
Salone dell'auto a Pechino / Ap photo Andy Wong
Sono stati accolti con una leggera sorpresa i dati sul mercato delle auto in Europa diffusi oggi da Acea, l’associazione dei produttori automobilistici europei. Sorpresa perche´ la congiuntura favorevole che aveva portato le immatricolazioni quasi a livelli pre-crisi sembrava destinata a finire in contemporanea con l’esaurirsi degli incentivi statali un po’ in tutta l’Europa. Continua

Operai Fiat di Pomigliano D'Arco portano la statua di un santo in processione - Ansa/Ciro Fusco
Non poteva non fare rumore la lunga intervista concessa da Sergio Marchionne al direttore del quotidiano più amico, La Stampa. Sotto attacco da più parti per un suo presunto disimpegno dall’Italia e per la chiusura di Termini Imerese, l’AD di Fiat ha reagito alle parole di ieri di Claudio Scajola (”Valutiamo uno stop agli incentivi. Non si può andare avanti in maniera disarmonica con l’Europa”), con un atteggiamento spiazzante. Continua

Operai davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat - Ansa / Franco Lannino
Il mondo alla rovescia: se fossero i cinesi a produrre in una fabbrica italiana? ”Noi vogliamo far crescere la produzione di auto in Italia. Ci auguriamo di farlo con Fiat ma siamo aperti a chiunque voglia venire”. Il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, da Nuova Delhi, risponde così a un cronista che gli chiede la posizione del governo sull’interesse del gruppo cinese Chery per lo stabilimento di Termini Imerese. Continua

Salone dell'auto a Pechino / Ap photo Andy Wong
Il grande balzo in avanti è in realtà un ritorno in pista: la crescita delle immatricolazioni di automobili a novembre 2009 fa segnare uno strabiliante +31,5% in Italia su base annua, che segue il +15% di ottobre. Ma è un dato che va guardato in prospettiva: Continua

L'ad Fiat Sergio Marchionne (a sinistra) e il ministro Claudio Scajola
Niente più auto a Termini Imerese dal 2012. Non che lo stabilimento chiuda, ma “dovrà produrre cose diverse, qualcosa che ancora non si sa”. Così l’amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne, con il solito maglione blu, ha cercato di spiegare martedì a Roma, al termine dell’incontro con il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il futuro dello stabilimento siciliano del gruppo, che occupa circa 1.300 lavoratori. Una “rassicurazione” che non ha convinto però gli operai: hanno fermato la produzione per il turno del pomeriggio. “Non ci convincono neanche le rassicurazioni di Scajola”, ha giustificato Roberto Mastrosimone, rappresentante Fiom-Cgil allo stabilimento.
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General Motors volta pagina: quella che è stata per 77 anni la prima casa automobilistica al mondo farà bancarotta, mettendo così un punto alla sua storia poco più che centenaria. Si chiude un’era per l’industria dell’automobile americana. GM per decenni è stata la più grande impresa americana arrivando a occupare oltre un milione di dipendenti con gli stipendi più alti tra gli anni ‘50 e ‘60 creando quella middle class che ha rappresentato il principale fattore di sviluppo economico degli Stati Uniti.
Ora si ritroverà con il Governo primo azionista, con una quota del 60% a fronte di ulteriori aiuti per 30,1 miliardi di dollari: alcuni osservatori già chiamano ‘Government Motors’ la società che emergerà dalla bancarotta.
“Manterremo la quota non più del necessario” spiegano dall’amministrazione Obama, precisando che il Governo “non intende interferire o esercitare controllo sulla gestione giornaliera. Nessun rappresentate del Governo sarà impiegato nel consiglio di amministrazione o nella societa”‘.
Gm farà ricorso al Chapter 11, sezione 363 (quella che nel codice fallimentare statunitense prevede una vendita rapida dgeli asset il cui valore rischia di essere azzerato in caso di bancarotta prolungata), fra poche ore, prima dell’apertura di Wall Street, presso il Tribunale di New York, quello che già ospita il caso Chrysler.
La bancarotta di Gm, data la sua taglia e la sua maggiore complessità, durerà più a lungo di quella della più piccola delle case automobilistiche di Detroit: l’amministrazione prevede 60-90 giorni.
Per facilitare nell’ambito del processo di bancarotta la vendita degli asset della vecchia Gm a una nuova società, il Tesoro concederà un finanziamento debtor-in-possession pari a 30,1 miliardi di dollari. Oltre a questi fondi “il Tesoro non prevede ulteriore sostegno finanziario per Gm. Anche in uno scenario particolarmente conservativo riteniamo - osservano dall’amministrazione - che i fondi siano sufficienti per far tornare Gm a crescere. Anche perchè quella delineata è una soluzione permanente per Gm”. Oltre a una quota di circa il 60%, il Tesoro riceverà 8,8 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
Alla ristrutturazione di Gm parteciperà anche il Canada.
Ottawa e il Governo dell’Ontario stanzieranno finanziamenti per 9,5 miliardi di dollari. In cambio riceveranno il 12% della nuova Gm, oltre a circa 1,7 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
L’amministrazione plaude agli sforzi effettuati dal sindacato United Auto Worker (Uaw), il cui fondo Veba si troverà a controllare il 17,5% di Gm con l’opzione di salire di un ulteriore 2,5%. Il Veba, che potrà nominare un direttore indipendente al consiglio di amministrazione ma che non godrà di diritti di voto, riceverà anche 6,5 miliardi di dollari di azioni privilegiate con un dividendo del 9% annuo.
Il 10% della nuova società andrà ai creditori non garantiti: è stato proprio il loro via libera alla nuova proposta di ristrutturazione avanzata dal Tesoro a spianare la strada al Chapter 11. Il 54% degli obbligazioni hanno aderito alla proposta che offre ai creditori un iniziale 10% con l’opzione di salire di un ulteriore 15%.
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Da quando Cina e India hanno iniziato ad aprire i loro mercati e ad offrire costi estremamente vantaggiosi per le produzioni in ogni settore, giapponesi, coreani, ma anche europei e americani hanno cominciato a delocalizzare stabilimenti industriali in questi Paesi per massimizzare i profitti delle singole aziende.
Negli ultimi tempi, però, questa strategia ha iniziato a non rivelarsi sempre vincente. Meno di un anno fa gli indiani di Tata Motors sono stati costretti a trasferire un impianto già attivo nel Bengala Occidentale a causa delle violente proteste di contadini e attivisti politici contro una presunta appropriazione indebita dei terreni dello stabilimento. A settembre Lalit Kishore Chaudhary, responsabile della ditta di componentistica auto Graziano Trasmissioni, è stato assassinato nel corso di una protesta violenta organizzata dagli operai della fabbrica di Noida, vicino a Nuova Delhi, che gli italiani hanno successivamente deciso di non chiudere.
Ma i coreani di Hyundai Motors, rimasti particolarmente colpiti da uno sciopero di massa che negli ultimi giorni ha coinvolto lo stabilimento di Sriperumbudur, nel Tamil Nadu, dove la Hyundai impiega circa 10.000 operai, conclusosi con l’arresto di 750 dimostranti, vogliono prendere una strada diversa e delocalizzare in Europa, dove il lavoro, anche se più costoso, è sicuro e garantito.
Secondo Rajiv Mitra, responsabile della casa coreana in India, l’instabilità del Paese è aumentata significativamente con la crisi economica, e nel timore di non riuscire a mantenere le consegne e, di conseguenza, a rispettare gli obiettivi di produzione del 2009, l’azienda preferisce far costruire la i20 in Europa, evitando di perdere vendite importanti in momento in cui anche il settore dell’auto è in crisi. L’impianto di Sriperumbudur avrebbe dovuto mettere sul mercato 120.000 vetture quest’anno, 80.000 delle quali destinate all’Europa, quindi l’aumento del costo del lavoro dovrebbe essere almeno parzialmente ammortizzato dalla riduzione dei costi di trasporto.
Lo sciopero dei lavoratori della Hyundai è iniziato circa un mese fa, quando la casa coreana si è rifiutata di riconoscere un nuovo sindacato, ritenendo ancora valida la rappresentanza di un gruppo di lavoratori interno all’azienda. Ma anche nel caso in cui la diatriba sindacale venisse risolta, i dirigenti di Seoul considerano l’impianto di Sriperumbudur troppo poco affidabile per continuare ad essere sfruttato.