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World Economic Forum 2010 a Davos (Ansa)
C’è una relazione tra le dimensioni di una banca e il crack della finanza? Secondo il team del presidente Usa, Barack Obama, questa connessione c’è, tant’è che ha varato un piano anti-crisi (accolto dal Financial stability board) che prevede, appunto, strumenti per ridimensionare le grandi banche e limitare le attività di trading, evitando così che ci siano istituti finanziari talmente grandi da “non fallire” e che, forti delle loro dimensioni, non si preoccupino di un’eccessiva spericolatezza negli investimenti. Non tutti però sono d’accordo. E la discussione infiamma il World Economic Forum 2010, in programma in questi giorni a Davos (Svizzera). Possiamo riassumere tre punti di vista. Continua
L’ora della riscossione. Barack Obama presenta il conto ai “colpevoli” della grande crisi, ma il pagamento è tutt’altro che assicurato. Il presidente Usa si è lanciato in un’altra battaglia dall’esito incerto. Ma ha dalla sua, anche grazie ai toni populistici usati, gran parte degli americani. Continua

Credits: LaPresse
Entro i prossimi dieci anni il mondo della finanza europeo potrebbe parlare spagnolo. Infatti, fra gli istituti di credito usciti vincitori dalla crisi che ha attanagliato l’economia negli ultimi mesi si deve sicuramente annoverare il Gruppo Santander. Continua

Giù le mani dai consumatori. Questo il monito che il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, lancia alle banche, perchè facciano passi avanti verso una trasparenza “compromessa” da contratti incomprensibili; al Parlamento, perchè si blocchi “lo stillicidio” di norme che “restaurano l’equilibrio del passato”; alle imprese, perchè “i costi della crisi non siano riversati sui consumatori” anche attraverso un pericoloso ritorno al protezionismo.
Nella sua relazione annuale al Parlamento, Catricalà mette al primo posto l’attenzione e la tutela dei consumatori, esposti oggi a rischi che arrivano da diverse direzioni. E richiama le banche a fare “ulteriori passi in avanti sulla strada della trasparenza, intrapresa solo ora con timidezza”. Perché la reputazione degli istituti di credito “oggi sembra compromessa più che in altri periodi”, anche a causa di “prassi contrattuali spesso troppo articolate e difficilmente comprensibili da parte dei risparmiatori”.
L’Abi invece rivendica passi in avanti sulla trasparenza “non timidi, ma molto coraggiosi”, anche se, ammette il presidente Faissola, “purtroppo la nostra reputazione, soprattutto per motivi mediatici, non è al massimo”.
Un richiamo forte arriva anche al Parlamento: “Va scoraggiato” ha spiegato il Garante “lo stillicidio di iniziative volte a restaurare gli equilibri del passato” e ridurre la spinta delle liberalizzazioni. Catricalà punta il dito contro le norme che riguardano l’abolizione delle parafarmacie (in 3 anni ne sono state aperte circa 3.000 con sconti su alcuni farmaci superiori al 22%), l’abrogazione della facoltà di recesso annuale nei contratti assicurativi e la cancellazione dei tetti antitrust per l’importazione di gas. In questo caso, Catricalà torna a proporre un tetto flessibile, che tenga conto dell’evoluzione futura del mercato italiano, ma l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ribadisce che “in nessun paese d’Europa ci sono tetti antitrust”.
Attenzione anche al ritorno del protezionismo, i cui venti soffiano forti in Europa e rischiano di pesare sulla ripresa: è per questo, avverte Catricalà, che “occorre vigilare affinchè i costi della crisi non siano riversati sui consumatori”.
Proprio in quest’ottica, l’Antitrust esprime preoccupazione per la scarsa considerazione che trova lo strumento della class action, anche per colpa degli interessi di pochi gruppi. E se il rinvio dell’entrata in vigore era stato visto dallo stesso Catricalà come un modo per “migliorarla, la soluzione che oggi si profila sembra di segno contrario”. L’Antitrust rivendica un ruolo maggiore nell’ambito di questo istituto, così come in quello della legge sul conflitto di interessi che al momento è “macchinosa”, limitando di fatto l’intervento dell’Autorità alla presenza di “un atto di governo”.
Commenti positivi sono arrivati dalle associazioni dei consumatori: se Adusbef e Federconsumatori vogliono più poteri per l’Antitrust, l’Adiconsum chiede che, insieme al pagamento delle sanzioni (pari a 82 milioni di euro dall’inizio del 2008), i colpevoli di infrazioni vengano obbligati al risarcimento dei consumatori penalizzati.
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Si è suicidato pur di non mandare in cassa integrazione i suoi dipendenti. Un ingegnere e dirigente d’azienda della provincia di Treviso, Stefano Grollo, 43 anni, si è ucciso giovedì gettandosi contro un convoglio ferroviario in viaggio verso Venezia, all’altezza di Castello di Godego (Treviso). L’ingegnere era da poco più di un anno responsabile della produzione di una ditta che produce macchine per la lavorazione del marmo, in procinto di avviare un’operazione di cassa integrazione per una parte dei suoi 120 dipendenti, e da alcuni tempi era incaricato di mantenere le relazioni con le organizzazioni sindacali. Tra le cause del gesto, ancora al vaglio degli investigatori della polizia ferroviaria, la preoccupazione di dover comunicare ai dipendenti la situazione di crisi dell’azienda e il ricorso alla cassa integrazione. È il secondo caso che accade in pochi giorni in Veneto, sempre in provincia di Treviso.
Martedì, infatti, si è ucciso un piccolo imprenditore di 58 anni, Valter Ongaro, titolare di un’azienda di verniciatura in forte difficoltà finanziaria a causa della crisi. I familiari, all’ora di cena, lo hanno trovato impiccato all’interno della sua ditta a Fontanelle, un paese in provincia di Treviso: era ossessionato da mesi dall’idea che la crisi lo costringesse a dover lasciare a casa alcuni dei suoi otto dipendenti. “Per Valter l’azienda era tutto. I suoi dipendenti erano come la sua famiglia”, ha raccontato una signora di Fontanelle che lo conosceva bene a Il Gazzettino.
Crisi produttiva, che dallo scorso autunno ha colpito il nostro paese, facendo scricchiolare anche la locomotiva d’Italia, costretta da mesi ad arrancare. Mancano gli ordini e i ritardi nei pagamenti delle commesse, denunciano le associazioni di categoria, sono talmente dilatati da togliere tutto l’ossigeno alle imprese che, il più delle volte, per sopravvivere sono costrette a ridurre il personale e ad accumulare debiti. E non tutti gli imprenditori e manager reggono allo stress. Una sofferenza, quella di vedere la propria azienda fallire, che lo scorso 13 ottobre, unita a una depressione per motivi familiari, aveva gettato nel baratro un imprenditore edile padovano di 60 anni, che si è poi ucciso con un colpo di pistola al petto. Era preoccupato che qualcuno, con cui aveva contratto debiti, potesse far del male ai suoi cari.
Depressione legata alla crisi della sua azienda che ha spinto il 16 maggio un imprenditore di 49 anni della provincia di Bologna, da anni alla prese con problemi legali ed economici, a tentare il suicidio, ingerendo una dose di barbiturici in auto. È stato trovato nell’Appennino del Mugello e salvato dai carabinieri, che ha poi ringraziato con un sms: “Siete degli angeli”.
Estate 2007: mentre in America squillavano i primi campanelli d’allarme, le prime banche cadevano come pere cotte e il mondo si stava avviando verso la peggiore recessione economica dal 1929, sui maggiori organi d’informazione italiani le migliori menti economiche spandevano ottimismo a piene mani.
“Non ci sarà nessuna crisi come quella del ’29″, “sono solo dei bla-bla”, “non succederà nulla di disastroso”, “in questa crisi c’è da avere paura della paura”: sono solo alcune delle previsioni pubblicate fra il 2007 e il gennaio 2009.
Dunque i maggiori economisti italiani non solo non hanno previsto la crisi, ma l’hanno negata fino a quando è stato possibile e, alla fine, dovendo ammetterne l’esistenza, hanno dato ricette assai discutibili su come uscirne.
In un saggio appena pubblicato, Bluff (Orme editore), chi scrive ha raccolto stralci di dichiarazioni, interviste, editoriali dei maggiori economisti italiani comparsi sui più venduti quotidiani. Ciò che si legge è una sequela di errori di valutazione e previsioni sbagliate. Tanto da far pensare che il grande economista John Kenneth Galbraith avesse ragione, quando diceva che “la sola funzione delle previsioni in campo economico è rendere l’astrologia una disciplina più rispettabile”.
Come si spiega questa incapacità di interpretare i segnali che provenivano dalla realtà? Roberto Perotti, docente alla Bocconi, sostiene che gli economisti “sono stati presi alla sprovvista” e non conoscevano “importanti dettagli tecnici”. Il politologo Giovanni Sartori sostiene la tesi che gli esperti abbiano partecipato alla “pappatoria”. Il ministro dell’Economia parla di “inutilità” della scienza economica quando si tratta di previsioni.
Un’altra spiegazione, sostenuta dall’ex presidente della Consob Luigi Spaventa, è che all’irrazionale esuberanza dei mercati di cui si lamentava l’ex governatore della Federal Reserve Alan Greenspan (ma che lui stesso aveva innescato inondando il mercato di denaro a basso costo) gli economisti italiani abbiano risposto con un irrazionale innamoramento per teorie economiche che, alla prova dei fatti, si sono rivelate inadeguate.
Per semplificare: sono le teorie nate dalla visione tutta monetarista e iperliberista di Milton Friedman e della scuola di Chicago, secondo la quale si può arrivare a una sorta di perfezione dei mercati a patto che tutti gli attori che vi prendono parte si comportino in maniera razionale. Cosa che, evidentemente, non è possibile.
La tesi di Bluff (e nel libro ci sono le prove) è che molti economisti si siano innamorati perdutamente di un mantra dell’economia liberista e monetarista, quello della diversificazione del rischio. Ovvero: i derivati finanziari sono utili e vanno incentivati, non solo perché rappresentano il miglior prodotto dell’innovazione finanziaria (i derivati sono debiti geneticamente modificati), ma perché hanno permesso alle banche di svincolarsi dal rischio che i debitori non pagassero le rate dei prestiti concessi.
Come sia finita lo abbiamo visto: proprio i derivati, insieme con i mutui subprime (prestiti concessi ai debitori meno affidabili), sono stati all’origine della crisi mondiale. Peccato che i maggiori economisti italiani non se ne siano accorti. Perché? Perché questa realtà confliggeva con la teoria; e anziché rinnegare la teoria hanno rinnegato la realtà smentendo per mesi, fino alla primavera del 2008, che il mondo si stesse avviando verso la crisi.
Peggio: hanno dato ricette sbagliate. Che i politici per fortuna non hanno seguito. La stragrande maggioranza degli esperti ha infatti sostenuto la necessità di lasciar fallire tutte le banche insolventi, così come fu deciso per la Lehman Brothers, per restare fedeli al dogma schumpeteriano della forza distruttrice e creatrice del mercato, che funziona a livello di singola azienda ma fallisce quando la crisi è di sistema.
Se George W. Bush prima e Barack Obama poi avessero seguito questi consigli, il sistema bancario mondiale avrebbe da tempo trascinato l’intera economia mondiale in un caos tale che la recessione che stiamo attraversando assomiglierebbe a una passeggiata.
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Nuovamente in rialzo il costo della crisi finanziaria. E la stima viene dal Fondo Monetario Internazionale: le svalutazioni, entro il 2010, afferma nel Global Financial Stability Report: “potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche”. A tanto cioè arriverà a costare la crisi finanziaria global alle sole economie avanzate.
Il collasso del settore creditizio (credit crunch) sarà “profondo e di lunga durata”, la crisi si è estesa a famiglie e imprese e anche se a livello mondiale sono state lanciate contromisure “che non hanno precedenti”, l’istituzione avverte che “la stabilizzazione del sistema finanziario richiederà ulteriori azioni politiche”. Con questo rapporto ogni anno l’Fmi passa in rassegna la situazione e tutte le criticità del sistema finanziario globale.
L’aspetto più atteso era proprio quello sulle svalutazioni, oggetto di anticipazioni di stampa che ora trovato riscontro nei dati effettivamente pubblicati. Sono contenuti nel primo capitolo e l’ammontare totale delle svalutazioni stimate sale a quasi 4.100 miliardi di dollari; se la maggior parte di queste svalutazioni ricadono su titoli originati negli Stati Uniti, l’epicentro della crisi, ora l’Fmi stima che ben 1.193 miliardi riguardino titoli Europei.
Per dare un’idea della velocità e dell’ampiezza con cui si sono aggravate queste stime, basta guardare alla componente sugli asset statunitensi. Oggi l’Fmi stima svalutazioni per 2.712 miliardi di dollari su un ammontare totale di titoli da 26.554 miliardi. Solo lo scorso gennaio, in un aggiornamento delle sue previsioni, indicava invece svalutazioni per 2.200 miliardi, e nell’ottobre precedente 1.400 miliardi.
“In base alle nostre stime” scrivono i tecnici dell’Fmi “a riflesso delle perduranti pressioni nei mercati del credito le istituzioni finanziarie globali e altri detentori (di questi titoli) potrebbero fronteggiare svalutazioni più ampie”.
Le svalutazioni previste per l’Europa riguardano un ammontare totale di titoli indicato a 23.807 miliardi di dollari, mentre altri 131 miliardi di svalutazioni sono su titoli originati in Giappone il cui ammontare totale è di 6.569 miliardi. E sono proprio i nuovi dati su Europa e Giappone a far salire drammaticamente la previsione totale, perché in precedenza l’Fmi non indicava svalutazioni su titoli originati da queste due aree economiche. L’ammontare totale dei titoli oggetto di revisioni peggiorative è pari a 57.719 miliardi di dollari e la cifra esatta delle svalutazioni previste è di 4.054 miliardi.
A causa della crisi finanziaria, il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121% con un incremento di 15 punti percentuali dal 106% del 2008. Il Fondo Monetario Internazionale precisa che i costi per la stabilizzazione finanziaria sono risultati pari allo 0,9% del pil. I dati sul debito sono tratti dal World Economic Outlook dell’aprile 2008, mentre le stime sui costi provengono dal dipartimento degli Affari fiscali del Fmi. Il deterioramento dei conti pubblici non è comunque un fenomeno limitato: in Germania il debito 2010 si attesterà all’87% con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227%, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti al 98%. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80%.
Tre le “priorità” identificate dal Fondo: assicurare che il sistema bancario abbia accesso alla liquidità necessaria, identificare e risolvere la questione degli asset tossici, ricapitalizzare le banche indebolite ma ancora vitali e decidere rapidamente cosa fare di quelle ormai allo stremo. Con l’avvertenza che, “data la natura globale della crisi”, gli effetti delle politiche nazionali potranno avere pieno successo “soltanto se realizzate in modo coordinato tra tutti i Paesi coinvolti”.
Soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa dell’Est, già duramente colpita dalla crisi, rischia infatti di contagiare tutta la “vecchia” Europa: le forti interconnessioni finanziarie esistenti fra le due aree aumentano il pericolo di un “un ciclo vizioso avverso» all’interno di tutta l’Europa spiega ancora l’Fmi, secondo il quale “i collegamenti” fra Est e Ovest “creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi”. La maggior parte delle economie emergenti europee, conclude l’Fmi, sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.

Niente code agli sportelli o moduli da compilare: per accedere al conto corrente online basta sedersi davanti al computer di casa. E lo fa un europeo su tre ogni mese, secondo l’stituto di ricerca comScore.
A richiamare il maggior numero di persone su internet è il francese Credit Agricole con 9 milioni di contatti, seguito da due istituti di credito conglesi: la Lloyd e la Royal Bank of Scotland, recentemente coinvolta nella bolla dei mutui subprime.
E l’Italia? Unicredit è la dodicesima banca nella classifica delle più visitate su internet e la prima fra le italiane. I meno convinti sono i russi: soltanto il 5 per cento si è affacciato agli sportelli virtuali. Ma è anche vero che all’ombra del Cremlino fiorisce l’attività di pirati informatici in grado di alleggerire i portafogli (non solo virtuali) dei correntisti.Alla vetrina del web guardano con interesse anche le banche musulmane del Golfo Persico, punto di riferimento per i fedeli islamici nel mondo: secondo stime recenti potrebbero contare entro il 2010 su assets fino a mille miliardi di dollari.
Un’espansione verso Occidente in questo momento potrebbe essere troppo costosa: l’alternativa di potenziare i servizi su internet, invece, permetterebbe di contenere i costi e di sviluppare punti di riferimento per le comunità di emigrati. All’orizzonte cresce il fenomeno del mobile banking, l’accesso al conto corrente da telefonino: nel 2006 gli utenti erano cento milioni nel mondo. Una tendenza che si diffonde soprattutto nei paesi emergenti in Africa e Asia con protagonisti ignoti al pubblico occidentale (G-Cash e Smart Money nelle Filippine, Wizzit in Sudafrica, M-Pesa in Kenya) che, però, riducono la carenza di sportelli nelle aree rurali con chioschi locali che funzionano come servizi di money transfer.

Gli avvocati genovesi Eugenio Picedi Benettini, Emanuela Faedi e Federica Marchese di Assorisp
Sono il terrore delle banche. Un manipolo di otto studi legali specializzati ha recuperato nell’ultimo decennio 637,5 milioni di euro: una bella somma, che le banche italiane sono state costrette a restituire ai risparmiatori. Questi avvocati, che hanno raccontato a Panorama le loro storie di giustizia resa ai clienti tosati, sono riusciti a ottenere quasi 800 sentenze favorevoli: 794, per l’esattezza. E in altri 20.462 casi si è arrivati a una transazione con la banca che ha preferito accordarsi con l’investitore.
A conti fatti, la cifra recuperata mediamente sfiora i 30 mila euro a testa (29.991 euro). E ce n’è per tutti: con le transazioni sugli investimenti finanziari, ha incassato in media 13.582 euro a testa chi è stato indotto a comprare strumenti finanziari rischiosi, magari spacciati per piani previdenziali. «Per quanto mi riguarda, circa metà delle transazioni sono relative ai prodotti For You e My Way del gruppo Montepaschi» racconta l’avvocato Antonio Tanza di Lecce, vicepresidente nazionale dell’Adusbef (difesa dei consumatori).
Ci sono anche imprenditori che hanno incassato mediamente 495 mila euro ciascuno con le transazioni sui derivati, i complicati prodotti finanziari che secondo le norme dovevano essere proposti solo a «operatori qualificati» e che invece le banche, in testa l’Unicredit, hanno offerto ad altre categorie.
Le ragioni per ottenere un rimborso da parte della banca sono svariate, come si vede nello schema in basso, che suddivide i rimborsi ottenuti tra investimenti finanziari (in particolare bond dell’Argentina, Cirio, Parmalat e così via), interessi eccessivi applicati dalle banche e, appunto, i derivati: il fenomeno più recente e dove si giocano cifre più alte.
Ma per promuovere una causa il gioco, appunto, deve valere la candela. Ovviamente, più la somma da recuperare è ingente, più conviene rivolgersi a un legale. «Certo, è rarissimo che la banca si accolli spontaneamente la perdita» constata il legale mantovano Roberto Vassalle, il primo a ottenere negli anni 90 sentenze favorevoli in Cassazione sull’anatocismo (ovvero il calcolo, da parte della banca, di interessi sugli interessi) e sull’uso di piazza (altro sistema con cui le banche applicavano tassi più alti alla clientela). Da allora la giurisprudenza è costante: sugli interessi eccessivi applicati dalle banche ci sono 409 sentenze favorevoli ai clienti censite dall’inchiesta di Panorama, con un risarcimento medio di 292.327 euro.
Sul fronte degli investimenti lo stesso Vassalle ha ottenuto la prima condanna di una banca, nel 2004, a rimborsare i tango bond argentini. E ora si occupa anche di truffe finanziarie: «Dopo l’iniziativa di un avvocato, secondo la mia esperienza, capita che si chiuda con una transazione. Però se si arriva a sentenza, ed è provata la responsabilità del promotore o del funzionario, la banca perde sempre» sostiene Vassalle.
Quanto costa mediamente un avvocato antibanca? Invocando ragioni di deontologia professionale gli studi legali non forniscono questi dati, né quelli delle somme recuperate. Lo schema sotto è infatti la somma di quanto ottenuto cumulativamente dagli otto avvocati. Per quanto riguarda le parcelle, Panorama stima un costo medio tra 6 mila e 20 mila euro se la causa arriva a sentenza, circa la metà se viene chiusa con una transazione. «La parcella però la paga la banca, perché perde. Io mi faccio versare solo un piccolo anticipo dal cliente» dice Tanza. Il quale mette anche in guardia dai consulenti che a volte chiedono cifre spropositate per le perizie: «Ho visto un conto di 111 mila euro su una causa che ne valeva 126 mila».
Sulla convenienza di andare fino in fondo o tentare un accordo la valutazione è del singolo risparmiatore. Le banche, dovendo affrontare tanti contenziosi, si rivolgono sovente a studi legali esterni, i quali in genere hanno tutto l’interesse a fare la causa fino in fondo, perché in questo modo l’avvocato guadagna di più. Spesso sono invece i legali dei risparmiatori che propongono le transazioni: «Dove avevamo maggiore sicurezza di vincere siamo arrivati alla sentenza, in molti altri casi abbiamo preferito accordarci» sintetizza l’avvocato Federica Marchese di Genova, uno dei legali dell’associazione Assorisp Protection. «In gran parte i nostri clienti sono risparmiatori che avevano investito tra 20 e 100 mila euro: in tutto, a fronte di 15 sentenze, sono state raggiunte circa 120 transazioni».
Per valutare se andare avanti con la causa o chiudere un accordo, bisogna anche tenere conto di come si evolvono gli orientamenti dei magistrati. Per esempio, è interessante la recente sentenza di Cassazione ottenuta dagli avvocati torinesi Michele Curatella e Gino Cavalli (riquadro sotto) che fa seguito a un’altra del 2007, sempre vinta in Cassazione da Cavalli, in cui si ribadisce il principio della responsabilità contrattuale dell’intermediario. In sostanza, secondo i giudici, la banca deve fare di tutto per garantire il cliente; se non lo fa, commette quantomeno un errore, quindi paga.
Perlopiù le cause sono state impostate contro le banche per avere violato le norme del Testo unico finanziario (Tuf, ovvero la legge 58 del 24 febbraio 1998) e dei regolamenti Consob. «In primo luogo la banca deve informarsi su quali sono le caratteristiche e le intenzioni del cliente» spiega l’avvocato Eugenio Picedi Benettini di Genova «e lo stesso cliente va sempre correttamente informato sulla tipologia degli investimenti».
Se il risparmiatore è in grado di dimostrare che la banca non ha fatto correttamente il suo dovere, la causa è quasi sempre vinta. «Le transazioni nei casi sicuri non convengono» precisa l’avvocato Stefano Zacchetti, collega nello studio di Picedi Benettini.
«In alcuni casi i risparmiatori riescono persino a guadagnare su investimenti come i tango bond» aggiunge l’avvocato, che racconta il caso di un suo cliente, ex dipendente della Banca agricola mantovana. Una storia emblematica: il bancario, dopo essere andato in pensione, ha fatto causa alla banca di cui era dipendente per averlo indotto nel 1998 a comprare 26 mila euro di titoli argentini. Risultato? La sentenza gli ha dato ragione, l’ex bancario ha ottenuto la restituzione del capitale più gli interessi che avrebbe ottenuto investendo in Bot in tutto il periodo.
«Alla fine ha preso 50 mila euro comprese le spese legali, e gli sono rimaste comunque le cedole incassate all’epoca perché gli interessi, quando il risparmiatore è in buona fede, vengono mantenuti» spiega l’avvocato Zacchetti. A conti fatti, su un investimento di 26 mila euro, aveva già incassato 7.500 euro di cedole e oggi ha ancora in mano i titoli che valgono il 15 per cento del capitale, circa 4 mila euro. E così, con il rimborso deciso dal giudice, ha più che raddoppiato l’investimento iniziale in dieci anni, al netto delle spese legali. Non male come interesse su titoli che parevano «da buttare» quali i tango bond.

Piazza degli Affari non è Wall Street e a Milano non si sono visti manager in giacca e cravatta con gli scatoloni in mano. A differenza, per esempio, dei dipendenti della banca d’affari Lehman Brothers, che uscivano con gli effetti personali dopo il crac della banca, i bancari licenziati sono scesi in piazza, il 5 marzo, protestando davanti alla sede dell’Abi (Associazione bancaria italiana). Erano un centinaio di colletti bianchi, alcuni detti per le loro alte retribuzioni “bianchissimi”, di Dresdner Bank e Ge Money Bank che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza lavoro. Ma i dipendenti delle filiali italiane di banche straniere che rischiano la disoccupazione sono altri 200. E non è che l’inizio.
La Dresdner Bank ha annunciato 9 mila licenziamenti che colpiranno tutte le filiali mondiali tranne la casa madre tedesca. La sede di piazza degli Affari verrà chiusa e tutti gli 87 dipendenti cacciati. “Non parliamo di lehmaniani superpagati” polemizza Pierpaolo Merlini, segretario della Fiba Cisl di Milano, “ma di lavoratori con stipendi normali. Il problema è che il 90 per cento dei contratti a termine del settore non verrà rinnovato”.
A Milano c’è incertezza per svariate migliaia di persone, senza considerare i dipendenti delle sgr. “È la prima volta che affrontiamo una crisi di settore così grave” precisa Sergio Girgenti, segretario nazionale della Fiba Cisl.
Quelli che hanno perso il lavoro finora sono dirigenti e impiegati dell’area professionale, che guadagnano in media tra i 2 e i 3 mila euro mensili. Non semplici impiegati tute blu, quindi, ma anche per loro la disoccupazione è dura. Per di più questo tipo particolare di bancari non ha diritto agli ammortizzatori sociali: niente cassa integrazione né altre garanzie. La maggior parte di loro è troppo giovane per godere dei cosiddetti fondi di solidarietà o di forme di prepensionamento. Le speranze di essere ricollocati sono in questo momento modeste e l’unico salvagente, temporaneo, è la liquidazione, più una buonuscita: tra le sei e le 12 mensilità.
Per i bancari della Dresdner Merlini vede nero. «La trattativa è complessa» spiega «quella che per la società tedesca è la chiusura di una sede, la più piccola, secondo noi è un licenziamento collettivo. La controparte che tratta con noi poi non prende alcuna decisione, chi le prende sta altrove». Ma i colletti bianchi licenziati non si danno per vinti. Dopo la manifestazione all’Abi programmano incontri con il console tedesco, il sindaco di Milano e il presidente della Provincia di Milano.
L’americana Ge Money, specializzata in mutui, sta smantellando la filiale milanese: in 43 perdono il lavoro e rimangono solo 11 “becchini”, con il compito di seguire i clienti fino al pagamento dell’ultima rata. La controllante General Electric ha recentemente comprato la Interbanca e ai sindacati ha presentato un piano di riduzione del personale pari a un terzo dei dipendenti: 100 persone in meno. L’olandese Ing Group ha annunciato 55 esuberi in Italia e ha già avviato la procedura per i licenziamenti.
Secondo Merlini “anche Merrill Lynch e Citigroup dovranno ridurre i costi e tagliare una decina di posti”.
Poi c’è la Deutsche Bank: 300 dipendenti hanno aderito al recente piano di incentivi all’esodo, mentre per qualche dirigente il futuro potrebbe riservare misure più drastiche. Si salvano invece i lavoratori della Meliorbanca. I 120 licenziamenti annunciati sono stati ritirati grazie a un accordo sindacale di fine febbraio e all’intervento della Banca popolare dell’Emilia-Romagna.
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