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Silvio Berlusconi ha sempre detto di ammirare L’Utopia di Tommaso Moro, opera del 1516 che si svolge in un teatro di 54 città (le contee inglesi). Berlusconi di città ideali ne immagina 100 e non ha intenzione di lasciarle sulla carta: vuole costruirle. Il premier ha in mente un new deal che si muove su due linee: attenzione alle classi sociali sulle quali impatta la crisi, lancio di un piano di opere pubbliche e investimenti per stimolare la crescita e aumentare i posti di lavoro. Il piano casa fa parte di questo progetto.
Lo scenario economico. Se il 2008 si chiude con la grande crisi e un governo impegnato a fronteggiarla con una serie di misure “cash”, l’anno prossimo per il presidente del Consiglio deve essere quello del rilancio dell’economia con una serie di misure, tra le quali il piano di infrastrutture. Il premier parlando alla platea degli industriali di Roma ha ribadito “che non dobbiamo nasconderci le difficoltà”; ma da uomo che ha le sue radici nella cultura d’impresa cerca di infondere fiducia al Paese. Se la crisi c’è, il miglior antidoto non è certo quello del pessimismo (a mezzo stampa o tv) o degli scioperi generali autoreferenziali (quello della Cgil).
La bussola di Berlusconi è sempre quella del programma elettorale, rivisto e corretto alla luce della recessione e delle difficoltà strutturali in cui si dibatte l’Europa (vedi alla voce patto di stabilità e Banca centrale europea). Quando Berlusconi dice che l’Italia se la passa meglio di altri paesi, ha pienamente ragione. Come anticipato da Panorama, la crisi finanziaria sta assorbendo risorse ben più consistenti rispetto al bail-out (salvataggio) da 700 miliardi di dollari pensato in origine dagli Stati Uniti. Secondo le stime dell’analista Barry Ritholtz, fondatore del sito di analisi finanziaria The big picture (11 milioni di visitatori), la Casa Bianca finora ha impegnato nella cura del sistema finanziario oltre 4.600 miliardi di dollari. Una cifra che non ha precedenti nella storia dell’economia: basti pensare che il piano Marshall, attualizzando i costi, si fermò a 115 miliardi di dollari e il New deal di Franklin Delano Roosevelt è stimato in circa 500 miliardi di dollari. L’Italia è rimasta al riparo dai fallimenti delle banche, ma è colpita da credit crunch e recessione.
Debito pubblico e deflazione. Mentre Giulio Tremonti sorveglia la cassa, presenta la social card e spiega che la Robin Hood tax ha dato un gettito di 4 miliardi di euro, il presidente del Consiglio può guardare all’altra faccia della crisi, agli effetti positivi che può produrre. In particolare sul costo del debito pubblico e i consumi.
Come? La diminuzione del tasso ufficiale di “policy” (1 punto nell’ultimo quadrimestre) operata dalla Bce e la diminuzione dei prezzi. Secondo le stime di Angelo Baglioni e Luca Colombo per Lavoce.info, porterà nel 2009 un risparmio netto di circa 4 miliardi di euro. Rispetto alle stime fatte in giugno nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), lo scenario è cambiato radicalmente: in scadenza per il 2009 ci sono titoli di Stato per 280 miliardi di euro e l’onere per interessi sul debito da rinnovare si ridurrà con un risparmio di 3,82 miliardi di euro.
All’effetto positivo sul debito pubblico si accompagna una diminuzione dei prezzi. Nel mese di ottobre in Europa e in Italia i prezzi sono rimasti fermi. Questo fenomeno nel breve-medio periodo sarà un sollievo per i consumatori, che hanno perso potere d’acquisto durante i mesi di decollo verticale dei prezzi delle materie prime.
L’economista Geminello Alvi riconosce entrambi gli elementi, tuttavia giudica “ancora più importante che il governo riesca ad accompagnare i suoi lodevoli inviti all’ottimismo con un’autentica politica di economia sociale di mercato. Qui la concretezza è decisiva perché modifica lo stato d’animo degli italiani, influenzando la tenuta della situazione e il giudizio dei mercati”.
Infrastrutture e casa. Il governo al piano di infrastrutture (Berlusconi ha annunciato che il Cipe darà il semaforo verde a opere per 16,6 miliardi) farà seguire il piano casa. Purtroppo la rinegoziazione dei mutui finora non ha avuto le adesioni sperate (soltanto 30 mila famiglie su 2 milioni di mutui a tasso variabile sottoscritti), anche a causa delle resistenze del settore bancario. Tuttavia, come ha ricordato a fine ottobre il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non raggiungono il 15 per cento” (circa 3 milioni, ndr). Secondo Draghi, inoltre, “la forte crescita dei mutui registrata in questo decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere del debito”.
Il problema casa in Italia dunque riguarda in larga parte non chi ce l’ha e la deve pagare, ma chi non la possiede e la vuole acquistare. Le soglie d’accesso all’acquisto infatti sono altissime, soprattutto nelle grandi città. Il governo sta pensando di costruire, entro il 2013, 100 mila nuovi alloggi grazie a una riforma che prevede la cooperazione di fondi immobiliari pubblici e privati. Il dossier è nelle mani del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e del sottosegretario con la delega alle politiche abitative, Mario Mantovani. “Berlusconi ha compreso che per vent’anni in Italia il problema della casa è stato trascurato” dice Mantovani a Panorama “e ora il governo punta a far diventare questo piano opera strategica di interesse nazionale”.

Così il presidente del Consiglio tornerà alla sue origini di costruttore, indosserà il casco da capocantiere e… prenderà l’elicottero.Vuole infatti individuare dall’alto le aree dove costruire nuovi quartieri. “Berlusconi vuole sorvolare le città: lui ha sempre costruito così i suoi centri residenziali. Non c’è strumento migliore per individuare le zone dove sviluppare un nuovo aggregato urbano” racconta Mantovani. “Abbiamo visto le periferie che cosa sono, rattristano e accumulano disagio sociale. Grandi agglomerati senza collegamenti e servizi, non armonici, e quindi abbiamo Quarto Oggiaro a Milano e il Corviale a Roma e lo Zen a Palermo e Scampia a Napoli. Berlusconi pensa alle 100 città, vuole andare incontro alla grande richiesta di abitazioni. Vuole acqua, verde, rispetto della natura, abitazioni basse, contenimento energetico e domotica”.
Per avviare il piano il governo deve sbaraccare l’attuale sistema di edilizia popolare, vendere il patrimonio pubblico, trovare un accordo con le regioni e coinvolgere i privati. A regime, secondo Mantovani, “il fondo potrebbe superare il miliardo di euro”. Dove costruire? Ovviamente dove c’è più richiesta, nelle aree metropolitane. A metà dicembre si terrà un incontro con le regioni, nel frattempo il governo lavora alla costituzione di una commissione di esperti, della quale faranno parte gli architetti del Politecnico di Milano Luigi Chiara e Paolo Caputo.
La palla, come si vede, non la gioca solo il governo. Se gli enti locali accettano la scommessa si apre una partita di notevole dimensione. In caso contrario l’Italia resterà ferma all’edilizia impopolare.

Italiani in fuga dai mutui. E a farli fuggire è la crisi.
Pagare la rata crea difficoltà serie all’ 84% degli italiani, tanto che per il 2009, un’ampia fetta del 64% esclude categoricamente di accendere nuovi mutui e solo l’8% si dichiara invece pronto a farlo. Ma già quest’anno la rinuncia a rate, prestiti e mutui è forte e ha riguardato il 50% degli intervistati. Lo rivela un sondaggio Confesercenti-Swg (qui il documento in Word), secondo il quale ogni mese in media esce dalle tasche delle famiglie 478 euro, ma per il 23% degli intervistati la spesa lievita tra 500 e 1.000 euro, mentre un altro 10% sborsa fra i 1.000 e i 2.000 euro.
Salato il tasso che emerge dal sondaggio: attorno al 7% quello medio, ma per un italiano su 4 sale fra l’8% e il 20%. Ma quante volte ricorrono gli italiani alle varie forme di prestito ? In media circa tre volte negli ultimi 3 anni, ma c’è anche un 7% che vi ha fatto ricorso più di 5 volte. Due le motivazioni principali: il 57% intendeva ridurre l’impatto del pagamento; un altro 41% non era in possesso dell’intera cifra.
La “regina” dei desideri per i quali si ricorre ai prestiti è la casa (ristrutturazioni o acquisto di prima o seconda casa). Subito dopo viene l’auto. A seguire si rateizzano più frequentemente le spese per elettrodomestici e mobili, computer e altri prodotti tecnologici. Ma c’è anche un 6% che si indebita per cerimonie e un 2% per regalare o regalarsi un gioiello.
Per far fronte al mutuo o al prestito, le famiglie riorganizzano i bilanci e per prima cosa tagliano le risorse per le vacanze (il 21%), quindi il tempo libero (20%). Ma è anche il guardaroba a rimetterci: notevole è infatti la rinuncia a comprare nuovi capi di abbigliamento o scarpe: lo fa il 17% degli intervistati. Infine, il 9% impugna le ‘forbicì e rifila tutte le voci del proprio bilancio.
Fino ad oggi i risparmiatori italiani intervistati ritengono di aver perso quasi il 17% in termini di rendimento dei propri investimenti fatti.
Ma la maggioranza delle “formiche” italiane ha suddiviso i suoi risparmi in conti correnti (22%), in fondi ( 17%), in Bot ed altri titoli di Stato (15%). Solo un 10% si è indirizzato verso le azioni, mentre un 2% ha riscoperto il materasso e tiene i soldi in casa.
Questo 2% è destinato a salire di un punto nei prossimi mesi che saranno dominati - stando alle risposte date al sondaggio - dalla preferenza dei risparmiatori verso i titoli di Stato. Poi vengono gli immobili e i conti correnti bancari. Solo un altro 2% si farà abbagliare dal colore dell’oro. Ma la prudenza degli investitori emerge anche da un’altra percentuale: quella di chi non modificherà i propri investimenti e che si aggira attorno all’11%.
di Angelo Pergolini
Ha trascorso l’estate veleggiando nelle acque delle Antille olandesi. Ma le tempeste più dure Francesco Micheli, finanziere di lungo corso, le ha incrociate quando è rientrato nella sua casa di Milano affacciata sul Castello Sforzesco. Prima quella dell’Alitalia (Micheli sta entrando nella cordata guidata da Roberto Colaninno). Poi quella dei mercati finanziari, innescata un anno fa dalla crisi dei mutui americani ed esplosa ora in maniera devastante. È proprio per parlare di questa sorta di tsunami, che sta sconvolgendo borse ed economia mondiali, che Micheli ha accettato di incontrare Panorama per una lunga chiacchierata.
Molti osservatori hanno paragonato la crisi attuale a quella che nel 1929 innescò la Grande depressione. Per Micheli però il paragone non regge: “La mia generazione è cresciuta con tre incubi: la terza guerra mondiale, la bomba atomica e il ‘29. Ma quella di oggi è una crisi ancora più grande, anche se gli effetti sono meno dirompenti, per i cittadini americani e del mondo, rispetto a 80 anni fa. Charlie Chaplin oggi non avrebbe stimoli per riscrivere Monsieur Verdoux”.
Il cortocircuito che ha portato all’esplodere della tempesta ha una causa precisa, sostiene il finanziere: “Da una quindicina di anni si è impedito che questa crisi scoppiasse applicando all’economia sempre più ammalata un vero e proprio accanimento terapeutico, aggravando e ingigantendo il malanno del paziente, pur di tenerlo in vita”. È stata la politica seguita da Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal reserve… “Certo” osserva Micheli “Greenspan era considerato un “resuscettologo“ perché con tempestive iniezioni di liquidità riusciva a impedire il collasso: ma l’atterraggio morbido ha avvelenato i pozzi. E ha ingenerato, anche a livello politico, un’aspettativa molto simile alla famosa battuta di John Maynard Keynes sulla necessità di prevedere i comportamenti dei giocatori di borsa per decidere come operare con successo, al di là dei parametri fondamentali delle aziende quotate. Di fatto si tratta di una “self fullfilling prophecy” (una profezia che si autorealizza, ndr) che ha spinto a esportare anche nel resto del mondo comportamenti e prodotti finanziari indecenti, con il sostegno di teorie molto ben congegnate ma fondate su un’attesa di crescita economica tendente all’infinito”.
Ora negli Usa, dopo avere salvato Fannie & Freddie per evitare la catastrofe del settore immobiliare, e la compagnia di assicurazioni Aig che è la più grande e ramificata del mondo, si sta combattendo una lotta politica per gettare sul piatto altri 700 miliardi di dollari nel tentativo di scongiurare il fallimento a catena del sistema creditizio. Mossa saggia? “Dalla Grande depressione si venne fuori inventando un nuovo modello capitalistico, il New deal, grazie alla decisione di mettere intorno a un tavolo le migliori teste economiche dell’epoca. Il presidente Franklin Delano Roosevelt si prese anche l’accusa di filocomunismo, perché qualcuno di quegli economisti aveva troppa indulgenza verso il modello socialista. Ma quel progetto ha retto una settantina d’anni, ha reso grande l’America e ha anche sconfitto il comunismo. Negli ultimi vent’anni però non c’è stata la capacità di reinventarsi. I provvedimenti oggi in discussione sono una scelta da pronto soccorso, non un nuovo modello capitalistico”.
Potrebbero funzionare? “In prima battuta certamente sì. Tuttavia le conseguenze di un così forte aumento della base monetaria sarebbero molto gravi per l’economia americana e per il resto del mondo”. In che senso? “Indebolirebbero fortemente il dollaro, vi sarebbe un temporaneo rilancio interno dei consumi ma anche, necessariamente, una forte stretta fiscale. Aggiungo che lascia perplessi constatare che proprio coloro che hanno permesso che questa enorme bolla monetaria si gonfiasse sono gli stessi che oggi intervengono per sanarla. E saranno probabilmente gli stessi che consiglieranno il futuro presidente degli Stati Uniti. La vera domanda è: il governo americano come finanzierà questi megainterventi, con un rapporto fra debito e prodotto lordo peggiore di quello italiano?”.
Ora la crisi ha raggiunto l’Europa. “Gli Stati Uniti, fin dai tempi della guerra di Corea, scaricano sul resto del mondo un onere rilevante, anche perché il resto del mondo lo accetta continuando a investire in dollari”. Si è anche detto che questa crisi comporta la fine di un mondo. È così? “Sì. E auguriamoci soprattutto che questa sia la fine di quel mondo avido e ingordo che ha consentito a troppi manager di realizzare guadagni eccezionali attraverso stock option e bonus da loro stessi inventati, legati a risultati illusori senza sopportare il rischio dell’imprenditore, con la complicità di organi di controllo e di revisori da loro scelti e incaricati, col sostegno di consiglieri d’amministrazione indipendenti da loro indicati ed eletti. Una smisurata crescita di potere e di autoreferenzialità”.
Il finanziere Francesco Micheli in barca
Il finanziere Francesco Micheli in testa all’albero del suo veliero
Oltre che un esperto finanziere, Micheli è anche un raffinato melomane.
Che colonna sonora sceglierebbe per il film di questa crisi? “Lei si aspetta certo un Dies irae. No, meglio, parafrasando Bach, auspicare un mercato ben temperato”.

Hanno paura che la loro carta di credito possa essere clonata, eppure gli italiani non adottano contromisure efficaci. Quella di frodi, inganni e raggiri perpetrati attraverso bancomat o carte di pagamento è infatti una paura assai generalizzata. A fronte della quale però, gli italiani, per pigrizia o distrazione, o a causa di una scarsa (o nulla) dimestichezza con la tecnologia, fanno fatica ad adottare misure efficaci.
Infatti, solo poco più del 30% utilizza il servizio SMS di notifica degli acquisti effettuati con carte di credito e una percentuale ancora più bassa, 13,7% ha attivato software per effettuare in sicurezza acquisti su internet. Questi dati sono stati resi noti durante la tavola rotonda organizzata da CPP Italia, divisione della multinazionale inglese specializzata nella tutela delle carte di pagamento, per discutere i risultati di una ricerca commissionata a Rissc sulla sicurezza degli strumenti di pagamento elettronico. Le interviste del campione prescelto sono state condotte a Roma, Milano, Padova e Napoli.
“I risultati di questa ricerca” commenta Walter Bruschi, country manager di CPP Italia, che nel nostro paese assicura oltre 3 milioni di carte di pagamento “mettono in evidenza un netto contrasto tra l’elevato livello di ‘attenzione’ dichiarato dagli intervistati e i loro comportamenti concreti, viziati forse da un’eccessiva pigrizia o da una scarsa dimestichezza con la tecnologia. C’e’ una tendenza generalizzata ad attribuire questi fenomeni alla sfortuna o al caso ma in realta’ le cose non stanno proprio cosi”.
La maggioranza di chi ha risposto, rispetto ai servizi più evoluti di tutela dalle frodi (SMS, antivirus, VerifidebyVisa, MastercardSecureCodeà), preferisce i metodi semplici e poco impegnativi, ma purtroppo non sempre sufficienti a prevenire le truffe. Meno del 40% del campione controlla gli estratti conto della banca, il 65,1% cerca di tutelarsi apponendo la propria firma sul retro della carta, mentre il 61,1% segue con attenzione la fase di pagamento, il momento in cui la carta viene passata nello skimmer per l’addebito della spesa.
Un’elevata percentuale degli intervistati (58,3%) taglia in due o più parti la carta di credito una volta che questa è scaduta. L’84% non conosce, però, a memoria il numero di telefono per bloccare la propria plastic card, in caso di furto o smarrimento.
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Non fare mai il passo più lungo della gamba. Non lasciarsi influenzare dall’andamento giornaliero dei tassi. Non confidare su potenziali aumenti del proprio reddito. Pretendere la trasparenza e contrattare con la banca le condizioni migliori: è un diritto garantito dalla legge.
Prima di decidere con chi contrarre il mutuo confrontare il maggior numero di proposte possibili. Occhio agli interessi moratori e al costo dell’assicurazione sull’immobile. Meglio il tasso fisso per chi vuole avere certezza dei propri impegni economici e quello variabile per chi ha un reddito medio alto e non rischia insolvenze nel caso di aumento del costo delle rate. Ecco cosa bisogna assolutamente sapere secondo l’associazione dei consumatori Adiconsum e il mensile GuidaMutui, prima di addentrarsi nella giungla dei prestiti per l’acquisto di una casa.
Perché dopo la mancata applicazione della portabilità prevista dal decreto Bersani, la crisi Usa e l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse, la scelta del mutuo è diventata sempre più difficile. Per questo Adiconsum e GuidaMutui hanno messo a punto un vademecum che verrà presentato domani a Roma. “Da un lato - spiega Fabio Picciolini, segretario nazionale Adiconsum - cerchiamo di dare consigli diversi da quelli “interessati” delle agenzie e dall’altro vorremmo aiutare i consumatori a fare una scelta compatibile con il proprio bilancio familiare”.
Per chi invece ha già un mutuo, Adiconsum annuncia importanti novità. “Il decreto Bersani - aggiunge Picciolini - prevedeva la portabilità del mutuo a costo zero. Le banche, grazie ad alcuni escamotage, sono riuscite a non adeguarsi e a farne le spese sono stati come sempre i consumatori”. Oggi per cambiare banca bisogna prima estinguere il vecchio mutuo (con tutte le spese che ne derivano) e poi affrontare una seconda volta i costi di un nuovo contratto.
Per “saltare” i numerosi ostacoli burocratici, Adiconsum sta contrattando con dieci importanti istituti di credito (tra cui Monte dei Paschi di Siena, Bnl, Unicredit e Intesa San Paolo) la possibilità per gli utenti di rinegoziare il mutuo a costo zero senza cambiare banca. “Ci sono due modi- conclude Picciolini -. Uno è l’allungamento della durata del mutuo, l’altro consiste nell’ulteriore abbassamento dello spread, che soprattutto nel caso di mutui vecchi è ormai fuori mercato”. E proprio quest’ultima ipotesi sembra aver raccolto il maggiore consenso. Le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile negli anni passati dovrebbero essere le prime a godere, secondo Adiconsum, dell’accordo con le banche.
Il VIDEO servizio:

È l’Unicredit, con quasi 4 miliardi di euro (3,780 per la precisione), la principale erogatrice di mutui alle famiglie, secondo i dati elaborati dall’Osservatorio Assofin per i primi sei mesi del 2007.
L’Unicredit supera, in questa speciale classifica, l’ex Sanpaolo-Imi (2,8 miliardi) e precede un’altra banca generalista, il Monte dei Paschi, e una specializzata in questo comparto, la Banca per la Casa che fa sempre parte del gruppo Unicredito. Dall’Osservatorio arrivano anche dati interessanti soprattutto sulle tendenze del mercato, che si conferma in deciso rallentamento.
Se nei primi mesi del 2006 l’aumento dei volumi erogati era stato del 21,1 per cento, quest’anno ci si è fermati al 6,8 per cento. Lo stesso vale per il numero dei contratti stipulati, che erano cresciuti del 9,8 per cento lo scorso anno e che nel primo semestre 2007 sono cresciuti solo del 3,6 per cento. Un dato che conferma come la domanda di acquisto di immobili sia calata, soprattutto come forma di investimento.
L’aumento dei tassi e la crisi dei prodotti subprime ha poi modificato radicalmente le scelte degli italiani: se fino al 2006 il tasso variabile era la formula preferita, nel primo semestre 2007 oltre la metà dei contratti è stata stipulata con tassi fissi, per un importo medio di 125 mila euro ciascuno (la gran parte dei finanziamenti è compresa fra i 100 e i 200 mila euro) e con una netta tendenza ad aumentare il periodo di pagamento, che ormai è, per il 41 per cento dei mutui, superiore ai 25 anni.
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di Guido Fontanelli
Sembra incredibile, ma all’inizio del Terzo millennio gli italiani desiderano ancora lavorare in un ente pubblico. Lo preferiscono, seppur di poco, alla grande azienda. E di gran lunga alla banca. La ragione? Banale: la scrivania in un ministero, in un municipio o in una scuola offre sicurezza. Un bene evidentemente sempre più raro, in tempi di turboeconomia. Che oscura l’altra faccia della medaglia, il minor prestigio e lo stipendio più magro rispetto ad altre occupazioni nel privato.
L’istantanea sulle aspirazioni lavorative degli italiani è stata scattata da un sondaggio (qui il documento integrale) che Panorama ha commissionato all’unità indagini demoscopiche della Camera di commercio di Milano. Sono stati intervistati 840 residenti a Milano, Roma e Napoli di età compresa tra 18 e 54 anni. Con una leggera prevalenza di donne. L’obiettivo dell’indagine era di delineare la tipologia di lavoro che oggi viene preferita dagli italiani, di scoprire le ragioni di questa scelta e di analizzare le differenze fra le tre grandi città del Nord, del Centro e del Sud.
Se dunque in media il 34 per cento degli intervistati desidererebbe lavorare in un ente pubblico (contro il 33 che ha indicato una grande azienda e il 18,6 una banca), il quadro cambia nelle singole città. A Milano vince l’impresa, con il 35 per cento dei consensi contro il 27 per cento riservato all’ente pubblico. A Roma, invece, grande azienda ed ente pubblico più o meno si equivalgono. E a Napoli stravince il posto pubblico, con il 41,6 per cento dei gradimenti.
Ma quali sono i vantaggi che, secondo gli italiani, offrono i diversi posti di lavoro? All’ente pubblico viene ovviamente attribuita la sicurezza, un pregio riconosciuto dal 58,2 per cento del campione. La grande azienda invece garantirebbe qualità del lavoro, poi sicurezza, poi buona retribuzione. L’assunzione in banca, infine, viene vista come un’ottima opportunità per lo stipendio, ma con sicurezza e qualità del lavoro più basse rispetto ai due “concorrenti”.
E qui i banchieri dovrebbero riflettere sulla caduta verticale di fascino che gli istituti di credito esercitano sul pubblico. Nel 1996 Panorama condusse un analogo sondaggio per scoprire dove volevano lavorare gli italiani: quelli che rispondevano “molto” alla domanda “Le piacerebbe lavorare in banca?” erano il 45 per cento, mentre ora sono solo il 17,6. Probabilmente influiscono le notizie sulle ristrutturazioni e sui tagli al personale nelle grandi aziende del credito, che non consentono più di identificare la banca come un posto di lavoro stabile.
L’indagine fornisce un quadro complessivamente molto tradizionale, se non antiquato, sui sogni lavorativi di molti italiani, che sembrano guardare più al passato che al futuro, che non considerano il lavoro come sfida e occasione di accrescimento ma come puro mezzo per incassare uno stipendio, piccolo ma sicuro. Del resto, una certa sfiducia nei riguardi del mondo del lavoro traspare dalle risposte a una domanda sui principali ostacoli che impediscono di lavorare bene in Italia.
In media la burocrazia e il nepotismo vengono indicati al primo posto: la burocrazia soprattutto da milanesi e romani, mentre i napoletani considerano il nepotismo e “il fatto che ottiene riconoscimenti solo chi lavora per amicizia e raccomandazione” il principale problema nei posti di lavoro.
Fra le altre cause di difficoltà, il campione cataloga la poca voglia di sgobbare, l’eccessiva flessibilità del mercato del lavoro per i giovani, lo scarso entusiasmo.
Agli intervistati è stato anche chiesto di indicare in quali aziende, enti pubblici e banche vorrebbero andare a lavorare. A Milano, capitale della moda, l’azienda privata più indicata è la Luxottica (che però ha sede in Veneto), mentre a Roma e a Napoli è la Mediaset.
L’azienda a partecipazione pubblica più gettonata nelle tre città è invece l’Eni. Tra gli enti pubblici, l’unica indicazione a prevalere è quella dei ministeri in generale. Infine, tra le banche, la preferita è l’Intesa Sanpaolo seguita dal’Unicredito.
Che cosa è cambiato in dieci anni? Abbastanza: nel 1996 la Fiat era l’azienda privata preferita (seguita dalla Fininvest, che controlla la Mediaset), l’Enel tra le imprese a partecipazione pubblica, la Cariplo (ora dentro Intesa Sanpaolo) tra le banche e le Poste fra gli enti pubblici.