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Attilio-Befera

Il direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera (Credits: Imagoeconomica)
Attilio Befera, il direttore dell’Agenzia delle Entrate non ha dubbi. Nel 2012 la lotta all’evasione si baserà su quattro fattori:
- redditometro
- spesometro
- comunicazioni sui movimenti bancari
- tutoraggio dei contribuenti.
E sul redditometro c’è grande attesa visto il monitoraggio già in atto su una banca dati di 50 milioni di persone, 22 milioni di famiglie. Per ora è una sperimentazione. Ma da giugno si fa sul serio. O almeno così pare. Continua

Giuramento di marescialli della Guardia di Finanza - Ansa
Nel biennio della crisi 2008-09 l’Erario italiano ha incassato 16 miliardi di euro. E nel solo 2009, anno dello scudo fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha superato il record di 6,9 miliardi di euro recuperati l’anno precedente, segnando un +32% per arrivare a un totale di 9,1 miliardi recuperati da evasori. Continua

Il ministro Giulio Tremonti e Attilio Befera (Ansa/Giuseppe Giglia)
La lotta all’evasione dà i suoi buoni frutti.
Incassi record nei primi undici mesi dell’anno,
circa 7,4 miliardi di euro, superando così l’obiettivo di 7,2 miliardi programmato per il 2009. E ora si guarda al traguardo di 8 miliardi entro il 31 dicembre. “Un
record assoluto raggiunto in un anno di crisi”, il commento a caldo di
Attilio Befera, direttore dell’
Agenzia delle entrate, durante la
premiazione dei campioni del fisco, ossia i sei migliori funzionari distintisi per la lotta all’evasione e i servizi di assistenza ai contribuenti. “Abbiamo
superato l’obiettivo che c’era stato dato per l’intero anno sull’incasso degli accertamenti. Questo significa che l’incasso di dicembre sarà tutto in più”,
ha spiegato.
Continua
“Le tasse? È nel dna degli italiani non pagarle”. Ne è convinto il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, che, intervenendo a un convegno su “Linea Amica” al Forum PA, aggiunge come la necessità di pagare le imposte vada spiegata “fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola”. E infatti: “Abbiamo creato un kit che distribuiamo a tutte le scuole”, spiega Befera. “C’è un dvd con un cartone animato per i bambini dove si spiega perché bisogna pagare le imposte”. Ogni giorno i contatti giornalieri dell’Agenzia delle entrate si attestano sui 20 mila. Attraverso “Linea Amica“, che il ministro Brunetta dice dal palco del convegno di voler potenziare, avendo chiesto al Governo 50 milioni di euro per costruire “una pesante piattaforma multicanale ict”, si vuole istituire un front office del centro multicanale che riduca l’utilizzo degli specialisti alle questioni più complesse. Le problematiche più frequenti, ha precisato Befera, sono in questo momento nelle comunicazioni di irregolarità riguardo le dichiarazioni dei redditi che l’Agenzia invia ai cittadini nel caso in cui si presenti qualche errore nella documentazione. Befera riconosce che “ci sono “difficoltà reali delle imprese nel pagamento delle imposte”. Molti contribuenti che ricevono la cartella esattoriale fanno ricorso alla rateazione: attualmente, ammontano a 3 miliardi le imposte per le quali é stata concessa la rateazione. “Questo é un vantaggio per i contribuenti in difficoltà, ma anche per l’amministrazione che altrimenti dovrebbe attivare procedure esecutive”, sostiene il direttore dell’Agenzia delle entrate.
Italiani allergici alle tasse, forse anche per colpa delle “cartelle pazze” e degli studi di settore fatti con criteri troppo stringenti, almeno secondo “Contribuenti.it - Associazione contribuenti italiani“: da gennaio ad oggi secondo l’associazione sono state recapitate 960 mila cartelle pazze, con conseguenti ipoteche sugli immobili, ganasce fiscali su auto e moto, pignoramenti di stipendi e di conti correnti bancari e postali. Numeri che si aggiungono a quelli forniti dal Codacons, secondo il quale dallo scorso giugno a gennaio sono stati 1.6 milioni gli italiani vittime delle cartelle esattoriali sballate. E, dichiara Codacons, “finora gli esattori delle tasse con le cartelle pazze hanno riscosso illegittimamente in 10 anni circa 9,8 miliardi di euro”. Le “cartelle pazze” notificate da gennaio ad oggi ai contribuenti italiani riguardano per il 55 per cento multe automobilistiche prescritte o annullate dai giudici di pace, il 32 per cento bolli auto prescritti, già pagati o non dovuti, l’11 per cento la tassa smaltimento rifiuti richiesta erroneamente ai proprietari anziché agli affittuari. C’è anche un 2 per cento, piuttosto sgradevole, di richieste di pagamento imposte sospese ai terremotati abruzzesi. Per tutti vale il principio, dichiarato incostituzionale, del “solve et repete”, cioè “prima paghi e poi discutiamo”, anche in presenza di sentenze dei giudici di pace o delle commissioni tributarie. E per chi non paga, dopo 60 giorni scattano automaticamente le procedure esecutive con ipoteche sugli immobili, le ganasce fiscali sulle auto e moto, i pignoramenti dello stipendio e dei conti correnti bancari e postali, e come previsto dal “decreto salva crisi”, con l’aggravio di un aggio e interessi di mora del 18 per cento. In pratica, i contribuenti dovranno remunerare gli Agenti della riscossione con un compenso pari al doppio di quanto previsto negli anni scorsi.
Ci sono anche casi in cui liberi professionisti che guadagnano un reddito inferiore a quello previsto dalle tabelle dell’Agenzia delle entrate siano soggetti a studi di settore che li inseriscano per mesi come potenziali evasori, prima che l’accertamento si concluda. Befera assicura che sono previste novità. La conferma arriva dalla Commissione di esperti per gli studi di settore, organismo che vede riuniti l’amministrazione finanziaria, la società per gli studi di settore e le associazioni di categoria, che ad aprile ha approvato all’unanimità un documento nel quale si precisa che “in relazione ai periodi d’imposta 2008 e 2009 interessati da notevoli modifiche nel mercato provocate dalla crisi, il risultato degli studi di settore sia accompagnato in sede di accertamento anche da altri elementi in grado di rafforzare ulteriormente la pretesa tributaria”, suggerendo all’agenzia delle Entrate “particolare prudenza nelle situazioni in cui gli scostamenti saranno di lieve entità”.
Un passo avanti dalla “civiltà giuridica importante” secondo le associazioni di categoria. Una speranza in più per cambiare il dna degli italiani e stimolarli a pagare le tasse.
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Quasi 7 miliardi di euro strappati agli evasori, nel 2008: pari all’8% in più rispetto al 2007.
Sono risultati record per la lotta all’evasione nello scorso anno. Come ha spiegato il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera, la riscossione legata “alla complessiva attività di contrasto degli inadempimenti dei contribuenti è stata pari a 6,9 miliardi di euro, l’8% in più rispetto al 2007″.
I 6,9 miliardi riscossi nel 2008, ha detto Befera, si compongono di 3,3 miliardi derivanti dai ruoli (+3,3%) e 3,6 miliardi provenienti dai versamenti diretti (+13%). L’attività di accertamento in senso stretto ha portato invece nelle casse dell’Erario 3,7 miliardi, il 28% in più rispetto al 2007 (anno in cui il riscosso è stato pari a 2,9 miliardi). Gli accertamenti su imposte dirette, Iva e Irap - ha spiegato poi il direttore vicario dell’Agenzia delle entrate, Marco Di Capua - sono stati 645mila, in crescita del 29% rispetto all’anno precedente, in cui sono stati poco meno di 500mila. Un dato “ancora più positivo” se si guarda alla maggiore imposta accertata, che nel 2008 ha raggiunto quota 20,3 miliardi (+40% sul 2007).
La riscossione conseguita nel 2008 grazie alla lotta all’evasione fiscale “è un risultato record mai conseguito” ha spiegato Befera sottolineando che “dire che è rallentata la lotta all’evasione fiscale è un’informazione errata, che può indurre in un convincimento sbagliato, ovvero che si può evadere”. Befera ha aggiunto che “nei giorni passati si è parlato molto di evasione. Noi invece abbiamo deciso di far parlare i numeri, facendo così chiarezza”. Il direttore dell’Agenzia ha anche rilevato che il “risultato record” raggiunto nel 2008 “è tanto più rilevante se si considera che è stato conseguito in un anno di passaggio, in cui c’è stato sia un avvicendamento al vertice dell’Agenzia sia una profonda riorganizzazione della stessa”.
Ottenuto il record nel 2008, l’Agenzia, promette Befera, non si fermerà: nel 2009 l’amministrazione fiscale conta di portare nelle casse dell’erario, come risultato della lotta all’evasione, 7,2 miliardi di euro: “Nel 2009 vogliamo conseguire risultati ancora più ‘record’, rispetto a quelli del 2008. Sarà un contributo forte per il mantenimento dei conti pubblici e per la lotta alla concorrenza sleale. Se il contrasto all’evasione” ha aggiunto Befera “è sicuramente importante nei momenti di crescita economica, diventa ancora più determinante nei momenti di crisi, come quello attuale, quando la concorrenza sleale rischia di essere un fattore che taglia fuori dal mercato le imprese sane”.
Il VIDEO servizio:
Evitare di “danneggiare l’attività” e di creare “una situazione di precarietà”.
Con queste motivazioni, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, ha motivato la scelta di dimettersi in una lettera (qui il testo in .pdf) ai dipendenti, ringraziandoli per il lavoro svolto e augurando loro buona fortuna. “In assenza di una riconferma dell’incarico da parte dell’autorità politica” ha sottolineato Romano “attendere il termine di legge del 13 agosto 2008 determinerebbe una situazione di precarietà e finirebbe per danneggiare l’attività istituzionale, rischiando di compromettere il raggiungimento degli obiettivi definiti”.
E ora, si apre il giro di valzer negli uffici fiscali. Sulla poltrona di direttore dell’Agenzia potrebbe sedersi Attilio Befera, attuale amministratore delegato della Equitalia, la società pubblica di riscossione delle tasse. Almeno per un certo periodo Befera ricoprirebbe contemporaneamente i due incarichi trasferendo però ad alcuni dirigenti, in particolare al vicepresidente Antonio Mastrapasqua, parte dei compiti finora svolti nella società di riscossione
Nata nel 2005, la Equitalia è posseduta al 49 per cento dall’Inps e al 51 dal Tesoro, opera sul territorio con 37 concessionarie e nel 2007 ha riscosso coattivamente 6,737 miliardi di euro fra contributi erariali e previdenziali. Befera ha già lavorato proprio a fianco di Romano nell’Agenzia delle entrate, di cui formalmente è pensionato dal dicembre 2007.
La posizione di Romano non era difficile solo perché uomo fidato dell’ex viceministro “delle tasse” Vincenzo Visco, ma anche per la pubblicazione online dei redditi dichiarati dagli italiani nel 2005. Per quella decisione, presa d’intesa con Visco, Romano è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della procura di Roma. Befera potrebbe sostituire Romano già prima dell’estate, quindi prima dei 90 giorni previsti dalla norma sullo spoils system.

Dal 2000 a oggi in Italia sono cambiati quattro governi, a New York c’è stato l’attacco alle Torri gemelle, è scoppiata la guerra in Iraq, l’economia è andata su e giù e i tassi bancari sono cambiati parecchie volte. Diciassette per l’esattezza. Solo il tasso degli interessi di mora imposto dal fisco italiano ai contribuenti in ritardo con il pagamento delle tasse è rimasto immobile come un paracarro. In pratica è stato trasformato dallo Stato in tasso fisso a vantaggio del fisco.
Il 28 luglio di 8 anni fa fu determinato con una procedura abbastanza sbrigativa all’8,4 per cento, 5,4 di tasso base più 3 per cento di sanzione. E lì è rimasto, sebbene la legge stabilisse espressamente che dovesse essere aggiornato almeno ogni 12 mesi. Dal 2000 il tasso di riferimento, quello che un tempo veniva chiamato il tasso ufficiale di sconto, è sempre stato inferiore al 5,4 e in alcuni momenti non di decimali di punto, ma addirittura di svariati punti percentuali, 3,4 punti nell’estate del 2003, 2,4 nell’agosto del 2006, 1,6 nel marzo 2007, 1,4 ancora oggi.
Ai contribuenti in ritardo con i pagamenti sono stati imposti di fatto, e nell’indifferenza generale, versamenti superiori al dovuto; lo Stato ha fatto finta di non accorgersene e quei pochi cittadini che hanno provato a opporsi sono stati ignorati. In pratica gli uffici fiscali si sono comportati peggio di quei petrolieri svelti ad alzare il prezzo della benzina quando aumenta quello del petrolio e lentissimi nel percorso inverso, ma almeno non completamente inadempienti. Con la differenza che i petrolieri fanno i loro interessi e lo Stato, almeno in teoria, rappresenta tutti i cittadini.
L’8,4 imposto dal fisco, inoltre, non è stato calcolato solo sull’importo ritenuto evaso, ma su questa cifra gravata da una prima sanzione pari al 2,75 per cento più una seconda multa in cifra fissa. A conti fatti gli interessi di mora sono diventati una specie di arma impropria contro i contribuenti considerati infedeli, ma trattati di fatto come cittadini di serie B, tutti alla stessa stregua, evasori di professione, furbetti e furboni insieme con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti non in regola con i pagamenti per i motivi più diversi, non di rado per errore o perché davvero in difficoltà a reperire le somme richieste dall’erario, gravate dagli interessi gonfiati.
Nello stesso tempo i tassi di mora sono stati utilizzati di fatto e soprattutto negli ultimi tempi per rimpinguare il gettito fiscale: lo Stato, grazie proprio alla prolungata disattenzione a favore di se stesso, ogni anno ne raccoglie cifre ragguardevoli, nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Oltre 329 nel 2007 relativi a imposte dirette e indirette, secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero dell’Economia, 84 milioni in più rispetto all’anno precedente, con un incremento di circa il 25 per cento. In pratica un pezzo neppure tanto modesto degli exploit fiscali a ripetizione annunciati dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, proviene dalla cresta esercitata dall’erario sui pagamenti imposti agli evasori.
Quanti soldi sono stati sottratti ai contribuenti con questo sistema che somiglia parecchio a un abuso di Stato? Quanta gente ne è rimasta vittima? Probabilmente nessuno lo saprà mai, perché la faccenda degli interessi di mora non solo è tecnicamente complessa e si snoda su un arco temporale lungo, durante il quale si sono succeduti svariati governi e la responsabilità della riscossione è passata dai privati all’area pubblica, ma anche perché gli uffici fiscali, in particolare la Equitalia, dal 2005 braccio armato del fisco guidato da Attilio Befera che riscuote materialmente gli interessi di mora e possiede la contabilità esatta del fenomeno, tratta la faccenda con la stessa riservatezza con cui il Vaticano ha protetto i segreti di Fatima.
La storia comincia il 28 luglio 2000, quando capo del governo di centrosinistra era Giuliano Amato e Visco ministro del Tesoro e delle finanze. In quell’estate qualcuno al ministero si accorse che l’erario avrebbe potuto incassare con poco sforzo più di quanto già incamerava, semplicemente rovistando un po’ in quel marasma di migliaia e migliaia di leggi, decreti, circolari, codici e codicilli che dovrebbero regolare il funzionamento del fisco. Dal cilindro venne tirato fuori come un coniglio l’articolo 30 di un decreto del presidente della Repubblica emanato 27 anni prima di cui solo gli intenditori ricordavano l’esistenza. In poche righe quel testo stabiliva che “sulle somme iscritte a ruolo (cioè la tassa rivendicata dal fisco, ndr) si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”.
La norma non era chiarissima, come del resto spesso succede alle leggi italiane, in particolare quelle fiscali; vago e opinabile, per esempio, il riferimento alla media dei tassi bancari attivi che in pratica non esiste, almeno ufficialmente catalogata sotto quella dizione.
Il ministro di allora, però, probabilmente ritenne che si trattava di dettagli, mentre la sostanza era quella di trovare il modo di far incassare più quattrini all’erario. Così fu. Il compito di stesura del decreto venne affidato a Massimo Romano, allora capo del Dipartimento delle entrate, oggi direttore dell’Agenzia fiscale. Una scelta che non ha mai convinto alcuni esperti del ramo che tuttora si domandano se rientri nei poteri di un funzionario ministeriale comminare sanzioni erariali “erga omnes”, cioè valide per tutti, o questa non sia piuttosto una prerogativa del ministro e del Parlamento.
Comunque sia, il decreto il 28 luglio 2000 era pronto e 13 giorni dopo, a ridosso di Ferragosto, fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Da allora è stato usato migliaia di volte e mai modificato.