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Dall’altro lato della crisi, c’è un’Italia che assume

operai in cantiere

di Raffaella Galvani

C’è un’Italia che taglia posti di lavoro, ma c’è anche un’Italia che potenzia gli organici. Come dimostra l’iniziativa di Panorama in collaborazione con la HrCommunity Academy, un network che raggruppa circa 5 mila persone fra amministratori delegati e responsabili delle risorse umane: 10 mila offerte di lavoro, raccolte in quattro inserti a partire da questa settimana. Prova che molte aziende non hanno perso la voglia di reagire.
Certo, è innegabile che la crisi comincia a mordere seriamente. L’Istat ha appena confermato che nel 2008, dopo 9 anni di continuo calo, la disoccupazione è salita al 6,7 per cento. E ogni giorno che passa il quadro si fa più scuro. Secondo l’Inps, tra gennaio e febbraio 370.561 lavoratori hanno perso il posto e hanno presentato la domanda di indennità di disoccupazione. Il 46 per cento in più rispetto allo scorso anno.
Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia, più nascosta e difficile da identificare per ogni aspirante occupato, che Panorama ha scelto di mettere in luce, pubblicando un elenco dei posti in offerta, cui si aggiungono consigli pratici su come iniziare una nuova avventura professionale. Per esempio come scrivere correttamente un curriculum, o prepararsi al colloquio di lavoro.
Eccesso di ottimismo? Dice Giuseppe Roma, direttore del Censis: “L’economia di tutto il mondo vive tempi drammatici e questo oscura le aree positive che pure esistono. La struttura produttiva italiana, che comprende molte piccole aziende e una forte rete cooperativa, in qualche modo ci sta salvando rispetto ad altri paesi”.
Ci sono anche i numeri che lo provano. Conferma Nicola Rossi, country manager per l’Italia della Monster, specializzata nella ricerca di personale sul web: “Nei tempi d’oro sfioravamo le 35-40 mila proposte, ma ancora oggi, in piena recessione, abbiamo 25 mila offerte di impiego, dallo stagista al quadro”.
C’è un settore che cerca migliaia di operai specializzati e non li trova. Spiega Marco Colombo, presidente giovani imprenditori della Confartigianato, un universo di 150 mila aziende: “Nel 2008 le imprese guidate da titolari under 40 hanno creato 160 mila nuovi posti, altri 50 mila sono però rimasti scoperti e sarebbero ancora disponibili”. Motivo? “I giovani snobbano l’impresa artigiana, pensano ad esempio all’idraulico che aggiusta il rubinetto ignorando che oggi siamo al cyberidraulico, che sa di domotica e si occupa di impianti sofisticati e può guadagnare anche 1.800 euro netti al mese”.
Del resto, se il lavoro si può trovare, spesso bisogna scordarsi la grande azienda internazionale. Perché, come sottolinea Francesca Contardi della società di selezione Page Personnel, “a fermare le assunzioni sono soprattutto le filiali delle multinazionali estere”. In Italia magari vanno benino o bene, ma hanno problemi su altri mercati e così dalla casamadre è arrivato l’ordine di chiudere i cancelli.
Anche sul tipo di contratto c’è poco da fare i difficili. Sebbene la situazione stia confermando che gli assunti a tempo o come interinali sono i primi a essere lasciati a casa, spesso non c’è alternativa. “Ormai diplomi e lauree sono considerati una commodity, materia prima comune, mentre sempre più le aziende cercano la testa giusta, che significa cultura vincente, orientamento al risultato e non solo allo sforzo, spirito di adattamento. E prima di assumere, tanto più in una congiuntura difficile, vogliono conoscere le persone” avverte Marco Ceresa, amministratore della Randstad Italia, agenzia di lavoro interinale.
Quanto all’ipotesi che un contratto a tempo si trasformi in indeterminato, non sempre è una favola. Alla McDonald’s Italia, per esempio, il 17 per cento dei 13 mila addetti ha contratti di apprendistato che, sostiene la società, allo scadere vengono convertiti nel 99 per cento dei casi a tempo indeterminato.
Insomma, è difficile ma accade. Così come è difficile trovare una collocazione vicino a casa se si vive nel Nord-Est piuttosto che nel Milanese o in Piemonte, ma è relativamente più probabile se si guarda alle più vivaci Emilia-Romagna, Toscana e Lazio. Sostiene il presidente dell’Unione industriali romani Aurelio Regina, 2.500 aziende associate e 170 mila dipendenti: “Roma ha peculiarità che le consentono di soffrire meno della crisi. È prima in Italia nei servizi, e penso a quelli dell’alta tecnologia, come i treni; è prima nelle costruzioni, rappresenta il 30 per cento dell’industria multimediale in Italia, ha campi di eccellenza come l’aerospaziale, ospita i quartier generali dei principali operatori energetici”. Tutti settori, ricorda Regina, dove si continua a investire e ci sono prospettive di crescita anche per l’occupazione.
L’Eni per esempio ha pianificato di assumere circa 900 persone nel triennio 2009-2011: nel mirino soprattutto ingegneri, da collocare nella divisione esplorativa e produzione di petrolio nel mondo. Mentre l’Enel sempre nel triennio assumerà 3 mila persone, di cui 1.400 nelle sedi estere, selezionando personale italiano.
Aggiunge Pietro Valdes, direttore della società di ricerca del personale Michael Page: “L’energia, in particolare quella rinnovabile, è la star del momento, tanto che nei primi mesi del 2009 abbiamo raddoppiato le ricerche rispetto allo scorso anno. Però si sta muovendo anche il nucleare”. L’Enel, che è già attiva nel nucleare in Slovacchia, Francia e Spagna, sta iniziando infatti a reclutare professionalità per sviluppare progetti anche in Italia.
Non c’è solo l’energia a movimentare il mercato del lavoro. Secondo gli operatori della selezione, sono “compratori” di nuovi addetti a vari livelli anche la distribuzione discount, l’impiantistica industriale, la salute, la farmaceutica, la consulenza, il turismo. Alla Costa Crociere solo nel 2009, in vista del varo di due nuove navi, attraverso dei master gratuiti formeranno e quindi assumeranno 540 persone, con compiti di animatore, addetti al servizio clienti e alle escursioni, allievi cuochi e tecnici luci e suoni.
E se l’automotive, le macchine utensili e il tessile in generale segnano un profondo rosso, non mancano le eccezioni. “Nel 2009 apriremo 30 nuovi punti vendita e assumeremo un centinaio di persone, gestori di negozio e venditori, che si aggiungeranno ai circa 300 dipendenti” dichiara Fabio Candido, imprenditore siciliano titolare della Fenicia, che nel 2004 ha lanciato il progetto Camicissima, una rete di negozi dove le camicie sono vendute a pacchi di quattro a 99,9 euro.
Perché in questo momento anche in ambiti colpiti dal taglio dei consumi chi offre un prodotto-servizio di qualità a un prezzo contenuto riesce a cavarsela. È il caso della McDonald’s, che per il 2009 prevede 1.200 assunzioni, di cui 1.000 da nuove aperture. O della Decathlon, catena di abbigliamento e articoli sportivi (foto in alto). “Il posizionamento sul low cost ci consente di continuare a crescere” dice Fabio Sechi, responsabile risorse umane in Italia della società (51 negozi e 4 mila dipendenti), che nel 2009 conta di aprire altri 8 magazzini e va a caccia soprattutto di venditori e addetti alle casse. “Un’ottima opportunità per giovani universitari, che spesso dopo l’esperienza a tempo sono richiamati in via definitiva”.
Per i meno giovani, per esempio i manager sulla cinquantina, la situazione è molto più complessa. Ma anche qui c’è chi ha delle proposte. L’Unione industriali di Roma sta studiando con la Federmanager un piano per favorire il travaso dei dirigenti senior espulsi dalle grandi imprese verso le piccole e medie. E poi ci sono i contratti come manager a tempo. “Svariati fondi di private equity hanno rilevato aziende da rilanciare e cercano persone con esperienza, in particolare nella finanza e controllo” spiega Maurizia Villa, amministratore delegato della Heidrick & Struggles, società di cacciatori di teste che sta costituendo anche in Italia una nuova divisione “interim”.
Del resto, giovani o meno, ci sono due figure per le quali non manca la domanda: i venditori, o comunque le persone che ruotano attorno alla vendita, e i finanziari, dall’addetto al recupero crediti al controller, al direttore finanziario. Perché oggi più che mai i conti, quelli veri, devono tornare.

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In Usa boom di disoccupati: 8,1%. Obama: “Dati atroci”

Barack Obama
651.0000 posti di lavoro persi, dall’azienda America.
Dove, ora, il tasso di disoccupazione si è spinto all’8,1%. Cifra “sbalorditive”, come ha detto il presidente americano Barack Obama. Dall’inizio della recessione nel dicembre 2007 gli Usa hanno perso complessivamente 4,4 milioni di occupati, di cui più della metà negli ultimi 4 mesi.

Il tasso di disoccupazione all’8,1%, nel mese di febbraio, sui livelli più alti dal 1983, con il mercato del lavoro che ha perso 651 mila posti. Entrambe le cifre sono peggiori delle attese degli analisti e il rapporto del Dipartimento del Lavoro mostra che gli americani continuano ad essere travolti da un’ondata di licenziamenti. La perdita netta registrata in febbraio, infatti, giunge dopo una dato che è stato persino peggiore nei due mesi precedenti, con una perdita di 681 mila posti a dicembre e 655 mila a gennaio. Con la recessione che sta compromettendo vendite e profitti, le aziende stanno apportando tagli al personale a un ritmo preoccupante, cercando altri sistemi per abbassare i costi, come ad esempio riducendo le ore lavorative, congelando gli stipendi o abbassando l’ammontare dei soldi in busta paga. Anche gli altri paesi hanno i loro problemi economici e questo si riflette sulle spese dei clienti, sia statunitensi che all’estero, sempre meno spinti a mettere mano al portafogli.
Quanto ai salari medi orari, sempre a febbraio sono aumentati dello 0,2% rispetto a gennaio e del 3,6% rispetto a un anno prima. Per il terzo mese consecutivo, ricorda l’agenzia Bloomberg, l’economia americana ha perso più di 600mila posti di lavoro. Secondo i dati rivisti dal Dipartimento per il Lavoro, nei due mesi precedenti sono stati persi 161mila posti in più di quelli quantificati in precedenza. Il crollo del numero di buste paga a gennaio è stato infatti rivisto al rialzo, da 598 a 655mila, mentre quello di dicembre passa da 577 a 681mila, ovvero il maggior calo dall’ottobre del 1949.
Dall’inizio della recessione, a dicembre 2007, l’economia statunitense ha perso l’impressionante cifra di 4,4 milioni di posti di lavoro, più della metà dei quali negli ultimi quattro mesi. I datori di lavoro sono sempre più restii ad assumere, il tasso di disoccupazione è pertanto salito ancora, all’8,1% dal 7,6% di gennaio. Si tratta del livello più alto da dicembre 1983, quando si attestò all’8,3%. Il numero di disoccupati è così salito a 12,5 milioni. Il numero di persone costrette a lavorare part time per “motivi di tipo economico” è cresciuto di 787 mila unità a 8,6 milioni. Si tratta di persone che vorrebbero lavorare full time e che invece si sono viste ridurre le ore lavorative oppure che non sono riuscite a trovare un lavoro a tempo pieno. Nel frattempo a febbraio la settimana lavorativa si è attestata in media a 33,3 ore, eguagliando il minimo record stabilito a dicembre.
La crisi del mercato del lavoro riguarda quasi tutti i settori. Le società di costruzioni hanno tagliato 104 mila posti. Le fabbriche hanno lasciato a casa 168 mila persone. Le società di vendite al dettaglio hanno ridotto il personale di quasi 40 mila unità. L’industria dei servizi aziendali e professionali ha perso 180 mila posti, di cui 78 mila nelle sole agenzie di lavoro interinale. Gli istituti finanziari hanno perso 44 mila dipendenti. Il settore del turismo e dell’intrattenimento ha visto una perdita di 33 mila posti. Le uniche aree risparmiate sono state quelle dei servizi all’istruzione e per la salute, come pure il settore governativo, i cui tassi di occupazione sono aumentati il mese scorso. La perdita di posti di lavoro, unita alla crisi immobiliare e alla perdita di benessere dei nuclei familiari, ha inevitabilmente costretto i consumatori a ridurre le spese, spingendo di conseguenza le aziende a ridurre la forza lavoro per risparmiare. È un ciclo vizioso nel quale tutti i problemi dell’economia si alimentano l’uno con l’atro, peggiorando la situazione, avvitando la spirale al ribasso.
“Abbiamo la responsabilità di agire ed è quello che faremo”, ha detto il presidente americano, Barack Obama, assicurando che “non ripeterà le stesse politiche che ci hanno portato in questa situazione”. Obama si è inoltre detto in “disaccordo” rispetto a coloro che sostengono che il governo sta assumendo un ruolo troppo grande. “Questo paese non ha mai risposto a una crisi facendo lo spettatore e sperando per il meglio”, ha affermato, spiegando come i dati sull’andamento dell’occupazione dimostrano come il governo debba continuare ad agire in modo “coraggioso” sull’economia.

Crisi, l’allarme di Tremonti: “Il 2009 sarà peggio del 2008″

Giulio Tremonti

Peggiorano le condizioni dell’economia. Lo ammette anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. “Il 2009 sarà un anno più difficile del 2008″, aprendo i lavori del convegno al Tesoro su ‘imprese-lavoro-banche’, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”. Per il ministro è “necessario uno sforzo collettivo. Governo, imprese, parti sociali, istituzioni bancarie e finanziarie devono agire per ridurre, per quanto possibile, l’impatto della crisi. Gli obiettivi fondamentali sono due: coesione nella società e conservazione della base industriale”.
Nella crisi economica il “rischio dei rischi” è la stretta creditizia, che minaccia le imprese e l’intero sistema produttivo, ha sottolineato il ministro. “È assolutamente strategico - ha detto - contrastare il rischio dei rischi, la stretta creditizia in cui si avvitano prima le imprese, poi i lavoratori e infine le stesse banche. In questa fase è, all’opposto, strategico aumentare il credito alle imprese sane, non ridurlo alle imprese in momentanea difficoltà. Assicurare adeguata liquidità può evitare la chiusura di imprese che sono in grado di superare la crisi”.
“Se c’è una fase storica in cui il primo comma dell’articolo 47 della Costituzione ha un senso profondo, questa è la situazione”. Tremonti ha infatti spiegato che la scelta di affidare alle prefetture la vigilanza sulle banche e sul territorio deriva proprio dall’attuazione del dettato costituzionale che, all’articolo 47 recita: “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.
Sui cosiddetti Tremonti bond, lo stesso ministro ha affermato che è “inaccettabile dire che il tasso di interesse dell’8,5% è troppo elevato e quindi non servono a niente. Non è vero che alle imprese dovrebbe venire applicato un tasso dell’8,5% maggiorato dalla ricarica delle banche”. Secondo il ministro, invece, i Tremonti bond sono “il canale dell’ossigeno per l’economia. Non sono un debito, ma uno strumento di patrimonializzazione delle imprese, è come se fosse un aumento di capitale che allarga il patrimonio delle banche”.

Il VIDEO servizio:

La casta degli strapagati: i supermanager alla resa dei conti

Manager strapagati

di Raffaella Galvani

Un tesoretto di 1,8 milioni di euro all’anno: è quanto si sono messi in tasca, in media, nel 2007 i numeri uno delle prime 100 società italiane quotate in borsa, secondo una recente ricerca della Watson Wyatt. Cifra considerevole, per alcuni eccessiva, visti i risultati aziendali, comunque in costante crescita. Tanto che oggi l’amministratore delegato di una grande azienda multinazionale in Italia incassa 150 volte lo stipendio di un neolaureato, quando solo 10 anni fa il rapporto era di 1 a 23. Di più: una bella fetta di questi superstipendi è pagata con incentivi basati su meccanismi che in un caso su tre non vengono dichiarati. Neppure agli azionisti delle società.

La manna però sta per finire: la “casta” dei megamanager è finita sulla gogna e in tutto il mondo ci si chiede se non sia giunta l’ora di cambiare le regole del gioco. Tutto è partito dagli Stati Uniti, dove la crescita del sistema economico si è basata negli ultimi decenni sul sistema del “pay for performance”. In parole semplici, il manager viene pagato poco con cifre fisse e moltissimo in base ai risultati: e in coerenza con tale impostazione il fisco penalizza gli stipendi fissi oltre il milione di dollari, rendendoli non deducibili per le aziende, e favorisce gli incentivi variabili (dai bonus monetari alle stock option).
Questo meccanismo, soprattutto nel settore bancario, secondo alcuni ha prodotto serie distorsioni nella vita delle imprese: sono stati privilegiati i risultati a breve, meno la solidità patrimoniale, gli investimenti e la crescita nel tempo. Ha però arricchito enormemente i manager: il numero uno di una grande azienda americana guadagna 350-400 volte lo stipendio di un neoassunto, contro le 95 volte della fine degli anni 90. E i dirigenti, per far salire le azioni in borsa e incassare i bonus, si sono lanciati in operazioni sempre più rischiose.

Questo sistema è stato messo a nudo dalla crisi finanziaria iniziata con il crac della Lehman Brothers. Basti pensare che la banca d’affari che ha bruciato i risparmi di migliaia di investitori e distrutto migliaia di posti di lavoro riconosceva al suo amministratore delegato Richard Fuld un compenso annuo di 90 milioni di dollari e per liberarsene gli ha pagato altri 24 milioni (sistema del “paracadute d’oro”. Superliquidazione che nel caso di Stanley O’Neal, ceo della Merrill Lynch, banca d’affari salvata con i soldi dei contribuenti americani, è stata di ben 161 milioni.

E in Europa? Qui non si sono visti gli eccessi americani, ma non si è sfuggiti al contagio, tanto che il commissario per il Mercato interno Charlie McCreevy ha annunciato che la Ue intende affrontare il problema degli stipendi d’oro dei manager in relazione agli “incentivi perversi”. Sottolineando che anche prima della crisi i loro stipendi “non erano in linea con gli interessi a lungo termine degli azionisti e con quelli prudenziali”. Le cifre parlano chiaro: solo alla Royal bank of Scotland, nazionalizzata dal governo britannico per evitare il fallimento, nel 2008, a fronte di perdite per 35,2 miliardi di euro, sono stati pagati bonus per 1,32 miliardi.

Una situazione che non poteva non suscitare la reazione dei politici, chiamati ad affrontare un’indignazione crescente dell’opinione pubblica e, in ogni caso, a iniettare soldi dei contribuenti per rattoppare i buchi lasciati da manager non all’altezza dei loro stipendi. Così in America il presidente Barack Obama ha definito “una vergogna” i compensi stellari e i bonus degli alti dirigenti delle società di Wall Street e ha imposto un tetto di 500 mila dollari ai manager delle banche salvate dal governo. In Germania il cancelliere Angela Merkel valuta l’ipotesi di un limite di 500 mila euro ai compensi e il blocco di bonus e stock option nelle banche in fallimento. In Gran Bretagna il governo punta a eliminare i bonus di fine anno, permettendo solo modesti pagamenti per tutti gli impiegati con una retribuzione annua di circa 20 mila sterline. In Francia Nicolas Sarkozy chiede ufficialmente ai banchieri soccorsi dallo stato di rinunciare ai bonus, mentre alcune società hanno adottato un codice di condotta che impedisce il pagamento di paracadute d’oro ai dirigenti che lasciano aziende in crisi.
In Italia i confronti tra i compensi medi dei top manager delle prime 100 aziende quotate in borsa mostrano che non si sono verificati gli eccessi di altri paesi, soprattutto anglosassoni. Anche se non sono mancati casi clamorosi: dai 9,4 milioni presi da Alessandro Profumo dell’Unicredit ai 6,1 di Carlo Puri Negri (Pirelli e Pirelli Re), dai 5,7 milioni di Giampiero Auletta Armenise (Ubi banca) ai 5,6 di Antoine Bernheim (Generali).
Però la crisi, con le aziende che minacciano di lasciare a casa o mettere in cassa integrazione centinaia o migliaia di dipendenti, sta rendendo urgente la questione anche qui. Il governo, per bocca del ministro del Tesoro Giulio Tremonti, ha già sottolineato che gli istituti di credito che emetteranno i Tremonti-bond (obbligazioni create per iniettare liquidità al sistema del credito) dovranno impegnarsi a “moderare” le retribuzioni.

Ma, sia pure con grande riserbo, a muoversi sono le stesse aziende. Lo indica una ricerca riservata che Sandro Catani e Martina Graziotti della WatsonWyatt hanno svolto (attraverso questionari inviati via internet nel novembre 2008) su un campione di 31 grandi imprese, come Benetton, Enel, Eni, Ferrero, Fiat, Generali, Mediaset, Mediobanca, Unicredit. Risultato? Il 60 per cento prevede di cambiare la politica di compensi dei numeri uno. E i primi effetti si vedranno già in occasione delle prossime assemblee. Se Alessandro Profumo quest’anno non incasserà alcun bonus, contro i quasi 5 milioni dello scorso anno, con la prossima tornata dei conti 2008 i casi Profumo saranno parecchi.
“Le aziende saranno molto più severe che in passato, sia perché i risultati sono stati inferiori agli obiettivi richiesti per accedere ai premi, sia perché l’opinione pubblica, gli investitori e il sistema politico non accetterebbero discrezionalità nell’erogare bonus a gruppi di management che hanno fallito” dice Catani.

Come si pensa di cambiare il sistema? Il 76 per cento delle società interpellate non utilizzerà le stock option (diritti di opzione su azioni) nei nuovi piani di remunerazione dei top manager e il 73 per cento non distribuirà neppure pacchetti di vere azioni assegnate al raggiungimento di obiettivi (performance share), mentre ben il 69 per cento punterà su piani monetari. Insomma, quattrini al posto di titoli. Con la scomparsa, o il ridimensionamento, dei casi alla Sergio Marchionne, che nel 2004 si è visto assegnare dalla Fiat un ricco pacchetto di opzioni (circa 10,6 milioni a 6,5 euro per azione), la cui esercitabilità dovrebbe venire prolungata al 2016 dall’assemblea di marzo.
E la scelta di bonus pagati cash? In un momento in cui il Paese richiede trasparenza sugli stipendi dei top manager, oltre che moderazione, questa mossa consente agli amministratori e al management di mantenere segrete le cifre e le regole, visto che solo tutto ciò che ha a che fare con le azioni deve, secondo la normativa Consob, essere sottoposto all’assemblea degli azionisti. I piani monetari no. Il secondo punto controverso è che remunerare cash i manager, invece che con azioni, significa allentare ancor più il loro interesse di lungo termine alle sorti dell’azienda, in particolare in un momento in cui gli azionisti e i dipendenti soffrono.

Ma c’è pure una novità positiva. “Si sta pensando di corrispondere subito solo una parte del bonus annuale in contanti, mentre una metà o più sarebbe congelata in attesa di conferme dell’andamento dell’impresa” spiega Catani. Un fatto rilevante, se si considera che in alcuni settori, come il farmaceutico, il bancario o l’assicurativo, e in genere là dove si parla di ricerca o di rischi, i veri conti vanno fatti su più esercizi.
Ci sono invece punti decisivi sui quali le aziende non sembrano voler cambiare rotta: i parametri in base ai quali vengono riconosciuti i tanto discussi premi. Il 55 per cento del campione infatti dice che non interverrà sulle “metriche di performance” utilizzate per il bonus annuale e l’80 per cento in quelle dei piani di lungo termine.

confronto Italia-Mondo

E quali sono queste metriche? Un approfondimento curato dalla Watson Wyatt sulle politiche adottate fra il 2004 e il 2007 dalle prime 100 aziende quotate in Italia rivela particolari sconcertanti. Il 32 per cento delle società non indica in base a quale parametro corrisponda gli incentivi di lungo termine. E in generale prevalgono gli indicatori di tipo finanziario, con forte propensione per l’utile a breve (32 per cento). “Mancano parametri importanti come la soddisfazione di clienti e creditori, la sostenibilità, e sono presenti in misura modesta quelli legati all’interesse dei soci” riferiscono dalla Watson Wyatt.
Nessuna intenzione, nel l’80 per cento dei casi, di rendere più severe le condizioni di performance per l’incentivazione di lungo periodo. Solo un’azienda su cinque alzerà l’asticella che i numeri uno dovranno superare o cambierà i valori di premio correlati, anche se il 56 per cento pensa di allargare il numero dei destinatari. Come? Puntando sul livello gerarchico nel 14 per cento dei casi, ma, soprattutto, per coprire i ruoli chiave (64 per cento) e le persone con competenze strategiche (21).

Insomma, c’è la speranza che frenando, sia pure in maniera non drastica, la corsa dei compensi degli amministratori delegati e allargando un poco la platea dei destinatari di premi la famosa forbice si riduca? Gli esperti cominciano a crederci, contando sulle pressioni degli esclusi dalla festa, dai dipendenti agli azionisti. “Si inizia a parlare di say on pay, il principio secondo cui gli investitori hanno il diritto di esprimere le loro opinioni sulla remunerazione dei top executive” dice Catani. In Svizzera, sulla spinta dell’Ethos fund, una fondazione sul governo delle imprese, il Credit Suisse, l’Ubs e la Nestlé hanno consentito agli azionisti un voto (non vincolante) all’assemblea annuale sul sistema di pagamento dei manager.
In Italia “un’azione che si sta sviluppando, sia pure lentamente rispetto ai tempi della crisi, è rendere più forti e davvero autonomi i comitati per la remunerazione manageriale” conclude Catani. Ma è più facile a dirsi che a farsi.

Storie di crisi. Trenta giorni da disoccupati

Un'operaia al lavoro

Queste quattro persone hanno perso il lavoro sul finire del 2008. Sono di un’età compresa tra i 32 e i 39 anni.
Fabrizio, tecnico manutentore della provincia di Bergamo, è finito in cassa integrazione: per il momento si guarda attorno, punta sul passaparola, ignora le inserzioni dei giornali e aspetta il colpo di fortuna. Sabrina lavorava in una holding di concessionarie d’auto della provincia di Torino: si è proposta ovunque, ora sta facendo un corso gratuito in un Centro di assistenza fiscale con la prospettiva di un periodo di tre mesi di lavoro a compilare dichiarazioni dei redditi. Enrica, operaia di Termini Imerese, ha girato per supermercati, centri commerciali e negozi di abbigliamento. Alla fine ha bussato alla porta di un politico della zona: le hanno promesso un posto nella sua segreteria. Vittorio, funzionario di una nota agenzia immobiliare di Milano, curriculum in mano ha fatto una miriade di colloqui: l’8 gennaio ha firmato un contratto come capo filiale di una importante azienda alimentare.
Quattro facce della crisi che si è abbattuta sull’economia reale del Paese durante il 2008. L’ultimo dato sul tasso di disoccupazione è relativo al terzo trimestre: 6,7 per cento, un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro, il 9 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2007. In tutto il 2008, il ricorso alla cassa integrazione nell’industria e nell’edilizia è cresciuta del 24 per cento. Solo a dicembre, la cassa ordinaria, quella a cui si fa ricorso nei periodi di crisi, ha registrato un balzo del 525 per cento.
Ma questa è la parte forte del mercato del lavoro, quella protetta da sussidi e garanzie che, tutto sommato, riesce a star serena nonostante abbia davanti un anno di busta paga all’80 per cento e pochissime speranze di tornare nella stessa azienda. Così Fabrizio Luzzana, 35 anni, moglie e due figli, tecnico manutentore alla storica cartiera Pigna di Alzano Lombardo, non si lascia travolgere dall’ansia e si limita a guardarsi intorno: “Uso il passaparola, ho avuto anche due o tre colloqui, ma in quest’ultimo periodo anche le aziende che sembravano intenzionate ad assumere hanno bloccato tutto”. Fabrizio aspetta il colpo di fortuna, una buona opportunità “non a tempo determinato”. Chiede, si informa, ma evita le inserzioni: “Mi hanno sempre insegnato che i posti buoni non hanno bisogno di essere pubblicizzati, non si trovano sui giornali”. Giornali che ogni giorno accompagnano il caffè di Enrica Genovese, 32 anni, di Trabia, in Sicilia. Dopo che il marito è andato in fabbrica, e i tre figli a scuola, la donna sfoglia le pagine degli annunci e telefona. Va avanti così dal 10 dicembre. Era stata assunta alla Ergom di Termini Imerese, azienda dell’indotto Fiat che produce le componenti di plastica delle auto, nel giugno 2007: contratto di inserimento della durata di 18 mesi a 1.060 euro. Non rinnovato alla scadenza. Le ha provate tutte, anche lavori che nulla hanno a che vedere con il suo diploma di ragioneria. Ma la risposta è sempre la stessa: c’è crisi. Si trova solo qualcosa come commesa nei negozi di abbigliamento: “Ma ti massacrano, 12 ore a 400 euro al mese”. In regola? “Cosa? Qui la regola è il lavoro nero”. Enrica però non è certo più fessa degli altri. Così ha preso e ha infilato la porta giusta: “Qui funziona tutto con l’amicizia e soprattutto con la politica” dice “e chi è venuto a chiedermi il voto adesso si deve dare da fare”. Pare che un influente politico del territorio le abbia promesso un posto nella sua segreteria.
Dall’altre parte del paese, in Piemonte, non avendo a disposizione questa carta, e nemmeno gli ammortizzatori sociali, Sabrina D’accardio sta provando a inventarsi una occupazione completamente nuova. Ha 39 anni, vive nella provincia di Torino, ha un figlio a 4 anni e un marito ingegnere elettronico che proprio in questi giorni rischia pure lui di essere lasciato a casa dalla Motorola. Sabrina lavorava da 6 anni con contratto a tempo indeterminato in una holding di concessionarie d’auto tra le più grandi di Torino. A dicembre le hanno fatto smaltire 20 giorni di ferie arretrate e il 30 le hanno comunicato il licenziamento. “Sono rimasta amareggiata, delusa, mi aspettavo un briciolo di umanità in più” racconta. “Loro erano a conoscenza della situazione di mio marito, che era finita su tutti i giornali, ma non si sono fatti scrupoli. E io che mi ero sempre comportata bene, dando il massimo e limitando ferie e permessi”. Sabrina ha tappezzato di curriculum la città: “Mi sto vendendo e svendendo, da centralinista a assistente alla poltrona di un dentista. Ho fatto almeno una quarantina di domande in una sola settimana”. Si è iscritta a tutte le agenzie interinali, si è proposta addirittura al Caf che le faceva la dichiarazione dei redditi, dove non ha ottenuto un lavoro ma almeno una speranza: corso gratuito di tre mesi e successivo periodo di impiego della stessa durata a compilare dichiarazioni. Meglio che niente: “È un’esperienza utile e poi fa curriculum”.
Quanto siano decisivi questi due fattori in periodi eccezionali lo sa bene Vittorio Ferretti, 37 anni, di Milano. Sposato, senza figli, da 5 anni era funzionario commerciale alla Gabetti. In precedenza era stato responsabile di filiale in un’altra società. Ha perso tutto nella ristrutturazione delle sedi del gruppo sul territorio. Disoccupato dal 31 dicembre. Ma già un mese prima Vittorio si era messo in azione: colloqui, curriculum, contatti. Notti insonni e giorni frenetici. Senza tralasciare nulla: dalle aziende specializzate nella vendita di Sim card per cellulari a quelle di chiodi. “Mi offrivano prospettive di vendita di 10-15 schede telefoniche al giorno per un guadagno di 30 euro” dice. “Senza contratto, senza inquadramento. Poteva andar bene a 18 anni”. La tenacia è stata premiata. Vittorio ha risposto all’inserzione su un giornale di una società alimentare in cerca di un capo filiale. L’8 gennaio ha firmato il contratto. Il temibile 2009, almeno per lui, inizia alla grande.

Ha collaborato Daniela Fabbri

Uil: la metastasi del lavoro sommerso. In 3 anni 770.000 irregolari

Sicurezza sul lavoro

In 3 anni, dal 2006 al 2008, sono stati scoperti circa 770.000 lavoratori irregolari, di cui 392.000 completamente in nero (1 lavoratore su 2 tra gli irregolari).
Sono state 957 mila le aziende visitate dagli ispettori del Ministero del Lavoro, Inps, Inail, Enpals. Di queste, 598 mila, ovvero 6 aziende su 10, hanno presentato forme di irregolarità. Nel corso delle ispezioni degli ultimi tre anni, sono stati recuperati 5,4 miliardi di euro tra contributi e premi evasi, con un incremento tra il 2006 ed il 2008 del 29%. A mettere insieme la mole di dati ci ha pensato la Uil - Servizio Politiche del Lavoro e della Formazione, che ha elaborato le cifre dell’ultimo biennio.

Nel dettaglio, nel 2008 le aziende ispezionate sono state 323.655 con un incremento del dell’11,5% rispetto al 2006, ma con una diminuzione del 5,6% rispetto al 2007, anno in cui sono state ispezionate 343.004 aziende. Nel 2008 le aziende che presentavano irregolarità lavorative sono state 198.496, con un incremento del 9,6% rispetto al 2006, ma in flessione del 9,2% se paragonate alle aziende trovate irregolari nel 2007 (218.561).
Ma non accenna a diminuire il fenomeno dei lavoratori trovati irregolari, infatti nel 2008 sono stati 303.301 unità, con un incremento del 9,4% rispetto al 2007 (277.365 lavoratori irregolari) del 60,2% rispetto al 2006 (189.295 lavoratori irregolari). Diverso il discorso se si analizzano i dati sul lavoro nero, difatti nel 2008 sono stati scoperti 126.600 lavoratori in nero, con una diminuzione del 10% rispetto al 2007 (140.642 unità), ed in leggero aumento dell’1,6% rispetto al 2006 (124.564 unità).

“Questi dati dimostrano” commenta Guglielmo Loy, segretario confederale Uil “come il sommerso sia ancora una metastasi e che, anche in un momento di crisi come questo, in cui si cerca di estendere tutele a chi ne è privo, non si può pensare di abbassare la guardia nei confronti di un fenomeno che produce violazione di diritti e tutele. I dati dimostrano che le politiche di contrasto al lavoro nero condotte negli anni scorsi, soprattutto con i contratti di emersione e le norme “chiusura cantiere”, hanno prodotto una diminuzione di questo fenomeno”.

Ma, al contempo, “occorre continuare a prestare attenzione e a combattere i fenomeni di fittizi rapporti di lavoro e di elusione contributiva che si nascondono dietro il dato della crescita dei lavoratori irregolari. Ci preoccupa, quindi, la significativa diminuzione dell’attività ispettiva programmata per il 2009, che pur se prospettata nel segno di una “maggiore qualità” dell’attività ispettiva, rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari. Infatti, per il 2009″, continua Loy “le ispezioni programmate dal Ministero del Lavoro nelle aziende diminuiranno del 24% rispetto al 2008, passando dalle oltre 182 mila aziende ispezionate nel 2008 alle 138 mila del 2009. La diminuzione interesserà, ad eccezione del Piemonte, tutte le Regioni, a partire dalla Calabria e dall’Abruzzo dove si prevede un calo delle ispezioni rispettivamente del 46,7% e del 37,9%”. Inoltre, nell’attività ispettiva, non sono chiare quali irregolarità verranno sanzionate, dal momento che le direttive indicano espressamente che si procederà a sanzionare soltanto quelle aziende che presentano irregolarità “sostanziali”, senza che si sia stabilito quali esse siano. “Crediamo” conclude Loy “che sia necessario proseguire la battaglia contro l’irregolarità, intensificando i controlli, dotando di maggiori strumenti e di maggior personale le strutture ispettive, per restituire quei diritti negati al più alto numero di lavoratori e lavoratrici e dare così un segnale che l’evasione e la irregolarità contributiva sono una malattia che si può curare”.

Le aziende e la crisi, chi taglia e chi assume

Un operaio metalmeccanico
Di Raffaella Galvani

Un’azienda su due prevede nel 2009 di ridurre i dipendenti. A rischiare di più saranno impiegati e operai. Fin qui la notizia cattiva. Quella buona è che un’impresa su quattro conta di assumere, molte addirittura a tempo indeterminato. A rivelarlo è il sondaggio che l’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale (3 mila iscritti), ha realizzato in esclusiva per Panorama per fotografare “l’impatto della crisi sulle organizzazioni aziendali”. Hanno risposto i responsabili delle risorse umane di 201 imprese, di cui più di metà con oltre 250 addetti: il 50 per cento ha dichiarato che la sua impresa quest’anno ridurrà l’organico, il 25 per cento invece lo potenzierà, mentre il restante 25 per cento si divide tra chi non ha ancora deciso e chi non prevede interventi sul personale. Precisa Roberto Savini, presidente dell’Aidp: “È vero che si taglia, ma nella grande maggioranza con interventi temporanei come la cassa integrazione, lasciando in ultima istanza i licenziamenti”. Il sondaggio rivela infatti che gli strumenti più utilizzati saranno il blocco del turnover, i prepensionamenti e la cassa integrazione. I licenziamenti sono previsti solo nel 18 per cento dei casi.

“In altri paesi non resta che licenziare, in Italia per fortuna c’è la cassa integrazione” conferma Raffaele Credidio, responsabile delle risorse umane della Micron di Avezzano, L’Aquila (memorie per cellulari e fotocamere). Un caso emblematico vissuto da molte filiali di multinazionali: la casamadre di Boise (Idaho) vuole un taglio del 15 per cento dei costi e la Micron dal 5 gennaio al 5 aprile ha messo in cassa integrazione per 13 settimane 1.650 lavoratori a rotazione su 2 mila. Basterà la cassa integrazione? “Non prevedo chiusure, c’è solo un eccesso temporaneo di produzione”. Anche chi taglia cerca soluzioni soft. La Michelin chiuderà lo stabilimento di Torino, uno dei quattro che ha in Italia. Una mossa che interessa 640 persone su 5.150 del gruppo. “Ma solo un centinaio saranno pensionati e prepensionati, altri verranno assorbiti dal nuovo polo logistico e per circa 300 c’è un posto a Cuneo, che potrebbe diventare lo stabilimento per gli pneumatici vettura più importante dell’Europa occidentale” dice il direttore del personale Lorenzo Rosso. C’è infatti un piano della società di Clermont-Ferrand che mette sul piatto 200 milioni per potenziare gli impianti. Ma Cuneo si dovrà giocare la partita con altre unità in Francia, Spagna e Germania. Vincerà chi sarà più produttivo.
Del resto, l’aumento di produttività è il leitmotiv sia di chi riduce il personale sia dei coraggiosi che assumono. “Nel 2008 abbiamo aumentato di cento persone la forza lavoro e cresceremo anche nel 2009, ma solo se aumenterà la flessibilità sui turni, sabato e domenica compresi” annuncia Carla Maria Tiburtini, direttore risorse umane della Microtecnica (componenti per aerospaziale).

Gli effetti della crisi. Certo, come rivela il sondaggio, di questi tempi chi assume è una minoranza che al 66 per cento privilegia le formule flessibili (contratti a tempo determinato di collaborazione e somministrazione, l’ex interinale), anche se nei casi fortunati, come alla Microtecnica, per lo più come fase di passaggio. “Usiamo i contratti atipici come periodo di prova o formazione, poi li trasformiamo in assunzioni”. Il drappello di chi rafforza gli organici è concentrato nelle poche aziende che operano nei settori meno toccati dalla crisi. Le aree aziendali che verranno potenziate sono le vendite, i servizi, la produzione. Alla Sisal per esempio, che gestisce tra l’altro in esclusiva il Superenalotto, i 900 dipendenti (al 90 per cento impiegati) non basteranno per sostenere i piani di sviluppo che puntano a far aumentare i 22 mila punti vendita oggi coperti. Anticipa il direttore risorse umane Andrea Orlandini: “Abbiamo deciso di assumere circa 50 persone, soprattutto nell’area commerciale e marketing e nei sistemi informativi”. Ma c’è anche chi sfida la congiuntura come la Fratelli Elia di Torino (leader nel trasporto e allestimento di veicoli), sulla base di una strategia di arricchimento del valore del servizio: “La crisi dell’auto ci colpisce direttamente, potevamo aumentare appaltatori e subvettori esterni, invece li abbiamo ridotti del 10 per cento e facciamo crescere i dipendenti fissi, operai e impiegati, in nuove aree ad alta specializzazione come il montaggio dei sistemi di gpl” racconta Marco Gusella, direttore personale e organizzazione.

Operaio al lavoro

Operaio al lavoro

Tagli per impiegati e operai. I più, invece, seguono l’onda della crisi e tagliano. Nel mirino delle aziende che hanno la scure in mano ci sono in testa gli impiegati (30 per cento) seguiti dagli operai (18). Il motivo? Secondo Savini dell’Aidp gli impiegati in particolare sono la popolazione più numerosa, quindi il punto inevitabile da toccare se si vuole incidere davvero sui grandi numeri. Né deve stupire che siano anche primi nella classifica dei più assunti. “Le aziende sanno che la crisi sarà lunga e così ai più costosi quadri preferiscono giovani impiegati, magari neolaureati, sapendo che hanno il tempo di farli crescere all’interno”. Quanto ai dirigenti, dicono alla Aidp, le previsioni di tagli sono relativamente più basse (11 per cento) perché la “pulizia” è continua e, crisi o non crisi, non avendo tutela del posto, la tendenza è di eliminarli appena non funzionano. Ma per i manager sono ancora più basse le percentuali (4 per cento) quando si parla di assunzioni. Così aumentano i casi di dirigenti a spasso che accettano di riposizionarsi come quadri a stipendio ridotto. E anche di quadri che, pur avendo funzioni che porterebbero a salire di grado, in nome della maggiore sicurezza del posto preferiscono restare nell’orto protetto del dipendente medio.

I settori a rischio. Nell’ordine prevedono di ridurre gli organici soprattutto le aziende del settore auto (come testimonia l’allarme lanciato da Sergio Marchionne, numero uno della Fiat), le metalmeccaniche e manifatturiere e quelle di telecomunicazioni e informatica, mentre porti più sicuri si rivelano l’energia, la consulenza, il turismo e commercio, la logistica e banche e assicurazioni. Sostiene Paolo Iacci, responsabile risorse umane della holding del gruppo Iccrea (banche di credito cooperativo): “I grandi gruppi sono ormai a buon punto con le riorganizzazioni postfusioni mentre crescono le piccole banche locali, meno colpite dalla crisi della finanza creativa”. Eccesso di ottimismo? Di certo negli ultimi 5 anni oltre 20 mila dipendenti sono usciti dal settore bancario con i prepensionamenti e ora i sindacati temono una nuova ondata sui precari. Ma alla Iccrea fanno notare come i dipendenti dell’intero sistema del credito cooperativo nel 2008 sono cresciuti del 3,6 per cento a oltre 30 mila. E gli ingressi continueranno nel 2009.
Di sicuro, oggi più che mai si naviga a vista, e i budget annuali stanno diventando mensili. “Per ora ci siamo limitati a cassa integrazione ordinaria, ferie, lunga chiusura natalizia, ma ci sono due fiere importanti a febbraio, vedremo che ordini arriveranno” conferma Luca Vignaga, direttore risorse umane del gruppo Marzotto (4 mila dipendenti). E se le cose dovessero peggiorare? Prima di pensare ai licenziamenti, qualche direttore del personale studia i contratti di solidarietà e la riduzione della settimana. “Ma soprattutto” conclude Vignaga “tutti cerchiamo di capire se siamo di fronte a una recessione o a una crisi di sistema. Nel secondo caso cambia tutto”. Comunque, se anche si riuscirà a conservare il posto, meglio non farsi illusioni sui quattrini. Si parla tanto di merito ma dal sondaggio emerge che il 40 per cento delle aziende nel 2009 interverrà sulle politiche retributive con tagli della parte variabile. Insomma, pagheranno quanto previsto dai contratti collettivi nazionali e dagli integrativi già sottoscritti. Quanto al resto, si arriverà anche a uno zero totale.


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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