

Airone
Al quartier generale di Airone è tutto pronto per la proposta di acquisto per Alitalia assieme a Intesa SanPaolo che dovrebbe entrare nel capitale di Ap Holding con una quota di circa il 30%. Secondo indiscrezioni, all’istituto guidato da Corrado Passera potrebbero affiancarsi a breve altri istituti del calibro di Mps, Morgan Stanley e Nomura. L’imprenditore abruzzese, Carlo Toto, sarebbe stato nelle scorse settimane a un passo dal mollare la presa a causa del ritardo accumulato nei confronti di Air France-Klm e Lufthansa che hanno già fatto recapitare i piani industriali all’advisor di Alitalia, Citi. La certificazione dei giorni scorsi del revisore della compagnia di bandiera, Deloitte & Touche, che impone in capo all’acquirente l’obbligo immediato di ricapitalizzare Alitalia per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno a un miliardo, ha però rimescolato le carte.

Il vettore francese così come quello tedesco avrebbero proposto a Citi un semplice scambio azionario fino ad arrivare a una quota del 20-25% di Alitalia. Subito dopo l’acquisto le due compagnie avrebbero intenzione di lanciare un drastico piano di risanamento e solo dopo alcuni mesi, Alitalia verrebbe ricapitalizzata. L’operazione in tre tempi sarebbe stata suggerita dai rispettivi advisor per evitare ripercussioni troppo forti sui titoli Air France e Lufthansa a causa di un esborso così ingente necessario per ricapitalizzare il vettore guidato da Maurizio Prato che peraltro ha debito per oltre 1,3 miliardi.

Il maxi aumento non sembra invece spaventare Toto che gode dell’appoggio di Intesa Sanpaolo e di altri istituti bancari che già in occasione della gara indetta dal Tesoro a luglio erano pronti a schierarsi a fianco dell’imprenditore abruzzese. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ha ribadito il suo appoggio all’operazione e ha assicurato che la banca “si sta impegnando da tempo in un progetto imprenditoriale di lunga portata”. E visto che Toto, tra le altre cose, prevede un forte rilancio di Malpensa sarebbero aumentare negli ultimi giorni le possibilità che possa acquistare Alitalia, sempre che Air France e Lufthansa non decidano di calare l’asso infischiandosene delle ripercussioni sulla Borse. Prato dovrebbero rendere noto il nome del partner con cui avviare la trattativa diretta intorno la venti novembre.

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Alitalia sedotta e abbandonata. Aeroflot preferisce Czech Airlines

L’Amministratore Delegato di Aeroflot Valery Okulov ha ammesso ufficialmente che Aeroflot è interessata a comprare la compagnia ceca. “Le condizioni di acquisto della Czech Airlines non sono ancora chiare, ma ci stiamo consultando”.
“Noi siamo interessati a comprare un vettore europeo e questo riguarda non solo la compagnia ceca” ha aggiunto Okulov. La su precisazione si potrebbe riferire alla Jat Airways, la compagnia di bandiera serba, ( Aeroflot ha già fatto una proposta di privatizzazione la scorsa primavera) ma anche ad Alitalia. “La nostra compagnia deciderà entro il 10 novembre se comprare il pacchetto Alitalia”, ha precisato numero uno di Aeroflot.
Gli analisti russi preferiscono la compagnia di bandiera ceca ( il 56.92 % è del Ministero delle Finanze di Praga). Costa meno (200-300 milioni di dollari) e ha perdite irrisorie (6.4 milioni di euro nel 2006).
Simili opinioni ha Citi, che ad Air France ha sconsigliato in un recente rapporto di comprare Alitalia se c’è Iberia. Non è convinta di scendere in pista neanche Lufthansa. Sembra che i tedeschi lottino solo per non dare ai concorrenti la possibilità di diventare il numero uno in Europa. Resta Carlo Toto, padre padrone di Air One. La sorte della compagnia di bandiera italiana dovrebbe essere decisa entro due settimane. Così ha detto Maurizio Prato. Formalmente ci sono 6 concorrenti in gara. Prima si decide, maggiori saranno le possibilità di salvare il salvabile.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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