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Di Roberto Seghetti
La “complicità tra capitale e lavoro” è l’architrave sul quale poggia la rivoluzione copernicana ipotizzata dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Un programma di politica sociale con obiettivi molto diversi da quelli perseguiti fin qui. Come la partecipazione dei dipendenti agli utili delle aziende, la creazione di enti privati fondati da imprese e lavoratori per garantire nei diversi territori assistenza, previdenza, sanità, sicurezza sul lavoro, collocamento, formazione, e interventi su non autosufficienza, disoccupazione e cassa integrazione. O come il patto nazionale per ripartire la ricchezza.
Si parla di un’intesa fra governo, imprese e sindacati sulla distribuzione della crescita futura. Come funzionerà?
Viviamo in una situazione di emergenza economica e sociale e il contesto internazionale, che influenza quello interno, potrebbe anche peggiorare. Pensiamo dunque che sia necessaria una forte coesione nazionale per fare uno scatto di reni e riprendere il cammino della crescita. Per molti sarà una scommessa, poiché saranno chiamati a concorrere senza avere un beneficio immediato. Dobbiamo perciò dare la garanzia di un ritorno certo a mano a mano che ci sono i risultati. È la logica di fondo che vogliamo affermare a tutti i livelli: nelle aziende, sul territorio, nel sistema paese.
Nelle aziende? Parla della detassazione degli straordinari?
L’intervento ha una portata innovativa maggiore di quella emersa fino a oggi. Certo, per gli straordinari questa norma sarà utile a rendere più agevoli gli accordi aziendali, grazie alla disponibilità dei lavoratori che il regime fiscale attuale scoraggia. Ma il vero obiettivo è incoraggiare il salario di merito, di qualsiasi tipo: che sia frutto di accordi aziendali, di liberalità del datore di lavoro, di intese individuali. Quello che conta è che i lavoratori abbiano la concreta possibilità di condividere sforzi e risultati, dato che già partecipano al rischio di impresa.
In che senso?
Quando un’impresa chiude, quando un reparto si ridimensiona, quando non ci sono commesse a sufficienza, il lavoratore paga il rischio d’impresa. Ma allora deve anche beneficiare del rischio d’impresa per i suoi aspetti positivi. Puntiamo a favorire la complicità tra capitale e lavoro per competere. E questa è anche una sorta di sfida culturale che il governo rivolge alla vecchia sinistra.
Significa che siete favorevoli alla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa?
Il governo è contrario all’idea di una partecipazione alla gestione. Però dobbiamo avvicinare sempre più il salario alla condivisione degli utili. Uno dei modi può essere quello di distribuire titoli dell’azienda: titoli speciali, con limitati diritti di alienabilità. Ma siamo contrari alla partecipazione alla gestione. Magari i lavoratori potrebbero esprimere propri rappresentanti all’interno del collegio sindacale, per verificare la trasparenza del bilancio. E in questa ottica il bilancio può essere la misura di una buona parte del guadagno per i dipendenti.
Sul territorio che cosa pensate di fare?
Puntiamo a favorire un nuovo sistema di relazioni industriali, sempre nel segno della complicità fra capitale e lavoro, che punti alla cogestione dei servizi che danno valore alla persona che lavora.
Concretamente che cosa significa?
Il governo sosterrà il formarsi di organismi bilaterali territoriali, cioè tra imprese e lavoratori, fra le parti sociali, che potrebbero svolgere funzioni di promozione della salute, di sicurezza sul lavoro, di collocamento, di formazione, di erogazione di sussidi ai senza lavoro in aggiunta all’indennità di disoccupazione, di assicurazione, nel caso in cui il lavoratore o altri membri della sua famiglia entrassero in una condizione di non autosufficienza. Quindi forme assicurative dedicate a questo scopo, di sanità complementare, di previdenza complementare e anche di soluzione dei conflitti di lavoro.
In che modo il governo sosterrà questo tipo di organismi?
Cedendo a queste forme di intervento solidale e bilaterale molte delle funzioni che riguardano il lavoro o la gestione dell’impresa. Molte delle norme che riguardano la salute e la sicurezza del lavoro possono essere in sussidiarietà devolute agli organismi bilaterali. Per esempio: bisogna preparare il documento di valutazione del rischio? Bene, può essere affidato a un comitato paritetico. È presumibile che lo redigeranno pensando alla sostanza, mentre nella norma uguale per tutti prevale sempre il formalismo.
Ministro, lei ha parlato anche di sanità, di assistenza integrativa.
Già oggi c’è la possibilità di sconti fiscali per previdenza e assistenza complementari. Quindi vedremo anche se sarà possibile rafforzare la leva fiscale: è uno dei terreni oggetto di scambio. In ogni caso pensiamo a una rete di servizi alla persona che lavora o che cerca di lavorare. E questo implica anche un modo nuovo di fare sindacato. Un sindacato che non si affidi a momenti di contrattazione enfatizzata e poco efficace nel rapporto con la controparte, ma che ipotizzi una quotidiana condivisione di servizi alla persona.
Insomma, lei parla di sanità e previdenza integrative…
Assicurazioni contro la non autosufficienza, collocamento, formazione, sussidi, cioè ammortizzatori sociali, salute e sicurezza sul lavoro.
A proposito di ammortizzatori sociali: da anni si parla di riforma, si farà?
Adesso, usando una delega che abbiamo ereditato, incoraggeremo il formarsi di enti bilaterali per gestire un secondo pilastro aggiuntivo all’indennità di disoccupazione. Su base mutualistica. Se aziende e lavoratori lo faranno, avranno in gestione anche la cassa integrazione guadagni. I fondi attuali potranno andare dall’Inps agli enti bilaterali. Ci dovrà essere un loro contributo aggiuntivo, ovviamente, per una protezione più completa.
Cioè fanno accordi e versano un contributo finalizzato…
Come già avviene per la previdenza complementare. Poi bisognerà vedere che regime fiscale avranno.
Si prevede un secondo pilastro anche per la sanità e per il grande tema dell’assistenza agli anziani.
Dobbiamo favorire molto l’uso di fondi per aiutare chi non è autosufficiente. Ma attenzione, sul tema dell’assistenza dovremo anche razionalizzare alcuni strumenti esistenti, come l’indennità di accompagnamento, l’assegno di invalidità e altre forme attuali di erogazione.
La previdenza integrativa già esiste, però non decolla. Che cosa farà il governo?
Dobbiamo individuare come incoraggiarla, a partire dalla reversibilità della scelta di mettere soldi e tfr nei fondi. Si dovrebbe poter cambiare idea.
Si studiano anche sconti fiscali?
No.
A livello nazionale come funzionerà la partecipazione alla crescita?
A livello nazionale si dovrà fare un patto per l’equa distribuzione della ricchezza che verrà. Noi dobbiamo da ora garantire le parti sociali che, se avremo incremento della ricchezza, ci saranno interventi per proteggere il potere di acquisto dei lavoratori, delle famiglie, dei pensionati, soprattutto quelli meno abbienti. Questo è il grande patto. Lo scambio è: lavoriamo insieme per costruire ricchezza garantendoci da ora che a determinati livelli di incremento scattino interventi concordati.
A proposito di pensioni: il cosiddetto scalone di Roberto Maroni è stato sostituito dagli scalini di Romano Prodi. Cambierà qualcosa?
No, per ora non c’è nulla.
Però c’erano alcune scadenze e temi da affrontare, come il Superinps…
Il Superinps era una fesseria, costava addirittura di più. Per individuare i lavori usuranti ridiscuteremo con le parti un testo che non era nemmeno condiviso tra loro e che si esponeva a molte degenerazioni. Quanto ai coefficienti, seguiremo il percorso già previsto.
E la pensione di vecchiaia delle donne resta ferma a 60 anni?
Su questo non ci sono proprio dubbi. Finché le donne partecipano così poco al mercato del lavoro non è giusto pensare all’età di pensione. Gli uomini avendo più contributi vanno spesso in pensione di anzianità, cioè prima del tempo fissato per la vecchiaia. Le donne vanno in pensione più spesso per vecchiaia. Se dunque alzassimo l’età per la vecchiaia delle donne, potremmo avere il paradosso di mandarle in pensione più tardi degli uomini. No, questo proprio non si può fare.
“La detassazione degli straordinari è solo il primo passo. Non solo per mettere più soldi in busta paga, ma per coinvolgere i lavoratori nella produttività, quindi nell’utile dell’azienda. Ora però miriamo più in alto: i dipendenti devono partecipare direttamente al rischio e ai profitti d’impresa, diventando azionisti”.
Raffaele Bonanni lancia la proposta alla Confindustria di Emma Marcegaglia, nel giorno del discorso d’insediamento della Lady di ferro a Viale dell’Astronomia. Intervistato dal settimanale Panorama, in edicola venerdì 23 maggio, il segretario generale della Cisl guarda alla Germania, al sistema di partecipazione dei lavoratori nelle imprese: “Il riferimento è il modello tedesco.
Adattato però alla realtà italiana, che è fatta anche di molte piccole aziende, il più delle volte non quotate. Si può partire dalle aziende concessionarie di servizi pubblici: autostrade, telefonia, elettricità, acqua, posta, televisione. Il governo può affiancare alla concessione un vincolo, per i privati, ad accogliere il sindacato tra gli azionisti. Con diritti e doveri da parte nostra”.
Bonanni a Panorama anticipa la proposta da presentare alla Confindustria: “Una quota della retribuzione sotto forma di azioni. La presenza nel consiglio di sorveglianza prevista dalla dual governance, cioè con la separazione tra gestione e sorveglianza, secondo il modello indicato anche dalla Banca d’Italia. Noi ci faremmo carico del rischio d’impresa, e in proporzione dei profitti, e della condivisione di alcune linee strategiche, scongiurando per esempio l’eccessiva finanziarizzazione delle aziende, specie di servizi”.
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Molti Bot e Btp, un po’ di azioni italiane, qualche puntata sugli Etf e una novità: le obbligazioni di paesi europei. Non sono i consigli di un promotore finanziario, bensì il portafoglio degli investimenti della Banca d’Italia.
È stato di 90 miliardi il valore delle risorse amministrate nel 2006 dal Servizio gestione fondi patrimoniali della banca centrale, come riferisce un rapporto riservato della banca governata da Mario Draghi. Il servizio gestisce gli investimenti diversi dalle riserve ufficiali e dalle attività di politica monetaria di Bankitalia. Nei 90 miliardi sono incluse le risorse del fondo pensione dei dipendenti assunti dopo il 28 aprile 1993.
Ma come si compone il portafoglio di Palazzo Koch? Le obbligazioni rappresentano il 90 per cento dei fondi gestiti, per un ammontare di 81 miliardi. Spiccano quelle statali, e tra queste poco meno di due terzi sono italiane. È invece del 10 per cento la componente azionaria: il 7 è rappresentato da azioni italiane. L’attività di investimento, spiega il rapporto interno di via Nazionale, si è ampliata rispetto agli anni precedenti. Per il settore azionario l’attenzione è stata rivolta “a prodotti idonei a replicare indici di mercato ampi e diversificati” è scritto nella relazione. In particolare “sono state effettuate operazioni su Etf quotati nelle borse internazionali e su fondi index-linked offerti dai principali gruppi finanziari esteri”.
Novità anche nel comparto obbligazionario: “Nel 2006 è stata perseguita la diversificazione geografica del portafoglio dei titoli di Stato” attraverso l’avvio dell’investimento in paesi dell’area dell’euro. Il risultato economico della gestione del portafoglio è stato positivo: la somma di interessi, dividendi e utili da negoziazione è stata di 3,1 miliardi di euro.
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Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.
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Giovanni Consorte (Chieti,1948), laureato in ingegneria chimica all’Università di Bologna, ha iniziato in Montedison per poi, nel 1976, approdare alla Lega delle cooperative, responsabile di un piano per la gestione dei processi di cambiamento di grandi cooperative. Nel 1979 viene assunto come dirigente nell’Unipol Assicurazioni, di cui, nel 1996, diventa presidente e amministratore delegato. Dal novembre 1991 al giugno 1996 cura la ristrutturazione prima finanziaria e poi societaria della finanziaria di controllo del Gruppo Unipol denominata Unipol Finanziaria (oggi Finsoe). A partire dal dicembre ‘98 ha curato la ristrutturazione del Banec e successivamente il lancio dell’Unipol Banca. Si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006, all’indomani della fallita opa sulla Bnl.
Perché si è incaponito a dire la sua sulla vicenda Unipol-Bnl?
Perché l’Italia ha perso una grande, storica banca che oggi paga le tasse a Parigi. Perché l’Unipol non ha potuto completare la sua strategia di sviluppo. E infine perché, a livello mediatico, sono stato e sono tuttora oggetto di ogni tipo di cattiverie e illazioni.
Chi è il più colpevole per aver fermato l’Unipol? Fazio, il Corriere, D’Alema, Berlusconi, la Consob?
Molti hanno impedito il matrimonio Unipol-Bnl e tutti, ciascuno per il ruolo avuto, sono stati posti all’attenzione delle autorità inquirenti. Certo Ivano Sacchetti non hanno fatto nulla contro l’operazione, che avrebbe creato valore e occupazione.
Non le hanno nuociuto gli intrecci con la Hopa e la Lodi di Gianpiero Fiorani?
Per quanto riguarda la Lodi, Ivano Sacchetti e io avevamo solo rapporti in quanto clienti, come è stato ampiamente dimostrato anche nell’incidente probatorio, e siamo stati in alcuni casi danneggiati. Il rapporto con Hopa è stato trasparente e ben definito e ha fatto realizzare utili a Unipol e alle cooperative, nel pieno rispetto delle regole del mercato. Avevamo alternative?
Sì: poteva fare più cooperazione e meno finanza.
Ho sempre agito nell’interesse di Unipol e delle cooperative, producendo valore, salvando e creando negli anni migliaia di posti di lavoro. Non vorrà sostenere, come hanno già fatto, che le cooperative debbano occuparsi solo di supermercati o di servizi sociali…
Lei oggi per le cooperative e per l’Unipol è come Stalin per il Pcus del XX congresso: un idolo da rimuovere.
Per un gruppo di dirigenti sono un’ombra incombente e ingombrante. Credo che i cooperatori e i dipendenti si ricordino, nella loro attività lavorativa quotidiana, di me per le motivazioni che hanno caratterizzato la vita dell’Unipol e per quello che abbiamo realizzato.
Faccia un virtuosismo di sintesi e spieghi la genesi dei 50 milioni di consulenza che tutti le rinfacciano.
Quei soldi ( 25 miei e 25 di Sacchetti) sono stati il riconoscimento per l’attività di supporto a Hopa, nell’ambito della vicenda Bell-Olivetti-Telecom. Tali compensi sono pervenuti con regolari bonifici bancari e operazioni borsistiche perfettamente corrette. Quando quesi soldi saranno dissequestrati non mi comprerò barche, ma li impiegherò utilmente nel mondo produttivo.
Si è sentito tradito da qualcuno?
Sì, da quelli che mi hanno condannato senza conoscere, cancellando 25 anni di vita, di sacrifici e di passione. Ma la vita è ancora lunga e la ruota girerà.
Si iscriverà al Partito democratico o resta fedele alle vecchie bandiere?
Non si possono cancellare 40 anni di impegno, di passioni e sacrifici. Ma soprattutto non si possono cancellare 100 anni di storia e di valori universali come l’uguaglianza, la laicità, il riformismo e il garantismo. Sono i valori dell’Internazionale socialista che implicano un confronto con gli altri, ma non un annichilimento. Il nuovo non è confusione.
Si sente ancora il Cuccia rosso o i suoi referenti di una volta hanno tutti preso le distanze?
Ricevo quotidianamente manifestazioni di affetto, di solidarietà e di fiducia da vecchi e nuovi amici.
A un certo punto sembrava volesse riprendersi l’Unipol. Discorso chiuso o ci riproverà?
L’Unipol seguirà la propria strada e le cooperative saranno responsabili del suo destino. Per me è un capitolo chiuso per sempre, con affetto. Ora faccio altro.
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A far parlare ancora della famosa ereditiera Paris Hilton oggi non è l’ennesimo scandalo ma il suo conto in banca. Che si è fatto più corposo, avendo ceduto l’impero creato da suo bisnonno Conrad Hilton nel lontano 1919, in Texas.
La catena degli Hotel Hilton è stata infatti acquistata dal fondo del private equity statunitense Blackstone per 26 miliardi di dollari cash. L’intesa prevede che la Blackstone acquisti le azioni della Hilton al prezzo di 47.40 dollari, cioé un valore superiore del 32 per cento rispetto alla quotazione in chiusura di borsa martedì sera dei titoli Hilton a New York. La transazione sarà completata nel quarto trimestre del 2007 dopo l’approvazione degli azionisti, anche se con un premio di questo valore non dovrebbero esserci problemi.

L’operazione della Blackstone è la più costosa di tutta la storia del business alberghiero. Il record precedente è datato 1998, quando Starwood Hotels & Resorts Trust acquisì la catena di alberghi ITT Corp. per 14,6 miliardi di dollari.
Il fondo d’investimento Blackstone aveva già acquistato, all’inizio del 2006, la catena La Quinta Inns and Suites, con una disponibilità di circa 100 mila camere tra Stati Uniti ed Europa. La catena Hilton (con brand come Doubletree, Embassy Suites, Hampton Inn, The Waldorf-Astoria Collection e Conrad Hotels & Resorts) possiede o gestisce 2.800 alberghi in 76 paesi nel mondo per una disponibilità di 480 mila stanze). Sommando qeste ifre, è chiaro quanto sia buono il colpo messo a segno da Blackstone: si è assicurato il controllo di quasi 600 mila camere nel mondo.
“È difficile immaginare un miglior obiettivo strategico per noi della catena Hilton, con i suoi clienti su scala mondiale, il suo marchio conosciuto e prestigioso e la sua rete di alberghi”, ha affermato un portavoce del fondo Blackstone. “Siamo intenzionati a investire nella Hilton” ha aggiunto “lavorando con impegno insieme agli attuali proprietari ed operatori per continuare a far crescere e a sviluppare questa attività”.
Un impegno oneroso, visto che Blackstone ha promesso di accollarsi anche i debiti della Hilton company per 7,5 miliardi di dollari.
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Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.

Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.