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A Bruxelles è in corso una battaglia fino all’ultimo sangue che oppone l’Unione europea ai paesi dell’area Acp (Africa-Caraibi-Pacifico). In ballo è il destino di centinaia di milioni di abitanti attanagliati dalla fame e dalla povertà. Lo scontro ruota attorno ai cosiddetti Accordi di partenariato economico (Ape), destinati a regolamentare i rapporti commerciali tra Ue e paesi Acp nel rispetto delle regole internazionali sancite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Di che cosa si tratta? Alla luce del ritardo socio-economico accumulato dai paesi del Sud del mondo nei confronti del Nord benestante, Ue e Acp siglarono nel lontano 1975 la cosiddetta Convenzione di Lomé (in Togo) per consentire l’esportazione di prodotti africani, caraibici e del Pacifico in Europa sulla base di un regime tariffario preferenziale. La deroga, accettata dall’Omc, scade il prossimo 31 dicembre 2007. Dopo di che, entrambi i protagonisti si dovranno conformare alle esigenze dei vari paesi asiatici e latinoamericani, che chiedono a Bruxelles di porre fine ai privilegi concessi all’area Acp. Da qui la proposta della Commissione europea di liberalizzare gli scambi commerciali con il Vecchio continente. Tradotto in cifre, l’Ue è disposta ad aprire il suo mercato al 100% (contro l’attuale 97%) in cambio di una liberalizzazione dell’80% dei mercati Acp entro i prossimi dieci anni.
Di fronte alle continue reticenze di una maggioranza di governi Acp (la più recente è quella del presidente senegalese, Abdulaye Wade, autore di un clamoroso attacco contro gli Ape su Le Monde), Peter Mandelson e Louis Michel, i commissari europei incaricati rispettivamente del commercio e dello sviluppo/affari umanitari, hanno ribadito nel loro commento pubblicato su Libération il 26 ottobre scorso che, oltre alla necessità di dover rispettare le regole dell’Omc, gli Ape offrono agli Acp l’opportunità di rompere con la logica della “dipendenza” per “sviluppare mercati regionali” in grado di “attrarre gli investitori stranieri”. Per Bruxelles, infatti, i miliardi di euro spesi a titolo di aiuti allo sviluppo non hanno favorito la crescita economica dei paesi Acp.
Alla guida di un potente consorzio di cooperative rurali senegalesi, Saliou Sarr risponde da Dakar che “i contadini africani non sono pronti al libero scambio”. Esempio: “Se il 30% dei diritti di dogana senegalese sul concentrato di pomodoro spariscono, i prodotti spagnoli e italiani invaderanno il nostro mercato mettendo in gravi difficoltà decine di migliaia di piccoli produttori”.
A conferma dei timori di Sarr, uno studio dell’Hamburg Institute of International Economics (Hwwi) rivela che una volta tolta la protezione doganale nei confronti dell’Ue, i paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) perderebbero dal 5 al 20% delle loro entrate fiscali. “Le conseguenze sarebbero catastrofiche” dichiara a Panorama.it Nora McKeon, coordinatrice per l’Italia della campagna EuropAfrica. “I governi saranno costretti a fare tagli sulla spesa pubblica che andranno a colpire scuola e sanità, settori fondamentali per lo sviluppo dell’Africa”.
Correndo ai ripari, la Commissione europea ha già fatto sapere che, oltre agli aiuti allo sviluppo previsti da qui al 2013 (23 miliardi di euro più una media annua di due miliardi di euro a mò di aiuti commerciali), gli Ape non si applicheranno sul breve termine alle filiere produttive più sensibili. “La Commissione non sa in realtà più che pesci pigliare” commenta sarcastico da Bruxelles Mariano Iossa di ActionAid International. “Peggio, consapevoli che regioni come l’Africa occidentale o australe non firmeranno entro il 31 dicembre, l’Ue è decisa a procedere con paesi singoli, violando così gli impegni presi con gli Accordi di Cotonou nel 2000 che prevedono accordi regionali, non nazionali”. Per Mamadou Cissokho, leader contadino della società civile agricola africana, “con questa mossa la Commissione non farà altro che distruggere gli sforzi dei governi africani per favorire l’integrazione economica e commerciale delle loro regioni. Assurdo se si pensa che l’idea di promuovere lo sviluppo attraverso l’integrazione regionale è nata a Bruxelles”.
Per saperne di più:
Il sito della Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale (Roppa)
Rapporti e studi del Centro indipendente europeo sulle politiche di sviluppo e di commercio Ue/Acp (Ecdpm)
- Tags: africa, barili, biodiesel, Bolivia, complesso-petrolchimico, energia, Eni, Evo-Morales, greggio, José-Sergio-Gabrielli-de-Azeved, opec, Petrobras, petrolio, raffinazione, World-Energy-Council
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Adesso è “O rey” dell’oro nero. Dopo l’annuncio della scoperta nella baia di Santos di riserve petrolifere per otto miliardi di barili, il presidente della multinazionale Petrobras José Sergio Gabrielli de Azevedo, “O Gabrielli” come lo chiamano a San Paolo, merita di diritto questo nuovo soprannome. Del resto non potrebbe essere diversamente: con la scoperta il Brasile entra nel gotha dei paesi petroliferi al pari di Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria, potrebbe diventare presto un membro dell’Opec e se già prima questo ex professore di Economia all’Università di Bahia era noto per la sua giovialità oggi che è a Roma per il World Energy Council non c’è da stupirsi nel vederlo passeggiare con stampato in viso un sorriso a 32 denti.
Panorama.it lo ha intervistato poche ore prima che partisse per l’Italia nella sede della Petrobras di San Paolo, il centro economico-finanziario del Brasile.
Come vede il futuro della Petrobras dopo questa scoperta “rivoluzionaria”?
La nostra visione è di lungo periodo. Ciò che posso dirle è che entro il 2020 ci vediamo tra le cinque più grandi imprese di energia integrata al mondo.
Nello specifico, come pensate di farcela?
Raddoppieremo la nostra produzione di petrolio e di gas e nel 2015 arriveremo a 4,5 milioni di barili. La metà della produzione attuale dell’Arabia Saudita. E badi, la Petrobras da sola, non il Brasile… Inoltre passeremo dalla capacità di raffinazione attuale di 1,8 milioni di barili a 3,4 milioni e costruiremo un enorme complesso petrolchimico, investendo 8,4 miliardi di dollari, che processerà 150 mila barili di “olio pesante” (un greggio molto viscoso, quasi solido, identificato con il termine chimico di “bitume”, nda). Sempre entro il 2015 Petrobras sarà leader mondiale nella produzione di biodiesel e un grande player globale nella commercializzazione dell’etanolo. Tutti questi elementi fanno sì che la Petrobras abbia una visione molto “poderosa” del suo futuro.
Quanto state investendo per portare avanti questa visione “poderosa”?
22,5 miliardi di dollari l’anno, 112,4 miliardi di dollari di qui al 2012. Questo, dopo aver pagato i dividendi e con un prezzo del petrolio stimato a 35 dollari al barile (oggi il prezzo sfiora i 100 dollari al barile, nda), va a generare 104 miliardi di dollari di cassa. Come vede il nostro non è un problema finanziario…
Se ci sono, allora, quali sono i problemi per Petrobras?
Il nostro vero problema è che la catena dei fornitori brasiliani cresca al pari dell’industria brasiliana per essere in grado di rispondere alla nostra domanda. Altro problema è che abbiamo bisogno di preparare molta gente, basti pensare che entro il 2008 formeremo 77mila persone. Infine abbiamo bisogno di capacità di gestione per poter portare avanti i duemila progetti che fanno parte del piano di crescita di cui le ho parlato. Di questi progetti, 454 hanno un valore superiore ai 25 milioni di dollari.
Uno dei vostri obiettivi è quello di diventare nei prossimi anni leader mondiali nella produzione di biodiesel. Come risponde alle critiche degli ambientalisti su questa nuova tipologia di carburante che toglierebbe spazio alle coltivazioni per uso alimentare?
Dal punto di vista ambientale la monocultura della canna da zucchero, il nostro biodiesel è ricavato dalla canna, è un problema. Come si risolve? Con una politica di mappatura e di autorizzazioni delle aree in cui si può far crescere la coltivazione della canna. In un paese grande come il Brasile si può fare senza minacciare la produzione di alimenti utilizzando le aree disboscate già esistenti. Certo, in questo caso il mercato non può essere lasciato libero e c’è bisogno di un’azione regolatrice dello stato. Che fa la Petrobras dal canto suo? Sta entrando nel settore del bioetanolo da esportazione attraverso impianti nuovi in cui esigiamo condizioni ambientali e sociali adeguate.

Molti, soprattutto la destra brasiliana, vi accusano di essere stati troppo teneri con la Bolivia di Evo Morales, che nazionalizzando gli idrocarburi ha toccato soprattutto gli interessi della Petrobras. Cosa ci può dire al riguardo?
Che la Bolivia oggi fornisce il 50% del gas brasiliano e il 70% del gas di San Paolo, il centro industriale del paese. Noi siamo la maggior impresa venditrice e distributrice di gas nel paese e, quindi, non possiamo non tenere in considerazione la nostra principale fonte di fornitura. Per questo, quindi, manterremo la maggior pazienza possibile, la maggior capacità di negoziazione possibile con la Bolivia, per garantire i nostri contratti sino al 2019.
Che rapporti ha Petrobras con l’Italia?
La Novo Pignone di Firenze, per esempio, produce per la General Electric compressori ed è un nostro grande fornitore. Con l’Eni in particolare abbiamo un accordo che coinvolge alcuni interessi comuni che stiamo sviluppando nell’area dell’interscambio tecnologico e dei biocombustibili ma, per ora, non posso darle ulteriori dettagli. Abbiamo molti fornitori italiani.
Vista la vicinanza geografica dell’Italia con l’Africa non avete in mente partnership con imprese italiane per aprirvi nuove strade in questo continente ricco di petrolio?
In passato abbiamo già avuto partnership al pari di dispute con imprese italiane in Africa, un continente dove siamo presenti in Angola, Senegal, Nigeria, Libia, Tanzania e Mozambico. In Marocco vorremmo entrare. Crediamo tuttavia che sia importante per parecchie altre imprese brasiliane un avvicinamento con l’Italia per incrementare le relazioni con l’Africa. Ma la Petrobras oggi ha relazioni dirette con l’Africa e non ha bisogno di passare dall’Italia per entrare su questo mercato.

È boom di contratti per nuovi utenti di cellulari nelle regioni a sud del Sahara, un’area tra le più povere del mondo. Qui saranno investiti 50 miliardi di dollari nelle reti di telefonia mobile: è la previsione della Gsm Association (Gsma), l’associazione mondiale che riunisce più di 700 operatori gsm in 218 paesi. Capitali che serviranno a potenziare i network gsm, consentendo l’utilizzo di standard come gprs, edge e hspa, in grado di assicurare i collegamenti a internet.
“Quest’operazione metterà l’Africa in cima alla lista dei posti dove si investe di più” ha dichiarato all’agenzia Reuters Tom Phillips della Gsma in occasione del Connect Africa summit a Kigali, in Rwanda. Secondo le stime dell’associazione mondiale degli operatori gsm le aziende hanno portato in Africa 35 miliardi di dollari da quando i governi della fascia subsahariana hanno liberalizzato il settore. Finora hanno ricevuto accesso alla telefonia mobile più di 500 milioni di persone, il 67% della popolazione nel continente. E operatori come Mtn, Orange, Vodacom e la Zain prevedono di incrementare gli investimenti.
Nei paesi dell’Africa subsahariana gli utenti di cellulari sono 150 milioni, ma più del doppio vive in zone coperte dai network di telefonia mobile. Secondo la Gsma un aumento delle persone che utilizzano telefonini potrebbe tradursi in un aumento del prodotto interno lordo di 1,2 punti percentuali.
- Tags: africa, Cina, Europa, Ghana, India, James-Watson, Lionel-Zinsou, Occidente, petrolio, Pil, Stati-Uniti
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Una business school a Johannesburg
Ormai anche il Fondo monetario internazionale si è rassegnato: “L’Africa sub-sahariana attraversa il suo miglior periodo di crescita per durata dall’indipendenza” degli anni ‘60. Meno conflitti armati, meno corruzione, più attenzione alla gestione dei conti pubblici e privatizzazioni mirate fanno sì che il Pil africano sia ormai in preda all’euforia (+6,1% nel 2007 e +6,8% nel 2008). “Cina e India si sono accorti della rinascita africana, l’Occidente meno”. È questo in sostanza il giudizio di Lionel Zinsou, banchiere beninense associato della prestigiosa banca d’affari internazionale Rotschild & cie, nonché azionista del quotidiano francese Libération e consigliere economico del presidente del Benin. Appassionato d’arte (è a capo di una Fondazione culturale), Zinsou offre a Panorama.it una visione sorprendente su un continente “che i mass-media danno troppo spesso per perdente”.
Sembra che così non sia. Eppure, l’immagine dell’Africa è molto negativa tra l’opinione pubblica occidentale. Come spiega questo paradosso?
Il boom economico dell’Africa è ormai un dato strutturale. Sul continente è ormai in corso una seconda era delle indipendenze. Detto questo, l’Occidente continua a percepire l’Africa come una realtà degradata. Lasciamo stare le dichiarazioni del Premio Nobel Watson, per un certo verso questa percezione è difficilmente opinabile: milioni di africani non riescono ad estirparsi dalla miseria e i rapporti Onu sostengono che l’Africa non riuscirà a raggiungere Obiettivi del Millennio. Ma forse il problema sta proprio qui: Europa e Stati Uniti conoscono fin troppo bene il nostro continente…
Che cosa intende dire?
L’Occidente si concentra prevalentemente sugli aiuti allo sviluppo per l’Africa. Anche perché l’immagine del povero bambino africano con la pancia gonfia è ancora profondamente radicata nell’immaginario collettivo occidentale. Ora, prendiamo gli esempi di Cina e India. In questi paesi, l’idea di riempire uno stadio per un concerto a favore dell’Africa è cosa impensabile. È un male? Forse no. Pechino e New Dehli hanno fatto scelte precise: il continente africano offre loro risorse naturali preziosissime per soddisfare le loro crescenti domande interne, quindi hanno optato per rapporti quasi esclusivamente commerciali, risultando più pronti a sfruttare la ripresa economica dell’Africa. Al pari delle Tigri asiatiche e i paesi del Golfo arabo, sono diventati una spina nel fianco degli occidentali, ancora convinti che l’Africa sia un’area geopolitica di loro esclusiva competenza.

In realtà non è che Stati Uniti e Europa siano particolarmente attratti dalle prospettive economiche di un continente che pesa meno del 2% del commercio mondiale…
Sono d’accordo. Ma allora perché Parigi e Londra accusano Pechino di atteggiamenti neocolonialisti in Africa? Perché Washington teme la presenza cinese in paesi come l’Angola o la Guinea-Equatoriale? Nel caso degli Stati Uniti, sappiamo ormai che da qui al prossimo decennio oltre il 25% delle importazioni petrolifere proverranno dai paesi africani. Parlare di disinteresse totale nei confronti dell’Africa è fuorviante.
Al di là del petrolio, quali altri fattori stanno all’origine della crescita economica strutturale del continente?
Il più evidente è il risanamento finanziario. Oggi l’Africa ha un debito estero nettamente inferiore rispetto al passato, l’inflazione e il deficit pubblico sono ormai sotto controllo. Il Ghana è un caso esemplare: un tempo corrotto, oggi gode di amplia fiducia tra i mercati finanziari d’Occidente, al punto che la domanda degli investitori ha superato di quattro volte l’offerta del primo bond emesso dal governo ghanese in Occidente, del valore di 750 milioni di dollari.

La fabbrica della Bmw in Sudafrica
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L’Occidente in debito economico con l’Africa? La tesi è affascinante, ma con tutta onestà basterebbe qualsiasi rapporto della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale per bollare l’idea come fantascientifica. Eppure, da Ginevra, c’è chi si è messo in testa che anche il continente più martoriato del pianeta ha qualche conto da chiedere al resto del mondo, e in particolar modo a Stati Uniti e Europa. I protagonisti di questa clamorosa presa di posizione non sono i soliti no global, ma un gruppo di economisti iperdiplomati, autori dell’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) dedicato alla crescita economica in Africa.
Il rapporto sostiene che l’emorragia finanziaria accumulata dal continente africano negli ultimi trent’anni supera di ben due volte il suo debito estero. Secondo i calcoli dell’organismo onusiano, circa 400 miliardi di dollari si sarebbe volatilizzati all’estero mentre il debito attuale dei paesi africani è di 215 miliardi di dollari. Ogni anno, tra il 1991 e il 2004, una media di circa 13 miliardi di dollari sono spariti dalle casse statali per finire in qualche banca europea, americana, araba o asiatica. “Questa cifra” sostiene Janvier Nkurunziza, economista dell’Unctad, “rappresenta una percentuale vertiginosa dell’ordine di 7,6% rispetto al prodotto interno lordo africano”. Il che significa che “l’Africa è un creditore netto nei confronti del resto del mondo”.
Difficile valutare quale, tra dilapidazioni di fondi pubblici operati dai regimi corrotti e instabilità politica e economica, sia il movente principale di tanto sperpero di denaro. Fatto sta che “se questi fondi fossero stati allocati in investimenti produttivi” prosegue Nkurunziza, “ciò avrebbe conseguito una crescita del tasso di occupazione e un aumento delle rimesse in molti segmenti della popolazione africana”. Da cui l’invito pressante a una guerra totale contro la corruzione, ma anche a un’attenzione maggiore sulla gestione delle finanze pubbliche e delle ricette fiscali, entrambi fondamentali per lo sviluppo economico del continente.
Dal canto suo, la Banca mondiale stima che, ad oggi, tra 20 e 40 miliardi di dollari sarebbero finiti su conti bancari in Svizzera e Gran Bretagna. Una montagna di soldi ricavata dal oliatissimi sistemi di tangenti vigenti nei governi più corrotti e che equivale al 40% degli aiuti pubblici allo sviluppo piovuti sul continente africano. A fronte di così pessime notizie, per fortuna ne spunta una buona.
Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, un’associazione non profit impegnata nell’elaborazione di ricerche sulla percezione della corruzione nel mondo, l’Africa è assieme all’Europa dell’Est la regione che ha registrato più progressi nel 2006. Tra gli esempi da seguire, Transparency International segnala il Sudafrica, la Namibia e il Swaziland, tutti protagonisti di riforme che hanno scongiurato l’ipotesi che “la corruzione potesse ridurre in maniera drammatica le risorse destinate all’educazione, alla sanità e alle infrastrutture”.

“Povero mondo”. Questo l’unico titolo che è venuto in mente alla direzione di Le Monde nell’editoriale apparso ieri sulle colonne del prestigioso quotidiano francese per “commemorare” (è il caso di dirlo) i cosiddetti Obiettivi del Millennio (Mdgs) battezzati esattamente sette anni fa nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con lo scopo di ridurre la povertà entro il 2015. Prendendo in esame il rapporto di metà percorso pubblicato dall’Onu il 2 luglio scorso, Le Monde parla “di una situazione lungi dall’essere idilliaca”. Nonostante i progressi registrati in Asia e in America Latina, così come i timidi passi avanti effettuati in tema di riduzione della povertà, di scolarizzazione e di mortalità infantile, il raggiungimento degli Mdgs rischia di diventare il più grande sogno infranto del XXI secolo. Nel più classico degli eufemismi diplomatici, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, sostiene che “il successo è ancora possibile nella maggior parte delle regioni del mondo, ma rimane ancora tanto da fare”.
Nel caso dell’Africa, il numero di persone costrette a vivere sotto la soglia della povertà è aumentato di 140 milioni tra il 1990 e il 2002. Questo nonostante una crescita annua del prodotto interno lordo (Pil) pari al 5% negli ultimi sei anni e un aumento vistoso degli investimenti diretti stranieri tra il 2005 (31 miliardi di dollari) e il 2006 (38 miliardi). Risultato: nel 2004, la miseria tiene ancora in sospeso il 41,4% della popolazione africana contro il 7,3% nel sudest asiatico.
Entrambi i dati in realtà non mettono in evidenza uno dei fallimenti più clamorosi degli Mdgs, e cioè il divario crescente nei paesi del Sud del mondo tra una minoranza di benestanti sempre più minoritaria e un esercito indistinto di miserabili. “I vantaggi della crescita economica nei paesi in via di sviluppo non sono stati distribuiti in maniera equa” sottolinea il rapporto Onu. “Tra il 1990 e il 2004, la ricchezza nazionale del 20% della popolazione più povera è calata dal 4,6% al 3,9%”.
Da anni, la Comunità internazionale ha affidato ai paesi ricchi il compito di estirpare poco meno di un miliardo di persone dalla povertà. Una scommessa quanto mai azzardata se si pensa che soltanto cinque paesi - Danimarca, Svezia, Norvegia, Lussemburgo e Paesi-Bassi – hanno rispettato l’impegno previsto nell’ottavo obiettivo, in base al quale le nazioni più ricche del pianeta sono tenute di riservare lo 0,7% del proprio Pil a favore degli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps). Nel 2006, l’insieme dei paesi donatori ha versato 103,9 miliardi di dollari a titolo di Aps (circa 5% in meno rispetto al 2005), l’equivalente dello 0,3% del Pil complessivo. Con poco meno di tre miliardi di euro erogati nel 2006 (pari allo 0,2% del proprio Pil), l’Italia si piazza al terz’ultimo posto nella lista dei 22 paesi membri dell’Ocse. Una vergogna che il governo Prodi intende cancellare con l’impegno, sottoscritto nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2008-2011, di aumentare i fondi per gli Aps da 4,7 miliardi di euro nel 2008 a 7,5 miliardi nel 2010. Un aumento che farebbe storcere il naso a economisti di fama mondiale come William Easterly, autore di un libro-scandalo sugli aiuti occidentali in cui ricorda come “i 2.300 miliardi di dollari spesi negli ultimi 50 anni non sono riusciti a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria”. Prossimo appuntamento con gli Obiettivi del Millennio: luglio 2015. Con ogni probabilità, ci sarà più da piangere che da ridere…
Scarica una sintesi del rapporto Onu sugli Mdgs (.pdf, in inglese)
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