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Agcom

(Credits:Ansa/Mario De Renzis)
La telefonia continua ad essere fonte di dolori per gli italiani. A testimoniarlo ci sono gli ultimi dati dell’Agcom, l’Authority che controlla il comparto telefonico, che nei primi 10 mesi di quest’anno ha inflitto multe per circa 7 milioni di euro a ben 231 operatori di varia natura che operano in questo mercato. Cifre che possono apparire enormi, ma che guardate con più attenzione in effetti nascondono altre verità. Continua
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Una ragazza al telefono
2,8 milioni di euro di sanzioni. Le ha inflitti l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nei confronti degli operatori telefonici. Le sanzioni riguardano Vodafone (1,68 milioni), Telecom Italia (536mila), Opitel (348mila), Bt Italia (120mila) e Eutelia (120mila).
L’Agcom in una nota spiega che nell’ambito della sua attività a tutela dei consumatori, ha concluso negli ultimi mesi una serie di procedimenti diretti a verificare la corretta osservanza da parte degli operatori telefonici delle norme in tema di portabilità del numero, servizi non richiesti, indici di qualità.
La multa più salata è quella di Vodafone a causa della “violazione delle norme relative alla mobile number portability”. In particolare, spiega l’Agcom, la sanzione è composta da 1,440 milioni “per aver illegittimamente ostacolato le richieste di trasferimento di utenti verso operatori concorrenti” e di 240mila euro “per aver utilizzato in modo improprio i dati dei clienti che avevano chiesto la portabilità del numero verso un altro operatore”.
Cinquecentotrentaseimila euro è invece la sanzione a Telecom Italia “per diverse violazioni della normativa a tutela dei consumatori: 240.000 euro” aggiunge la nota AgCom “per aver utilizzato in modo improprio i dati dei clienti che avevano chiesto la portabilità del numero verso un altro operatore; 180.000 euro per aver addebitato servizi a sovrapprezzo non richiesti; 116.000 euro per il mancato raggiungimento degli obiettivi di qualità stabiliti per l’anno 2007, sia per quanto riguarda il tasso di malfunzionamento delle linee di accesso più alto del dovuto, sia per i tempi di riparazione dei guasti superiori a quelli previsti; 348.000 euro a Opitel per aver attivato servizi non richiesti ad utenti che si ritrovavano, senza saperlo, ad essere clienti della società; in questo caso l’Autorità non ha ritenuto sufficiente la proposta di impegni presentata dall’operatore, in quanto non conteneva alcuna modifica migliorativa rispetto agli obblighi già imposti dalla normativa di settore a tutti i gestori; 240.000 euro complessivi (120.000 ciascuno) a BT Italia ed Eutelia per la violazione” conclude la nota “della normativa sui servizi a sovrapprezzo”.

Troppo care. Le tariffe di terminazione mobile (cioè il pedaggio che ogni operatore fa pagare agli altri per terminare le chiamate sulla propria rete) fissate dall’Agcom (autorità per le telecomunicazioni italiane) “sono molto, tropo elevate, non sono in linea con le ‘buone pratiche’ europee”.
A lanciare l’allarme è stato il portavoce del commissario europeo per la Società dell’Informazione e i Media Viviane Reding: “L’Agcom non è in linea con le buone pratiche regolamentari in materia di tariffe di terminazione mobile”, ha detto Martin Selmayr. “Con un tasso di penetrazione del 148% riteniamo che l’Italia sia un mercato maturo per la telefonia mobile, che quindi non necessita di sussidi artificiali come le tariffe di terminazione mobile”. “In Italia sono ancora troppo alte”, ha aggiunto il portavoce. “Consideriamo interessanti le proposte del regolatore francese, presentate recentemente, in base alle quali le tariffe di terminazione mobile dovranno scendere entro il 2012 a 3 centesimi di euro”.
La Commissione Ue torna dunque all’attacco sul fronte delle tariffe di terminazione nel nostro Paese: “Sono ancora molto, troppo elevate e non sono in linea con le ‘buone pratiche’ europee”, ha spiegato il portavoce del commissario a Bruxelles.
L’Agcom in effetti ha deciso un intervento su questi prezzi, che porterà entro il 2011 a un taglio di circa il 35% di quelle tariffe: ma si stratta di una riduzione che, secondo la Ue, non è sufficiente.
“Le misure prese da Agcom” ha spiegato il portavoce “non sono in linea con quanto accade in Europa, soprattutto se si considera che in Italia si registra un tasso di penetrazione sul fronte della telefonia mobile del 148%. Ciò significa un telefonino e mezzo a persona”
Tutte le Authority scendono in campo per verificare se ci siano state ipotesi di cartello su quello che ormai è diventato il caso dell’estate. Sarà l’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni (Agcom) a occuparsi del dossier del cambio delle tariffe più economiche ideato da Tim e Vodafone e che coinvolge circa 10 milioni di clienti di telefonini. La legittimità dell’operazione effettuata dalle due compagnie di telefonia cellulare sarà valutata in un paio di settimane, in modo da poter rimediare con le giuste correzioni, in caso di illeciti, prima che scattino i cambi tariffe. Per evitare un allungamento dei tempi di valutazione, Aduc ha infatti chiesto che Agcom e Antitrust utilizzino tutti i loro poteri per dire se quanto deciso da Tim e Vodafone in materia di rimodulazione delle offerte sia corretto o meno. In particolare Agcom non interverrà sulle tariffe del settore mobile, ma verificherà la trasparenza dei messaggi con cui gli operatori hanno comunicato il cambio di tariffa ai consumatori. In una nota l’associazione di tutela dei consumatori ricorda che solo così “si darebbe agli italiani la percezione di vivere in uno Stato di diritto e non di essere immersi in una giungla telefonica”.
L’esigenza di eliminare il sospetto di una possibile intesa tra i due operatori è l’obiettivo fondamentale anche per Adusbef e Federconsumatori, che chiedono l’intervento dell’Antitrust e dell’Agcom anche sui gestori degli I-Phone. “Non è sufficiente stigmatizzare il comportamento che Vodafone e Tim stanno adottando per indurre i clienti a cambiare i contratti in essere nella telefonia cellulare”, scrivono in una nota le due associazioni, “il periodo scelto, la sovrapposizione dei tempi dei due massimi operatori ed il non avere aperto un confronto come peraltro è sempre stato prassi con le associazioni dei consumatori, inducono più di un sospetto sulla volontà di effettuare un semplice piano di semplificazione e di aggiornamento delle offerte di servizio”.
Le associazioni leggono nell’operazione del cambio tariffe il tentativo da parte delle compagnie di recuperare maggiori introiti, “in parte giustamente perso con l’abolizione dei famigerati costi di ricarica”.
Oltre a assicurarsi che le Authority si occupino del caso, Adusbef e Federconsumatori verificheranno con gli uffici legali “eventuali vessazioni contrattuali nei confronti dell’utenza”. E agli utenti consigliano di “confrontare sempre con occhio critico tutte le offerte degli operatori telefonici con particolare riguardo al costo del traffico al minuto comprensivo dell’Iva, alla presenza o meno e del relativo costo del famigerato scatto alla risposta, il prezzo degli sms, che in Europa risulta essere uno dei più elevati”.
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Dal 30 giugno addio bolletta astronomica “gonfiata” dalle chiamate a maghi, chat erotiche, oroscopi e news fatte da qualche componente della famiglia all’insaputa di quello che paga il conto, ma soprattutto da telefonate a numerazioni ‘fantasma’ raggiunte dall’utente vittima di qualche raggiro. Con l’approvazione del nuovo piano di numerazione nazionale, l’Autorità per le tlc completa una lunga procedura che porterà, come previsto, al blocco automatico di 144 e affini, che potrà essere disattivato solo su richiesta espressa dell’utente, attraverso un codice pin fornito dagli operatori.
Non solo, ma verranno utilizzati esclusivamente i codici del tipo 89X che consentono una migliore trasparenza tariffaria. Le altre numerazioni verranno quindi progressivamente chiuse. In una nota, l’Agcom spiega che tra le altre novità del piano, c’è anche l’aggiornamento delle norme sulla numerazione per i telefonini. Tali misure “consentiranno migliori condizioni competitive per gli operatori virtuali, il recepimento delle norme europee sui servizi armonizzati a valenza sociale (numerazioni 116XXX) e la completa gratuità dei servizi di customer care offerti dagli operatori di telecomunicazioni”.
Nel dettaglio, il piano dell’Autorità guidata da Corrado Calabrò, “consente un migliore controllo del rispetto delle norme a tutela dell’utenza e più efficaci interventi diretti a contrastare le ripetute attività illecite poste in essere negli ultimi tempi”. Quanto al blocco delle numerazioni a sovrapprezzo, l’Authority fa sapere che “per i consumatori che intendono attivare comunque i servizi a sovrapprezzo, è stabilita nel Piano dell’Agcom una ulteriore tutela con l’introduzione di soglie massime di prezzo pari a uno o due euro per i servizi a tariffa flat (televoto, donazioni, etc.). Questo tipo di tariffazione a scatto singolo è stato recentemente lo strumento di una serie di truffe, oggetto di indagine da parte dell’ autorità giudiziaria. A molti utenti, infatti, sono stati addebitati fino a 15 euro per il solo accesso al servizio, indipendentemente dal tempo di collegamento. Col nuovo Piano di numerazione tali comportamenti illeciti non saranno più possibili”.
Altra rilevante novità del Piano riguarda la razionalizzazione delle numerazioni per i servizi a sovrapprezzo, per i quali viene ora previsto l’utilizzo esclusivo dei codici del tipo “89X”, che consentono una migliore trasparenza tariffaria per gli utenti. “Le nuove misure di trasparenza vengono altresi’ estese ai servizi a soprapprezzo accessibili da cellulare attraverso gli SMS (loghi, suonerie, servizi a valore aggiunto).
Per tali servizi sono ora previste soglie di prezzo e la possibilità per gli utenti di bloccarne l’uso, in maniera analoga a quanto già previsto dall’Autorità per la telefonia fissa”. Il nuovo Piano di numerazione, approvato nei giorni scorsi e che entrerà in vigore a partire dal prossimo mese di giugno, “testimonia l’impegno costante, puntuale e articolato dell’Agcom sul fronte della tutela dei consumatori”.

“Mi scusi ma secondo lei le persone anziane come dovrebbero fare per vedere la televisione? E se non hanno nessuno che compra l’apparecchio al posto loro oppure un figlio che gli spieghi come funziona? E poi il contributo lo danno per un solo televisore”. Una signora sulla sessantina protesta davanti a una pila di decoder in un grande magazzino di Cagliari. La notizia uscita da poco sui giornali, dice, è davvero troppo: dal primo marzo la Sardegna dovrà dire addio al segnale analogico per fare definitivamente posto al digitale terrestre. Non più soltanto Rete 4 e Rai 2, come era da nove mesi a questa parte, ma anche tutti gli altri canali verranno oscurati. Una rivoluzione a cui molti sardi (ma lo stesso è stato in Valle d’Aosta) si sono ribellati. Una campagna di comunicazione scarsa e il mancato aiuto (pratico ed economico) a chi non aveva le possibilità o non riusciva a stare al passo con i tempi hanno scatenato una vera e propria bufera.
Un antipasto, forse, di quello che dovrebbe accadere nel 2012 quando, secondo le stime del ministro Paolo Gentiloni, l’Italia dovrebbe diventare “all digital”. Nel frattempo la sfida del digitale si gioca su due fronti: da un lato c’è la battaglia delle frequenze, dall’altro una nuova rimodulazione dei programmi televisivi per adeguarli alla tv del futuro. Proprio in Sardegna è sempre molto accesa la protesta delle emittenti locali, escluse dalla gara per l’assegnazione di 16 frequenze, sulle 108 messe a bando dal ministero e destinate di fatto a Telecom Italia e al gruppo Espresso per completare la loro rete di trasmissione.
Lo scorso 14 dicembre l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato un primo piano proprio per l’assegnazione delle frequenze che si concluderà con un tavolo tecnico nei prossimi giorni. Un confronto che si annuncia serrato dopo che il commissario dell’Agcom, Stefano Mannoni, aveva detto: “Sarebbe stato saggio da parte del ministro Gentiloni chiedere la nostra opinione tecnica sull’elenco delle frequenze incluse nel bando”. Non vanno meglio le cose in casa Rai. Dopo l’annuncio dell’aumento del canone, da 104 a 106 euro, la richiesta di elevare lo standard qualitativo è sempre più pressante. Il primo a farne le spese è stato il canale RaiUtile (dell’offerta digitale terrestre), che scompare dal 31 dicembre 2007 per far posto a un canale tutto dedicato ai giovani.
Gli altri canali della Pubblica amministrazione creati appositamente per il digitale terrestre, poi, sono ancora poco più di un miraggio. E se i grandi Paesi europei procedono a passo svelto nel cammino verso la tv digitale, l’Italia, secondo il recente rapporto sul digitale terrestre, rischia di restare il fanalino di coda in termini di diffusione, offerta e ascolti (e quindi investimenti pubblicitari).
Aprire il rubinetto, riempire un bicchiere d’acqua e berlo tutto d’un fiato. Questa semplice operazione, in poco meno di 20 anni, ha subito l’aumento di prezzo più consistente tra tutti i servizi di pubblica utilità, dai trasporti alla luce, dalle poste alla telefonia, dal gas al canone della Rai. A definire la mappa degli aumenti dei prezzi, e in pochi casi dei ribassi, a partire dal 1990, è l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella relazione annuale, in cui si sottolinea in particolare il comportamento virtuoso delle tlc soprattutto dal 1999 a oggi.
Il servizio che ha messo a segno l’aumento di tariffa più forte è proprio quello dell’erogazione dell’acqua potabile, che tra il 1990 e il 1998 (periodo in cui il tasso d’inflazione ha registrato un aumento medio annuo del 4,1%) ha realizzato un rincaro medio ogni anno dell’8,6%, mentre negli otto anni successivi (inflazione media al 2,3%) è rincarata ancora del 4,1% l’anno. Pesante anche l’andamento dei trasporti in generale, quelli urbani in particolare: il costo del biglietto per prendere autobus, tram e metropolitane nei primi otto anni presi in esame dall’indagine è aumentato dell’8,7%, per poi continuare a salire del 3,2% nei successivi otto, a un ritmo quindi ampiamente superiore a quello dei prezzi al consumo.
Appena meno accelerato l’andamento delle tariffe ferroviarie, che tra il 1990 e il 1998 hanno subito un rincaro annuo del 4,1% e tra il 1999 e il 2006 dell’1,4%.
Più contenuto, invece, è stato l’incremento delle voci legate all’energia: l’elettricità tra il 1990 e il 1998 è addirittura diminuita dello 0,2%, mentre nei successivi otto anni è aumentata del 2,6%. Segno più in entrambi i periodi, invece, per il gas: +2,2% e +3,7%.
A due velocità, invece, i servizi relativi alla comunicazione, con l’aumento di quelli postali (rispettivamente +3,4% nel primo periodo e +1,7% nel secondo) e la parziale flessione della telefonia: tra il ‘90 e il ‘98, infatti, si è registrato un aumento dell’1,5%, mentre con l’avvio della liberalizzazione regolamentata dal regolatore si assiste a un ribasso dei prezzi del 2%. Senza soluzione di continuità ma in linea con il tasso d’inflazione, infine, l’aumento del canone Rai, che nel primo periodo è stato del 3,7% e nel secondo dell’1,8%.
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