
Operai cinesi e africani (Credits: LaPresse)
Se il cotone si trasformerà in “oro bianco“, di certo non saranno i principali produttori dell’Africa occidentale a trarne un vantaggio. Anzi, pur potendosi permettere di vendere a prezzi estremamente competitivi e a fronte di un aumento senza precedenti del prezzo del cotone, le produzioni di Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali rischiano di rimanere invendute, spiazzate dalla concorrenza (sleale) di Stati Uniti, Cina e Unione Europea. Continua

Operai cinesi e africani (Credits: LaPresse)
La Cina è arrivata in Africa alla fine degli anni ’90, e da allora la sua espansione nel continente nero non ha mai subito nessuna battuta d’arresto. Oggi Pechino si è convinta che l’Africa possa offrirle gli strumenti e le risorse necessarie a risolvere parte dei suoi problemi. Paesi come Angola, Etiopia, Nigeria, Sudan, Zambia e Zimbabwe, in cui la presenza cinese è già solida, non saranno più presi di mira solo per le materie prime e le risorse energetiche che possono esportare, ma anche per le opportunità di investimenti industriali, in infrastrutture, nel settore agricolo e per i mercati che possono offrire. Sembra quasi che Pechino abbia capito che la sua strategia economica africana potrà avere successo solo se diversificata. Ecco perché la Repubblica popolare ha pensato di costruire cinque Zone economiche esclusive (Zes) africane ad uso e consumo esclusivo di imprenditori e capitali cinesi. Continua
Nell’era in cui tutto è possibile, anche l’Africa sembra essere pronta ad affrontare e vincere le nuove sfide del business internazionale. Ci ha provato l’Etiopia, che con tassi di crescita ‘cinesi’ - nell’arco di un lustro gli aumenti del Pil sono oscillati tra il 7 e l’11% - punta a risolvere entro il 2015 il problema della povertà e a far salire, in questo caso entro il 2025, il reddito pro capite dagli attuali 300 a 2.000 dollari l’anno. Se riuscirà a raggiungere questi obiettivi, Addis Abeba si si ritaglierà un ruolo di assoluta protagonista nella rinascita economica del Corno d’Africa. Continua

Miniera di diamanti in Angola (Credits: LaPresse)
A dieci anni dall’inizio del processo Kimberley, per l’Africa e per l’opinione pubblica mondiale è tempo di bilanci. Anche se, purtroppo, gli esperti del traffico di diamanti del continente nero si sono già resi conto che i progressi fatti sono stati troppo pochi. E il traffico di pietre preziose più redditizio del mondo continua ad essere paurosamente insanguinato. Come succedeva negli anni ‘90, il commercio dei diamanti resta spesso avvolto nel mistero. Ma le Ong continuano a combattere affinché possano essere estromesse dal mercato tutte quelle pietre messe in commercio dai gruppi dei ribelli, per evitare che i conflitti africani possano essere finanziati dai profitti delle vendite dei preziosi.
Nel 2000 i rappresentanti dei governi dei principali Paesi che producono e commerciano pietre preziose e quelli delle Ong del settore si riunirono a Kimberley, la capitale sudafricana dei diamanti, e dopo tre anni di difficili trattative i protagonisti del negoziato riuscirono a trovare un accordo per cercare di tracciare il percorso dei diamanti dalle miniere alle gioiellerie, limitando così la vendita dei diamanti ‘insanguinati’. Continua

Operaio cileno (Credits: LaPresse)
Dopo il braccio di ferro di Pomigliano, viene spontaneo chiedersi quanto possa costare la forza lavoro all’estero: spesso, infatti, la spada di Damocle che pende sulle teste dei lavoratori è quella di vedere l’intera produzione trasferita altrove nel caso in cui non vengano accettate condizioni contrattuali e salariali restrittive. Un simile calcolo non è semplice, ma una buona base per orientarsi può essere quella di confrontare i salari minimi garantiti dalle legislazioni dei vari Paesi del mondo. Continua

Operai cinesi e africani (Credits: LaPresse)
Anche il business dell’innovazione tecnologica, in Africa, sarà cinese. Una dozzina di capi di stato e di governo africani si sono infatti ritrovati a Pechino per discutere un programma di cooperazione scientifica con la Repubblica popolare. Si è parlato di energie rinnovabili, di agricoltura sostenibile, ma anche di assistenza reciproca nei programmi di formazione dei tecnici. A Cina e Africa non basta più la formula materie prime e risorse energetiche in cambio di infrastrutture e capitali industriali. É arrivato il momento, per entrambe le parti, di investire in capitale umano. Continua

Banane (Credits: LaPresse)
A che punto siamo con la guerra delle banane? Il contenzioso che da sedici anni vede Stati Uniti e America Latina alleati contro Europa e Africa sta per essere risolto? L’UE smetterà di favorire, grazie all’assenza di dazi, le importazioni di banane provenienti da Africa, Caraibi e Pacifico?
Continua