Leggi tutte le notizie su:


Attilio-Befera

Agenzia: Befera prenota il dopo Romano

Agenzia delle entrate
Evitare di “danneggiare l’attività” e di creare “una situazione di precarietà”.
Con queste motivazioni, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, ha motivato la scelta di dimettersi in una lettera (qui il testo in .pdf) ai dipendenti, ringraziandoli per il lavoro svolto e augurando loro buona fortuna. “In assenza di una riconferma dell’incarico da parte dell’autorità politica” ha sottolineato Romano “attendere il termine di legge del 13 agosto 2008 determinerebbe una situazione di precarietà e finirebbe per danneggiare l’attività istituzionale, rischiando di compromettere il raggiungimento degli obiettivi definiti”.
E ora, si apre il giro di valzer negli uffici fiscali. Sulla poltrona di direttore dell’Agenzia potrebbe sedersi Attilio Befera, attuale amministratore delegato della Equitalia, la società pubblica di riscossione delle tasse. Almeno per un certo periodo Befera ricoprirebbe contemporaneamente i due incarichi trasferendo però ad alcuni dirigenti, in particolare al vicepresidente Antonio Mastrapasqua, parte dei compiti finora svolti nella società di riscossione
Nata nel 2005, la Equitalia è posseduta al 49 per cento dall’Inps e al 51 dal Tesoro, opera sul territorio con 37 concessionarie e nel 2007 ha riscosso coattivamente 6,737 miliardi di euro fra contributi erariali e previdenziali. Befera ha già lavorato proprio a fianco di Romano nell’Agenzia delle entrate, di cui formalmente è pensionato dal dicembre 2007.
La posizione di Romano non era difficile solo perché uomo fidato dell’ex viceministro “delle tasse” Vincenzo Visco, ma anche per la pubblicazione online dei redditi dichiarati dagli italiani nel 2005. Per quella decisione, presa d’intesa con Visco, Romano è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della procura di Roma. Befera potrebbe sostituire Romano già prima dell’estate, quindi prima dei 90 giorni previsti dalla norma sullo spoils system.

Paghi le tasse in ritardo? Ti torchiano col tasso di mora

Sede di Equitalia, che riscuote gli interessi
Dal 2000 a oggi in Italia sono cambiati quattro governi, a New York c’è stato l’attacco alle Torri gemelle, è scoppiata la guerra in Iraq, l’economia è andata su e giù e i tassi bancari sono cambiati parecchie volte. Diciassette per l’esattezza. Solo il tasso degli interessi di mora imposto dal fisco italiano ai contribuenti in ritardo con il pagamento delle tasse è rimasto immobile come un paracarro. In pratica è stato trasformato dallo Stato in tasso fisso a vantaggio del fisco.
Il 28 luglio di 8 anni fa fu determinato con una procedura abbastanza sbrigativa all’8,4 per cento, 5,4 di tasso base più 3 per cento di sanzione. E lì è rimasto, sebbene la legge stabilisse espressamente che dovesse essere aggiornato almeno ogni 12 mesi. Dal 2000 il tasso di riferimento, quello che un tempo veniva chiamato il tasso ufficiale di sconto, è sempre stato inferiore al 5,4 e in alcuni momenti non di decimali di punto, ma addirittura di svariati punti percentuali, 3,4 punti nell’estate del 2003, 2,4 nell’agosto del 2006, 1,6 nel marzo 2007, 1,4 ancora oggi.
Ai contribuenti in ritardo con i pagamenti sono stati imposti di fatto, e nell’indifferenza generale, versamenti superiori al dovuto; lo Stato ha fatto finta di non accorgersene e quei pochi cittadini che hanno provato a opporsi sono stati ignorati. In pratica gli uffici fiscali si sono comportati peggio di quei petrolieri svelti ad alzare il prezzo della benzina quando aumenta quello del petrolio e lentissimi nel percorso inverso, ma almeno non completamente inadempienti. Con la differenza che i petrolieri fanno i loro interessi e lo Stato, almeno in teoria, rappresenta tutti i cittadini.
L’8,4 imposto dal fisco, inoltre, non è stato calcolato solo sull’importo ritenuto evaso, ma su questa cifra gravata da una prima sanzione pari al 2,75 per cento più una seconda multa in cifra fissa. A conti fatti gli interessi di mora sono diventati una specie di arma impropria contro i contribuenti considerati infedeli, ma trattati di fatto come cittadini di serie B, tutti alla stessa stregua, evasori di professione, furbetti e furboni insieme con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti non in regola con i pagamenti per i motivi più diversi, non di rado per errore o perché davvero in difficoltà a reperire le somme richieste dall’erario, gravate dagli interessi gonfiati.
Nello stesso tempo i tassi di mora sono stati utilizzati di fatto e soprattutto negli ultimi tempi per rimpinguare il gettito fiscale: lo Stato, grazie proprio alla prolungata disattenzione a favore di se stesso, ogni anno ne raccoglie cifre ragguardevoli, nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Oltre 329 nel 2007 relativi a imposte dirette e indirette, secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero dell’Economia, 84 milioni in più rispetto all’anno precedente, con un incremento di circa il 25 per cento. In pratica un pezzo neppure tanto modesto degli exploit fiscali a ripetizione annunciati dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, proviene dalla cresta esercitata dall’erario sui pagamenti imposti agli evasori.
Quanti soldi sono stati sottratti ai contribuenti con questo sistema che somiglia parecchio a un abuso di Stato? Quanta gente ne è rimasta vittima? Probabilmente nessuno lo saprà mai, perché la faccenda degli interessi di mora non solo è tecnicamente complessa e si snoda su un arco temporale lungo, durante il quale si sono succeduti svariati governi e la responsabilità della riscossione è passata dai privati all’area pubblica, ma anche perché gli uffici fiscali, in particolare la Equitalia, dal 2005 braccio armato del fisco guidato da Attilio Befera che riscuote materialmente gli interessi di mora e possiede la contabilità esatta del fenomeno, tratta la faccenda con la stessa riservatezza con cui il Vaticano ha protetto i segreti di Fatima.
La storia comincia il 28 luglio 2000, quando capo del governo di centrosinistra era Giuliano Amato e Visco ministro del Tesoro e delle finanze. In quell’estate qualcuno al ministero si accorse che l’erario avrebbe potuto incassare con poco sforzo più di quanto già incamerava, semplicemente rovistando un po’ in quel marasma di migliaia e migliaia di leggi, decreti, circolari, codici e codicilli che dovrebbero regolare il funzionamento del fisco. Dal cilindro venne tirato fuori come un coniglio l’articolo 30 di un decreto del presidente della Repubblica emanato 27 anni prima di cui solo gli intenditori ricordavano l’esistenza. In poche righe quel testo stabiliva che “sulle somme iscritte a ruolo (cioè la tassa rivendicata dal fisco, ndr) si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”.
La norma non era chiarissima, come del resto spesso succede alle leggi italiane, in particolare quelle fiscali; vago e opinabile, per esempio, il riferimento alla media dei tassi bancari attivi che in pratica non esiste, almeno ufficialmente catalogata sotto quella dizione.
Il ministro di allora, però, probabilmente ritenne che si trattava di dettagli, mentre la sostanza era quella di trovare il modo di far incassare più quattrini all’erario. Così fu. Il compito di stesura del decreto venne affidato a Massimo Romano, allora capo del Dipartimento delle entrate, oggi direttore dell’Agenzia fiscale. Una scelta che non ha mai convinto alcuni esperti del ramo che tuttora si domandano se rientri nei poteri di un funzionario ministeriale comminare sanzioni erariali “erga omnes”, cioè valide per tutti, o questa non sia piuttosto una prerogativa del ministro e del Parlamento.
Comunque sia, il decreto il 28 luglio 2000 era pronto e 13 giorni dopo, a ridosso di Ferragosto, fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Da allora è stato usato migliaia di volte e mai modificato.

Tasse, riscossione record

La regione nella quale la riscossione coattiva delle entrate fiscali è cresciuta di più nel 2006? La Valle d’Aosta, che in genere nelle statistiche nazionali occupa la zona virtuosa. Mentre la regione che sta all’altro capo della classifica è la Calabria. È quanto emerge dal consuntivo 2006 della Riscossione spa (nata nell’ottobre 2005 e da poco ribattezzata Equitalia, con un nuovo logo disegnato da Antonio Romano), la società sotto controllo pubblico (51 per cento all’Agenzia delle entrate, 49 all’Inps) incaricata di recuperare l’evasione fiscale.

La Riscossione nel 2006 ha superato largamente gli obiettivi fissati in Finanziaria (recuperare 300 milioni in più rispetto al 2005), salendo da 1 miliardo 250 milioni di riscosso a 1 miliardo 966 milioni, con un incremento di 700 milioni

Sotto la guida di un trio composto dal presidente Raffaele Ferrara, dal vicepresidente Antonio Mastrapasqua e dall’amministratore delegato Attilio Befera, la Riscossione nel 2006 ha superato largamente gli obiettivi fissati in Finanziaria (recuperare 300 milioni in più rispetto al 2005), salendo da 1 miliardo 250 milioni di riscosso a 1 miliardo 966 milioni, con un incremento di 700 milioni. In termini assoluti, la regione dove è stato recuperato di più è la Lombardia con 400 milioni.


richard-branson
richard-branson



rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101