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(Credits: AP Photo/ VU/Gemeente Maastricht, HO)
E se iniziassimo a investire tutti nell’argento? Vista la velocità a cui sta crescendo il valore di questo sempre più prezioso metallo, in molti pensano possa essere conveniente. Del resto, da agosto dell’anno scorso il valore dell’iShares Silver Trust ETF è aumentato del 125%, a fronte di una crescita del 30% del fondo indicizzato quotato relativo all’oro.
I metalli preziosi in genere guadagnano molte posizioni in borsa in tempi di instabilità politica e sociale, e i problemi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente contribuiscono non poco a consolidare un clima di incertezze. Non solo: Continua

Mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini annuncia un “bollino blu” da applicare ai fondi sovrani amici, ecco che i capitali libici, sauditi e magari anche orientali (Singapore e Cina) stanno esaminando il loro nuovo bersaglio italiano: la Telecom. Con la capitalizzazione di borsa scesa dai 28 miliardi di euro di gennaio agli 11 attuali, e con un azionariato debole e diviso, il gruppo telefonico guidato da Franco Bernabè è il bersaglio più vulnerabile. Per intenderci: se ai libici l’acquisto del 4,23 per cento dell’Unicredit è costato meno di 1,5 miliardi, basterebbero appena 550 milioni per prendersi il 5 per cento della Telecom diventandone i secondi azionisti a fianco della famiglia Fossati. Subito dietro al nocciolo duro costituito dalla Telco (23,5 per cento delle azioni), che tuttavia ha al primo posto la spagnola Telefonica, tre gruppi bancari-assicurativi (Generali, IntesaSanpaolo e Mediobanca) e la Sintonia, finanziaria dei Benetton. E proprio nella Sintonia è già entrato il Gic, uno dei due fondi del governo di Singapore, forte di 100 miliardi di dollari (l’altro è Tomasek).
Singapore, che ha fatto shopping nell’Ubs, nella Merrill Lynch, nella Citigroup e nella Barclays, ha firmato con i Benetton un contratto per salire al 14 per cento della holding. È chiaro che se fossero proprio i fondi asiatici ad interessarsi alla Telecom, la loro presenza dentro e fuori il nucleo di controllo si farebbe ingombrante. Il gruppo telefonico, da anni in crisi di strategie e liquidità, avrebbe gli occhi a mandorla: a quel punto l’unica via per scongiurare il “pericolo giallo” sarebbero la fusione con la spagnola Telefonica (finora contrastata dal governo), o la resa alla Vodafone.
Il dossier Telecom, predisposto dal presidente della Consob Lamberto Cardia e integrato con un rapporto dei servizi segreti, è da alcuni giorni sul tavolo di Berlusconi e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È alla Telecom che si riferiva il capo del governo quando ha lanciato l’allarme-scalata da parte dei fondi sovrani, che con i loro circa 4 mila dollari di liquidità - frutto dei profitti petroliferi dei paesi arabi e dei surplus commerciali di Cina e Russia - sono diventati il grande spauracchio dei governi occidentali, che vedono il capitale delle loro aziende ridotti ai minimi termini. In realtà fra Berlusconi e Tremonti il più irrequieto è il ministro. Se potesse, attuerebbe un piano di difesa delle aziende strategiche simile a quello messo in campo dalla Francia, che nel perimetro ha incluso perfino il colosso alimentare Danone. O prenderebbe esempio dalla Germania, dove il cancelliere Angela Merkel ha inviato al Bundestag un decreto legge contro le scalate ad aziende “sensibili per sicurezza nazionale e ordine pubblico”.
La Telecom può essere certamente considerata strategica. Per di più Tremonti, da sempre diffidente nei confronti della Cina, sospetta (e non è il solo) che dietro ai fondi di Singapore si nascondano anche capitali di Pechino e Shanghai. Ed i cinesi sono già presenti nel mercato italiano con la 3, del gruppo di Hong Kong Hutchinson Wampoa.
Ma come difendere l’interesse nazionale quando, come per l’Unicredit, sono gli azionisti stessi ad invocare il soccorso di arabi o orientali, informando il governo a cose fatte?
Il ministro ha stilato una propria lista di fondi sovrani “buoni” e “meno buoni”. Tra i primi c’è ovviamente quello norvegese, ma anche la Libia, i sauditi e gli Emirati Arabi, nonostante i timori che nel Golfo Persico confluiscano capitali dell’Iran. Tra i secondi Tremonti ha messo la Russia, per le sue mire sulla distribuzione dell’energia. Ma, soprattutto, cinesi e Singapore. Di strumenti a disposizione, però, il ministro non ne ha molti: le misure che porterà al consiglio dei ministri vanno dall’obbligo di ridurre dal 2 all’uno per cento le quote azionarie da dichiarare alla Consob, la discesa dal 30 al 20 per cento di azioni rastrellate che obbligano a lanciare un’Opa, e la modifica della “passivity rule”: una regola che impone ai manager di aziende sotto scalata di non attuare azioni difensive senza il consenso di maggioranze qualificate dei soci. Norma che non esiste nel resto d’Europa.
Palazzo Chigi e Farnesina puntano invece su un approccio più diplomatico e caso per caso. Berlusconi vanta con i fondi arabi storici rapporti, che passano quasi tutti per il finanziere Tarak Ben Ammar. Scontato che colossi pubblici come Eni, Enel, Terna e Finmeccanica non corrono rischi, l’obiettivo principale del premier è il mantenimento dell’italianità di Mediobanca.
Della trincea contro i fondi sovrani si stanno occupando Frattini, su mandato di palazzo Chigi, e Tremonti. Quanto al bollino blu, il ministro degli Esteri vorrebbe darlo a quei fondi che a Santiago del Cile hanno firmato sotto l’egida del Fmi un protocollo che li impegna a garantire trasparenza alle autorità dei paesi dove investono; a puntare i loro capitali in base a criteri non speculativi e a rendere noti i criteri di gestione e governance. A molti è parsa una dichiarazione di buona volontà un po’ generica. Berlusconi aggiunge che i fondi non dovranno superare il 5 per cento del capitale delle eventuali prede. A vigilare il governo ha nominato una task force di 12 esperti: tra loro Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Authority per le telecomunicazioni, ex parlamentare di Forza Italia. Tremonti, ad ogni buon conto, ha ottenuto la presidenza per Enrico Vitali, professore a Pavia e partner storico dello suo studio tributario.
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di Fausta Chiesa
Sono presidenti e top manager con compensi da capogiro. E con cospicue stock option in pancia. Ma la pancia ora fa male, perché con i crolli dei mercati finanziari sono ridotte al minimo anche le speranze di esercitare le opzioni sulle azioni, un beneficio riconosciuto agli alti dirigenti.
I diritti assegnati quando la tempesta era di là da venire hanno infatti prezzi di esercizio (il cosiddetto strike price) ben al di sopra dei livelli attuali di prezzo del titolo. E dunque non conviene esercitare una stock option pagando l’azione più di quanto costerebbe se venisse acquistata in borsa: invece di guadagnare si perderebbe.
Ci rimetterebbe più di tutti Alessandro Profumo, che alla chiusura dei mercati di venerdì 10 ottobre accusava una perdita teorica di 106.602.732 euro. L’amministratore delegato dell’Unicredit, nei vari piani approvati da quando è alla guida del primo istituto bancario italiano, ha oltre 28 milioni di stock option esercitabili tra i 4,018 e i 7,094 euro. Un prezzo ben più alto della quotazione attuale del titolo: 2,4 euro lunedì 13.
Altra perdita teorica stratosferica è quella di Sergio Marchionne. Se dovesse esercitare le stock option adesso, l’amministratore delegato della Fiat perderebbe in media oltre 65 milioni di euro.
Dolori anche in casa Generali, dove il presidente Antoine Bernheim e i due amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot hanno stock option in perdita di oltre 25 milioni ciascuno. Chi, invece, si è miracolosamente salvato è Corrado Passera, che di opzioni non ne ha nemmeno una.
L’amministratore delegato dell’Intesa Sanpaolo le ha esercitate tutte prima del 2006, guadagnandoci non poco. Con la sola plusvalenza Passera ha potuto acquistare sul mercato oltre 27 milioni di titoli della sua banca. Va detto che né Profumo né Marchionne, a dimostrazione del fatto che credono nella società in cui lavorano, hanno incassato le opzioni già esercitabili: se queste scadranno prima che il titolo si sia risollevato, la perdita da teorica diventerà reale. Il numero uno della Fiat ha rinunciato a una prima quota pari a 2,37 milioni di azioni esercitabili dall’1 giugno al prezzo di 6,58 euro. Il 2 giugno avrebbe guadagnato un bonus da oltre 20 milioni di euro.
Non lo ha voluto incassare ma è ancora in tempo utile, visto che il titolo viaggia ancora sopra lo strike price. Certo, se lo facesse ai livelli attuali il bonus sarebbe soltanto di 237 mila euro circa. Profumo invece ha 7 milioni di opzioni esercitabili con scadenza dicembre 2009 e uno strike price medio di 4,8 euro: in un anno il titolo dovrebbe più che raddoppiare il suo valore di mercato per rendere conveniente l’esercizio di queste opzioni. Un’ipotesi che appare probabile. Da gennaio il listino principale di Piazza Affari ha perso il 51 per cento. Il rischio è di vedere andare in fumo una montagna di soldi. Eppure, mai come oggi le stock option sono state uno strumento di incentivazione e di fidelizzazione dei dirigenti.
La vittoria di Citigroup nella causa americana contro Parmalat affossa le azioni del gruppo di Collecchio che cedono ora il 15,2% a 1,35 euro. Il titolo non è riuscito a fare prezzo in apertura per eccesso di ribasso sul prezzo di controllo arrivando a toccare un minimo a 1,274 euro, per una flessione del 19,97%. Ieri sera a mercati chiusi è uscita la notizia che la Corte del New Jersey ha condannato Parmalat a risarcire a Citigroup 364,2 milioni di dollari, giudicando quindi non colpevole la banca Usa ma ritenendo anche che sia stata Citigroup a essere stata truffata dal gruppo di Calisto Tanzi. Il risarcimento, fatto salvo l’esito del ricorso, avverrà in titoli Parmalat facendo diventare Citi azionista della società di Collecchio con l’1,13% circa. Un portavoce della banca americana ieri ha inoltre dichiarato, riferendosi ai processi penali in corso a Milano per aggiotaggio e a Parma per bancarotta fraudolenta, di avere “altrettanta piena e totale fiducia nella magistratura”. La società guidata da Enrico Bondi, che farà appello alla decisione della Corte del New Jersey, era già stata penalizzata alla vigilia (-2,7%) dopo che Bank of America ha ribadito ancora una volta che non intende aprire alcuna trattativa con la nuova società per i fatti avvenuti nel 2003. Dopo la decisione della Corte del New Jersey c’è chi teme che le cause in corso Oltreoceano possano riservare altre sorprese per Parmalat.I giudici popolari dello Stato del New Jersey hanno votato in favore di Citigroup con sei voti a uno. La causa, intentata da Parmalat con una richiesta iniziale da 10 miliardi di dollari ridotti poi intorno ai 2 miliardi lo scorso aprile, chiedeva un risarcimento danni alla banca Usa, accusata di corresponsabilità nella violazione degli obblighi fiduciari da parte dei passati manager in relazione alle distrazioni operate a danno di Parmalat. Tuttavia, durante il procedimento Citigroup ha fatto a sua volta causa al gruppo guidato da Enrico Bondi, avanzando una richiesta di risarcimento danno inizialmente quantificata in 699 milioni di dollari.
Adesso la palla passa a Parmalat che ha già annunciato la presentazione dell’appello, precisando che qualora il provvedimento dovesse essere confermato Citigroup otterrà azioni del gruppo di Collecchio, anziché cash. Parmalat, in una nota ricorda come la banca Usa “ha avuto un ruolo importante nel contribuire al collasso finanziario del gruppo e che “continuerà a coltivare rimedi legali, inclusa la costituzione di parte civile per fare accertare la corresponsabilità di Citigroup”.
Un operatore di borsa
La Fed, alla luce dei recenti sviluppi sui mercati finanziari, “è pronta a valutare se l’ attuale orientamento di politica monetaria può essere considerato ancora appropriato” dichiara il presidente della banca centrale Usa, Ben Bernanke. E di fatto apre la strada ad un nuovo taglio dei tassi. Dopo alcune telefonata con i leader europei, il presidente degli Stati Uniti George Bush ha dichiarato che “supereremo la crisi” dei mutui: sottolineando che “abbiamo già attraversato momenti difficili in passato, e supereremo anche questo”.
Le principali Borse mondiali si sono mosse in ordine sparso, senza riuscire a trovare una vera direzione dopo la tempesta di ieri. Per Wall Street la chiusura è stata in deciso calo, con una flessione del 5% per l’indice Dow Jones. La giornata, comunque, è stata piuttosto interlocutoria, in attesa di un segnale sui tassi d’interesse proveniente sia dalla Fed, sia dalla Bce che i mercati vogliono sia il più possibile concordato. E il Fondo monetario internazionale ha diffuso le stime sul saldo totale della crisi dei mutui, pari a 1.400 miliardi di dollari e sulla necessità di ricapitalizzare le banche per almeno 675 miliardi nei prossimi anni. Ancora penalizzate Asia e Pacifico, che hanno risentito anche oggi, per questioni di fuso orario, del terremoto che ha colpito l’Europa finanziaria nella giornata peggiore degli ultimi 20 anni, e l’America. In controtendenza Sidney, favorita dal taglio dei tassi deciso dalla Banca centrale australiana.
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Di Roberto Seghetti
La “complicità tra capitale e lavoro” è l’architrave sul quale poggia la rivoluzione copernicana ipotizzata dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Un programma di politica sociale con obiettivi molto diversi da quelli perseguiti fin qui. Come la partecipazione dei dipendenti agli utili delle aziende, la creazione di enti privati fondati da imprese e lavoratori per garantire nei diversi territori assistenza, previdenza, sanità, sicurezza sul lavoro, collocamento, formazione, e interventi su non autosufficienza, disoccupazione e cassa integrazione. O come il patto nazionale per ripartire la ricchezza.
Si parla di un’intesa fra governo, imprese e sindacati sulla distribuzione della crescita futura. Come funzionerà?
Viviamo in una situazione di emergenza economica e sociale e il contesto internazionale, che influenza quello interno, potrebbe anche peggiorare. Pensiamo dunque che sia necessaria una forte coesione nazionale per fare uno scatto di reni e riprendere il cammino della crescita. Per molti sarà una scommessa, poiché saranno chiamati a concorrere senza avere un beneficio immediato. Dobbiamo perciò dare la garanzia di un ritorno certo a mano a mano che ci sono i risultati. È la logica di fondo che vogliamo affermare a tutti i livelli: nelle aziende, sul territorio, nel sistema paese.
Nelle aziende? Parla della detassazione degli straordinari?
L’intervento ha una portata innovativa maggiore di quella emersa fino a oggi. Certo, per gli straordinari questa norma sarà utile a rendere più agevoli gli accordi aziendali, grazie alla disponibilità dei lavoratori che il regime fiscale attuale scoraggia. Ma il vero obiettivo è incoraggiare il salario di merito, di qualsiasi tipo: che sia frutto di accordi aziendali, di liberalità del datore di lavoro, di intese individuali. Quello che conta è che i lavoratori abbiano la concreta possibilità di condividere sforzi e risultati, dato che già partecipano al rischio di impresa.
In che senso?
Quando un’impresa chiude, quando un reparto si ridimensiona, quando non ci sono commesse a sufficienza, il lavoratore paga il rischio d’impresa. Ma allora deve anche beneficiare del rischio d’impresa per i suoi aspetti positivi. Puntiamo a favorire la complicità tra capitale e lavoro per competere. E questa è anche una sorta di sfida culturale che il governo rivolge alla vecchia sinistra.
Significa che siete favorevoli alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa?
Il governo è contrario all’idea di una partecipazione alla gestione. Però dobbiamo avvicinare sempre più il salario alla condivisione degli utili. Uno dei modi può essere quello di distribuire titoli dell’azienda: titoli speciali, con limitati diritti di alienabilità. Ma siamo contrari alla partecipazione alla gestione. Magari i lavoratori potrebbero esprimere propri rappresentanti all’interno del collegio sindacale, per verificare la trasparenza del bilancio. E in questa ottica il bilancio può essere la misura di una buona parte del guadagno per i dipendenti.
Sul territorio che cosa pensate di fare?
Puntiamo a favorire un nuovo sistema di relazioni industriali, sempre nel segno della complicità fra capitale e lavoro, che punti alla cogestione dei servizi che danno valore alla persona che lavora.
Concretamente che cosa significa?
Il governo sosterrà il formarsi di organismi bilaterali territoriali, cioè tra imprese e lavoratori, fra le parti sociali, che potrebbero svolgere funzioni di promozione della salute, di sicurezza sul lavoro, di collocamento, di formazione, di erogazione di sussidi ai senza lavoro in aggiunta all’indennità di disoccupazione, di assicurazione, nel caso in cui il lavoratore o altri membri della sua famiglia entrassero in una condizione di non autosufficienza. Quindi forme assicurative dedicate a questo scopo, di sanità complementare, di previdenza complementare e anche di soluzione dei conflitti di lavoro.
In che modo il governo sosterrà questo tipo di organismi?
Cedendo a queste forme di intervento solidale e bilaterale molte delle funzioni che riguardano il lavoro o la gestione dell’impresa. Molte delle norme che riguardano la salute e la sicurezza del lavoro possono essere in sussidiarietà devolute agli organismi bilaterali. Per esempio: bisogna preparare il documento di valutazione del rischio? Bene, può essere affidato a un comitato paritetico. È presumibile che lo redigeranno pensando alla sostanza, mentre nella norma uguale per tutti prevale sempre il formalismo.
Ministro, lei ha parlato anche di sanità, di assistenza integrativa.
Già oggi c’è la possibilità di sconti fiscali per previdenza e assistenza complementari. Quindi vedremo anche se sarà possibile rafforzare la leva fiscale: è uno dei terreni oggetto di scambio. In ogni caso pensiamo a una rete di servizi alla persona che lavora o che cerca di lavorare. E questo implica anche un modo nuovo di fare sindacato. Un sindacato che non si affidi a momenti di contrattazione enfatizzata e poco efficace nel rapporto con la controparte, ma che ipotizzi una quotidiana condivisione di servizi alla persona.
Insomma, lei parla di sanità e previdenza integrative…
Assicurazioni contro la non autosufficienza, collocamento, formazione, sussidi, cioè ammortizzatori sociali, salute e sicurezza sul lavoro.
A proposito di ammortizzatori sociali: da anni si parla di riforma, si farà?
Adesso, usando una delega che abbiamo ereditato, incoraggeremo il formarsi di enti bilaterali per gestire un secondo pilastro aggiuntivo all’indennità di disoccupazione. Su base mutualistica. Se aziende e lavoratori lo faranno, avranno in gestione anche la cassa integrazione guadagni. I fondi attuali potranno andare dall’Inps agli enti bilaterali. Ci dovrà essere un loro contributo aggiuntivo, ovviamente, per una protezione più completa.
Cioè fanno accordi e versano un contributo finalizzato…
Come già avviene per la previdenza complementare. Poi bisognerà vedere che regime fiscale avranno.
Si prevede un secondo pilastro anche per la sanità e per il grande tema dell’assistenza agli anziani.
Dobbiamo favorire molto l’uso di fondi per aiutare chi non è autosufficiente. Ma attenzione, sul tema dell’assistenza dovremo anche razionalizzare alcuni strumenti esistenti, come l’indennità di accompagnamento, l’assegno di invalidità e altre forme attuali di erogazione.
La previdenza integrativa già esiste, però non decolla. Che cosa farà il governo?
Dobbiamo individuare come incoraggiarla, a partire dalla reversibilità della scelta di mettere soldi e tfr nei fondi. Si dovrebbe poter cambiare idea.
Si studiano anche sconti fiscali?
No.
A livello nazionale come funzionerà la partecipazione alla crescita?
A livello nazionale si dovrà fare un patto per l’equa distribuzione della ricchezza che verrà. Noi dobbiamo da ora garantire le parti sociali che, se avremo incremento della ricchezza, ci saranno interventi per proteggere il potere di acquisto dei lavoratori, delle famiglie, dei pensionati, soprattutto quelli meno abbienti. Questo è il grande patto. Lo scambio è: lavoriamo insieme per costruire ricchezza garantendoci da ora che a determinati livelli di incremento scattino interventi concordati.
A proposito di pensioni: il cosiddetto scalone di Roberto Maroni è stato sostituito dagli scalini di Romano Prodi. Cambierà qualcosa?
No, per ora non c’è nulla.
Però c’erano alcune scadenze e temi da affrontare, come il Superinps…
Il Superinps era una fesseria, costava addirittura di più. Per individuare i lavori usuranti ridiscuteremo con le parti un testo che non era nemmeno condiviso tra loro e che si esponeva a molte degenerazioni. Quanto ai coefficienti, seguiremo il percorso già previsto.
E la pensione di vecchiaia delle donne resta ferma a 60 anni?
Su questo non ci sono proprio dubbi. Finché le donne partecipano così poco al mercato del lavoro non è giusto pensare all’età di pensione. Gli uomini avendo più contributi vanno spesso in pensione di anzianità, cioè prima del tempo fissato per la vecchiaia. Le donne vanno in pensione più spesso per vecchiaia. Se dunque alzassimo l’età per la vecchiaia delle donne, potremmo avere il paradosso di mandarle in pensione più tardi degli uomini. No, questo proprio non si può fare.
“La detassazione degli straordinari è solo il primo passo. Non solo per mettere più soldi in busta paga, ma per coinvolgere i lavoratori nella produttività, quindi nell’utile dell’azienda. Ora però miriamo più in alto: i dipendenti devono partecipare direttamente al rischio e ai profitti d’impresa, diventando azionisti”.
Raffaele Bonanni lancia la proposta alla Confindustria di Emma Marcegaglia, nel giorno del discorso d’insediamento della Lady di ferro a Viale dell’Astronomia. Intervistato dal settimanale Panorama, in edicola venerdì 23 maggio, il segretario generale della Cisl guarda alla Germania, al sistema di partecipazione dei lavoratori nelle imprese: “Il riferimento è il modello tedesco.
Adattato però alla realtà italiana, che è fatta anche di molte piccole aziende, il più delle volte non quotate. Si può partire dalle aziende concessionarie di servizi pubblici: autostrade, telefonia, elettricità, acqua, posta, televisione. Il governo può affiancare alla concessione un vincolo, per i privati, ad accogliere il sindacato tra gli azionisti. Con diritti e doveri da parte nostra”.
Bonanni a Panorama anticipa la proposta da presentare alla Confindustria: “Una quota della retribuzione sotto forma di azioni. La presenza nel consiglio di sorveglianza prevista dalla dual governance, cioè con la separazione tra gestione e sorveglianza, secondo il modello indicato anche dalla Banca d’Italia. Noi ci faremmo carico del rischio d’impresa, e in proporzione dei profitti, e della condivisione di alcune linee strategiche, scongiurando per esempio l’eccessiva finanziarizzazione delle aziende, specie di servizi”.