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Il grido di Obama contro lo “scandalo” dei bonus ai dirigenti Aig

AIG

Dirigono il dipartimento Prodotti finanziari di Aig, il colosso assicurativo americano che, per evitare il fallimento, ha ricevuto dal piano salvataggio del Governo Usa circa 173 miliardi di dollari. Un settore difficile e delicato, quello in mano ai top manager dell’Aig finiti al centro di una polemica sui media americani: sarebbero stati loro ad aver dato il via libera, secondo le accuse del Governo Usa, alla maggior parte delle operazioni che nel 2008 hanno portato la società al collasso.
Eppure, rispettando il contratto stipulato coi propri top manager, il colosso assicurativo ha deciso lo stesso di destinare loro un bonus di 165 milioni di dollari. Il presidente Obama e il suo staff grida allo scandalo. “I bonus distribuiti ai trader di derivati da Aig sono un oltraggio, un’offesa”, attacca il presidente Obama. “Aig è una società che si trova in difficoltà a causa della sua imprudenza e avidità. Come possono giustificare un oltraggio ai contribuenti che tengono la società in vita? Negli ultimi sei mesi Aig ha ricevuto consistenti somme dal Tesoro e ho chiesto al segretario Geithner di seguire tutte le strade per bloccare questi bonus”. Il Governo, per ora, non mette in discussione i contratti dei dirigenti. “Piaccia o no, non siamo in un paese dove i contratti possono essere cancellati. Ciò deve servire da lezione: il nostro sistema di regole è insufficiente”, aggiunge Larry Summers, direttore del Consiglio Economico di Obama. Non è detto, comunque, che il “tesoretto” dei top manager dell’Aig sia del tutto garantito: Barney Frank, presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera Usa, ha chiesto al Governo di trovare un modo per costringere i manager a restituire i bonus.
Aig ha ricevuto dal governo 173 miliardi di dollari. Oltre la metà sono finiti nelle casse delle banche. Il colosso assicurativo Usa, infatti, è stato costretto a cedere alle pressioni della Casa Bianca e a rendere pubblico l’elenco dei beneficiari dei pagamenti effettuati dal 16 settembre scorso, ovvero da quando lo stato è entrato in suo soccorso, al 31 dicembre: in tale periodo ha versato 93 miliardi di dollari, come copertura di emissioni azionarie e garanzie su derivati, a una lista di istituti finanziari tra cui Goldman Sachs (12,9 miliardi in tre operazioni distinte), Société Générale (11,9 miliardi di dollari), Deutsche Bank (11,8 miliardi) e Barclays (8,5 miliardi).
Aig due settimane fa ha annunciato una perdita trimestrale di 61,7 miliardi di dollari e si è giustificata affermando di essere obbligata contrattualmente a versare gli incentivi, ma di essere pronta a stabilire nuove regole per il futuro.

Crisi, e se la soluzione francese riportasse in Europa il protezionismo?

Nicolas Sarkozy

Prima Praga e Stoccolma, poi Bruxelles e Berlino.
In Europa dilagano le proteste contro il piano presentato due giorni fa dal presidente francese Nicolas Sarkozy per salvare l’industria automobilistica d’Oltralpe. A preoccupare i partner europei della Francia sono i rischi di protezionismo che cela il piano salva-auto di Sarkò. Dopo settimane di trattive a oltranza, l’Eliseo ha annunciato il 9 febbraio scorso un piano quinquennale che prevede 7,8 miliardi di euro di prestiti a tassi preferenziali ai costruttori francesi (tre miliardi a testa per Peugeot e Renault) in cambio di un impegno sottoscritto dai dirigenti del settore a non chiudere nessuno dei siti di produzione presenti in Francia, a “fare tutto il possibile per evitare i licenziamenti”, a investire nelle auto ecologiche e, infine, a non delocalizzare la produzione all’estero di automobili vendute in Francia. Quest’ultimo punto ha suscito le ira della Repubblica ceca, paese in cui Peugeot produce la sua 107. “Non possiamo permettere nessun tipo di protezionismo” ha ribadito il ministro delle Finanze ceco, Miroslav Kalousek, dopo la riunione Ecofin tenutasi ieri a Bruxelles, “e questo vale per qualsiasi tipo di settore”.

Contro la convinzione di Sarkozy di volersi opporre al fatto “che si fabbrichino al di fuori della Francia delle auto che poi si vendono in Francia” si è espressa la Commissione europea. Se il piano prevede “una misura supplementare come l’obbligo di mantenere un’unità di produzione in Francia”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue, Jonathan Todd, “allora gli aiuti diventano illegali”. Di conseguenza, “la Commissione non autorizzerà aiuti che tenderanno a minare il mercato unico” ha sottolineato Todd, a detta del quale “il mercato unico è fonte di prosperità e di impieghi in Europa. Se ci sono misure che rimettono in causa il mercato unico, il rischio è quello di vedere la recessione peggiorare e trasformarsi in una depressione come non se ne vede dagli anni ‘30″. Parole durissime quindi che rispecchiano la volontà di Bruxelles di voler “guardare nei dettagli” le misure iscritte nel piano salva-auto di Sarkozy, senza precisare la data in cui Commissione si pronuncerà sulla compatibilità o meno del “patto automobile” siglato tra l’Eliseo e il settore auto francese con le regole communitarie. Già la scorsa settimana la commissaria europea alla Concorrenza, Neelie Kroes, aveva messo in guardia il segretario di Stato francese all’industria, Luc Chatel, da ogni tentazione protezionista. “L’obbligo di investire soltanto in Francia non è compatibile” con le regole europee. Il monito di Bruxelles ha trovato eco a Berlino, dove fonti governative tedesche hanno fatto sapere che “nessuna misura in contraddizione con le regole europee dovrebbe essere approvata”. Per Sarkozy si annunciano tempi duri. La Repubblica ceca, che detiene la presidenza di turno Ue, non nasconde più il suo desiderio di voler trasformare il summit straordinario dell’Unione Europea sulla crisi economica mondiale previsto a fine febbraio in un Summit “per dire chiaramente no” alle misure protezionistiche. Un altro siluro al piano di Sarkozy è poi arrivato dalla Svezia. La casa automobilistica svedese Volvo ha rispedito al mittente la proposta di un prestito di 500 milioni di euro alla sua filiale Renault Trucks (acquistata da Volvo Group nel 2001). “Non siamo in misura di riempire le condizioni imposte da questi prestiti” ha dichiarato da Stoccoloma un portavoce del gruppo. Il rifiuto di Volvo non è altro che una conferma dei sentimenti molto mitigati espressi due giorni fa dal ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, convinto che il piano francese era quantomeno “problematico”.

Più sfumata la posizione dell’Italia, con il governo Berlusconi disposto a salvare il settore attraverso un pacchetto di misure anti-crisi approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri. Secondo il ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, il fatto “di legare gli aiuti a dei protocolli sull’impiego e la preservazione delle strutture industriali mi pare ragionevole”. Sensibile all’ondata di protesta esplosa nelle principali capitali europee, Tremonti ha poi sottolineato che se questo legame “viene fatto in maniera aggressiva e violenta, allora non è compatibile con gli interessi dell’Europa”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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