Leggi tutte le notizie su:
authority
- Tags: Agcom, Alitalia, authority, Bankitalia, classifica, Enel, Eni, Finmeccanica, Fs, Istat, manager, Poste-Italiane, stipendi
-

Il primo anno alla guida della Banca d’Italia ha fruttato poco al governatore Mario Draghi: nel 2006 ha dichiarato solo 3.145 euro piazzandosi all’ultimo posto nella classifica dei redditi dei boiardi di Stato: è insomma il più povero dei manager pubblici italiani.
In pole position Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, con 10 milioni di euro, seguito da Luca Cordero di Montezemolo, in qualità di presidente Bologna Fiere, che ha dichiarato redditi complessivi per 7,5 milioni e da Vittorio Mincato, presidente di Poste Italiane, con 4,8 milioni.
Vola alto anche Giancarlo Cimoli, ex numero uno di Alitalia, quarto, con 2,9 milioni di euro, seguito, a stretta distanza, da Roberto Poli, presidente dell’Eni, con 2,8 milioni di euro.
Tra i primi dieci si piazzano anche l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, con redditi per 2,20 milioni e l’ex presidente delle Fs, Elio Catania, con 2 milioni di euro.
Sotto la soglia dei 2 milioni invece il numero uno di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini (1,9 milioni) e Andrea Monorchio, presidente della Consap (1,8 milioni).
I dati relativi alle dichiarazioni dei redditi del 2006 dei manager pubblici sono stati messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio. Negli elenchi, figurano anche i presidenti di alcune Authority, di istituti di vigilanza e di enti pubblici. Ad esempio, il presidente della Consob Lamberto Cardia, ha dichiarato 645.493 euro euro, seguito da quello dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, con 503.805 euro, e dal numero uno dell’Agcom, Corrado Calabrò, con 471.949 euro.
Il presidente dell’Istat Luigi Biggeri, invece, ha dichiarato 232.878 mila euro mentre il titolare dell’Isvap, Giancarlo Giannini, 438.917 euro. Il presidente dell’Inail Vincenzo Mungari ha dichiarato 321.081 euro, quello dell’Inpdap, Marco Staderini, 292.489 euro, e quello dell’Inps Gian Paolo Sassi, 132.660 euro.
- Tags: Aduc, Adusbef, ALtroconsumo, authority, cellulari, compagnia, consumatori, Federconsumatori, gestori, operatori, Pierluigi-Bersani, roaming, scatti, sim-card, tariffe, telefonia, Tim, Tre, Vodafone, Wind
-

Passata la Pasqua, gabbato Bersani. E le sue liberalizzazioni (qui il documento in .pdf). Oltre ai consumatori, che avevano esultato troppo in fretta per i tagli ai costi di ricarica dei cellulari. È bastato poco più di un mese alle compagnie telefoniche per recuperare con l’aumento delle tariffe e con altri stratagemmi quello che hanno dovuto lasciare sul campo con l’abolizione delle ricariche. Le manovre di Wind, Tim, Vodafone e Tre sono chiare: cancellare alcune vecchie tariffe, cambiarne altre, introdurne delle nuove. Gli esperti del settore calcolano che, così facendo, le compagnie ridurranno l’impatto del decreto Bersani sul mercato, che in teoria per il 2007 doveva essere di un miliardo e 400 milioni a circa 900 milioni di euro.
Il risultato, al di là delle cifre, è che i gestori sono riusciti a vanificare la quasi totalità dei benefici per i consumatori, derivanti dal provvedimento del ministero dello Sviluppo economico. Che, si chiedono ora gli utenti, non si capisce perché non abbia saputo predisporre gli opportuni accorgimenti per evitare questi escamotage. Le preoccupazioni (e le proteste) dei clienti sono giustificate dai fatti: a chi intende cambiare operatore, o attivare una nuova sim card, tocca districarsi in una selva di tariffe, resa irriconoscibile dalle ultime novità. Specialmente quelle introdotte da Wind.
Benché la compagnia egiziana mantenga lo scettro di operatore low cost italiano, i suoi “gentili clienti” da maggio saranno migrati ai piani (più cari) Wind 12 e Wind Senza Scatto New. Ora hanno trenta giorni (come previsto dall’articolo 70 del codice delle comunicazioni elettroniche) per decidere se scegliere un’altra opzione o cambiare operatore. Triplicati anche i costi per navigare su Internet, fuori dal portale mobile di Wind. Anche Tim ha aumentato di otto centesimi il prezzo per accedere al portale mobile: lo scatto è passato da 20 a 28 centesimi. Per quanto riguarda i cellulari, invece, Tim ha introdotto la tariffa “Tutto compreso”, costituita da un canone fisso che include un cellulare e una determinata quantità di traffico (in Tutto Compreso 30 ci sono 250 minuti di chiamate verso tutti i numeri nazionali). La nuova opzione, nella versione per abbonati, ha però il pregio di essere priva della tassa di concessione governativa, pari a poco più di cinque euro al mese.
Tre, invece, è l’unica compagnia a non aver apportato modifiche. Sono però state eliminate le ricariche “Power” e per cambiare piani tariffari sarà necessario spendere nove e non più sei euro.
Discorso diverso per Vodafone che ha modificato tre tariffe su cinque mentre è scomparsa “happy ricarica”, finora la più conveniente della compagnia, secondo Altroconsumo. I nuovi piani sono “You and Vodafone”, 19 centesimi per lo scatto alla risposta e uno, sette o 30 centesimi al minuto dipendentemente dal numero, e dunque l’operatore, che si chiama. Poi c’è “Zero Limits” , sei euro al mese e mille minuti di chiamate ai numeri Vodafone e infine “Vodafone tutti”: scatto di 16 centesimi più 12 centesimi al minuto ma solo per chi ricarica il telefonino di almeno 15 euro al mese.
3 Italia. Al contrario, 3 è l’operatore che ha fatto meno modifiche. Non ha cambiato le tariffe. Ha eliminato però le ricariche Power (che, ai tempi pre-Bersani, davano bonus di traffico) e ha aumentato, da 6 a 9 euro, il costo per cambiare il piano tariffario.
Se riuscite a districarvi fra le varie offerte, complimenti… Altrimenti, meglio fare riferimento alle associazioni di consumatori che da tempo conducono una battaglia contro i gestori telefonici. L’Aduc, per esempio, li denuncia come “leader” in pubblicità ingannevole. Anche Altroconsumo vuole fare la sua parte, offrendo a tutti i consumatori il servizio Sos tariffe telefoniche (02. 6961517): una consulenza personalizzata su contratti, tariffe, bollette e controversie legali riguardanti il nebuloso mondo dei servizi telefonici. Insomma, la battaglia della politica per fare risparmiare gli utenti mobili non è finita: comincia proprio ora.
- Tags: assicurazioni, authority, Borsa, Consob, controllo, Fausto-Bertinotti, Franco-MArini, Giancarlo-Giannini, Isvap, organi, Pierluigi-Bersani, Tommaso-Padoa-Schioppa
-

All’Isvap, l’istituto che vigila sulle assicurazioni, è in scadenza il presidente. Alla Consob, la commissione per la borsa, c’è da rimpiazzare un commissario. Le due circostanze, che in tempi normali tutt’al più avrebbero provocato un po’ di agitazione, questa volta stanno scatenando una burrasca. Quei due rinnovi, infatti, coincidono con l’inizio dell’esame al Senato della legge per le authority.
Secondo quel testo, le competenze Isvap dovrebbero confluire nella Banca d’Italia e nella Consob. Le due nomine vengono quindi considerate come una specie di cartina di tornasole del nuovo corso. Il presidente Isvap, Giancarlo Giannini, decade dalla carica tra qualche settimana e i ministri dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, e dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, sono alle prese con un bel rebus.
Una sua riconferma piena equivarrebbe a un’implicita sfiducia sulla possibilità di approvare in tempi brevi il disegno di legge. Una nuova nomina imporrebbe l’onere della ricerca di un dirigente disposto a immolarsi per la guida di un organismo destinato, almeno sulla carta, alla soppressione. In alternativa potrebbero nominare un commissario o prorogare l’incarico di Giannini. Nell’attesa i 350 dipendenti dell’istituto con una lettera aperta hanno ricordato a governo e Parlamento che in questi anni l’Isvap ha prodotto una gran mole di lavoro e sarebbe controproducente disperdere competenze preziose.
Alla Consob deve essere sostituito il commissario Carla Rabitti Bedogni, spostata all’Antitrust su designazione congiunta dei presidenti delle Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini, sebbene la legge in via d’approvazione proibisca passaggi da un’autorità all’altra.

Dopo i costi sulle ricariche via quelli sugli scatti alla risposta. Galvanizzati dalla vittoria, sancita grazie al decreto sulle liberalizzazioni (qui il .pdf) del ministro Bersani, le associazioni dei consumatori ora tentano l’en plein e ingaggiano, incontentabili, un’altra battaglia contro le compagnie telefoniche: “Se calcoliamo 100milioni di telefonate al giorno con una media ponderata ed un costo minimo di 15 cents di scatto alla risposta arriviamo ad un costo per i consumatori di 5,5 miliardi all’anno. Bisogna spendere per quanto realmente si consuma c’è scritto da più parti nell’Unione Europea e questo va rispettato”. Così si legge sul comunicato stampa di Telefono Blu.
Da parte loro, dopo quasi due miliardi “persi”, per le ricariche le compagnie telefoniche attraverso l’associazione Asstel guidata da Pietro Guindani di Vodafone, hanno deciso di assumere una linea comune e hanno scritto al premier Romano Prodi, al garante della Concorrenza Antonio Catricalà e al presidente dell’Agcom Corrado Calabrò per scongiurare un’altra sforbiciata ai ricavi. Per Asstel, l’eliminazione dello scatto alla risposta sarebbe “una misura coercitiva” con inevitabili “impatti occupazionali”.
Il duello per ora vede in netto vantaggio i consumatori, ma la guerra sulla telefonia mobile è appena comiciata e non è da escludere che si risolva con un classico compromesso: il Governo, per non urtare le aziende e non calpestare i cittadini (elettori) potrebbe porre fine al diverbio, eliminando la tassa di concessione governativa che grava sugli abbonati. In questo modo i gestori renderebbero più appetibile le offerte in abbonamento, utilizzate oggi solo dal 9% degli utenti. E verrebbe riequilibrato il mix con le carte prepagate su cui le compagnie hanno perduto i ricavi derivanti dai costi fissi. Lo scenario è ancora del tutto aperto…

Wind ha tenuto duro fino all’ultimo. Poi, sotto le bordate del governo, dell’Authority per le comunicazioni e dei consumatori, la società italo-egiziana, controllata dal magnate Naguib Sawiris, ha ceduto: dal 6 marzo via i costi di ricarica sui telefoni cellulari dei propri abbonati. Compresi gli attuali. Wind si allinea così a quanto già deciso dalle concorrenti Tim, 3 e Vodafone.
Una scelta fatta però controvoglia, tanto che in una nota striminzita emessa in serata dall’operatore ex Enel si lancia una sorta di grido di dolore: il provvedimento adottato dal governo “non potrà non avere impatti negativi sugli assetti concorrenziali del settore”.
Nessuna variaizone di listino, invece per Telecom Italia e 3, cioè senza sovrapprezzi sulle chiamate.
“Tutte le ricariche - dichiara 3 - sia lato standard che lato power, erogheranno un credito senza scadenza pari all’importo speso per l’acquisto della ricarica”.
In più, ai nuovi clienti e fino al 30 aprile, a fronte di una ricarica da 20 euro 3, da oggi, dà 30 euro in traffico.
Dietro le resistenze di Wind è chiaro ci sia la volontà di tenersi stretto l’utile netto di bilancio, raggiunto da poco. Tenerlo anche a costo di scontentare i propri clienti e rischiare un fuggi fuggi alla concorrenza.
Vodafone invece ha abolito a tutti i clienti i costi di ricarica, ma ha fatto piazza pulita dei vecchi piani, sostituendolo con altri un po’ più cari. Spicca uno scatto da 19 centesimi. In sostanza i vecchi utenti Vodafone sono fortunati: niente rincari e niente costi di ricarica. I nuovi invece saranno costretti a scegliere uno dei nuovi piani. Anche Vodafone rischia: di frenare l’arrivo di nuovi utenti. Ma ha deciso così prima che Telecom e 3 svelassero le proprie mosse, quindi è ancora possibile che ci ripensi.
Il decreto Bersani non solo abolisce i costi di ricarica, ma anche obbliga gli operatori a non dare una scadenza alle sim e al traffico acquistato; inoltre sancisce che, in caso di number portability, l’utente non debba più perdere il proprio credito residuo.
La prima novità sembra sarà recepita da tutti gli operatori (ma solo 3 l’ha annunciato a chiare lettere, per ora). Sulla seconda, gli intenti degli operatori non sono ancora chiari.