Leggi tutte le notizie su:
aliquote
Il messaggio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti è chiaro: “Ridurre il deficit non aumentando le tasse”. Quella del tesoretto, poi, è una “mitologia”: “Non ci sono giacenze nascoste” precisa il numero uno di Via XX settembre. E chiarisce alcuni aspetti del progetto di federalismo fiscale: “È fondamentale un accordo su una preventiva condivisione dei dati di finanza pubblica su entrate, uscite, stock e dinamiche. Poi siamo aperti a tutte le scelte, senza pregiudiziali programmatiche o ideologiche”. Secondo Tremonti, inoltre, nella creazione del federalismo fiscale è essenziale, oltre al coinvolgimento delle Regioni, anche quello della “dimensione municipale”.
Le misure. Addio all’Ici sulla prima casa, nuove regole per chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile e ora si trova a fare i conti con rate troppo salate e novità per i dipendenti privati in busta paga grazie agli sgravi sugli straordinari: sono queste le misure chiave del pacchetto fiscale contenuto nel decreto legge che il Senato ha approvato oggi in via definitiva. Il testo era stato varato alla Camera il 25 giugno dopo un voto di fiducia. Stop totale all’Ici sulla prima casa, dunque, ma la tassa resta però per le case di lusso (per un valore di soli 61 milioni di euro). L’abolizione dell’Ici, però, ha fatto alzare barricate ai Comuni. Così durante l’esame in Parlamento è stato messo a punto un pacchetto di modifiche in loro favore: il 50% del rimborso, a titolo di acconto, deve arrivare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione: è stato sospeso, inoltre, il potere di Regioni ed enti locali di aumentare le aliquote di tributi.
Rispetto al testo varato dal Governo novità sono state inserite all’articolo 3 sulla convenzione Abi-Economia sulla rinegoziazione dei mutui a tasso variabile. È stato introdotto un elemento di maggiore concorrenza, prevedendo che il tasso che grava sul conto di finanziamento accessorio non sia più maggiorato di uno spread dello 0,50 ma maggiorabile “fino a un massimo” dello 0,50. Restano confermate, invece, le norme sulla detassazione degli straordinari e dei premi di produttività: il beneficio consiste nell’applicazione di un’imposta sostitutiva di Irpef e addizionali regionali e comunali pari al 10%, entro il limite di importo complessivo di 3mila euro lordi. I lavoratori non devono avere percepito nel 2007 un reddito da lavoro dipendente superiore a 30mila euro.
I Comuni. A fare il punto sulla situazione delle casse comunali è il rapporto 2008 Ifel-Anci sulla manovra finanziaria dei Comuni, presentato oggi a Roma: nel 2008 incassano in totale un miliardo e 677 milioni di euro in meno rispetto a quanto deliberato in bilancio, ma hanno tenuto invariata l’addizionale Irpef oltre quattro Comuni su cinque in cui è vigente l’aliquota. Da un riepilogo del taglio alle entrate emerge che nel 2007 per il taglio ai trasferimenti Ici dovuti al decreto Visco i Comuni si sono visti sottrarre 609 milioni di euro, nel 2008 768 milioni e nel 2009 818 milioni. Con la Finanziaria 2008 si aggiunge poi un taglio per i costi della politica pari a 313 milioni e sempre nel 2008 con il nuovo taglio Ici ai Comuni vengono tolti altri 596 milioni di euro. “Se lo Stato” si legge nel rapporto “non garantisce un ristoro completo i Comuni avranno un introito sul gettito Ici per l’anno 2008 minore di 596 milioni di euro rispetto a quanto risulta dalla elaborazione dei consuntivi 2006″.
Per quanto riguarda l’addizionale Irpef risulta in vigore nel 75,47% dei Comuni (pari ad una popolazione dell’87,09%): il 62,08% ha tenuto invariata l’aliquota, il 12,69% l’ha aumentata, lo 0,83% l’ha diminuita e il 24,53% non l’ha istituita. Nel rapporto sono state poi confrontate le aliquote medie, ponderate sulla base imponibile 2005, calcolate per Regione, sui Comuni che hanno adottato l’addizionale: l’aliquota media nazionale nel 2008 è risultata pari a 0,497%, calcolata sui Comuni che hanno adottato l’imposta (75,47%) “ben lontana” si legge nel rapporto “dal livello massimo consentito dalla legge pari a 0,8%”. Il principale dato che emerge nel confronto tra le ultime due manovre è che gli incrementi dell’aliquota dell’addizionale comunale all’Irpef nel 2008 si sono stabilizzati, risultando considerevolmente inferiori rispetto a quelli del 2007, anno di “sblocco” del tributo. Nel 2007 l’aliquota media nazionale era infatti cresciuta di 0,145 punti percentuali contro gli 0,027 del 2008 ad indicare che i Comuni hanno utilizzato “responsabilmente” la leva fiscale.
Il VIDEO servizio:

Le tasse sui Bot e gli altri titoli pubblici non aumenteranno e resteranno al 12,5 per cento. Contrariamente alle voci circolate in queste ultime ore, a Panorama.it risulta che il governo mantiene ferma l’intenzione di armonizzare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento escludendo, però, dalla manovra i titoli di Stato.
L’adeguamento riguarderà gli altri prodotti finanziari a partire dalle azioni per arrivare ai fondi di investimento e interesserà anche i depositi bancari che in Italia rappresentano circa il 70 per cento dello stock di risparmio. In quest’ultimo caso, però, si tratterà non di un incremento di imposta, ma di una riduzione in quanto la cedolare secca del 27 per cento che ora grava sui conti correnti dovrebbe essere ridotta al 20 e allineata con il resto.
La manovra di revisione delle aliquote sulle rendite finanziarie dovrebbe essere attuata entro marzo ed è frutto di due spinte convergenti. La prima è di natura europea. In più di un’occasione l’Unione ha premuto sui governi italiani perché armonizzassero le tasse sulle rendite portandole il più possibile in linea con il livello degli altri paesi. La seconda spinta è legata alla politica interna: l’armonizzazione delle rendite finanziarie è uno dei capitoli del programma di governo dell’Ulivo, ma in particolare sta a cuore all’ala sinistra della maggioranza, Rifondazione comunista in prima linea. Non a caso l’operazione è seguita con particolare attenzione da Alfiero Grandi, ex sindacalista Cgil, Ds, sottosegretario alle Finanze molto vicino all’area della Sinistra democratica di cui anche Rifondazione fa parte.
Nelle intenzioni del governo l’uniformazione della tassazione sulle rendite dovrebbe costituire uno dei volani finanziari per la riduzione dell’aliquota Irpef dal 23 al 20 per cento.
In un secondo momento anche la tassazione sugli affitti dovrebbe essere portata al 20 per cento. Oggi i proventi dell’affitto sono considerati reddito e quindi tassati con l’Irpef, ovviamente quando vengono dichiarati perché, come è noto, il settore è caratterizzato da un’evasione diffusa. L’idea di istituire una tassa secca al 20 per cento dovrebbe favorire proprio l’emersione del nero consentendo ai proprietari di sottrarre gli incassi degli affitti dalla tagliola della progressività del reddito.

Lo sciopero fiscale minacciato da Umberto Bossi poteva essere anche una provocazione di ferragosto, certo che, puntuale come la campanella d’inizio dell’anno scolastico, ha riportato il tema delle tasse al centro dell’agenda politica d’autunno. Con il Governo che annuncia (ma l’aveva già fatto varie volte) l’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie (guarda il video servizio in fondo), il partito trasversale per l’abolizione dell’Ici che riaffiora tra una dichiarazione e l’altra mentre Padoa-Schioppa invoca il risanamento, Letta che vuole affinare gli studi di settore riavvicinando i lavoratori autonomi, Pier Ferdinando Casini che dal Corriere della Sera lancia “l’abbattimento choc del carico” grazie a una aliquota massima del 45 per cento che non deve mai essere oltrepassata tra tasse, imposte e gabelle varie che ciascun contribuente si trova complessivamente a pagare.
Perché una cosa è chiara: l’italiano che paga le tasse è convinto (nella maggior parte dei casi a ragione) di pagare troppo e di non avere abbastanza in cambio: si è stimato che il contribuente lavori 7 mesi l’anno per il fisco e i rimanenti 5 per se stesso. Chi non paga (e stavolta il calcolo è che l’evasione nel nostro paese è tra il 15 e il 17 per cento del Prodotto interno lordo), si giustifica proprio accusando un fisco troppo esoso. Lo Stato, a cui i conti non quadrano mai, continua a puntare sulle entrate essendo incapace di ridurre la spesa, alimentando il divario nella contribuzione tra Nord e Sud. Come uscire dal circolo vizioso?
“Bisogna usare il bastone e la carota” sostiene Giacomo Vaciago: “Bisogna mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Non si capisce perché chi ruba mille euro va in galera e chi evade un milione di euro no. D’altra parte bisogna far pagare meno a chi dimostra di aver già versato tanto. Non è un modo per abbassare le tasse ai ricchi, ma solo di abbassarle agli onesti”. E praticamente come si può fare? “Con 85 mila euro di imposte l’anno io risulto appartenere tra lo 0.4 per cento degli italiani più ricchi” esemplifica Vaciago “ma questo fa ridere perché io non sono tra quelli che possono permettersi la villa al mare o la Porsche. Dunque lo stato dovrebbe dirmi: ‘Quest’anno hai pagato più di quanto tu non abbia pagato in media nei tre anni precedenti, quindi ti premio e il prossimo anno ritorni alla tua media precedente’. Se avessimo un sistema efficiente, si baserebbe sul tenore di vita e sui consumi, non sugli studi di settore che sono torture sulla produzione”.
“Il governo sta facendo tutto il possibile, anche sul piano della comunicazione, per scontentare gli italiani” sostiene l’esperto di diritto e pratica tributaria Victor Ukmar: “Quella di armonizzare al 20 per cento le aliquote aumentando le imposte sulle rendite di titoli e azioni e riducendo quelle sui depositi bancari è una misura che ho sempre ritenuto giusta. Ma dal punto di vista del marketing politico ritirarla fuori adesso che c’è la crisi dei mercati non è un’idea geniale”.
Per Renato Mannheimer, “è anche un problema culturale: negli Stati Uniti se evadi le tasse non ti invita più a cena nessuno. Qui diventi l’ospite di riguardo a cui chiedere come si fa”. La soluzione più efficace sarebbe mettere le due categorie, contribuenti onesti ed evasori, in conflitto di interessi (”fatti dare la fattura dal dentista così la detrai dalle tasse” esemplifica Mannheimer). Conferma Vaciago: “Da noi c’è una assurda collusione tra chi evade e chi paga le tasse, ovvero gli onesti che gli evasori danneggiano costringendo lo Stato a imporre tasse più alte. C’è collusione perché di fronte al dentista, all’avvocato, all’artigiano che non emette la fattura, il contribuente accetta di farsi risarcire del danno che gli fa l’evasore con uno sconto immediato sulla prestazione”.
Ma gli italiani che invece si sentono tartassati sarebbero disposti a fare lo sciopero fiscale proposto da Bossi? “Se si facesse un sondaggio adesso chiedendo agli italiani se aderirebbero, prevarrebbero certamente i no” sostiene il direttore dell’Ispo “perché gli italiani evadono dicendo di non evadere. Chi non ha usato i buoni pasto per fare la spesa al supermercato? Ciascuno evade nel suo piccolo, come e dove può” sostiene Mannheimer. Fa eco Vaciago: “Lo sciopero fiscale è una stupidaggine perché di fatto è già in corso da anni”.
Il problema, ribadisce Ukmar, è che “gli italiani non hanno mai visto applicata l’equazione imposte uguale spesa sociale: così si mettono d’accordo evasori e contribuenti. Bisogna affrontare con serietà il problema della sperequazione fiscale e migliorare l’amministrazione del sistema che non è neanche capace di riscuotere quanto gli è dovuto”.
Per uscire dal circolo vizioso, ci sono misure in grado di riavvicinare gli italiani e il Fisco? “Qualunque misura, non annunciata, ma presa e fatta entrare in vigore, sarebbe bene accolta” sostiene Mannheimer che aggiunge: “Quella di Casini ha il grande pregio della semplicità anche se è di difficile attuazione perché in Italia nessuno sa esattamente a quanto ammonti la pressione fiscale. Certamente” secondo il sociologo che da anni monitora gli umori degli italiani “la semplificazione è il provvedimento che sarebbe più apprezzato”. Conferma Ukmar: “Tasse complesse e complicate da pagare aumentano la cattiva predisposzione del contribuente. Senza contare che in Italia, pagare secondo le regole ha un costo molto elevato: fatta 100 l’imposta da versare, il cittadino spende 15 per le procedure di compliance, ovvero per compiere il proprio dovere”.
Il video servizio sull’ipotesi del Governo di un’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie:
LEGGI ANCHE: Quanto è negativo il bilancio del contribuente
- Tags: aliquote, entrate, euro, extragettito, famiglie, fisco, Irpef, risparmio, tasse, Tommaso-Padoa-Schioppa, vincenzo-visco
-

Il boom di entrate fiscali registrato a gennaio ci può dire molte cose su ciò che sta accadendo, e soprattutto accadrà, nei bilanci delle famiglie che al contrario sono alle prese con i problemi di risparmio (qui il nostro FORUM), ed in generale nei portafogli dei contribuenti. Nelle casse dello Stato sono entrati 30 miliardi di euro, l’8,5 % in più del gennaio 2006. L’extragettitto dell’anno scorso, il famoso “tesoretto” da 8-10 miliardi di euro superiore alle previsioni, si avvia dunque a rimpinguarsi anche per l’anno in corso. Da dove vengono questi soldi? Anche se in assoluto (19,2 miliardi) si tratta della cifra più importante, la crescita delle imposte dirette segna “solo” un più 5,8 %, ed un più 4,6 riferito all’Irpef. Ciò significa che la lotta all’evasione, pur importante politicamente, non è di sicuro la prima voce di tanta pioggia di soldi. I record vanno cercati altrove. In particolare nelle imposte indirette, più 13,7%, e tra queste soprattutto nel registro (più 48,6), bollo (più 91,5), ipoteche (più 138,9) e concessioni (più 11,8). E poi l’Ires, la tassa sulle società: è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2006. Con ciò si capisce dove il governo sta colpendo. Nel frattempo anche le imposte locali, che non rientrano in questa contabilità, stanno facendo la loro parte: secondo le prime stime tra addizionali comunali e regionali e tasse sui rifiuti e sui servizi cresceranno tra l’otto e il 10%.
Se si proseguisse di questo passo, con una crescita di 2,5 miliardi al mese sull’anno scorso, a fine 2007 il tesoretto del governo raggiungerebbe il livello vertiginoso di 40 miliardi. Siccome non è sempre domenica, si può ipotizzare il raddoppio di quanto realizzato finora: 20 miliardi.
Ed ecco di nuovo la domanda: come impiegarli? Restituirli in qualche modo ai cittadini sotto forma di sgravi fiscali sull’Irpef o sull’Ici? Investirli nelle infrastrutture: Tav, passante di Mestre, pedemontana lombarda? Tenerli in cassa per porsi al riparo da ogni problema di deficit, abbassando il debito, insomma mettendosi più che in riga con l’Europa?
I partiti premono per gli sgravi, soprattutto sull’Ici, una moneta spendibile elettoralmente. Ma il viceministro Vincenzo Visco, che voleva accelerare su questo punto, è in difficoltà: la misura sta slittando per l’opposizione di Tommaso Padoa-Schioppa. Le aziende reclamano altri bonus, dopo avere ottenuto abbastanza con la Finanziaria 2007. Ed ora si fanno avanti gli statali: il loro contratto è scaduto e reclamano solo per il 2007 due miliardi. I sindacati minacciano scioperi.
Anche i dipendenti pubblici sono cittadini. Magari, per alcuni, più cittadini di altri. “I soldi vanno restituiti a chi già paga le tasse” ha promesso il governo non più tardi di due settimane fa. Manterrà la parola?

A ogni veneziano costerà ben 221 euro, a un torinese 152, a un napoletano 77. È questo il conto da pagare per rispettare il patto di stabilità, cioè i vincoli imposti dall’Unione Europea per tenere in ordine i conti pubblici.
Stando alle elaborazioni effettuate per Panorama dal Centro studi Sintesi, ogni italiano dovrà sborsare in media 58 euro. Ma le differenze, da città a città, sono ampie: a Genova il costo della manovra richiederà 75 euro a testa, a Firenze 41, a Bologna e Milano 37, a Roma 32. Sotto i 20 euro pro capite, invece, la spesa per chi vive a Vibo Valentia, Benevento, Cesena e Isernia.
Da dove arriva questa mazzata? Semplice: anche le amministrazioni locali sono chiamate a fare la loro parte per tenere sotto controllo il deficit pubblico. Ma la Finanziaria 2007 ha modificato l’architettura di base per raggiungere questo obiettivo: se prima si agiva solo in una logica di tagli alla spesa, oggi si guarda al saldo di bilancio. L’esborso sarà, quindi, più salato per i comuni, e relativi abitanti, che non hanno i conti in ordine, mentre quelli più virtuosi non avranno grandi problemi.

Altra novità: si potrà intervenire sulle entrate aumentando le imposte locali, cioè le addizionali Irpef. Cosa che 687 comuni hanno già fatto. E non mancano effetti distorsivi.
Nei comuni del Nord i bilanci in rosso sono per lo più dovuti alle ingenti spese per gli investimenti, mentre su quelli del Sud pesano gestioni inefficienti. Ma, ai fini del saldo, non c’è distinzione.
Singolare il caso di Venezia, la più colpita, che sconta pesantemente l’alto livello di investimenti fatti nell’ultimo triennio.
Cosa succede ai comuni inadempienti? Se prima venivano puniti con il divieto di spesa, come nuove assunzioni o aumenti di salari, ora invece saranno sanzionati. Con due sole vie d’uscita: essere amministratori accorti o mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Dopo un lungo tira e molla l’ha ammesso anche Vincenzo Visco: “Dalle tasse abbiamo incassato molto più del previsto, 8,6 miliardi di euro nel 2006 che si ripeteranno nel 2007. Si tratta insomma di un’entrata strutturale”. E poi l’annuncio: “La priorità è ora restituire dei soldi a chi di tasse ne paga fin troppe”. Il viceministro delle Finanze si è spinto molto oltre la prudenza del suo collega Tommaso Padoa-Schioppa, che parla di restituzione “non prima del 2009″. Sembra di capire che Visco voglia accelerare i tempi. Forse avendo anche sott’occhio i dati degli ultimi sondaggi, a cominciare da quello dell’Ispo di Renato Mannheimer: per il 93% degli italiani la riduzione delle tasse è la principale priorità, ben prima della scuola, della famiglia e delle pensioni. E l’eccessiva stretta fiscale sarebbe tra i motivi del forte vantaggio del centrodestra sull’Unione se si andasse al voto domani.
Il problema è che su quel malloppo di miliardi in più che il governo si trova in cassa si stanno puntando le attenzioni di altri mini ministri: Cesare Damiano, impegnato in una complicata trattativa sulle pensioni, vorrebbe utilizzarli per creare un’indennità per chi perde il lavoro; gli esponenti dell’area cattolica e della Margherita vorrebbero spenderli in misure di sostegno alla famiglia.
Chi la spunterà? FORUM

Se siete fra quanti avevano un po’ gioito per la riforma dell’Irpef decisa dal governo Prodi, preparatevi a una cocente delusione. Chi ha guadagnato qualcosa grazie alle nuove aliquote Irpef vede ora rosicchiato, o azzerato, il beneficio, a causa dell’aumento delle gabelle locali. Un conto più salato del previsto, che dà ragione a quanti pronosticavano che alla fine della manovra finanziaria ben pochi avrebbero risparmiato.
Questo emerge da una prima fotografia, a fine febbraio, dell’aggravio delle addizionali comunali deciso in questi giorni da centinaia di amministrazioni. Il rincaro accomuna molti sindaci, di centrodestra e di centrosinistra, dal Nord al Sud.
Tutto è partito dall’ultima Finanziaria, che ha ridato mano libera per le addizionali comunali (bloccate dal 2002) e consentito di nuovo a comuni e regioni di aumentare le aliquote, innalzando il tetto massimo per i primi da 0,50 a 0,80.
I comuni potevano lasciare invariate le addizionali o aumentarle entro il 15 febbraio per incassare già nel 2007 risorse aggiuntive. Come è andata? Le amministrazioni locali arrivate in tempo sono state 1.096: di queste, 687 hanno deciso di alzare l’imposta e 406 l’hanno mantenuta invariata, 3 l’hanno tagliata.
Fra i capoluoghi di provincia 43 hanno aumentato, 44 no. Gli altri 16 non si sono ancora mossi. Insomma, ha ritoccato il tributo una città su due.
Dove vivono i più tassati? Sono 12 i capoluoghi che hanno applicato il massimo consentito: L’Aquila, Brindisi, Campobasso, Cosenza, Messina, Novara, Ragusa, Rieti, Siena, Siracusa, Trieste e Varese.
Tra i capoluoghi di provincia, l’aumento più sensibile è toccato agli abitanti di Trieste. Solo sei comuni continueranno a non applicare alcuna addizionale: Milano (che ha anche ridotto, seppure di poco, l’Ici e conservato inalterata la tassa sui rifiuti), Brescia, Lecco, Lecce, Trento e Venezia. E soltanto tre sindaci hanno deciso di imboccare una strada controcorrente, tagliando il prelievo: l’addizionale Irpef è stata diminuita dai comuni di Cattolica (16 mila abitanti in provincia di Rimini), La Loggia (7.300 anime in provincia di Torino) e Santo Stefano Roero (1.236 cittadini nel Cuneese).
Quale la perdita per i contribuenti? Stando alle elaborazioni calcolate per Panorama dal Centro studi Sintesi, l’erosione del reddito si vede già nelle fasce più basse. Le amministrazioni comunali hanno, infatti, graziato chi guadagna entro 6 mila euro all’anno ma già chi ne ha 10 mila comincia a sentire l’effetto. Un esempio? Un contribuente senza carichi familiari, come un single o chi ha un coniuge che lavora ma non ha figli, con 10 mila euro di reddito guadagna 114,8 euro dall’applicazione delle nuove aliquote Irpef.
Nei grafici sotto, le stime del Centro studi Sintesi su dati del Ministero delle Finanze:

