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Ruggiero, Telecom e la bolletta fisso-mobile

Riccardo Ruggiero, numero uno della Telecom Italia
di Marco Cobianchi

Riccardo Ruggiero, ovvero come restare calmi mentre tutto intorno infuria la tempesta. Azionisti che cambiano, l’Autorità per le telecomunicazioni che va all’attacco, manager che oggi ci sono e domani chissà… “Non mi faccia nemmeno la domanda: sono totalmente impegnato a portare avanti l’operatività della società e i dati del secondo trimestre sono lì a dimostrare i risultati dell’impegno del management e di tutti coloro che lavorano in Telecom Italia”. La domanda era: a ottobre, quando la finanziaria Olimpia passerà sotto il controllo della Telco, nella quale la Telefónica guidata da Cesar Alierta ha la maggioranza, resterà amministratore delegato in Telecom Italia? Lui risponde sottolineando che chiunque guiderà l’azienda si troverà una società che nel secondo trimestre 2007 ha raggiunto un margine del 44,7 per cento, superiore a quelli fatti registrare da tutti gli operatori fissi e mobili europei esclusa la Telefónica. L’utile operativo è risultato in calo dell’8,7 per cento ma i ricavi, 15,47 miliardi, sono aumentati dello 0,9.

Dottor Ruggiero, l’ultima operazione della Telecom Italia è stata la cessione della Brasil Telecom. Quali altre operazioni sono all’orizzonte?

Il piano prevede la vendita di Brasil Telecom, Oger Telecom e le quote in Capitalia e Mediobanca. Abbiamo ceduto le prime due e metà del pacchetto in Capitalia. L’obiettivo è incassare circa 1 miliardo di euro.

C’è molto interesse attorno alla Telecom Italia Media, la società proprietaria della 7. Per voi è strategica?

È strategica la distribuzione di contenuti. Per razionalizzare la loro gestione abbiamo deciso di concentrare nella Telecom Italia Media tutte le competenze e gli accordi con i produttori. In questo senso stiamo proprio in questi giorni finalizzando il completamento di un importante accordo con la Sky.

Parliamo della rete fissa. Non si è capito quale sia la vostra proposta sulla sua divisione dal resto dell’azienda. Può spiegarla?

Noi sosteniamo che in Italia ci sono tutte le condizioni per competere con Telecom Italia e, d’altra parte, è quanto ha detto anche il presidente dell’Autorità per le telecomunicazioni, Antonio Calabrò, quando ha rilevato che nel nostro Paese ci sono 3 milioni di linee che non appartengono più a Telecom Italia. Inoltre il costo che un concorrente sostiene per avere la gestione completa di un cliente è il più basso d’Europa, così come il meccanismo d’interconnessione è tra i più vantaggiosi del continente. Detto questo, se si ritiene che la separazione funzionale della rete d’accesso debba essere un ulteriore vantaggio per i nostri concorrenti, allora si hanno due conseguenze. La prima è che Telecom Italia si porrebbe nei confronti della rete d’accesso in una posizione di assoluta parità rispetto ai suoi competitor. La seconda, naturale conseguenza di ciò è che bisognerebbe andare a rivedere una serie di asimmetrie imposteci in altri mercati per avvantaggiare la concorrenza che, a questo punto, non avrebbero più molto senso.

Gli operatori alternativi sono contrari a eliminare queste asimmetrie.

La discussione è aperta proprio per raggiungere un equilibrio tra le posizioni.

È possibile la separazione della rete entro l’anno?

È un obiettivo che si è dato l’Autorità.

Con i concorrenti siete ai ferri corti anche per decidere chi debba investire soldi per creare e gestire la rete di nuova generazione (Ngn), quella che permette una capacità di banda di 50 megabit. Quale è la vostra posizione?

Vogliamo rendere aperta la rete di nuova generazione ai competitori. Come? Ci sono diversi modi e uno è farli partecipare agli investimenti almeno in alcune zone del Paese. Se noi, per esempio, decidiamo di costruire una rete Ngn in una città, chi intende vendere i propri servizi in quella città può partecipare agli investimenti e gestirla insieme con noi.

L’impressione è che sia un modo per evitare di spendere tutti voi i soldi per la Ngn. Calabrò dice che servono 8 miliardi di euro, voi prevedete di investirne 500 milioni entro il 2009. Di questo passo…

Un momento, gli 8 miliardi si riferiscono all’ipotesi di realizzare l’Ngn sull’80 per cento della rete, pari a 16-17 milioni di linee. Io sono convinto che nei prossimi 3-5 anni la richiesta vera di 50 megabit verrà dal 20-30 per cento delle linee, al massimo, che corrisponde alla copertura di una ventina di città.

Con una rete da 50 megabit è possibile offrire gratis la voce, data la capacità di banda. Lo farete?

A settembre lanceremo un nuovo prodotto: Alice Voce City, per circa 3 euro al mese si potrà telefonare gratis all’interno della propria città.

Il piano di separare di nuovo la Telecom dalla Tim appare tramontato. Può dire quali sono le sinergie fisso-mobile che state studiando, visto che finora non se ne sono viste?

A fine anno partirà Unico, un solo apparecchio per il numero di casa e di cellulare, e i telefonini saranno quelli della serie N della Nokia, che sono tra i più ricercati. Sempre entro il 2007 rivisiteremo l’offerta Adsl sia per i prezzi sia per la velocità e lanceremo un’offerta tutto compreso: un solo conto che comprende sia l’abbonamento Adsl di casa sia il traffico mobile.

Come sono i rapporti con l’Autorità? Molto freddi?

Per quanto mi concerne, pur nella dialettica, i rapporti sono ottimi e non solo su questa materia.

Veramente Calabrò dice che siete dominanti in tutti i 14 settori in cui si divide il mercato delle telecomunicazioni italiane. Non le sembra un’implicita, pesante, critica?

No, ha solo preso atto della realtà, che poi è la stessa per tutti gli altri ex monopolisti europei.

Secondo lei, esiste il rischio che l’Autorità possa imporre la separazione della rete?

Imporre una misura così importante in maniera unilaterale non è tra i desiderata di nessuno. Anche perché, ribadisco, tutta la discussione nasce dal fatto che non vogliamo fare come Deutsche Telekom, che costruisce la rete Ngn ma ne impedisce l’accesso ai concorrenti per vari anni.

Che tipi di collaborazioni avete individuato con la Telefónica, il vostro nuovo partner industriale?

È ancora tutto da vedere. Potenzialmente le aree d’intervento sono quattro. La prima riguarda le economie di scala, per esempio nel settore degli acquisti. Secondo: la Germania, dove noi siamo presenti con l’Hansenet, 2 milioni di clienti tutti collegati in banda larga, e con un operatore mobile virtuale. Sarebbe molto interessante poter vendere insieme servizi fissi e mobili. Terzo: vendere soluzioni a clienti multinazionali sfruttando i nostri asset internazionali. Quarto: sviluppare insieme la presenza in nuovi mercati.

Nessuna sinergia in Brasile, dove voi avete il secondo operatore mobile e la Telefónica il primo?

Potremmo probabilmente collaborare nella costruzione della rete Umts. Quando e se ci sarà il servizio.

Come inciderà il cambio di proprietà nella vita quotidiana dell’azienda?
Telecom Italia e Telefónica resteranno due società completamente separate. Poi, guardi, nella mia vita ho fatto una certa abitudine ai cambi di proprietà. L’ultimo è stato sei anni fa. Il 26 luglio 2001 venni assunto da Roberto Colaninno come capo delle attività in Francia, appena due giorni dopo la società venne ceduta alla Pirelli. Insomma, ci sono abituato.

Telefonia, la concorrenza finisce nella rete

Un telefono pubblico del gruppo Telecom Italia
Torna d’attualità lo scorporo della rete Telecom e il dibattito sul rilancio della competitività nei servizi di telecomunicazioni si infiamma.
Le compagnie telefoniche che operano in Italia lamentano uno scenario competitivo sbilanciato a favore di Telecom che, a loro dire, si troverebbe in una posizione di vantaggio per il fatto di possedere la rete mentre i consumatori tornano alla carica per chiedere l’abbattimento del canone. Una posizione nota quella dei concorrenti di Telecom che però hanno rimarcato nella lettera inviata nei giorni scorsi al presidente dell’Authority tlc, Corrado Calabrò.
Pietro Guindani (Vodafone), Stefano Parisi (Fastweb), Luigi Gubitosi (Wind), Mario Mariani (Tiscali), Andrea Filippetti (Tele2), Samuele Landi (Etutelia) e Stefano Luisotti (Welcome Italia) hanno messo l’accento sulla necessità di procedere immediatamente con la separazione della rete, che deve riguardare sia l’attuale dorsale in rame sia la new generation network.
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni punta a sciogliere il nodo sullo scorporo Telecom entro l’anno e allo studio ci sarebbe la costituzione di una divisione che detenga i cespiti relativi alla rete d’accesso, con un board di controllo a maggioranza di membri indipendenti che segnali eventuali irregolarità al garante.
Telecom, ovviamente, preferirebbe una soluzione più soft, cioè il semplice rafforzamento della regolamentazione già in vigore sulla parità di trattamento con i concorrenti. Dubbi sulla separazione netta, all’inglese, anche tra gli operatori concorrenti, specialmente se associata alla deregulation dei prezzi al dettaglio nella telefonia. Premesse che non lasciano ben sperare sul fatto che si possa arrivare alla soluzione in tempi brevi.
Un primo accenno sull’orientamento di Corrado Calabrò si avrà il 24 luglio, giorno della relazione al Parlamento sull’attività dell’Authority mentre c’è da scommettere che il governo continuerà a tenersi alla larga dal dossier.
Il terremoto che ha riguardato dell’ex consigliere di Palazzo Chigi, Angelo Rovati, può bastare.

Draghi il più povero, Scaroni il più ricco: i redditi dei boiardi di Stato

Mario Draghi, governatore di Bankitalia dal 2006
Il primo anno alla guida della Banca d’Italia ha fruttato poco al governatore Mario Draghi: nel 2006 ha dichiarato solo 3.145 euro piazzandosi all’ultimo posto nella classifica dei redditi dei boiardi di Stato: è insomma il più povero dei manager pubblici italiani.

In pole position Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, con 10 milioni di euro, seguito da Luca Cordero di Montezemolo, in qualità di presidente Bologna Fiere, che ha dichiarato redditi complessivi per 7,5 milioni e da Vittorio Mincato, presidente di Poste Italiane, con 4,8 milioni.
Vola alto anche Giancarlo Cimoli, ex numero uno di Alitalia, quarto, con 2,9 milioni di euro, seguito, a stretta distanza, da Roberto Poli, presidente dell’Eni, con 2,8 milioni di euro.
Tra i primi dieci si piazzano anche l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, con redditi per 2,20 milioni e l’ex presidente delle Fs, Elio Catania, con 2 milioni di euro.
Sotto la soglia dei 2 milioni invece il numero uno di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini (1,9 milioni) e Andrea Monorchio, presidente della Consap (1,8 milioni).
I dati relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2006 dei manager pubblici sono stati messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio. Negli elenchi, figurano anche i presidenti di alcune Authority, di istituti di vigilanza e di enti pubblici. Ad esempio, il presidente della Consob Lamberto Cardia, ha dichiarato 645.493 euro euro, seguito da quello dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, con 503.805 euro, e dal numero uno dell’Agcom, Corrado Calabrò, con 471.949 euro.
Il presidente dell’Istat Luigi Biggeri, invece, ha dichiarato 232.878 mila euro mentre il titolare dell’Isvap, Giancarlo Giannini, 438.917 euro. Il presidente dell’Inail Vincenzo Mungari ha dichiarato 321.081 euro, quello dell’Inpdap, Marco Staderini, 292.489 euro, e quello dell’Inps Gian Paolo Sassi, 132.660 euro.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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