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La crisi finanziaria in atto, la peggiore dal 1930, rischia di mettere in ginocchio i Paesi emergenti, già alle prese con il caro energia e l’impennata dei prezzi degli alimentari. Dall’inizio dell’anno il numero dei poveri è aumentato di 100 milioni e il rischio “è che la cifra salga ulteriormente”. A lanciare l’allarme è il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, spiegando come questa “catastrofe è stata creata dall’uomo e sta noi ora trovare le risposte”.
“I paesi in via di sviluppo, molti dei quali già colpiti dagli elevati prezzi di energia e alimentari, rischiano di vedere andare in fumo i propri sforzi di miglioramento della qualità della vita della popolazione se ci sarà un prolungato rallentamento della crescita globale e una stretta del credito”, spiega Zoellick, sottolineando come “sono le fasce di popolazione più povere e vulnerabili a rischiare i danni più gravi in alcuni casi permanenti”. Ma la Banca Mondiale, il Fmi e altri organismi utilizzeranno tutte le risorse finanziarie a loro disposizione per sostenere i paesi in via di sviluppo nel rafforzare le proprie economie e dei propri sistemi finanziari.
Proprio in quest’ottica Zoellick ha annunciato che la Banca sta valutando la possibilità di creare un fondo per aiutare la ricapitalizzazione delle banche nei Paesi emergenti colpite dalla crisi finanziaria. Nella conferenza stampa di chiusura del Development Committeee, Zoellick sottolinea come “la crisi in corso si è manifestata prima negli Usa e poi in Europa, con una reazione da parte della gente di confusione, poi di frustrazione, poi di rabbia e poi di paura. Queste reazioni naturali si diffonderanno nel mondo, visto che l’impatto della crisi di amplia. Queste reazioni vanno prese seriamente”.
Gli eventi degli ultimi mesi “hanno evidenziato la necessità di modernizzare il multilateralismo e i mercati per una nuova economia globale. È questo, e non di meno, quello che ci si aspetta da noi”. “La crisi attuale” conclude “deve assorbire tutte le nostre energie e la nostra attenzione.
Le parole hanno un peso. Specialmente se a pronunciarle è il presidente del Fondo Monetario Internazionale che vaticina: “Siamo sull’orlo di una recessione mondiale per il 2009″. Se ne sono accorte oggi le borse europee, la cui caduta, pur rallentando, non accenna a concludersi. Chiusure in negativo ovunque, sulla scia di Wall Street, che apre in rialzo ma poi chiude in netto ribasso (a fine giornata cede il 7,33%. Il Nasdaq arretra dello 5,47% a 1.645,12 punti, mentre lo S&P 500 lascia sul terreno il 7,62%% a 909,92 punti). A Milano, il Mibtel termina la seduta a -1,6per cento. Anche l’indice S&P Mib della Borsa di Milano ha chiuso in calo a quota 21.871 (-1,81 per cento). Francoforte si posiziona tra le peggiori piazze e segna una flessione del 3,3 per cento, ma non va meglio a Parigi (-2,37 punti percentuale) e Londra (-1,29 per cento), mentre peggio ancora fa Madrid (-3,8 per cento). Le Borse del vecchio continente hanno bruciato altri 100 miliardi di capitalizzazione in quella che poteva essere la seduta del rimbalzo, a un giorno dal taglio coordinato di Bce e Fed dei tassi di mezzo punto percentuale. Al termine delle contrattazioni l’indice continentale Dj Stoxx 600 ha segnato una flessione del 2,01 per cento. Strauss Kahn è intervenuto per rimarcare gli effetti deleteri della crisi sui paesi più sviluppati (”la loro crescita nel 2009 sarà pari a 0″) e invocare una risposta dei governi a breve termine: “non possiamo aspettare che la crisi sia passata per apprendere la lezione”. Il Fmi - sottolinea il direttore generale - è pronto ad andare incontro alle esigenze dei paesi membri che ne avranno bisogno per far fronte alla crisi finanziaria: l’istituto di Washington ha riattivato la procedura per concedere prestiti d’urgenza, creata nel 1995.
Strauss Kahn si aspetta una risposta dall’incontro che si terrà a Washington sabato 11 ottobre con i ministri delle finanze dei G7. Nel corso della riunione il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, in qualità di presidente del Financial Stability Forum, illustrerà i progressi finora compiuti nei primi dei 100 giorni per l’attuazione delle ”raccomandazioni” fornite dallo stesso Fsf in aprile. A chiedere al G7 un’azione coordinata è anche la Banca Mondiale, con il presidente Robert Zoellick che invita i Sette Grandi a non dimenticare i paesi poveri, al fine di evitare che da una crisi finanziaria si arrivi a dover affrontare una crisi umanitaria.
Agricoltura in Asia
“Prima viene il cibo, poi la morale”: così scriveva Bertold Brecht nell’Opera da tre soldi. Di recente la Banca mondiale ha scoperto 500 milioni di persone in più che vivono sotto la soglia della povertà estrema: nel mondo una persona su quattro, infatti, ha a disposizione meno di 1,25 dollari al giorno (qui il report). Si tratta di una stima al rialzo rispetto alle precedenti, dovuta a nuovi metodi di rilevazione: gli economisti questa volta hanno tenuto conto dell’aumento del costo della vita, anche per il rialzo di carburanti e generi alimentari. L’obiettivo collettivo dell’ Onu è di dimezzare la povertà entro il 2020: ogni anno diminuisce dell’1%. Eppure negli ultimi vent’anni i passi in avanti sono stati enormi: se nel 1981 la metà della popolazione mondiale era in condizioni di miseria, dopo vent’anni si è ridotta a un quarto.
La Banca mondiale rivela nel suo studio le velocità differenti del mondo nella corsa alla globalizzazione. In Cina i poveri rappresentano il 16%, rispetto al 6% precedentemente stimato: ma lo svilluppo trainato da Pechino testimonia comunque il prodigioso miglioramento delle condizioni economiche per più di un miliardo di persone. Nell’Africa subsahariana, invece, nessun progresso sostanziale: metà degli abitanti vivono sotto la soglia di indigenza e, anzi, sono raddoppiati in valore assoluto rispetto al 1981. Ma è nell’Estremo oriente che i progressi sono stupefacenti: se vent’anni fa otto persone su dieci subivano l’estrema povertà, oggi sono diminuite fino al 18%.
Una task force internazionale sulla crisi alimentare globale con il compito di dettagliare un piano di azione e garantirne l’applicazione sarà immediatamente istituita dalle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza cibo, lo “tsunami silenzioso” scatenato dall’aumento dei prezzi mondiali delle derrate alimentari che sta travolgendo la vita di milioni di persone. L’annuncio è arrivato oggi da Berna dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon che da ieri sta presiedendo un vertice tra i dirigenti delle 27 agenzie del sistema dell’Onu e delle istituzioni di Bretton Woods.
Ban Ki-moon ha quindi illustrato il piano d’azione internazionale elaborato dai massimi responsabili delle 27 agenzie presenti che ha come priorità quella “di nutrire gli affamati”. “Il drammatico aumento dei prezzi delle derrate alimentari in tutto il mondo si è trasformato in una sfida di proporzioni globali senza precedenti diventata crisi per i più vulnerabili, inclusi i poveri dei centri urbani”, ha esordito Ban Ki-moon in una conferenza stampa. Il capo dell’Onu e il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick hanno quindi chiesto la fine del divieto di esportazioni deciso da alcuni Paesi - tra cui Argentina e India - per far fronte alla crisi.
Una misura che aggrava la situazione, hanno affermato. Ma le cause della crisi del caro cibo sono molteplici, dall’aumento della domanda, al degrado dell’ambiente, ai bio-carburanti ed i sussidi agricoli che distorcono il commercio. Il piano d’azione elaborato a Berna include misure a breve, medio e lungo termine. Nell’immediato i Paesi donatori dovranno rispondere all’appello per 755 milioni di dollari lanciato dal Programma alimentare mondiale (Pam). è un appello straordinario e in assenza di un finanziamento completo “rischiamo di vedere lo spettro della fame diffusa, della malnutrizione e dello scontento sociale su una scala senza precedenti”, ha ammonito Ban Ki-moon. Per il Pam il mondo deve infatti affrontare il “nuovo volto della fame”, quello di un crescente numero di individui per cui le derrate alimentari sono diventate troppo care. “Già adesso la fame è la causa del decesso di 3,5 milioni di bambini l’anno e stimiamo che gli alti prezzi abbiano spinto 100 milioni di persone nella povertà negli ultimi due anni”, ha detto Zoellick. Per il presidente della banca mondiale, bisognerà quindi agire già nelle prossime settimane.
“Abbiamo visto il prezzo del grano diminuire negli ultimi giorni, quelli del riso e del granoturco” ha precisato “dovrebbero restare alti e relativamente anche il grano”. è inoltre necessario stimolare la produzione agricola nei paesi poveri e a questo proposito la Fao (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura) ha elaborato un piano per 1,7 miliardi di dollari per aiutare i Paesi a basso a reddito ad accrescere la produzione agricola e la Banca mondiale sta esaminando nuovi meccanismi di finanziamento rapido. Le Nazioni Unite - ha promesso il capo dell’Onu - collaboreranno per aiutare i Paesi colpiti a rispondere alla crisi, per promuovere la ricerca e sul lungo termine sarà necessario affrontare le questioni strutturali e politiche e le sfide poste dai cambiamenti climatico. “Ulteriori ricerche dovranno essere condotte per misurare l’impatto della produzione di biocarburanti”, ha detto Ban Ki-moon. Presente a Berna, il direttore generale del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) Pascal Lamy ha sottolineato che la conclusione dei negoziati del Doha round potrebbe portare ad un taglio sostanziale dei sussidi alla produzione agricola.
Il prossimo appuntamento ad alto livello sulla crisi mondiale è già in programma a Roma dal 3 al 5 giugno, quando i leader mondiali parteciperanno alla Conferenza della Fao sulla Sicurezza alimentare mondiale.
Il VIDEO servizio:

Il più famoso computer a basso costo non avrà un cuore Intel: lo storico produttore di chip si è ritirato dal progetto Olpc (One laptop per child) lanciato da Nicholas Negroponte per favorire l’accesso alle tecnologie informatiche e a internet nei paesi poveri. Un’iniziativa contestata per il prezzo finale dei computer (che da cento dollari è arrivato a duecento) e per la scarsa qualità dei primi prodotti. Eppure il laptop supereconomico resta una scommessa ambita: Asus, per esempio, sta finanziando il progetto Eee PC. La stessa Intel continua sulla strada del Classmate. E a Delhi, in India, è in vendita da settembre netPC, un computer desktop che costa circa sessanta dollari, esclusi tastiera e monitor.
Secondo la Banca mondiale il mercato delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei paesi poveri vale 30 miliardi di dollari (leggi il documento in pdf). Gli analisti hanno studiato la capacità di spesa di due miliardi di persone nella “Base della piramide” (Bop), le fasce di reddito più basse che, però, rappresentano una parte consistente per il futuro sviluppo dell’hitech in nazioni come Bangladesh, Pakistan, Nigeria, Kazakistan, Giamaica.
La rivoluzione nell’accesso alle telecomunicazioni non parte soltanto dai computer, ma anche dai cellulari. In India gli abitanti dei villaggi camminano per venti chilometri pur di ricaricare la batteria del telefonino. Nonostante la scarsità di corrente elettrica e di copertura da parte dei network, infatti, il numero di utenti della telefonia mobile è cresciuto rapidamente soprattutto in Asia e Africa. Un primo segno tangibile per la riduzione del divario digitale.

di Marco Cobianchi
Alla Banca mondiale del riformismo di Pierluigi Bersani non si sono quasi accorti. Uno dei capitoli più corposi del suo ultimo rapporto su dove è più facile e dove più difficile fare affari riguarda le azioni intraprese dai vari stati per favorire le imprese. E il capitolo dedicato alle riforme italiane è lungo, si fa per dire, appena due righe, nelle quali viene citato un solo provvedimento: la riforma del diritto fallimentare varata l’anno scorso. Punto e basta.
Le due “lenzuolate” liberalizzatrici del ministro dello Sviluppo economico non si sono guadagnate nemmeno una citazione. Il motivo sta probabilmente nel fatto che i provvedimenti del governo hanno finora avuto come beneficiari i cittadini e non le imprese. Da qui il giudizio poco lusinghiero della Banca mondiale, secondo la quale i paesi più riformisti del mondo sono quelli asiatici e quelli dell’Europa dell’Est. Il 79 per cento degli stati in quelle aree ha varato, nell’ultimo anno, almeno una legge che facilita l’intrapresa di nuove iniziative rispetto al 63 per cento dei paesi dell’area Ocse.
Nella classifica generale dei paesi dove le imprese sono più coccolate l’Italia si colloca al 53° posto. Purtroppo un raffronto con l’anno precedente è inutile (eravamo all’82°) perché nel frattempo la Banca mondiale ha cambiato la metodologia della graduatoria che, nel 2007, vede nelle prime posizioni Singapore, Nuova Zelanda e Usa. Prima di noi figurano la maggior parte dei grandi paesi europei: il Regno Unito è sesto, la Germania ventesima, la Francia 31esima e la Spagna 38esima.
A zavorrare la competitività italiana è soprattutto un fattore: le tasse. Per la Banca mondiale un’impresa italiana paga, complessivamente, considerando quindi anche le trattenute e le imposte sul lavoro, il 76 per cento dei profitti, rispetto a una media Ocse del 46,2 per cento. Un’enormità. In Germania le imprese pagano il 50,8 per cento, in Francia il 66,3, in Spagna il 62 e nel Regno Unito il 35,7.
Inoltre in Italia per fondare una società occorre espletare 9 procedure che portano via in media 13 giorni. In Francia è tutto più veloce: 5 procedure e 7 giorni, ma in Spagna occorrono 10 documenti e 47 giorni, in Gran Bretagna ne occorrono 6 e 13 giorni, mentre in Germania 9 procedure e 18 giorni.
Per chiudere un affare in Italia un’impresa straniera impiega quasi due anni di tempo mentre nei paesi Ocse basta poco più di un anno.
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L’Occidente in debito economico con l’Africa? La tesi è affascinante, ma con tutta onestà basterebbe qualsiasi rapporto della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale per bollare l’idea come fantascientifica. Eppure, da Ginevra, c’è chi si è messo in testa che anche il continente più martoriato del pianeta ha qualche conto da chiedere al resto del mondo, e in particolar modo a Stati Uniti e Europa. I protagonisti di questa clamorosa presa di posizione non sono i soliti no global, ma un gruppo di economisti iperdiplomati, autori dell’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) dedicato alla crescita economica in Africa.
Il rapporto sostiene che l’emorragia finanziaria accumulata dal continente africano negli ultimi trent’anni supera di ben due volte il suo debito estero. Secondo i calcoli dell’organismo onusiano, circa 400 miliardi di dollari si sarebbe volatilizzati all’estero mentre il debito attuale dei paesi africani è di 215 miliardi di dollari. Ogni anno, tra il 1991 e il 2004, una media di circa 13 miliardi di dollari sono spariti dalle casse statali per finire in qualche banca europea, americana, araba o asiatica. “Questa cifra” sostiene Janvier Nkurunziza, economista dell’Unctad, “rappresenta una percentuale vertiginosa dell’ordine di 7,6% rispetto al prodotto interno lordo africano”. Il che significa che “l’Africa è un creditore netto nei confronti del resto del mondo”.
Difficile valutare quale, tra dilapidazioni di fondi pubblici operati dai regimi corrotti e instabilità politica e economica, sia il movente principale di tanto sperpero di denaro. Fatto sta che “se questi fondi fossero stati allocati in investimenti produttivi” prosegue Nkurunziza, “ciò avrebbe conseguito una crescita del tasso di occupazione e un aumento delle rimesse in molti segmenti della popolazione africana”. Da cui l’invito pressante a una guerra totale contro la corruzione, ma anche a un’attenzione maggiore sulla gestione delle finanze pubbliche e delle ricette fiscali, entrambi fondamentali per lo sviluppo economico del continente.
Dal canto suo, la Banca mondiale stima che, ad oggi, tra 20 e 40 miliardi di dollari sarebbero finiti su conti bancari in Svizzera e Gran Bretagna. Una montagna di soldi ricavata dal oliatissimi sistemi di tangenti vigenti nei governi più corrotti e che equivale al 40% degli aiuti pubblici allo sviluppo piovuti sul continente africano. A fronte di così pessime notizie, per fortuna ne spunta una buona.
Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, un’associazione non profit impegnata nell’elaborazione di ricerche sulla percezione della corruzione nel mondo, l’Africa è assieme all’Europa dell’Est la regione che ha registrato più progressi nel 2006. Tra gli esempi da seguire, Transparency International segnala il Sudafrica, la Namibia e il Swaziland, tutti protagonisti di riforme che hanno scongiurato l’ipotesi che “la corruzione potesse ridurre in maniera drammatica le risorse destinate all’educazione, alla sanità e alle infrastrutture”.