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ALtroconsumo
Domanda: se un risparmiatore ha un gruzzolo e vuole investirlo senza correre rischi, la scelta migliore è un’obbligazione index linked collegata agli indici o alle valute? Seconda domanda: se un risparmiatore punta a rendimenti elevati sul lungo termine, è giusto che faccia un forte ricorso ai pronti contro termine (il cliente acquista titoli che la banca si riprende qualche settimana dopo a prezzo prefissato)? In entrambi i casi la risposta dovrebbe essere un no. Eppure, l’esperienza dimostra che in banca non è raro incappare proprio in suggerimenti del genere, poco adeguati alle vere esigenze delle persone. E questo nonostante l’indubbio impegno delle aziende di credito nel formare il personale addetto ai borsini; la pressione della Banca d’Italia per fare in modo che gli obiettivi commerciali, di prodotto o di bilancio degli istituti non vadano a scapito dei risparmiatori; e malgrado sia ormai in vigore la direttiva europea Mifid, che accolla alle banche la responsabilità di capire che cosa sia meglio per i clienti.
Sul tema è interessante leggere l’ultima inchiesta di Altroconsumo, associazione di difesa dei consumatori. All’inizio di giugno, 15 giorni prima che scattasse per le banche l’obbligo di far compilare un corposo questionario ai risparmiatori, gli attivisti di Altroconsumo si sono presentati come potenziali clienti in 93 agenzie, 32 a Roma, 21 a Torino e 40 a Milano. In ogni banca hanno chiesto di essere assistiti, presentando diverse tipologie di propensione al rischio e di scadenza temporale. I risultati? Tempo medio di attenzione: appena un quarto d’ora. Pochi prospetti informativi sui prodotti consegnati ai clienti e, accanto ad alcune proposte adeguate, non pochi suggerimenti considerati sbagliati dagli esperti di Altroconsumo.
Il primo tipo di investitore simulato era una signora di 40 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila euro da impiegare con un orizzonte temporale di 10 anni. Tre delle 32 agenzie bancarie visitate a Roma hanno proposto un fondo obbligazionario (o direttamente obbligazioni), più un investimento pronti contro termine, tipico di un impiego a breve scadenza; altre tre banche un semplice fondo obbligazionario, non proprio il più indicato per un investimento a 10 anni; in 16 agenzie sono state proposte obbligazioni bancarie (come dire, il prodotto della casa). In altre tre agenzie il responso è stato: obbligazioni più una polizza index linked, investimento che gli esperti di Altroconsumo hanno definito “costoso e poco redditizio”.
La seconda tipologia di investitore era relativa a un signore di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire per 5 anni, in modo da poter acquistare poi una nuova auto. Nelle 21 agenzie visitate a Torino, molti sono stati i prospetti informativi consegnati (18), un po’ piu alto il tempo medio di attenzione (26 minuti) e anche in questo caso le obbligazioni bancarie sono state il prodotto più suggerito (13 casi), seguito dalle polizze index linked.
Per la terza tipologia di investitore, una signora di 50 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto, 20 mila da investire a breve termine e con scarsa propensione al rischio, in una delle 20 agenzie bancarie visitate a Milano e stato offerto un prestito per investire in un fondo obbligazionario a lungo termine; un’altra azienda ha suggerito un certificato di deposito in yen.
Infine, un tipo di risparmiatore piu propenso al rischio, un giovane di 30 anni con casa di proprietà, 10 mila euro sul conto e 20 mila da investire a 20 anni. Anche in questo caso molte proposte poco adeguate. Addirittura in un caso e stato suggerito un mix con il 30 per cento messo in un fondo azionario e il resto investito tutto in pronti contro termine.
L’Antitrust ha inflitto una multa da (quasi) 10 milioni di euro a 23 banche per irregolarità nel rilascio di mutui. In particolare sarebbe stato “impedito o reso troppo onerosa per i consumatori, già titolari di un mutuo, la surrogazione del mutuo stesso”. Le multe - per 9,680 milioni di euro - vanno da 500 mila euro (a carico di Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Deutsche Bank) a un minimo di 300mila.
La sanzione è stata comminata per “pratiche commerciali scorrette”, spiega la nota dell’Associazione Altroconsumo che ha dato notizia delle sanzioni. L’associazione ricorda che “di fatto, secondo l’Autorità, le banche hanno impedito o reso troppo onerosa per i consumatori già titolari di un mutuo la surrogazione”, ovvero il trasferimento a un’altra banca, del mutuo stesso. “Tale comportamento è stato dimostrato da un’indagine di Altroconsumo, i cui risultati sono stati trasmessi all’Antitrust il 18 aprile scorso” ricorda la nota spiegando che “dall’indagine emergeva la mancata attuazione della portabilità gratuita dei mutui da parte del 95 per cento degli operatori bancari che, al contrario, offrivano la soluzione più onerosa della sostituzione del mutuo o la surrogazione ma sempre con oneri a carico dei consumatori”.
Si tratta della sanzione più elevata comminata dall’Antitrust “per pratiche commerciali scorrette” commenta il presidente di Altroconsumo Paolo Martinello, spiegando che “chi è stato costretto a pagare le spese richieste dalla banca per trasferire il mutuo con la surrogazione ha diritto a chiederne il rimborso. La condanna dell’Antitrust è la conferma ulteriore che si è trattato di una richiesta illecita” conclude Altroconsumo segnalando che sul sito dell’associazione “è possibile scaricare una lettera tipo da inviare alla propria banca per chiedere il rimborso delle spese ingiustamente pagate”.
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Colazione agiata con cappuccino e brioche al tavolo? Meglio consumarla a Bologna e Bari. Qualcosa di veloce come un espresso al banco “bevi e fuggi”? Allora via dalla città felsinea, e meglio ributtarsi su Palermo, Roma, Napoli e ancora Bari. Queste, infatti, secondo un’indagine Altroconsumo, sono le città italiane più convenienti sui rispettivi fronti. L’associazione indipendente di consumatori ha rilevato i prezzi di caffè, cappuccino e cornetto nei bar di dieci città italiane, considerando sia locali storici e centrali sia bar della periferia di Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Torino e Venezia.
E sul fronte cappuccino e brioche al tavolo Roma è risultata, mediamente, la città più cara (si spende 4,92 euro), seguita da Venezia (4,69 euro) e Firenze (4,12 euro). Le più economiche Bari (2,66 euro) e Bologna (2,72 euro).
Stessi componenti, ma serviti al banco, e allora è Venezia la più costosa (2,23 euro), quindi Torino (2,20) e Bologna (2,19). Bari (1,83), Roma (1,84), Napoli (2) e Palermo (2,05) sono le città per risparmiare.
Per un bel caffè al tavolo è ancora Roma la più cara: l’agio va pagato! Costo: 2,35 euro. Seguono i bar fiorentini (1,82 euro) e quelli veneziani (1,79) e torinesi (1,66). La tazzina mediamente meno costosa è a Bari (1,15 euro), Bologna (1,24) e Palermo (1,29).
L’espresso al banco più “salato” lo si beve a Bologna (93 centesimi) e Venezia (88). Partendo dal basso, invece, troviamo Bari (71 centesimi), Palermo (73), Roma (78) e Napoli (79).

di Daniela Fabbri
Pensate di comprare un’Alfa a rate? “Tan zero, taeg 1,27″ dichiara la pubblicità dell’Alfa Sava, finanziaria che eroga prestiti per il gruppo Fiat Auto. Peccato che in concessionaria le cose cambino: il taeg (ovvero il tasso annuo effettivo globale) può essere lo 0,75 a Milano e lievitare misteriosamente sino all’8,43 di Napoli e al 10,51 di Roma. Per una Peugeot il taeg dichiarato dalla casa (9,87) può scendere all’8,45 di Milano e salire al 12,78 di Roma.
Non è finita. Sulle spese di istruttoria sono le case automobilistiche a porre condizioni molto diverse. Secondo Altroconsumo, si risparmia comprando Mercedes (182 euro richiesti), mentre con Alfa, Ford e Volvo si arriva a spendere 250 euro.
Anche il costo dei bolli cambia: l’Alfa dichiara 14,62 euro, la Citroën chiede lo 0,25 del capitale finanziato, la Ford 24,26 euro, tutte le altre case non si pronunciano.
Insomma, come emerge dai dati di una ricerca condotta dall’associazione dei consumatori, comprare una macchina chiedendo finanziamenti è come inoltrarsi in una giungla. Dove non sempre quello che viene dichiarato è poi effettivamente applicato e dove, soprattutto, le condizioni di finanziamento possono essere radicalmente differenti non soltanto da una città all’altra, ma anche da un concessionario all’altro. Cambia, oltre ai tassi tan (tasso annuo nominale, cioè il tasso d’interesse del finanziamento) e taeg, e al costo di istruttoria della pratica, la formula di dilazione. Soprattutto, non sempre i costi vengono conteggiati nel tasso di finanziamento. Con il risultato che il tasso zero pubblicizzato può diventare anche un 10 per cento senza che il consumatore se ne renda conto, perché quasi mai le condizioni di finanziamento sono chiaramente descritte.
“Abbiamo inviato rilevatori in 84 concessionarie fra Milano, Roma e Napoli, richiedendo 98 preventivi” afferma Anna Vizzari, che ha curato l’inchiesta. Risultato? “Quasi mai il taeg dichiarato è quello reale, perché non tiene conto dell’eventuale anticipo, o delle spese per la pratica. L’abbiamo verificato perché i nostri rilevatori erano ben preparati sulle domande da fare, ma per un consumatore non consapevole è quasi impossibile scoprirlo”.
Per esempio, gli esperti di Altroconsumo hanno analizzato la pubblicità di una concessionaria Fiat apparsa su un quotidiano milanese: a fronte del 4,46 dichiarato in pubblicità il taeg effettivo (calcolato sommando anche le spese di istruttoria, bolli, commissioni) arrivava al 7,44. E nel 41 per cento delle concessionarie visitate non è stata neppure comunicata la percentuale di interessi applicata per il taeg. Un problema che sorge perché spesso le concessionarie non aderiscono alle offerte di finanziamento della casamadre, o ne hanno di proprie ad altre condizioni.
La questione vera resta la mancanza di trasparenza: “La normativa sui finanziamenti esiste ed è chiara, però non viene rispettata” commenta il presidente di Altroconsumo Paolo Martinello. “Troppo spesso non vengono consegnati i contratti o non c’è una dichiarazione precisa del taeg applicato”. Banche e finanziarie che erogano i prestiti non verificano i comportamenti delle proprie reti di vendita e allo stesso modo la Banca d’Italia, che dovrebbe vigilare sul settore, non fa controlli adeguati a verificare le violazioni alla legge.
“Stiamo per ottenere una direttiva europea che precisa ancor meglio tutti gli elementi che vanno considerati per calcolare il taeg” conclude Martinello “ma è una raffinatezza rispetto alla situazione italiana. Da noi il problema è che nessuno controlla che le norme, che ci sono, vengano applicate”.
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Comincia il Piemonte, in una giornata inconsueta per gli acquisti: domenica 1 luglio. Segue Napoli il 2 luglio, la Liguria il 6, mentre a Milano, Palermo, Bologna, Bari, Ancona e Trieste i saldi cominceranno il 7 luglio. A Roma e a Firenze si attenderà fino al 14 luglio, a Venezia al 15. L’ultimo capoluogo sarà Bolzano, il 16 luglio. A Milano in particolare i saldi si spettacolarizzano con la Notte Bianca dello shopping: negozi aperti by night in centro.
Il popolo dei “saldisti”, come li definisce Alfredo Ricci, Presidente di Fismo-Confesercenti (Federazione Settore Moda), scalpita in attesa di sconti e ribassi. “Esiste una vera e propria categoria di consumatori che acquista solo durante i saldi e in questo modo si adegua alla diminuzione del proprio potere d’acquisto. Ma i saldi rappresentano un’occasione anche per i commercianti, per tentare di risollevare le sorti aziendali e poter ottenere parte di quella liquidità necessaria per gestire l’attività in maniera economicamente sana”. Insomma dal 1 luglio si realizzerà l’incontro fra i desideri dei consumatori, che scaldano le carte di credito in attesa delle occasioni, e dei commercianti che sperano in una boccata di ossigeno. Sì perché i dati non sono confortanti: un calo del 4% delle vendite a maggio, addirittura del 15% a giugno. Con questi numeri chi lavora nel settore moda e abbigliamento, stretto fra tasse, contraffazioni e strapotere degli outlet, spera nelle promozioni estive per risollevarsi da mesi fallimentari. Complice anche il clima orientato al bello stabile che invoglia ad acquistare costumi e bermuda scontati.
Un business enorme, quello dei saldi, se si considera che con le vendite di fine stagione le aziende incassano oltre il 35% del fatturato stagionale, secondo le previsioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Nello stesso studio si chiarisce che ogni famiglia spenderà in media 261 euro, mentre l’acquisto medio per persona arriverà a 104 euro. Ma le proiezioni danno una lieve flessione rispetto al 2006: 3.105 milioni di euro contro i 3.132 dell’estate scorsa.
L’anno prossimo, anche per evitare polemiche e spaccature fra negozianti divisi fra chi vorrebbe anticipare e chi posticipare le vendite straordinarie, si cercherà di andare verso un’unica data: “I commercianti, per evitare confusione, sono orientati ad ottenere una data unica nazionale. Al momento stiamo valutando le ipotesi del 2 gennaio e 2 luglio anche se, oggettivamente, appaiono troppo ravvicinate”, aggiunge Ricci.

- Tags: Aduc, Adusbef, ALtroconsumo, authority, cellulari, compagnia, consumatori, Federconsumatori, gestori, operatori, Pierluigi-Bersani, roaming, scatti, sim-card, tariffe, telefonia, Tim, Tre, Vodafone, Wind
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Passata la Pasqua, gabbato Bersani. E le sue liberalizzazioni (qui il documento in .pdf). Oltre ai consumatori, che avevano esultato troppo in fretta per i tagli ai costi di ricarica dei cellulari. È bastato poco più di un mese alle compagnie telefoniche per recuperare con l’aumento delle tariffe e con altri stratagemmi quello che hanno dovuto lasciare sul campo con l’abolizione delle ricariche. Le manovre di Wind, Tim, Vodafone e Tre sono chiare: cancellare alcune vecchie tariffe, cambiarne altre, introdurne delle nuove. Gli esperti del settore calcolano che, così facendo, le compagnie ridurranno l’impatto del decreto Bersani sul mercato, che in teoria per il 2007 doveva essere di un miliardo e 400 milioni a circa 900 milioni di euro.
Il risultato, al di là delle cifre, è che i gestori sono riusciti a vanificare la quasi totalità dei benefici per i consumatori, derivanti dal provvedimento del ministero dello Sviluppo economico. Che, si chiedono ora gli utenti, non si capisce perché non abbia saputo predisporre gli opportuni accorgimenti per evitare questi escamotage. Le preoccupazioni (e le proteste) dei clienti sono giustificate dai fatti: a chi intende cambiare operatore, o attivare una nuova sim card, tocca districarsi in una selva di tariffe, resa irriconoscibile dalle ultime novità. Specialmente quelle introdotte da Wind.
Benché la compagnia egiziana mantenga lo scettro di operatore low cost italiano, i suoi “gentili clienti” da maggio saranno migrati ai piani (più cari) Wind 12 e Wind Senza Scatto New. Ora hanno trenta giorni (come previsto dall’articolo 70 del codice delle comunicazioni elettroniche) per decidere se scegliere un’altra opzione o cambiare operatore. Triplicati anche i costi per navigare su Internet, fuori dal portale mobile di Wind. Anche Tim ha aumentato di otto centesimi il prezzo per accedere al portale mobile: lo scatto è passato da 20 a 28 centesimi. Per quanto riguarda i cellulari, invece, Tim ha introdotto la tariffa “Tutto compreso”, costituita da un canone fisso che include un cellulare e una determinata quantità di traffico (in Tutto Compreso 30 ci sono 250 minuti di chiamate verso tutti i numeri nazionali). La nuova opzione, nella versione per abbonati, ha però il pregio di essere priva della tassa di concessione governativa, pari a poco più di cinque euro al mese.
Tre, invece, è l’unica compagnia a non aver apportato modifiche. Sono però state eliminate le ricariche “Power” e per cambiare piani tariffari sarà necessario spendere nove e non più sei euro.
Discorso diverso per Vodafone che ha modificato tre tariffe su cinque mentre è scomparsa “happy ricarica”, finora la più conveniente della compagnia, secondo Altroconsumo. I nuovi piani sono “You and Vodafone”, 19 centesimi per lo scatto alla risposta e uno, sette o 30 centesimi al minuto dipendentemente dal numero, e dunque l’operatore, che si chiama. Poi c’è “Zero Limits” , sei euro al mese e mille minuti di chiamate ai numeri Vodafone e infine “Vodafone tutti”: scatto di 16 centesimi più 12 centesimi al minuto ma solo per chi ricarica il telefonino di almeno 15 euro al mese.
3 Italia. Al contrario, 3 è l’operatore che ha fatto meno modifiche. Non ha cambiato le tariffe. Ha eliminato però le ricariche Power (che, ai tempi pre-Bersani, davano bonus di traffico) e ha aumentato, da 6 a 9 euro, il costo per cambiare il piano tariffario.
Se riuscite a districarvi fra le varie offerte, complimenti… Altrimenti, meglio fare riferimento alle associazioni di consumatori che da tempo conducono una battaglia contro i gestori telefonici. L’Aduc, per esempio, li denuncia come “leader” in pubblicità ingannevole. Anche Altroconsumo vuole fare la sua parte, offrendo a tutti i consumatori il servizio Sos tariffe telefoniche (02. 6961517): una consulenza personalizzata su contratti, tariffe, bollette e controversie legali riguardanti il nebuloso mondo dei servizi telefonici. Insomma, la battaglia della politica per fare risparmiare gli utenti mobili non è finita: comincia proprio ora.