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Catricalà: il grande inciucio di banche e assicurazioni

 Antonio CatricalÃ

Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust

Che la finanza italiana sia un groviglio di intrecci si sa. Ma fa un certo effetto scoprire che tutte, proprio tutte le compagnie di assicurazione quotate in borsa soffrano delle stessa malattia: si chiama “conflitto di ruolo” e consiste nell’avere al vertice persone che sono anche nella governance di una compagnia concorrente. Un fenomeno dalle proporzioni esagerate, che riguarda pure 16 banche quotate su 22.
A scattare la fotografia di questa ragnatela di relazioni è l’Antitrust, che sta concludendo l’indagine sulla corporate governance nel mondo della finanza. “Su 150 assicurazioni, banche e finanziarie, quotate e non quotate, con oltre 50 sportelli” anticipa a Panorama il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, “30 sono caratterizzate dalla presenza di azionisti concorrenti, cioè di soci presenti anche nel capitale di altre banche, assicurazioni o finanziarie. E 82 gruppi hanno nella loro governance persone che ricoprono ruoli nel vertice di società concorrenti”. In sintesi: tutte le compagnie di assicurazioni tranne due, tutte le banche salvo sei e l’intero campione delle sgr (le società che gestiscono il risparmio) hanno problemi di conflitti di ruolo. Una situazione di grande inciucio che naturalmente l’Antitrust considera dannosa per la concorrenza, ma alla quale è difficile porre rimedio se non modificando regole deontologiche e una cultura poco attenta ai conflitti di interesse.
Certo, in questi tempi di crisi parlare di concorrenza sembra fuori luogo. Oggi la priorità della politica è salvare le banche e le aziende dalla recessione, c’è addirittura chi vede il pericolo di un rilancio del protezionismo. Ma Catricalà non ha questo timore: “Le misure adottate dalle autorità europee e italiane per scongiurare la crisi non sono in conflitto con le regole di mercato. Sarebbe un errore di prospettiva pensare che l’Europa stesse tornando al protezionismo. Stiamo semplicemente cercando di recuperare un mercato meno drogato. Chi spera nella rivincita dei monopoli resterà molto deluso. I venti del protezionismo sarebbe devastanti per l’Unione Europea e soprattutto per l’Italia”.

C’è però un caso concreto che ha alimentato qualche preoccupazione: l’Alitalia. Per salvare la compagnia aerea si è dovuto rinunciare alla competizione con l’AirOne, che finirà nella nuova Alitalia: di conseguenza il governo ha deciso di bloccare per 3 anni l’intervento dell’Antitrust così da permettere alla società di operare quasi in monopolio sulla rotta Linate-Fiumicino. “Ma attenzione”, avverte Catricalà “il blocco riguarda solo l’aspetto concentrazione, ovvero il nostro via libera alla fusione con l’AirOne. Abbiamo sempre la possibilità di dettare misure volte a rendere neutro l’effetto di questa operazione sui consumatori. In altre parole, possiamo intervenire sulle tariffe, sulla qualità del servizio, sulla tutela dei diritti dei viaggiatori”. Per esempio, la nuova Alitalia dovrà giustificare all’Antitrust le ragioni di un aumento dei biglietti. E l’Antitrust potrà brandire l’arma dell’abuso di posizione dominante. A chi sostiene che il possibile monopolio sulla rotta Linate-Fiumicino è un non-problema poiché dal prossimo anno il vero concorrente sarà il treno ad alta velocità, il presidente dell’Antitrust risponde che prima andrà verificato se si radicherà questa concorrenza: “Per ora, per noi sono due mercati separati”.

Restando in tema ferroviario, nelle scorse settimane c’è stata una reazione piccata dell’amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, all’indagine per abuso di posizione dominante avviata dall’Antitrust contro la sua azienda dopo le proteste della Ntv, la società guidata da Luca di Montezemolo che dovrà operare sulla linea Milano-Roma. La Ntv chiede da tempo il via libera a usare un’area manutenzione e alcuni binari (4 su 18) incontrando una serie di ostacoli che hanno provocato l’intervento dell’Autorità. “Chi è titolare della rete” ricorda Catricalà “deve dare libertà di accesso a tutti i concorrenti, anche per usare infrastrutture che non sono essenziali. Lo deve fare perché lo prescrive il Codice civile e, nel caso specifico, c’è anche un decreto legislativo. Ovviamente la situazione andrà verificata nell’istruttoria”.
Moretti lamenta che lui deve garantire il servizio universale, mantenendo collegamenti che rendono poco, mentre ai privati va il piatto ricco della linea Milano-Roma: “Intanto i privati pagano per usare binari e infrastrutture. E il problema del servizio universale non si risolve bloccando i concorrenti” replica il presidente dell’Antitrust “ma facendosi pagare il giusto dallo Stato”.
Che gli ex monopolisti perdono il pelo ma non il vizio lo dimostra anche la recente istruttoria aperta dall’Antitrust contro l’Enel per abuso di posizione dominante: la società è sospettata di limitare la concorrenza nella vendita al dettaglio di energia elettrica. “Fulvio Conti (il numero uno dell’Enel, ndr) è un manager illuminato, ma la struttura aziendale è rimasta legata a vecchie prassi. E a volte maltratta il consumatore”.

Gas: Catricalà lancia la rete europea e una centrale unica di acquisto

Centrale a gas

Una rete unica europea per il trasporto del gas che in prospettiva possa trasformarsi in una centrale unica di acquisto per aumentare il potere contrattuale nei confronti dei grandi produttori. È l’idea lanciata da Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, intervenendo ad un convegno promosso dall’Isimm, l’Istituto per lo studio dell’innovazione – Media, economia, società, istituzioni, sul mercato del gas e il futuro delle reti europee.

Secondo Catricalà, “l’ipotesi di una semplice separazione proprietaria della rete italiana del gas si scontra con ”il vero tema che non è vendere, ma come vendere e soprattutto chi compra. Questo perché c’è il rischio che un operatore dominante a livello continentale o mondiale potrebbe decidere di acquistare la nostra piccola rete del gas”.
“Noi abbiamo trovato una possibile soluzione che è quella della creazione della rete europea del gas con una società europea che la possa gestire secondo regole di governance molto dure che garantiscano assoluta neutralità di gestione”, aggiunge il numero uno dell’Antitrust. “Questo sarebbe un primo passo per una presa di posizione dell’Unione europea nelle politiche energetiche mondiali”. Parole che trovano pieno sostegno da parte di Claudio Scajola, ministro per lo Sviluppo Economico, secondo il quale “occorre accelerare il processo di formazione del mercato interno integrato dell’energia e, in tale ottica, è certamente auspicabile l’obiettivo di una rete integrata europea. È un processo che richiederà tempo per essere realizzato, ma armonizzerà la gestione delle reti di trasporto, avvierà a soluzione i problemi di congestione e soprattutto stabilirà regole uniche per il trasporto e il transito, in modo da facilitare l’operato delle imprese, a vantaggio della concorrenza e quindi dei consumatori”.

Nel settembre 2007, la Commissione europea ha presentato il “Terzo pacchetto di proposte legislative in materia di energia” con lo scopo di promuovere lo sviluppo sostenibile, stimolare l’efficienza energetica, assicurare l’accesso al mercato dell’energia anche alle imprese più piccole. I principali strumenti per la realizzazione di tali obiettivi sono il cosiddetto “ownership unbundling”, ovvero lo spacchettamento proprietario della distribuzione dalla produzione di gas o, in alternativa l’istituzione di un gestore di trasmissione indipendente (Ito); la costituzione di un’Agenzia europea per la cooperazione dei regolatori; il rafforzamento dell’indipendenza e dei poteri delle autorità nazionali. Sette paesi hanno già avviato lo spacchettamento proprietario della rete di trasporto: Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Spagna, Portogallo, Svezia e Romani. Di questi, Olanda e Danimarca possiedono una rete pubblica al 100 per cento, la Romania al 75 per cento, il Portogallo può contare su un’unica rete , che accorpa gas ed energia, di proprietà dello stato per il 70 per cento, mentre la Spagna è dotata di un’ampia capacità di rigassificazione acquisita negli ultimi vent’anni.
Lo scorso 9 luglio, secondo quanto riferito da Romano La Russa, relatore della materia, il Parlamento europeo ha dato il via libera alle nuove regole per la separazione delle reti e ha considerato interessante l’ipotesi di istituire un unico gestore europeo di trasmissione che faccia perno sull’italiana Snam Rete Gas, la tedesca E.On, la francese Gdf, la belga Suez e l’austriaca Omv. Anche in funzione di questa ipotesi, è stato chiesto che in alternativa alla separazione proprietaria della produzione di gas dalla distribuzione, la rete sia affidata a un gestore di trasmissione indipendente, interno all’impresa, ma separato a livello contabile. Un’idea che non piace molto a Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni.

“Abbiamo sempre pensato che, ammesso si voglia fare una separazione della rete, per noi né utile, né necessaria, l’unica ipotesi che porterebbe vantaggi è quella di creare una rete europea del gas a cui tutte le società possano dare il loro contributo” dice Scaroni. “Ci sarebbero almeno tre vantaggi: si creerebbero interconnessioni europee che rendono fruibili le infrastrutture in tutto il continente, inoltre sarebbe una grande società delle reti con grandi finanziamenti per fare investimenti e infine sarebbe inattaccabile da compratori indesiderati”.

E per rafforzare l’Italia dal punto di vista degli approvvigionamenti del gas, Eni ha lanciato “un piano di investimenti colossale”. “Nel 2005 ho archiviato la parola bolla del gas che imperava allora e che lasciava presagire che vi fosse un eccesso di gas. Abbiamo sbottigliato il Tag, il gasdotto che ci lega alla Russia e il Ttpc, quello con l’Algeria” prosegue l’ad del cane a sei zampe. “Inoltre abbiamo investito 4 miliardi per aumentare la capacità della rete di trasporto e altri 2 miliardi per potenziare gli stoccaggi. Il consiglio di amministrazione comincerà a parlare della donazione da 200 milioni per il fondo di solidarietà previsto nella manovra nella riunione del 30 luglio”.
Dal convegno, partono, quindi tre sfide per il futuro: sostenibilità, con politiche di controllo e riduzione delle emissioni che incidono sui cambiamenti climatici, competitività, incentivando gli investimenti di lungo periodo per una maggiore “indipendenza energetica dell’Europa, e sicurezza degli approvvigionamenti. Su questo ultimo punto, in particolare, è noto che l’Europa dipende sempre di più dalle importazioni di idrocarburi. Se si manterranno le tendenza attuali la sua dipendenza dalle importazioni di energia passerà dal 50 per cento del consumo energetico totale attuale dell’Ue al 65 per cento nel 2030. La dipendenza dalle importazioni di gas potrebbe aumentare dal 57 all’84 per cento entro il 2030″, sottolinea Attilio Celant, preside della facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma. “La solidarietà tra gli stati membri qualora si verifichi una crisi energetica deve essere in ogni caso garantita da meccanismi efficaci, anche in considerazione del fatto che molti stati membri dipendono, in larga misura o completamente, da un unico fornitore di gas”. Tre sfide che l’Italia deve raccogliere, sfruttando a pieno una parte dei 600 miliardi che l’Unione europea metterà a disposizione fino al 2026 per l’ammodernamento della rete, “ottimizzando, da un lato, l’intero ciclo della mobilità con l’eliminazione della congestione stradale, il potenziamento dell’alta velocità ferroviaria e il potenziamento del trasporto marittimo e rilanciando, da altra parte, nuove forme di energia, come il nucleare, o l’avvento dei rigassificatori, pronti da tempo sulla carta, ma ancora bloccati. Diventare, insomma, un vero e proprio hub per tutto il gas europeo: da importatori, farsi produttori per paesi terzi”, come è nelle intenzioni di Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il VIDEO servizio:

Quattro banche nel mirino dell’Antitrust per la commissione di massimo scoperto

Un impiegato allo sportello
Sotto la lente dell’Antitrust sono finiti quattro big del credito: Bnl, Intesa Sanpaolo, Mps e Unicredit Banca di Roma. Nei loro confronti l’Autorità garante per la concorrenza ha reso noto oggi di aver avviato il 4 luglio scorso quattro distinti procedimenti “per verificare le modalità di applicazione della commissione di massimo scoperto nei confronti della clientela”. Le istruttorie hanno l’obiettivo di “accertare se i consumatori siano stati informati, in maniera chiara ed esaustiva, sulle modalità di calcolo e sulla natura della commissione di massimo scoperto”. I procedimenti sono stati avviati in base alle competenze sulle pratiche commerciali scorrette, affidate all’Antitrust dal Codice del Consumo (leggi la norma in pdf). La commissione di massimo scoperto scatta quando il cliente va in “rosso”: è quella percentuale che la banca applica sul massimo saldo negativo registrato durante il trimestre e viene applicata per tutti e tre i mesi, anche se in tale periodo il cliente è finito in passivo solo per un giorno. Per gli istituti di credito è dovuta al che il fido ha natura onerosa per la banca, obbligata a tenere a disposizione del cliente una determinata somma liquida: l’obbligo è remunerato indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma.

Era stato il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, a invocare l’abolizione della commissione di massimo scoperto nelle ultime considerazioni finali. Un mese prima il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, aveva richiamato l’attenzione su una “prassi iniqua” e “da abolire” in quanto “penalizzante per le famiglie e le imprese”. Proprio di fronte alla platea dei banchieri riuniti in assemblea ad inizio luglio Draghi, dopo aver nuovamente sollecitato le banche ad “agire prontamente” contro il massimo scoperto, aveva annunciato di aver raccolto la disponibilità dei due maggiori istituti di credito italiani, Unicredit e Intesa Sanpaolo, a rivedere il massimo scoperto, che ora sono già al lavoro per introdurre soluzioni diverse.

Il secondo senso - Robin Hood

“Per l’ormai acquisita conoscenza dei mercati e per l’organizzazione specifica, l’Antitrust è l’ente più adatto a inibire su scala nazionale l’utilizzazione di clausole vessatorie nei contratti di massa”
(Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust).
Voleva dire:
“Robin Hood sono io”

L’Antitrust: “Avanti con le liberalizzazioni e lotta ai cartelli”

 Antonio CatricalÃ

“L’Italia ha bisogno di liberalizzazione e apertura dei mercati, sarebbe un errore imperdonabile rinunciarvi”. L’ Autorità garante della concorrenza dei mercati si rivolge così al Parlamento per bocca del suo presidente Antonio Catricalà.

Il garante ha presentato la relazione annuale (leggi gli atti qui) dell’ Antitrust alla Camera: ”I cartelli non sono peccati veniali; sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche sul mercato: negli Stati Uniti sono considerati fatti criminosi, puniti con la prigione” così Catricalà ha ricordato l’importanza della vigilanza sui mercati. Vigilanza che, nella relazione del garante, ha come obiettivo in Italia soprattutto banche e assicurazioni: riferendosi ai dati di un’indagine conoscitiva, l’Antitrust ha rilevato che “l’ 80% delle banche e assicurazioni quotate presenta problemi di conflitti di ruolo, legati alla presenza nei propri organi di amministrazione di persone che siedono contemporaneamente nei board dei concorrenti”. Le stesse persone, insomma, si spartiscono le poltrone dei Cda dei principali istituti bancari e assicurativi italiani. Non proprio un modello di concorrenza. Ma per gli istituti di credito ci sono altri appunti da parte di Catricalà: “la commissione di massimo scoperto applicata dalle banche” ha detto “è una prassi iniqua e penalizzante per i risparmiatori e per le imprese: deve essere abolita. Sui tempi e sulle modalità di cessazione si dovrà innescare concorrenza tra gli istituti, in piena libertà di mercato”.
Giudizio negativo anche su una delle misure del governo, il rinvio della legge sulle Class action al gennaio 2009: ”Rischia di disattendere le speranze di migliaia di persone che chiedono tutela in tempi brevi. Tuttavia” concede il garante “il nuovo semestre che ci separa dall’entrata in vigore può essere utile a individuare le soluzioni tecniche che meglio corrispondono agli obiettivi di celerità dei processi e di allargamento dell’intervento al settore pubblico”.

Il presidente dell’Antitrust chiede poi al Parlamento “una veloce e definitiva approvazione” delle misure varate dal governo sulle liberalizzazioni. “Un’ apertura fondamentale soprattutto per l’Italia, che non gode di materie prime e di autonome risorse energetiche”, per la quale ”una politica di chiusura sarebbe disastrosa”.
La seconda parte dell’intervento è servita a esporre il lavoro dell’Autorità. In un anno l’Antitrust ha imposto sanzioni complessivamente per 86 milioni di euro, di cui 62 milioni per i casi di violazione delle normative comunitaria e nazionale che vietano le intese restrittive e 24 milioni per abusi di posizione dominante. La rivista Global Competition Review colloca l’Antitrust italiana al primo posto nella lotta ai cartelli tra tutte le autorità nazionali dell’Unione europea. L’Antitrust ricorda inoltre nella relazione che tiene ‘’sotto osservazione il comportamento nei mercati dei nostri ex monopolisti: purtroppo talvolta cedono a tentazioni di ripristino delle originarie esclusive”.
Dal 2006 a oggi, ricorda ancora Catricalà, il numero dei provvedimenti decisi, esclusi quelli relativi a questioni solo amministrative, delle archiviazioni e delle segnalazioni fa registrare un incremento del 39%. Le concentrazioni esaminate quest’anno sono state 864, ben 147 in più del 2006: il massimo storico dalla nascita dell’istituzione. Anche sulla pubblicità ingannevole l’Autorità chiede più possibilità di azione: “Il livello massimo delle sanzioni è di 500.000 euro, e non appare tale da scoraggiare chi stia allestendo campagne del valore di alcuni milioni di euro”. Catricalà suggerisce quindi che “il legislatore potrebbe parametrare le sanzioni pecuniarie al valore della campagna pubblicitaria se si tratta di ingannevolezza, ai fatturati delle imprese negli altri casi di scorrettezza”. L’Antitrust chiede, poi, la possibilità di sanzionare direttamente le singole imprese anche “quando l’intesa collusiva sia frutto di una delibera dell’associazione” di categoria. Quest’ultima, infatti, è “un soggetto spesso inconsistente dal punto di vista economico-patrimoniale” e quindi impossibilitato a pagare.
Un riconoscimento arriva anche dalla Camera, per mezzo del presidente Gianfranco Fini: ”La circostanza che l’Italia sia uscita dall’emergenza politica di quegli anni (in cui si istituirono le Authority, ndr) non significa affatto che l’esperienza delle Autorità amministrative indipendenti sia da ritenersi superata o che, necessariamente debba essere ridimensionata”.

Parmalat, arriva una multa di 2,2 milioni dall’Antirust

Parmalat

Una multa da 2,2 milioni di euro a Parmalat per non aver ceduto Newlat nei tempi prescritti: l’Antitrust punisce il gruppo di Collecchio, sottolineando che la vendita della società alla Tmt, realizzata con sei mesi di ritardo, è comunque “idonea a garantire un significativo livello di concorrenza nel mercato del latte fresco in Campania e Lazio”, come spiega in un comunicato il Garante, evidenziando che la sanzione comminata “rappresenta il minimo edittale”. “Abbiamo sbloccato finalmente la vendita di Newlat che Parmalat si ostinava a non fare e che riguarda in particolare il territorio campano” ha dichiarato il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, ricordando che “abbiamo sanzionato Parmalat perché ci ha messo troppo tempo a vendere, non ottemperando alla precedente delibera dell’Autorità”. Anzi la chiusura del procedimento e la sanzione inflitta, aggiunge il Garante, rappresentano “la prima, immediata risposta alla segnalazione del ministro Scajola” sugli aumenti anomali del prezzo del latte rilevati nella provincia di Napoli.

È la fine di una lunga storia giudiziaria. “Con la sanzione a Parmalat si conclude il procedimento di inottemperanza avviato dall’Antitrust il 15 novembre 2007, dopo che la società, pur avendo ottenuto alcune proroghe, non aveva attuato le misure prescritte dall’Autorità”, spiega la nota dell’Autorità garante per la concorrenza, osservando che “per eliminare gli effetti distorsivi legati alla concentrazione Parmalat/Eurolat e ripristinare condizioni di concorrenza effettiva, l’Autorità, a giugno 2005, aveva imposto la cessione dei marchi Matese e Torre in Pietra e di due stabilimenti produttivi di Frosinone e di Paestum-Capaccio Scalo, appartenenti alla società Newlat”. A dicembre 2006 il gruppo di Collecchio aveva proposto, in alternativa, la cessione dell’intera società Newlat, da realizzarsi entro il 30 ottobre 2007. “Tale misura era stata giudicata dall’Autorità idonea a garantire un significativo livello di concorrenza nel mercato del latte fresco in Campania e nel Lazio”, conclude il comunicato dell’Antitrust.

Per Coldiretti si tratta di una conferma delle distorsioni presenti nel mercato del latte, dove il prezzo aumenta di quasi quattro volte dalla stalla alla tavola, passando dai 0,42 euro al litro riconosciuti agli allevatori ai 1,6 euro al litro pagati dai consumatori. Oggi la maggiore organizzazione agricola europea ha avviato presidi delle principali industrie di trasformazione che intendono ridurre i compensi riconosciuti agli allevatori, nonostante in Italia nel primo trimestre del 2008 si sia verificato un aumento dei consumi in quantità e in valore dei prodotti lattiero caseari, con record di incrementi in valore del 19,1% per il grana padano e del 9,6% per il latte fresco (con una forte crescita dei prezzi al dettaglio).

Mutui, ecco le 10 banche oggetto di istruttoria dell’Antitrust

Nella foto un cartello che annuncia in vendita una apprtamento| Ansa
Dopo le rimostranze della clientela che non è riuscita ad approfittare pienamente della portabilità del mutuo da un istituto a un altro, e cioè della possibilità introdotta dalla legge Bersani di cambiare a “costo zero” le condizioni dei prestiti ipotecari accettando le migliori offerte di altri istituti, l’Antitrust ha acceso il suo faro di controllo sui principali attori del settore bancario italiano, accusate di “pratiche commerciali scorrette” nell’applicazione delle nuove norme. A più di un anno dalla sua emanazione, la normativa dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico “è rimasta inattuata”, ha spiegato il presidente Antitrust, Antonio Catricalà, annunciando l’avvio dell’istruttoria su 10 gruppi bancari attivi in Italia, non “per intesa tra banche, ma per pratica commerciale scorretta”. Nel mirino, il gruppo Unicredit, Intesa San Paolo, Bnl, Monte dei Paschi di Siena, Antonveneta, Deutsche Bank, Banca Popolare di Milano, Ubi Banca, Carige e Banca Sella.
Soddisfazione da parte dei consumatori, con il Codacons che stima in 5,9 miliardi di euro il danno derivante dai “comportamenti scorretti delle banche che non applicano le disposizioni” del pacchetto Bersani, spiega l’Aduc, mentre Adusbef e Federconsumatori chiedono sanzioni per quelle banche che non hanno rispettato le norme. La portabilità del mutuo e la surroga dell’ipoteca da un istituto all’altro dovrebbero avvenire gratuitamente e la stessa Associazione Bancaria Italiana ha sottolineato che per gli utenti non debba esserci alcun onere economico. Ma la maggior parte delle banche chiede ancora oneri elevati per accollarsi un mutuo contratto con un altro istituto. “Ci sono rinunce a cambiare solo per i costi - ha spiegato Catricalà - e denunce di cittadini secondo le quali le banche negano la surrogazione e propongono un contratto analogo ma con costi insormontabili. Abbiamo evidenze che questo succede e prove sufficienti per dieci banche”, ha spiegato il Garante.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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