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Liberalizzazioni, le lobby in trincea per difendere 30 miliardi di business

Volantino del gruppo Tassisti Italiani Uniti contro le liberalizzazioni

Il volantino del gruppo Tassisti Italiani Uniti contro le liberalizzazioni

TUTTE LE MISURE ANTI-CRISI DEL GOVERNO MONTI

Dopo lo scontro frontale con i taxi e le farmacie delle scorse settimane, vinto da questi ultimi, il governo dei “professori” ha deciso di tornare alla carica sul fronte delle liberalizzazioni annunciando un intervento a 360 gradi, “ampio e strutturato” che vada dai trasporti alle reti energetiche e che potrebbe includere ordini professionali, edicole, farmacie e tassisti. Categorie che fino ad ora l’hanno sempre scampata, tenendosi stretto un mercato stimato in 30 miliardi di euro. Continua

Contro la banca si può vincere: basta l’avvocato giusto

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Sono il terrore delle banche. Un manipolo di otto studi legali specializzati ha recuperato nell’ultimo decennio 637,5 milioni di euro: una bella somma, che le banche italiane sono state costrette a restituire ai risparmiatori. Questi avvocati, che hanno raccontato a Panorama le loro storie di giustizia resa ai clienti tosati, sono riusciti a ottenere quasi 800 sentenze favorevoli: 794, per l’esattezza. E in altri 20.462 casi si è arrivati a una transazione con la banca che ha preferito accordarsi con l’investitore.
A conti fatti, la cifra recuperata mediamente sfiora i 30 mila euro a testa (29.991 euro). E ce n’è per tutti: con le transazioni sugli investimenti finanziari, ha incassato in media 13.582 euro a testa chi è stato indotto a comprare strumenti finanziari rischiosi, magari spacciati per piani previdenziali. «Per quanto mi riguarda, circa metà delle transazioni sono relative ai prodotti For You e My Way del gruppo Montepaschi» racconta l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef (difesa dei consumatori).
Ci sono anche imprenditori che hanno incassato mediamente 495 mila euro ciascuno con le transazioni sui derivati, i complicati prodotti finanziari che secondo le norme dovevano essere proposti solo a «operatori qualificati» e che invece le banche, in testa l’Unicredit, hanno offerto ad altre categorie.
Le ragioni per ottenere un rimborso da parte della banca sono svariate, come si vede nello schema in basso, che suddivide i rimborsi ottenuti tra investimenti finanziari (in particolare bond dell’Argentina, Cirio, Parmalat e così via), interessi eccessivi applicati dalle banche e, appunto, i derivati: il fenomeno più recente e dove si giocano cifre più alte.
Ma per promuovere una causa il gioco, appunto, deve valere la candela. Ovviamente, più la somma da recuperare è ingente, più conviene rivolgersi a un legale. «Certo, è rarissimo che la banca si accolli spontaneamente la perdita» constata il legale mantovano Roberto Vassalle, il primo a ottenere negli anni 90 sentenze favorevoli in Cassazione sull’anatocismo (ovvero il calcolo, da parte della banca, di interessi sugli interessi) e sull’uso di piazza (altro sistema con cui le banche applicavano tassi più alti alla clientela). Da allora la giurisprudenza è costante: sugli interessi eccessivi applicati dalle banche ci sono 409 sentenze favorevoli ai clienti censite dall’inchiesta di Panorama, con un risarcimento medio di 292.327 euro.
Sul fronte degli investimenti lo stesso Vassalle ha ottenuto la prima condanna di una banca, nel 2004, a rimborsare i tango bond argentini. E ora si occupa anche di truffe finanziarie: «Dopo l’iniziativa di un avvocato, secondo la mia esperienza, capita che si chiuda con una transazione. Però se si arriva a sentenza, ed è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre» sostiene Vassalle.
Quanto costa mediamente un avvocato antibanca? Invocando ragioni di deontologia professionale gli studi legali non forniscono questi dati, né quelli delle somme recuperate. Lo schema sotto è infatti la somma di quanto ottenuto cumulativamente dagli otto avvocati. Per quanto riguarda le parcelle, Panorama stima un costo medio tra 6 mila e 20 mila euro se la causa arriva a sentenza, circa la metà se viene chiusa con una transazione. «La parcella però la paga la banca, perché perde. Io mi faccio versare solo un piccolo anticipo dal cliente» dice Tanza. Il quale mette anche in guardia dai consulenti che a volte chiedono cifre spropositate per le perizie: «Ho visto un conto di 111 mila euro su una causa che ne valeva 126 mila».
Sulla convenienza di andare fino in fondo o tentare un accordo la valutazione è del singolo risparmiatore. Le banche, dovendo affrontare tanti contenziosi, si rivolgono sovente a studi legali esterni, i quali in genere hanno tutto l’interesse a fare la causa fino in fondo, perché in questo modo l’avvocato guadagna di più. Spesso sono invece i legali dei risparmiatori che propongono le transazioni: «Dove avevamo maggiore sicurezza di vincere siamo arrivati alla sentenza, in molti altri casi abbiamo preferito accordarci» sintetizza l’avvocato Federica Marchese di Genova, uno dei legali dell’associazione Assorisp Protection. «In gran parte i nostri clienti sono risparmiatori che avevano investito tra 20 e 100 mila euro: in tutto, a fronte di 15 sentenze, sono state raggiunte circa 120 transazioni».
Per valutare se andare avanti con la causa o chiudere un accordo, bisogna anche tenere conto di come si evolvono gli orientamenti dei magistrati. Per esempio, è interessante la recente sentenza di Cassazione ottenuta dagli avvocati torinesi Michele Curatella e Gino Cavalli (riquadro sotto) che fa seguito a un’altra del 2007, sempre vinta in Cassazione da Cavalli, in cui si ribadisce il principio della responsabilità contrattuale dell’intermediario. In sostanza, secondo i giudici, la banca deve fare di tutto per garantire il cliente; se non lo fa, commette quantomeno un errore, quindi paga.
Perlopiù le cause sono state impostate contro le banche per avere violato le norme del Testo unico finanziario (Tuf, ovvero la legge 58 del 24 febbraio 1998) e dei regolamenti Consob. «In primo luogo la banca deve informarsi su quali sono le caratteristiche e le intenzioni del cliente» spiega l’avvocato Eugenio Picedi Benettini di Genova «e lo stesso cliente va sempre correttamente informato sulla tipologia degli investimenti».
Se il risparmiatore è in grado di dimostrare che la banca non ha fatto correttamente il suo dovere, la causa è quasi sempre vinta. «Le transazioni nei casi sicuri non convengono» precisa l’avvocato Stefano Zacchetti, collega nello studio di Picedi Benettini.
«In alcuni casi i risparmiatori riescono persino a guadagnare su investimenti come i tango bond» aggiunge l’avvocato, che racconta il caso di un suo cliente, ex dipendente della Banca agricola mantovana. Una storia emblematica: il bancario, dopo essere andato in pensione, ha fatto causa alla banca di cui era dipendente per averlo indotto nel 1998 a comprare 26 mila euro di titoli argentini. Risultato? La sentenza gli ha dato ragione, l’ex bancario ha ottenuto la restituzione del capitale più gli interessi che avrebbe ottenuto investendo in Bot in tutto il periodo.
«Alla fine ha preso 50 mila euro comprese le spese legali, e gli sono rimaste comunque le cedole incassate all’epoca perché gli interessi, quando il risparmiatore è in buona fede, vengono mantenuti» spiega l’avvocato Zacchetti. A conti fatti, su un investimento di 26 mila euro, aveva già incassato 7.500 euro di cedole e oggi ha ancora in mano i titoli che valgono il 15 per cento del capitale, circa 4 mila euro. E così, con il rimborso deciso dal giudice, ha più che raddoppiato l’investimento iniziale in dieci anni, al netto delle spese legali. Non male come interesse su titoli che parevano «da buttare» quali i tango bond.

Avvocatura per soli uomini

Il presidente del Consiglio nazionale Forense Guido Alpa al centro, fotografato nel luglio 2007 subito dopo l'elezione con i due vicepresidenti Carlo Vermiglio (a sinistra) e Ubaldo Perfetti (a destra)
Il Consiglio nazionale forense, vertice supremo dell’avvocatura italiana, nonché guardiano e strenuo difensore della deontologia professionale della classe forense italiana, è l’unico organo di categoria europeo a non avere neppure una donna tra i suoi rappresentanti.
La denuncia arriva dall’Anpa (l’associazione che raggruppa i praticanti e i giovani avvocati italiani), che ha messo in luce come in 32 Paesi europei, l’Italia è l’unico a non avere neppure una donna nel Consiglio forense, nonostante la media di donne iscritte agli albi (il 36 per cento) sia in linea con la media europea. “Persino la Turchia”, sottolinea Gaetano Romano presidente di Anpa, “vanta una donna all’interno dell’Executive Board of The Turkish Bar Association“. La media delle donne presenti nei Consigli nazionali europei presi in esame è del 20 per cento. La rappresentanza più alta del sesso femminile si trova nel consiglio forense tedesco che conta sette donne contro quattro uomini, mentre la Finlandia, più equa, ha un vertice paritario con una donna e un uomo. In Finlandia però la donna è pure il presidente del consiglio.
Quote rose scarse si registrano in Latvia, Liechtenstein, Romania e in Slovacchia. In quei Paesi però almeno un rappresentante donna c’è, pure se è schiacciato da un maggioranza maschile.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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